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Per chi si intende di Star Trek, i Greci sembrano sempre un po’ come Spock, il vulcaniano secondo ufficiale del capitano Kirk: razionali, pacati, ma sempre con quel fondo di algida ed anche irritante freddezza che li porta a guardare dell’alto al basso tutti gli altri uomini, verso i quali possono provare una certa curiosità scientifica, ma non un trasporto vero, perché loro sono Greci, vivaddio, e gli altri, per quanto evoluti, bàrbaroi. La Grecia che noi abbiamo negli occhi e nel cuore è quella dei Propilei di Atene, dei templi con le infilate di colonne matematicamente allineate, delle statue dalle proporzioni perfette, delle linee d’orizzonte pulite e nette in cui il marmo sfuma nel blu del mare. Eppure, proprio come succede quando l’Enterprise si ferma su Vulcano, basta grattare un po’ la superficie del luogo comune, dell’immagine stereotipata, per accorgersi che dietro tutta quella algida razionalità, quel nitore estremo c’è tutto un subbuglio di spinte irrazionali, superstizioni e religiosità arcaica che per secoli e secoli ha bollito come in un enorme calderone: il piatto che ci viene servito alla fine della cottura è la civiltà greca così come la conosciamo noi, ma i retroscena della cucina sono spesso inquietanti.

C’è un autore antico che bisogna leggere assolutamente se si vogliono conoscere i Greci meglio per quello che furono davvero, e non per il santino che ci han tramandato di loro: è Pausania. Non è un “grande” autore nel senso che solitamente si dà a questo termine, anche se scrive in maniera più che dignitosa e semplice. Non ha il fascino di un Tucidide e nemmeno la simpatia istintiva di un Erodoto. Del resto, non era nemmeno uno storico stricto sensu, o almeno non nell’opera che di lui ci è giunta. Scrisse infatti una cosa che si intitolava Guida alla Grecia, e questo era, né più né meno: una prima, antichissima guida turistica, in cui pagina dopo pagina Pausania fa quello che fanno i suoi discendenti che ancora oggi scarrozzano e scammellano carovane di umanità viaggiante per i luoghi del mondo: illustra le pietre che si trovano sul sentiero, dice a chi era dedicato il tempio che si sta guardando, ricorda la storia di quella reggia, di quella piazza, di quella via.

E’ meraviglioso, Pausania. No, guardate, dico davvero. Quando uno lo apre fa l’effetto dell’universo che si squaderna di fronte a Dante, nel Paradiso. Ti prende per mano e ti descrive passo per passo quello che vedeva lui: Atene e Sparta, ma anche i luoghi più sperduti, i villaggi remotissimi, i paghi arrampicati per le montagne della Tessaglia, i templi in mezzo dei boschi. Intreccia la Storia con la dovuta maiuscola alle leggende locali più sconosciute, alla varianti più ignote dei miti. Descrive rituali arcaici, feste campestri equivalenti alle nostre sagre, fa collegamenti fra riti che ha visto svolgersi nei più lontani cantoni della Grecia. Perché Pausania non è forse un grande storico, ma un grande antropologo sì: rispetto a lui Levi Strauss era un dilettante, anzi un epigono senza troppa fantasia.

C’è un libro di Pausania che amo particolarmente, forse sempre per quella faccenda di Spock il razionale che torna su Vulcano e si abbandona a riti che di razionale non hanno nulla, fra lo sconcerto di Kirk. È quello dedicato all’Arcadia, ovvero l’VIII. Ecco, lì, appena lo apri e cominci a leggere, ti sembra di sprofondare in una dimensione parallela: tutti i luoghi comuni sull’antichità svaniscono, e tu ti ritrovi in un mondo arcaico, inquietante, sconosciuto che è assai più vicino a Tolkien che a Pericle.

L’Arcadia per i Greci stessi era un mondo lontano, in qualche modo perduto: culla di quel popolo misterioso, i Pelasgi, precedenti ai Greci stessi, di cui gli Arcadi conservavano memoria forse nel loro sangue. Che portava però tracce di strane commistioni con esseri non del tutto umani e perciò in qualche modo divini. In Arcadia, secondo i miti, era stata costruita Licosura, la prima città che vide la luce del sole, ma il suo re Licaone era dedito ai sacrifici umani di neonati sull’altare di Zeus Linceo, e per questo venne trasformato in lupo: stessa sorte che toccava, per un periodo di nove anni, anche ai suoi discendenti, ogni volta che celebravano un sacrificio a Zeus Linceo, e che poi per i nove anni in cui durava la trasformazione dovevano vagare per i bochi, come lupi, avendo cura di non cibarsi di carne umana, altrimenti restavano fiere per sempre.

Strana terra, l’Arcadia, e ancora più strani gli Arcadi, così primitivi e selvaggi, eppure legati a memorie di antichissime avventure al di là del mare. Enotro, figlio più giovane di Licaone, sarebbe stato l’eponimo dell’Enotria, cioè della nostra Italia, e la sua sarebbe stata la più antica fondazione coloniale dei Greci. Non di Enotrio ma di Evandro e Pallante parlerà invece Virgilio nell’Eneide, indicando come Arcadi i primi abitanti del Palatino di Roma. E qualche resto miceneo emerso dagli scavi pare confermare che nel Lazio antico veramente qualche Greco, magari davvero Arcade, deve esserci arrivato, e forse aver  divulgato quei riti dei sacerdoti Salii che sono così simili ai canti e ai balli dei Cureti, diffusi in Arcadia ancora in epoca storica, quando il resto della Grecia li aveva ormai dimenticati.

È un mare di rimandi, Pausania, un’opera matriosca, un gioco di scatole cinesi, anzi un testo multimediale concepito ben prima dell’invenzione dei link. Tu lo leggi e la mente si arrampica a cercare connessioni, con altri testi antichi, con articoli e saggi dei moderni, con le più recenti scoperte dell’archeologia e dell’antropologia. Non lo finisci mai, perché quando hai finito ricominci, seguendo altri indizi e altri accenni che ti portano lungo sentieri diversi, verso nuovi e lontani legami inaspettati, una miniera che ti regala di volta in volta diamanti grezzi e cunicoli inesplorati. Sarebbe piaciuto a Borges, Pausania, per quella vertigine che ti dona di poter tenere in mano il tutto in un libro, perché il tutto non è fatto solo da quello che viene detto e scritto, ma dalle infinite connessioni che crea con gli accenni del resto. E allora, se dovete portare un solo libro con voi, portate Pausania. Sarà come portarsi dietro una Biblioteca di Babele.

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