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«Ti prego, andiamo a prendere una pizza, va’!»

Nino è stravolto. Cade sul divano grondante sudore. Non è stato il caldo di Caronte a stroncarlo, ma due ore di riunione in segreteria PD, alle prese con le eterne indecisioni e faide interne del partito, acutizzatesi in fase pre elettorale, tanto devastanti da far sembrare un’immersione all’inferno con Minosse, Eaco e Radamanto in sessione riunita una prospettiva allettante.

È un uomo semplice, Nino: per farlo felice basta una pizza, e per lui la pizza è solo quella del Mafalda, il locale della sinistra moderata di Spinola. A lui non piace mangiar fuori, ma là si sente come a casa: lo ha aperto Alberto, il suo vecchio compagno di banco delle elementari, figlio di un vecchio comunista duro e puro, sopravvissuto alle purghe staliniane che il padre di Nico aveva fatto al Partito negli anni in cui ancora si poteva.

Per Nino il Mafalda è un rifugio sicuro, quasi una culla. Sa che ci troverà tutto quello che lo rilassa: pizze normali senza troppi fronzoli, perché Nino è uno che, quando proprio ha voglia di trasgredire, al posto della consueta Margherita arrischia una pizza con il wurstel; i tavoli delle famigliole di impiegati, che moderatamente commentano il declino della politica e del paese con voce pacata, intercalando la giaculaturia con qualche richiamo ai bambini o uno sporadico commento sull’ultimo programma di Fazio e Saviano; di tanto in tanto, quasi a sorpresa, anche un concerto o uno spettacolino, ma moderato anche quello, niente di stravagante o di troppo intellettuale: due comiche locali che leggono monologhi simili a quelli della Littizzetto, però con meno parolacce, il cabarettista che parla in veneto, sì, ma ripulito, per chiarire che è cosa ben diversa dai leghisti, i suonatori del quartetto jazz del paese vicino, che di giorno fanno i professori nella scuola media musicale e di sera talvolta strimpellano, ma solo se si finisce entro le 11, che poi la mattina dopo c’è il lavoro o la famiglia.

Il Mafalda è un locale monotono come la borghesia piccola piccola che lo frequenta, nata da operai che han mandato i figli a scuola per farli diventare impiegati in ufficio, e di figli che in ufficio ci sono andati e ci vanno ogni giorno, più per un senso di responsabilità che per convinzione, senza entusiasmo alcuno ma anche senza la forza di lamentarsene, di sinistra per abitudine e per tradizione familiare che non sanno rompere, anche se la loro speranza non è più il Sol dell’Avvenir ma un più banale gratta e vinci, magari di quelli meno ricchi ma che garantiscono una rendita a vita.

Già quando entriamo, però, stavolta, dopo qualche mese in cui non ci siamo più passati, c’è qualcosa che fa sentire Nino un pochino a disagio: nella bacheca accanto alla porta, proprio di fianco alla cassa, c’è una foto nuova, quella del neoeletto sindaco del paese a fianco, immortalato assieme a Beppe Grillo. E il terzo nella foto, di lato, mentre stringe la mano al comico con l’aria di chi ha appena avuto una visione della Madonna, è Alberto, il proprietario.

Nino fissa la foto un po’ stranito e poi guarda l’ex compagno di banco seduto in cassa, che mastica con convinzione uno stuzzicadenti mentre prende al telefono le ordinazioni per le pizze da portar via, e per la prima volta nella vita, loro che dai tempi delle elementari si sono sempre detti tutto, non ha il coraggio di chiedergli spiegazioni. Alberto, a quanto pare, non ha voglia di darne: lo fissa come se fosse un cliente qualsiasi e gli chiede: «Margherita o col wurstel?» e non so, sarò cattiva io, ma nella domanda ci trovo una punta di feroce sarcasmo, quasi di disprezzo, che ad Alberto non avevo mai sentito usare prima.

«Wurstel…» risponde Nino, quasi in un soffio.

«Be’ c’è da aspettare per il tavolo. Mettetevi là in angolo.» E indica il budellino a lato del bancone, da sempre la Cayenna dei clienti che non sono poi tanto graditi e quindi vengono lasciati lì, come in un limbo, ad aspettare un tempo indefinito che si liberi qualche tavolo.

A me già girano le scatole parecchio, ma mi trattengo, perché Nino ha lo sguardo sperso, come se di colpo si trovasse in un universo parallelo in cui il Tardis lo ha vomitato, senza però nessun Dottor Who a fargli da guida. Così, per ingannare l’attesa, inizio a studiare la clientela, che è la stessa di sempre, ma ha qualche connotazione nuova ed imprevista. Al tavolo centrale, quello riservato per tradizione allo staff del Pd, sono assisi invece un paio di ex fricchettoni con la coda di cavallo e la maglietta inneggiante al commercio equo&solidale, che conosco di vista per aver attraversato ogni possibile movimento alternativo degli ultimi dieci anni ed essere usciti poi da tutti in fretta, a detta loro per non compromettere i loro alti ideali, a detta degli altri perché non riuscivano a far carriera. Uno è, lo so per voci di corridoio, l’eminenza grigia del neo eletto sindaco ritratto nella foto alla cassa, quello che da giorni sta lambiccandosi per formare una Giunta senza alcun apprezzabile risultato, perché appena pare sia riuscito a trovare un assessore, ecco che gliene salta un altro per via di qualche grana o di qualche affare poco chiaro che riemerge dal passato. Accanto a loro riconosco un paio di ex An convertitisi di recente, e due giovanotti con il volto da Papa Boys invecchiati male – contando che han meno di trent’anni – e che già hanno alle spalle un meraviglioso curriculum politico da ex: ex Azione Cattolica, ex Popolari, ex piddini. Tutti confabulano e dalle facce sembrano incazzatissimi, ma non fra loro, con il mondo. Ogni tanto arriva qualche eco: percepisco un “casta”, “tutti corrotti”, “mandarli a casa”, “rivoluzione”, parole pronunciate con un immancabile punto esclamativo alla fine.

Anche fra i tavoli si respira un’aria strana. Ci sono le solite famigliole di impiegati, ma con i volti più scuri ed incazzosi: non parlano di Fazio e sgridano i bambini con più veemenza del solito, mentre scelgono con oculatezza mai vista prima la pizza dal menù, cercando quella meno cara. Nessuno saluta Nino, anche chi lo conosce benissimo, e lui che della sua popolarità paesana ha sempre sofferto, perché è timidissimo, ora che di colpo non la riscontra più si sente sperduto, e non capisce poi quella ostilità repressa che avverte aleggiare attorno: persino il sorriso di Mafalda, dai disegni alle pareti, gli sembra quasi un ghigno.

Intanto Alberto continua a parlare al telefono, masticando il suo stecchino. Orecchio, curiosa. Sta organizzando un ciclo di conferenze ed incontri per la prossima settimana, cosa che fa da decenni, quasi sempre con l’appoggio segreto del Partito. Stavolta no, non ha chiesto nessun aiuto, nemmeno occulto, e si capisce perché. Lo sento dire: «Sì, dai, il 21 poi viene l’esperto delle scie chimiche e anche quello per i vaccini…sì, l’ho contattato tramite il blog…no, ci ha già dato l’ok…e la settimana dopo viene il gruppo da Modena che parlerà del terremoto e del fracking… siamo già d’accordo…»

Mi basta. Non reggo più. Fisso Nino che è ancora nell’angolo, troppo educato come al solito per protestare, anche se sono passati ormai venti minuti e dei due tavoli che nel frattempo si sono liberati non ce ne è stato assegnato nemmeno uno.

«Senti, io mi sono rotta… andiamo a casa e ti faccio due spaghetti aglio olio e peperoncino, vuoi?»

Lo so che non gli piacciono tanto, perché poi a lui il peperoncino fa venire acidità, e la notte dice che non dorme bene. Ma mi sorride come se gli stessi lanciando un’ancora di salvezza e dice: «Sì, ecco, gli spaghetti aglio e olio… magari…»

Usciamo. Nessuno ci saluta. Vabbe’.

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