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E’ sera. Il sole tramonta sul Ponte della Libertà, immergendosi nella laguna. Un treno percorre i binari. E’ l’Orient Express. Esiste ancora. Vagoni in stile Belle Epoque, di un blu scuro molto chic con le lettere dorate che contrassegnano ogni carrozza, le tendine alla finestra in cotone bianco, i predellini liberty alla fine del vagone.

E’ un sogno, l’Orient Express, un sogno uscito dal passato: ti immagini al suo interno contesse russe con veletta e manicotto di zibellino in fuga dalla Rivoluzione, stilossissimi ufficiali inglesi di ritorno dalle colonie, Mate Hari e Belle Othero, spie interazionali che vogliono sottrarre segreti al Kaiser o all’imperatrice Vittoria, lasciandosi dietro educatissimi cadaveri di cui Poirot cercherà l’assassino.

Ti immagini tutto questo, un flash che mischia insieme ricordi letterari, fotogrammi di film, fantasie di antiche copertine di libri. Poi guardi e da uno dei finestrini si affaccia un tizio grassoccio, a torso nudo, in mutande, che tracanna una coca cola direttamente dal collo della bottiglia di plastica.

Siamo un’epoca che uccide la poesia, mannaggia.

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