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Mi fa un po’ di tenerezza vedere campeggiare sul sito di Beppe Grillo, in home, l’immagine qui sopra. Mi fa tenerezza perché, sebbene non abbia mai avuto particolare simpatia per Beppe Grillo e per questo strano ambaradan da lui messo in piedi e pressappoco gestito (assieme alla Casaleggio), quella scritta è la prova che alla fin fine si sta arrivando laddove era logico che si arrivasse, ovvero all’implosione del Movimento 5 Stelle. Che non è colpa di Grillo, né dei suoi adepti/sostenitori o come diavolo li vogliamo chiamare, per quanto sia l’uno che gli altri ci mettano del loro: è semplicemente un portato naturale di quello che è un “movimento”, quale esso sia, per i limiti intrinseci e strutturali che ogni movimento ha di suo.

Grillo non mi è mai stato simpatico, fin dall’inizio della sua svolta politica, proprio per quei precisi motivi che oggi fanno scricchiolare la sua creatura. Buttatosi nell’agone politico con entusiasmo, probabilmente anche sincero, nel mettere in piedi questa “cosa”, s’è sempre fatto un punto d’onore di ribadire che il suo non era un partito, e dei partiti non voleva quindi avere le strutture, i riti, e nemmeno l’elefantiaca organizzazione interna. Con queste dichiarazioni di principio ha raccattato il favore e l’adesione di migliaia di persone, stufe – a ragione, in gran parte – di quella terrificante orgia di burocrazia interna immobilizzata e in gran parte corrotta che i partiti tradizionali erano diventati.

C’è però un ma in tutto questo, ed è un ma pesante. Per quanto noiosa ed elefantiaca possa sembrare vista da fuori la struttura dei partiti, Grillo ed i suoi non han tenuto conto di un fatto: che le procedure complesse e lente, talvolta anche un po’ farraginose, sono però necessarie alla democrazia. Il rovescio della medaglia di un sistema che pretenda di garantire a tutti l’uguale possibilità di intervenire nel dibattito ed esprimere il loro pensiero è quello che per farlo bisogna approntare una serie di procedure controllate, verificabili e spesso per questo complesse. I congressi di partito, le conte delle tessere, le verifiche delle votazioni interne e i laceranti ed infiniti dibattiti all’interno delle sezioni sulle varie mozioni in concorrenza possono sembrare inutili, lunghe, vuote, e spesso lo sono: ma sono anche il solo ed unico modo per garantire ciò che la democrazia deve: controllo su ogni passaggio e possibilità per tutti di intervenire e proporre migliorie.

Un partito non è un’idea, e non è nemmeno una persona: è un ingranaggio che ha delle idee, le discute e cerca democraticamente il modo per metterle in pratica. Per fare tutto ciò ci vuole tempo, per confrontarsi e per controllare che il confronto sia stato condotto secondo le procedure corrette. Un partito ha bisogno dei suoi riti, che non sono tali: sono momenti in cui si fa il punto per decidere dove andare e come arrivarci.

La politica non si fa senza ideali, ma nemmeno solo con quelli: è un qualcosa che richiede organizzazione pratica, e quindi anche la conoscenza delle maniere per mettere in piedi e gestire le cose. Che partono da un livello base, in cui bisogna gestire i propri iscritti, costringerli a imparare a ragionare tutti assieme e confrontarsi nel rispetto di certe regole.

Tutto questo è sempre mancato nel movimento di Grillo, come anche in gran parte in altri movimenti e partiti politici nati dopo la crisi degli anni ’90: i quali sono abilissimi nel suscitare, quasi sempre emotivamente, largo consenso nelle masse, e spesso entusiastico. Ma che poi non sanno (o non vogliono) trasformare questo consenso in partecipazione attiva e responsabile da parte dei simpatizzanti. Un partito, per dire, non può vantarsi, come Grillo fa, di avere un programma ma non uno Statuto, perché, paradossalmente, è proprio solo lo Statuto o atto costitutivo di un partito l’unica tutela e punto di riferimento certo che gli iscritti hanno per muoversi. Se non c’è un canone di regole cui fare riferimento per stabilire se una cosa è permessa o no, allora mea libera tutti e nessuno ci capisce più nulla: la maggioranza interna non ha modo per dimostrare di essere davvero maggioranza, la minoranza non ha maniera per rovesciare la situazione. Le decisioni, a quel punto, vengono prese non si sa in base a che criteri da una élite non si sa legittimata da chi o da cosa di preciso, in cui si entra grazie a non chiare o non trasparenti procedure di cooptazione. I paesi civili hanno leggi scritte, e i partiti e le associazioni Statuti, perché è lo scritto che fa da garanzia, mentre l’abitudine e la consuetudine possono essere interpretate a capriccio. Un movimento può basarsi sull’entusiasmo momentaneo e sulla adesione senza troppe domande: è estemporaneo, vive per l’attimo, e per questo anche volubile ed evanescente. Ma nel momento in cui il movimento fa politica, deve prendere decisioni, deve darsi procedure di verifica e diventare un “partito”, con la sua organizzazione interna e i suoi “riti” formali, o non è nulla.

Ecco, il Movimento 5 Stelle si trova esattamente in questa fase, e ne vive tutta la contraddizione: più grave che quella di altri soggetti, perché lui, esplicitamente, fin dall’inizio ha dichiarato di voler rifiutare di farsi “sistema” epperò di essere espressione di democrazia “dal basso” e di partecipazione popolare. Non rendendosi conto però che essere “sistema” organizzato e strutturato in una democrazia è l’unico modo che un gruppo politico ha per tentare di essere democratico.