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Lui era sempre stato così. Uno che quello che voleva, lo riusciva ad ottenere sempre. Non importava come. Di solito, il metodo più semplice, però, era riuscire a convincere qualcun altro a farlo.

Era così, Alcibiade: il più bello dei Greci, dicevano gli antichi, ma soprattutto quello che più di tutti aveva il dono di convincere chi gli stava attorno a secondarlo. Un seduttore naturale, che non aveva remore ma soprattutto non aveva limiti. Nella sua rete cadevano con uguale facilità intellettuali, politici e gente comune: Socrate, Pericle o il popolo di Atene. Scafati o meno che fossero, abituati alle lusinghe o totalmente ignari ed innocenti, ad un suo sguardo erano là, ai suoi piedi. Non era bellezza, e forse nemmeno talento: era un istinto naturale, come quello del predatore nella savana che sa benissimo come catturare la sua preda. O forse, ancor meglio, l’istinto di chi sa, senza avere alle spalle studi di marketing o d’altro, come costruirsi un brand di successo, un personaggio che “buca” fino a diventare punto di riferimento assoluto e imprescindibile per la moda, lo stile di vita, il pensiero politico. Se tenessi un corso di comunicazione pubblicitaria o politica, invece che ingorgare le teste degli iscritti con l’analisi di campagne presenti, da Obama a Berlusconi, partirei da lui, da Alcibiade, e da quelle meravigliose pagine di Plutarco che raccontano come imbastì la propaganda per la campagna in Sicilia.

Perché riuscire a convincere gli Ateniesi, ancora acciaccati dal primo round della guerra con Sparta, ad organizzare una spedizione in Sicilia – dove avevan sempre preso delle mezze batoste – per venire in aiuto a una città che manco si sapeva bene dove fosse e per giunta era anche mezza barbara era dura, durissima, praticamente una impresa disperata.

Ma lui, lui le imprese disperate e matte le amava, erano una sfida, ed alle sfide non sapeva resistere. E allora via, con una campagna pubblicitaria che oggi sarebbe giudicata pervasiva come un guerra termonucleare globale. Ché noi gli antichi ce li immaginiamo sempre con addosso chitoni e porpora, fermi come statue a declamare discorsi nel centro dell’agorà. E invece no, Alcibiade è un movimentista, Alcibiade è uno che sa giocare d’anticipo e su tutti i fronti, con tutti i mezzi di comunicazione disponibili. Distribuisce carte geografiche modello volantino del discount a tutti quelli che si recano al mercato; manda tra la folla suoi agenti travestiti, che nelle piazze, ai crocicchi , come se fossero lì per caso, coinvolgono i passanti in conversazioni per convincerli che la Sicilia è necessaria, è un luogo strategico, che Atene senza non può vivere, chissà come ha fatto, anzi, a vivere finora. Lascia intendere per mezzi accenni che la Sicilia è solo il primo passo per il dominio del mondo, e chi si oppone a questa campagna militare è un traditore di Atene o un pappamolla senza visione del futuro. In breve ad Atene non si parla d’altro che di questa spedizione, della sua necessità, della sua urgenza. Con il martellamento mediatico, ma anche con il continuo vocio di mille bocche anonime che ripetono gli slogan preconfezionati dai suoi, Alcibiade trasforma gli Ateniesi in un popolo di esperti militari, che improvvisamente sono in grado di discettare per ore su posizione e importanza commerciale di ogni città sicula, di cui tre giorni prima ignoravano l’esistenza. Quando va in assemblea è un boato di sì, un’acclamazione popolare senza titubanze.

Vince, Alcibiade, travolgendo la pacata voce del più cauto Nicia, che tenta di convincere con il buon senso solo, e quindi non ha scampo.

Vince, Alcibiade, come sempre, stravolgendo le regole, creando, forse inconsapevolmente, un modello per il futuro. Perché aveva per le mani solo qualche volantino e il passaparola. Mi sono sempre chiesta cosa sarebbe riuscito a fare, quel ragazzo, se all’epoca ci fossero stati Facebook e Twitter.