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Il dottor Dolbiati, l’unico farmacista di Spinola, è incazzato nero. Erede di una schiatta di farmacisti unici a Spinola, questa bislacca idea del Governo di far aprire più farmacie la vive come un affronto personale. Da giorni la sua immensa mole, che è inamovibile da dietro al bancone della farmacia, non si muove da lì come al solito, ma in volto porta dipinto un disgusto che non ha uguali.

«Ma che cazzo di bisogno c’è di un’altra farmacia? Basto io, qua. Sono generazioni che la mia famiglia ha la farmacia, perché i dottori passano ma i farmacisti restano! Metti che ne viene uno giovane e nuovo, magari uno di questi pivellini che adesso lavorano per me – aggiunge guardando di sottecchi e con malcelato odio i dipendenti, che per vendere pastiglie sotto di lui van bene, ma le dovessero vendere da soli, chissà che orribili pasticci combinerebbero! – che garanzie possono dare? Il mio mica è solo un mestiere, è una tradizione: di padre in figlio, come una volta! Liberalizzazioni, liberalizzazioni un cazzo! Contro questi qua bisogna sì organizzare una bella occupazione, scendere in piazza…»

Sospira, si terge la fronte, che per lui già fare un discorso così è una fatica improba, data la mole, figurarsi cosa potrebbe voler dire trascinarsi fino in piazza, per bloccare il traffico e fare una indignata manifestazione. Che poi occupare la piazza con chi? A Spinola di farmacista c’è soltanto lui. Sbuffa. Si dà un’occhiata nello specchio di fronte alla cassa, si vede così enorme dentro al camice bianco, e per un attimo la sua grassezza lo consola.

Sì, be’, forse a bloccare una piazza ci potrebbe riuscire anche da solo.