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“Ciao, sono *****! Mi piacerebbe aggiungerti agli amici! Eravamo compagni di scuola alle medie, ti ricordi?”

Certo che mi ricordo di te, tesoro. Oddio, non benissimo, sulle prime, ma ha aiutato la foto di te quattordicenne che hai caricato fra le altre, dove hai la faccia da idiota falsamente spiritoso che avevi allora, lo stesso piumino firmato e gli stessi jeans fichetti. Mi ricordo di te, sì. Tu eri allora il gran ciambellano della classe, quello che ogni due per tre organizzava le feste al sabato pomeriggio, a casa sua, perché papà era medico famoso, e straricco, e la casa era un villone con infilate di saloni e giardino che non finiva mai, e la piscina dove in estate ci si poteva fare i tuffi. Almeno, così dicevano gli invitati, cioè tutta la scuola, tranne me ed altri cinque o sei ragazzini. Noi in quel paradiso non ci potevamo entrare, perché all’inizio dell’anno tu avevi fatto una votazione segretissima, all’interno di un comitato ristretto dei tuoi amici e amiche strafighi, e, per ciascuna delle tre classi che componevano l’esclusiva sezione della nostra scuola privata, avevate scelto una rosa di nomi di compagni che non erano degni di voi. Il gioco, ovviamente, non consisteva solo nel non invitarci, ma soprattutto nel farcelo sapere, ogni volta, che non eravamo invitati, perché il gusto di creare un club esclusivo si basa sul fatto che chi ne è stato escluso deve esserne a conoscenza. Così me le ricordo le battutine, e le prese per il sedere ad alta voce, durante l’intervallo, per rimarcare il fatto che il sabato pomeriggio precedente vi eravate divertiti tanto, ma tanto, ma tanto tanto tanto, e  ancora di più vi sareste divertiti il sabato che veniva, mentre a noi spettavano solo pomeriggi vuoti di noia e vergogna, da bruttini che nessuno vuole, giusto preludio alla sfiga che ci avrebbe perseguitato per il resto della vita.

E mi ricordo anche, uh se me lo ricordo, quanto hai rognato e hai sputato bile quando ti sei accorto che il tuo amico del cuore, quello che era il fulcro di ogni festa e che tu invitavi perché aveva quello che mancava a te, cioè era bello e simpatico davvero, s’era preso una cottarella per me. Mi ricordo quanto hai fatto e detto per convincerlo che non ero alla sua altezza, che se si fosse saputo che gli piacevo ci avrebbe perso fascino e reputazione, perché io ero una sfigata e lui invece faceva parte del circolo degli eletti.

E mi ricordo quel modo tuo subdolo che avevi allora, di usare la tua casa ed i soldi dei tuoi per crearti attorno una cerchia di persone che ti servivano a brillare di luce riflessa, di attrarre accanto a te fingendoti amico chi poteva illuminare la tua assoluta pochezza, il tuo ricorrere ad espedienti, mezzucci per manovrare ed attrarre chi ti pareva potesse servirti, a cui ti azzeccavi come un parassita. Ricordo tutto questo, e lo avevo capito già allora, perché non è vero che i ragazzini a quell’età sono ancora plasmabili e innocenti: alcuni tratti del carattere già ci sono, e si capisce benissimo che resteranno là.

Mi ha stupito non poco, quindi, la tua richiesta di amicizia, dopo tanti anni, perché devi avermi cercato con il lumicino sulla rete, visto che di quella antica classe non sento o frequento più nessuno, nemmeno a livello virtuale, e sui social sto con un nome che tu non puoi conoscere. Mi ha stupito finché, guardando sulla tua bacheca prima di concederti l’amicizia, non mi sono accorta che ora lavori per una azienda i cui manager, guarda un po’, su Facebook e su altri social sono tutti “amici” miei, e commentano i miei post e si capisce che mi stimano, mentre a te non si filano manco di striscio.

E allora, caro il mio tesoro, la tua richiesta di amicizia l’ho buttata nel cestino, con grande soddisfazione. Con la meschina soddisfazione che prova una ragazzina immatura delle medie.

Perché Facebook è la mia scuola media, e stavolta, caro, nella lista degli sfigati ci sei finito tu.

E’ un racconto di fantasia, non si riferisce a scuole medie o a Facebook reali.