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Sparta, la città degli eguali. Se c’è un’idea che in qualche modo permea tutta la storia di Sparta, è questa. La città caserma, la città dei soldati, prima ancora e prima di tutto era questo: il luogo dove tutti i cittadini erano uguali gli uni agli altri, nel senso di uniformi. Come se lo Stato pensasse che l’unico modo di avere dei cittadini che cooperavano fosse questo: farli con lo stampino, come tanti cloni.

Furono tenacemente convinti di ciò, gli Spartani, ed a questa teoria sacrificarono per secoli tutto: libertà individuali, senso della famiglia, persino il naturale istinto degli uomini che li spinge a desiderare e produrre il bello, l’arte, la poesia e la musica. Per perseguire questa idea, si chiusero a tutto il resto, si pietrificarono in un ordinamento rigido, a tratti spietato, e spesso giunsero al punto di rendere la vita impossibile, o stroncarla proprio, a coloro che provavano a stravolgere qualcosa, a elevarsi al di sopra degli altri anche nel bene, perché per gli Spartani l’uguaglianza non fu il punto di partenza per la libertà individuale, ma fu una livella, e più spesso ancora una ghigliottina, che mozzò le ali ed il capo a chiunque tentasse di essere diverso dagli altri.

Della storia di Sparta arcaica sappiamo pochissimo, e non a caso: anche la letteratura finì per essere considerata, assai probabilmente, una di quelle cose inutili che rischiano di fuorviare gli animi, di mettere troppi grilli per il capo. Quindi per sapere qualcosa della storia della città siamo costretti a rivolgerci ad altri, che erano pur sempre non Spartani.

All’inizio, da quello che ne possiamo intuire dai resti archeologici, Sparta non doveva essere molto diversa dalle altre città a lei vicine. Che poi a chiamarle città ci vuole, indubbiamente, una gran dose di ottimismo: Sparta, come Atene, era un insieme di borghetti e villaggi disseminati per la campagna, con i contadini attorno alla dimora del nobilotto locale, che, una volta ogni tanto, scendeva verso il centro principale, la piazza, a confrontarsi con i suoi pari. Che poi, quasi sempre, voleva dire decidere se fare guerra ai vicini, e quando e come; ma gli Spartani a questa forma di coinvolgimento guerriero, di cameratesca uguaglianza fra i comandanti ci dovevano tenere moltissimo, ci erano abbarbicati come certe cozze al loro scoglio, che se si mollano muoiono. Tutte le città greche, infatti, si sono sviluppate a partire da questo stadio, per poi cambiare e mutare con il tempo: aprire l’assemblea dei pochi nobili originari via via a mercanti arricchiti con i commerci, per dopo finire coll’accettare che alcune famiglie e addirittura singoli prendessero il potere ed accentrassero su di sé il diritto di prendere le decisioni per tutti. E gli Spartani invece no, questo passo non lo fecero mai, anzi, si incaponirono a non volerlo fare.

La società spartana era divisa in rigidi raggruppamenti: gli Spartiati, i discendenti delle famiglie nobili, circa 9000 persone in tutto, gli Uguali, appunto, gli unici veramente cittadini che avevano il diritto di partecipare alle assemblee e prendere le decisioni, ma soprattutto di andare in guerra, far parte dei corpi scelti e comandare le spedizioni; e poi, fuori dall’assemblea, i Penesti, che avevano il diritto di esercitare il commercio e saltuariamente partecipare alle guerre in qualità di carne da macello sacrificabile, senza però poter decidere un caspita e tantomeno comandare qualcosa; e sotto di tutti gli Iloti, puri servi della gleba, appena un gradino sopra le bestie, ma nemmeno tanto, che non avevano alcun diritto, tranne quello di venire massacrati se c’era solo il sospetto che tramassero una ribellione contro i loro signori Spartiati.

Queste tre caste erano presenti forse fin dalla nascita di Sparta, come forse sempre erano stati due i re, fin dalle origini, appartenenti a due casate fisse e quasi sempre in silenziosa lotta fra loro. Ma fino al VII secolo a.C. questa condizione non era così diversa da quella delle altre città greche, e Sparta alle altre somigliava tanto, anzi era quasi meglio. Seppure la guerra e la vita militare fossero centrali, era una società che amava i poeti, non solo quelli che inneggiavano alle stragi ed alle battaglie: accanto ad un Tirteo, fissato con la gloria del farsi ammazzare giovani nelle prime file, c’era un Alcmane che cantava l’amore, c’erano scultori che scolpivano statue di bellissimi efebi dalla muscolatura scattante, e ceramisti e bronzisti che producevano vasi e crateri dalle forme raffinate. Insomma c’era un mondo di aristocratici guerrieri, sì, ma che nei momenti liberi volevano godersi la vita.

Non sappiamo che cosa sia successo di preciso poi. Lo possiamo tentare di intuire a spanne, ma non ne siamo certi. Forse la svolta fu determinata dalle Guerre Messeniche, quando gli Spartiati decisero di conquistare la terra dei vicini Messeni e ridurli in schiavitù. Furono più dure del previsto, e per gestire poi un popolo battuto, ma non domo, pronto per secoli a ribellarsi alla prima occasione, fu necessario irrigidire la disciplina dell’esercito, che poi voleva dire irrigidire quella di tutta la città. Forse fu un portato di quella “penuria di uomini” che sarà il vero cruccio di tutta la storia degli Spartani, e li costringerà spesso a non poter accettare campagne lunghe e troppo lontano da casa, perché quando hai, grosso modo, sempre solo 9000 cittadini a pieno titolo, anche perderne mille, o non poter contare su di loro per un anno o due, è un colpo all’efficienza dello Stato.

Le alte città in qualche modo avevano risolto questi problemi aprendosi, accettando nuova linfa dalle classi in ascesa, formando assemblee che non erano più solo di “uguali”, ma di uomini di diversa estrazione ed esperienza. Gli Spartani no, non l’accettarono. Anzi, si chiusero a riccio, dentro la loro città e nella loro mentalità. Per loro potevano essere “uguali” solo coloro che lo erano all’inizio, non si potevano accettare nuove leve, sangue diverso. Anzi, per essere sicuri che si fosse sempre tutti ancora e sempre più uguali, visto che anche del sangue è lecito sospettare, ed a volte le migliori famiglie si rovinano per rampolli che sono vittime delle seduzioni sbagliate, misero in piedi una educazione di Stato, strettamente sorvegliata e codificata, che finiva col rendere i futuri cittadini qualcosa di più che “uguali”, ma veri e propri cloni.

Perché, viene da domandarsi. La risposta non l’abbiamo. Possediamo solo un indizio, datoci da un accenno di Tucidide, il grande storico che, per narrare la Guerra di Atene e Sparta, la mentalità e le tradizioni spartane dovette indagarle un po’. Tucidide dunque dice che gli Spartani, che furono sempre nemici dei tiranni, tanto che fra VI e V secolo più volte si erano adoperati per portare aiuto a città che volevano liberarsene, in realtà avevano sofferto a lungo di problemi dovuti all’instabilità interna. Insomma, la loro reazione, il loro creare uno Stato simile ad una caserma, esautorare le famiglie dall’educazione dei singoli, cercare di fare una sorta di lavaggio del cervello fin dalla più tenera età ad ogni futuro cittadino per inculcargli che doveva essere uguale agli altri sì, ma come sono uguali fra loro gli ingranaggi che fanno girare un meccanismo, ecco da lì doveva essere discesa: dal ricordo di quel periodo in cui, ancora simile alle altre città, Sparta era stata vicina a perdersi.

Un giro di vite, dunque: per evitare che qualcuno potesse emergere sugli altri, la soluzione era fare sì che tutti crescessero assolutamente conformi, come un plotone. L’artefice di questo livellamento un uomo, di cui poco si sa e molto inventa: Licurgo, il mitico legislatore spartano che neppure l’Oracolo di Delfi, stando alle leggende, sapeva ben decidere se fosse un uomo o un dio. Fatto sta che le leggi tramandate sotto il suo nome erano considerate sacre ed intangibili, e sono un vademecum per creare dei cittadini che però sono un po’ simili ai Borg di Star Trek: uomini che hanno sì una loro identità personale, ma che vivono sempre in gruppo e per il gruppo.

La rovina delle altre città, Sicione, Corinto, la stessa Atene, a ben pensare, non erano stati soltanto i singoli tiranni, ma le famiglie: sempre in concorrenza fra loro per la supremazia, alla fine o s’erano prese il potere in esclusiva per spartirselo all’interno della cerchia dei parenti, oppure avevano spianato la strada al primo avventuriero che s’era fatto forte delle loro continue divisioni. Dunque Licurgo la famiglia la odia, la svelle: a sette anni il figlio maschio viene portato via a madre e padre, cresce in una caserma assieme ai suoi coetanei, il suo punto di riferimento è il suo istruttore/guardiano. Non ha un focolare privato a fargli da riferimento, ma Sparta, lo Stato e le sue leggi.

È una educazione dura, militare, spietatamente meritocratica: non conta chi siano tuo padre o tua madre – che tanto in pratica non vedi – conta quanto sei bravo nella lotta, scaltro nel procurarti il cibo (quello che ti danno è poco), sveglio nel tendere agguati. Chi non ce la fa è fuori, ma essere fuori vuol dire essere esiliato da tutto, perché la famiglia non ce l’hai, in pratica, e se nemmeno lo Stato ti vuole sei un niente. Gli Spartiati, i famosi 9000 cittadini così allevati, sono assieme padroni e servi di questa città e di questa entità che li sovrasta e li assorbe. Si dice spesso che Sparta era una macchina da guerra, ma è riduttivo: era un organismo geneticamente programmato per essere assieme esercito e Stato, in un tutt’uno inscindibile. Ogni singolo era integrato come un ingranaggio: gli uomini allevati per combattere, le donne per partorire combattenti sani, e tutti per essere Sparta.

Non era facile, per uno Spartiata, avere una propria personalità. Un carattere, intendo, che lo spingesse a distinguersi dagli altri, non solo per primeggiare nella lotta o nella guerra, ma proprio a a spiccare per le sue doti specifiche, per una sua differente visione della realtà. Dal punto di vista degli individui, la storia di Sparta è anche una cronaca di occasioni sprecate. Grandi uomini che altrove, appunto, sarebbero stati grandi uomini, e a Sparta furono invece costretti a mordere il freno, non emergere mai del tutto, in una parola: patire. Sparta, questo meccanismo pensato per creare combattenti perfetti, odiava gli eroi, perché gli eroi sono singolarità irripetibili, ma proprio per questo difficili da gestire. Di tutti, l’unico che loda e prende ad esempio è Leonida, il re che muore alle Termopili, ma forse perché fa quello e basta: muore. Obbedisce alla patria e non chiede, alla Patria, null’altro che di obbedire. Gli altri, quelli insofferenti, tormentati magari dai fantasmi personali dell’ambizione e della umana vanità, quelli che sognano qualcosa di leggermente diverso da una caserma in cui invecchiare, quelli che in tutto quel mare di uguaglianza forzata si sentono di affogare e vogliono prendere aria fuori, quelli Sparta li odia, fa loro una guerra senza quartiere, persino se sono i suoi figli migliori, persino se sono i suoi re. La sua educazione, il suo rigido senso del dovere, forse riusciva a rendere migliori i mediocri, ma sicuramente trasformò in mediocri molti migliori: li costrinse a nascondere le loro visioni quando erano in patria, o a scappare lontano da essa per realizzarle. Ma uno Spartano senza Sparta era sempre uno Spartano a metà, non riesce a vivere lontano da quella polis che gli ha dato la vita, lo ha plasmato: è una rotella di un ingranaggio, se non ha il suo meccanismo di riferimento si sente inutile e perduto.

Di tutte le città greche, forse Sparta è in questo la più “madre” di tutte: di quelle madri terribili che programmano la vita dei figli, li educano ad obbedire, ed alla fin fine li castrano, per tenerli con sé e non farli andare nel mondo, che, nella loro angusta visione di madri angosciose, è un posto oscuro e cattivo.

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