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Ho da farvi una confessione. Una cosa che non vi aspettereste. Una cosa che vi sconvolgerà. Una cosa che mai vi sareste aspettati da me. Cari amici blogger, mentre voi stavate spaparanzati sopra i cuscinotti al Palaqualcosa, a sentirvi i vari Camp, io pure stavo a Riva, lì, a pochi metri da voi. E marinavo la Blogfest per ammirare un Sole delle Alpi.

Sì, sì, avete capito bene. Un Sole delle Alpi: quello di Bossi, quello della scuola di Adro. Quello per cui si scannano fra le polemiche i Leghisti, Napolitano, la Gelmini. A Riva ce n’è uno, quieto quieto e bello bello, tutto tondo con i suoi raggi all’interno. Non sta dentro una scuola, ma fa bella mostra di sé dentro al Museo. Il Museo Archeologico di Riva, che, non so se ve ne siete accorti, era quel palazzo dove siamo andati, alla sera, tutti a fare la premiazione.

Chiariamo: non è che io sia venuta a Riva apposta per vedere il Sole delle Alpi. Manco sapevo che ci fosse. Ma il sabato mattina, nonostante avessi fatto ben tardi il venerdì, fra la Fata e Sba che libavano birre artigianali contrabbandate di nascosto da un’altra blogger che non nomino, mi sono svegliata come mio solito all’alba delle sei. Perché la sfiga di insegnare è questa: che hai la sveglia alle sei settata nel cervello anche al sabato mattina, e pure se è un sabato in cui non vai a scuola. Dunque, dicevamo, mi sono alzata alle sei, ho fatto colazione in hotel, poi sono uscita per fare una colazione più decente e, in linea alle direttive guida del Beggi, ho in pratica svuotato un forno, accaparrandomi focaccia genovese da trangugiare con il cappuccino. Quindi, visto che erano solo le nove, ho ben pensato di dedicarmi ad un giretto.

Già, ma dove giri alle nove di mattina, a Riva? I negozi sono chiusi, i blogger dormono ancora tutti, sedersi ad un bar per una terza colazione è improponibile, se si vuole avere la speranza di riuscire a rimanere dentro i jeans per tutto il resto della giornata. Per fortuna, davanti a me c’era la rocca, e davanti alla rocca un manifesto che indicava una mostra di sepolture romane all’interno del Museo Archeolgico. Così, senza neanche pensarci, sono entrata. Ed è là che, subito dopo la sala delle stele del neolitico e un poco prima di quella delle lapidi romane, l’ho visto, il Sole delle Alpi. Non verdognolo, un pelino più stilizzato di quello di Bossi, ma senza dubbio lui. Se ne stava stampigliato su un coccio di ceramica locale risalente al I secolo a.C., assieme a qualche altro pezzo di piatto con sopra alcune lettere runiche graffite. Un servizio di cucina di chissà quale antica massaia, del periodo appena precedente o contemporaneo alla romanizzazione.

Faceva parte del comprensorio di Brixia, Riva, al tempo: sulle sue sponde gli archeologi han trovato i resti di insediamenti indigeni abbastanza ricchi. Nella sala iniziale del museo ci sono tre manichini che mostrano come potessero essere, questi antichi abitanti: sono coperti di bei panni di lana grezza ma tessuta con eleganza, che ricorda molto certe cose ecocompatibili viste alle recenti sfilate, con cinture molto fashion piene di pendaglietti di metallo, e la donna ha sul capo e drappeggiata sulle spalle una pashmina vezzosa, che quasi quasi potrebbe essere indossata anche oggi.

Non si fecero conquistare dai porci Romani, gli antichi Rivensi. Ma i Leghisti si mettano il cuore in pace: non si fecero conquistare per il buon motivo che si romanizzarono senza troppi traumi, e volontariamente, perché sapevano che Roma voleva dire tranquillità, apertura ai mercati internazionali, sicurezza. Come i Veneti qualche anno prima, diventarono Romani in pratica senza colpo patire, dopo essersi fatti due conti.

La sala dopo quella del coccio col Sole, di soli non se ne trovano più. Gli abitanti di Riva, assieme a Brixia loro capoluogo amministrativo, nel giro di una generazione diventarono Romani fatti e finiti: ebbero vestiti romani, vasellame simile a quello dell’Urbe, le loro botteghe artigiane sfornarono tegole che sono uguali uguali a quelle del resto dell’impero, e le loro epigrafi funerarie furono scritte con un bell’alfabeto latino, elegante e snello, in distici che riprendevano quelli dei poeti della capitale, perché non a caso, del resto, poco più in là, sullo stesso lago, in quegli anni nasceva Catullo. Qualcosa della loro cultura d’origine restò nella loro memoria, in quei nomi che erano latinizzati, ma portavano in sé sempre tracce di radici non latine, e nelle dediche alle divinità che avevano assunto nomi romani, sì, ma erano ancora pensate come le antiche dee delle fonti e delle acque, tanto che una lapide dedicatoria parla di Iunones, al plurale, identificando la sposa unica di Giove Ottimo Massimo con chissà che cavolo di triade di ninfe acquatiche locali. Magari a casa loro, eredità di qualche lontana bisnonna, sarà rimasto il servizio buono con un Sole delle Alpi stampigliato qua e là. Ma la loro testa ormai ragionava come quella degli altri milioni di sudditi dell’impero, la loro cultura era quella là, quella delle terme dove passare i pomeriggi, delle città dotate di teatri e piazze in marmo, del Senato municipale in cui sedevano ben tronfi i maggiorenti, del foro dove dibattevano gli avvocati, delle vie lastricate che portavano tutte, inevitabilmente, a Roma.

Seppure Celti di origine, i Celti veri che stavano al di là delle Alpi li guardavano come dei poveri barbari rozzi e primitivi, e gli avessero detto che erano dei miti a cui ispirarsi si sarebbero offesi. Era Roma che aveva dato loro sicurezza, stabilità, case comode in muratura al posto di capanne, collegi di naviculari in grado di solcare il lago e garantire collegamenti con il resto d’Europa, pace, prosperità, ricchezza. Sulle scuole e sugli edifici pubblici, gli antichi Rivensi, ci mettevano i simboli dell’Urbe, non gli antichi soli più o meno alpini. E ai loro figli fecero studiare il latino, lasciando cadere il celta e gli antichi alfabeti e dialetti nel pozzo nero in cui cadono tutte le cose cui non siamo legati più. Delle loro origini conservarono memoria, ma come di un vezzo esotico da ricordare attorno al fuoco, perché Roma era il futuro e loro compiutamente Romani si sentivano, anzi erano, senz’ombra di dubbio, perché a Roma avevano dato poeti, scrittori, generali, governatori di Province, senatori di rango. Nella cassapanca di casa, fra i retaggi degli avi, potevano avere di certo qualche vecchia suppellettile con il marchio del sole, e magari un graffito in alfabeto runico come amuleto, in ricordo di antichi antenati lontani del tempo e ancora cari. Ma se qualcuno gli avesse detto che i Romani erano dei porci, si sarebbero incazzati come bisce. Perché i Romani, i Romani erano loro, per gli dei.