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Avevo ventidue anni quando misi piede per la prima volta nella redazione di un giornale. Non avevo mai scritto un articolo prima, nemmeno per un foglio parrocchiale o il ciclostile di quartiere, ma, per quelle botte di fortuna che capitano a volte, il padre di un mio amico che lavorava al giornale e aveva letto qualche raccontino mio aveva sentito che il collaboratore del mio paese se ne stava per andare e cercavano un sostituto.

“La conosco io una ragazza che scrive bene…” disse al suo amico Caporedattore. E il Caporedattore, che non aveva altri più raccomandati, o era semplicemente troppo pigro per cercare qualcuno, mi chiamò quel giorno stesso.

Come si faceva il mestiere me lo spiegò in due parole, mentre io manco mi arrischiavo a sedermi sulla sedia, da tanto ero agitata: “C’è la cronaca bianca, cioè la politica, la cronaca nera, cioè i morti, in incidente oppure ammazzati, e poi il resto, che fa un po’ colore. Tu vai in giro, parla con la gente e cerca le notizie. Scrivi frasi brevi, racconta solo i fatti, e manda il numero esatto di righe. Ti tengo in prova un settimana, e poi vediamo un po’.”

Non mi ricordo se mi strinse la mano o mi congedò con un cenno e basta. So che mi congedò, e io mi ritrovai là fuori, nel mondo.

Oddio, mondo. Spinola, per essere precisi. Che del mondo è una parte infinitesima, ma riflette in sé, seppure in scala ridotta, tutto quello che accade nell’Universo.

Non ho mai avuto il sacro fuoco per il mestiere, ma io sono fatta così, di sacri fuochi ne ho mai avuti per niente. Però quell’andare in giro in cerca di notizie, ecco, quello mi piaceva. Pur non amando alla follia l’umanità, gli esseri umani mi sono sempre sembrati interessanti. Adoravo quel lavoro che mi permetteva di incrociare continuamente vite altrui, intrufolarmi in storie ed ambienti che non mi appartenevano. Trovavo divertente la politica, con i consigli comunali strascicati a tarda notte, fra assessori incapaci di dire due parole in Italiano, consiglieri che alle tre, ciucchi dal sonno, credevano di votare una delibera e ne stavano votando invece un’altra, logomachie provinciali per ordini del giorno sulla Striscia di Gaza da spedire a Sharon che si mischiavano allegramente a petizioni per spostare i cassonetti puzzolenti della pescheria da davanti casa. Era un mestiere che ti portava ad entrare nelle ville venete a appena ristrutturate, dove il proprietario tronfio ti offriva lo spritz per farti vedere il restauro di un affresco di Tiepolo sistemato fra i divanetti feng shui, e il giorno dopo nelle case dell’Ater, in cui i fregi decorativi erano fatti dai ghirigori delle muffe; nelle aule scolastiche dove abitavano gli sfrattati, nelle sagrestie delle nuove chiese di cemento in cui si organizzava il primo “sagròn” di San Vattelappesca; nei salotti piccini delle villette a schiera piccine dove siorette piccine ti servivano caffè in tazze minuscole, raccontando contorte beghe di ingiustizie condominiali.

Nel mio piccolo feudo mi occupavo di tutto, dalle interviste al Sindaco ai funerali. C’erano i giorni belli e quelli un po’ meno. Quando ti capitava l’incidente, o la rapina in banca finita male, e tu arrivavi sul posto trafelata mentre l’ambulanza era ancora ferma, sulla strada si vedeva il rosso del sangue e il cadavere era per terra, coperto appena da un lenzuolo bianco da cui uscivano le scarpe. Perché le scarpe, vai a sapere perché, escono sempre dal lenzuolo, e nessuno ha mai capito come mai non abbiano ancora pensato che le lenzuola sarebbe meglio prenderle più lunghe. C’erano le cose che mai avresti pensato esistessero, e ancora meno avresti creduto di poter fare: come quando il caposervizio ti faceva un cazziatone perché gli serviva la foto del morto, e allora tu su, via, a suonare il campanello alla vedova affranta per chiederle con faccia di bronzo un ritratto del marito, e, se ti mandava affanculo come meritavi, ad andarla a rubare dall’epigrafe attaccata agli angoli della strada, cercando di non farti beccare da un vigile solerte.

C’erano i giorni in cui ti divertivi come una pazza, perché era bello, sotto elezioni, accompagnare alle due di notte le urne scortate che tornavano in Comune per la conta, e poi, alle tre, sotto la pioggia che scrosciava, uscire sul piazzale del Municipio e dettare all’impronta il pezzo che decretava il vincitore, mentre i supporter delle varie liste facevano saltare a pochi passi da te i tappi delle bottiglie di champagne.

Forse quello che mi piaceva più di tutto era lo stare in giro a raccattare storie, collezionare personaggi, situazioni, uno dopo l’altro, come figurine di un album tutto mio, che magari manco arrivava poi al giornale.

Forse per questo oggi, quando vedo e sento di queste redazioni virtuali, in cui i giovani giornalisti stanno solo seduti davanti ad un desktop a leggere e ricompattare quello che altri scrivono e buttano in rete, per partorire chiose di chiose, e commenti di commenti, e sono convinti che questo sia il futuro del giornalismo e dell’editoria, a me viene una stretta al cuore.

Mica perché voglio dire che ai miei tempi noi si era più bravi. Solo perché, a stare davanti ai loro monitor invece che a cercare le notizie per strada, a muso a muso con la gente, non sanno quanta vita si perdono, quei ragazzi lì.