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A Salvo Mizzi, ringraziandolo per tutto.

Ora, io a qualche convegno, in passato, ero pure stata invitata, e ho perso il conto di quanti ne ho organizzati. Ma erano convegni in Università, di quelli finanziati con i fondi della ricerca: vale a dire che si pagava ai relatori famosi l’albergo decente, e agli altri, fra i quali io ero sempre compresa, la stanzetta in qualcosa che veniva spacciato per un hotel solo fintanto che i Nas non controllavano, il servizio trasporto era assicurato dal volenteroso passaggio sull’auto di seconda mano e senza aria condizionata del borsista di turno e il pranzo, salvo buffet garantito da sponsor generoso, era un panino preso al bar, pagando alla romana le bibite.

Immaginatevi voi quando mi è arrivato invece l’invito alla Venice Sessions, comprensivo di cena di gala e prenotazione in hotel sciccosissimo a Venezia: la prima reazione è stata quella di chiedere se per caso non ci fosse un errore, ed erano sicuri di voler invitare proprio me. Ricevute rassicurazioni, mi sono così apprestata a godermi due giorni da vip: una esperienza da fare, perché il mondo, visto con un badge appeso al collo, assume, vi assicuro, prospettive nuove.

Già al mio arrivo in hotel mi sono resa conto che avevo spedito nel panico la gentile signorina dell’accoglienza, rossovestita in giacca di ordinanza Telecom nonostante il caldo africano, e sfoggiante un sorriso che so benissimo, per averlo dovuto sfoggiare io pure in innumerevoli occasioni, quanto costi: “Ma è arrivata qui da sola da Piazzale Roma? Bastava che ci avvertisse, le mandavamo una lancia…”. Ecco, a me non è mai capitato, a Venezia, di salire su un taxi acqueo che ti scarica al pontile di casa, senza dover smadonnare su un vaporetto stracarico di turisti che ti si inzeppano sulla schiena: già da questi piccoli particolari capisci come la percezione di una città, per alcuni, è necessariamente diversa. Mentre finiscono di registrarmi, arriva al bancone Carlo Massarini, anche lui ospite. Sorrido; intuendo che anche io faccio parte della stessa compagnia, di riflesso automatico sorride anche lui; da brava Mrs Smith a Washington mi domando per un attimo se sia il caso di presentarmi, e come, ma, mentre ci penso, Massarini, che ha anni di convegni alle spalle e quindi sa come sbrigare in fretta le formalità, ha già firmato tutto e si dirige verso l’ascensore. Intanto la signorina Telecom mi ha già consegnato la chiave elettronica della stanza e mi chiede se vuole che faccia portare su i miei bagagli; quando le dico che non è il caso perché ho solo la borsa che ho a tracolla, mi guarda, sempre più stupita: “Solo quella?”. Se sapesse che sono riuscita a stiparci dentro anche i sandali col tacco e il vestito da sera la sua ammirazione crescerebbe vieppiù.

La camera è di un lusso imbarazzante, con bagno marmoreo in stile pompeiano, dotato persino di collezione di tubetti di crema da corpo, nonché programma consegnato per informare gli ospiti che la cena è alle nove, nel ristorante al piano terra. Prima però delle nove devo andare a recuperare altri amici, perché Venezia in questi due giorni è la calamita italiana dei guru del web, c’è tanta di quella guraggine 2.0 in giro per le calli che la Silicon Valley ci fa un baffo.

Così parto per il Venicecamp e scarpino fino all’Arsenale, dove un tempo i veneziani facevano la galee, ed ora invece fanno il punto su nuovi tipi di navigazione, per cui, cambiati i mezzi, in fondo la destinazione d’uso è la medesima. Ma quando arrivo Catepol e Gigi Cogo han già finito, dunque si parte tutti in comitiva per quello che è l’appuntamento 2.0 più importate della giornata: lo spritz con Dania, che festeggia la sua assunzione a tempo indeterminato (contraccolpi possibili sul web: dovrà cambiare titolo al tumblr?). Il giro di spritz coincide con il giro di cazzeggio su Friendifeed, in cui tutti fingiamo di aver fregato l’account a Gigi Cogo, e postiamo a suo nome una versione social di un tormentone tipo “Alla fiera dell’Est”. Intanto arrivano o passano tutti: Stefano Epifani, Andrea Casadei, Ernesto Belisario, Marco Camisani Calzolari Michele Ficara, Massimo Mantellini, Gianluca Neri, Carlo Reggiani con Stefania Girelli, Joshua Held, Marco Massarotto. Siccome son l’unica novellina, si divertono, i perfidi, a dirmi che la cena della sera sarà una cosa formalissima, una epitome di guraggine del web come non si riesce manco a raccontare. Massarotto, vedendo che sbianco, dice: “Guarda che ti metto al tavolo con Bernabè, anzi proprio seduta vicina!” “E io ti tolgo l’amicizia in Facebook…” replico, che come minaccia non sarà granché, ma mi pare molto 2.0.

Meno male che Veroniha (nick con la h per rendere eufonicamente l’origine toscana) ha pietà di me e mi garantisce che riuscirà ad imboscarmi in un tavolo tranquillo. Difatti riusciamo a prendere possesso di un tavolino di lato, cui ci sediamo assieme ad altri quattro ragazzi, tutti incredibilmente belli e tutti abbondantemente sotto i 40 anni (faccio finta di niente, mi sa che, ad un controllo di carte di identità, la decana del gruppo risulterei io). Quando mi informo su cosa facciano, la prima risposta è: “È complicato”. In effetti, poi spiegano che sono tutti esperti di comunicazione d’impresa a vari livelli, o si occupano di organizzazione di eventi e festival. Quando chiedono cosa faccia io, rispondo invece: “È semplicissimo. La prof alle medie.” Nei loro occhi vedo passare una domanda che per cortesia non hanno il coraggio di fare, e che è la stessa che mi son fatta io: “E quindi che ci fai qua?” “Gestisco anche un blog…” chiarisco. “Ah, e come si chiama?” chiede Gabriele. “Il Nuovo Mondo di Galatea.” Mi guarda, stupito: “Ma quindi tu sei Galatea? Caspita, ma la mia collega è una tua fan, mi dice sempre che hai un blog bellissimo! Quando torno in ufficio le dico che ero seduto accanto a te, anzi dopo le mandiamo un messaggino!” Già mi pare di essere una specie di star hollywodiana, quando Marco Massarotto mi presenta Salvo Mizzi – il padrone di casa, in pratica – cui devo l’invito. Quando lo ringrazio mi dice: “Ma tu scrivi meravigliosamente!” E a questo punto, confesso: il mio ego parte a razzo verso la luna e comincio a capire come deve sentirsi tutti i giorni Angiolina Jolie.

La mattina dopo, a colazione, nell’ascensore conosco Max Cavazzini. Ci sediamo in un tavolinetto accanto a Salvo Mizzi, Luca Sofri e Massimo Mantellini, tavolo che, oltre al più alto condensato di blogstars possibile, ha anche la concentrazione più alta di iPad presente al mondo, praticamente più di uno a testa. Luca Sofri mi saluta gentilissimo: “So che ci siamo conosciuti e che abbiamo anche fatto un viaggio in macchina assieme, ma non mi ricordo in che città eravamo..”. Mantellini non mi conosce e si informa su chi sia. Salvo interviene, deciso: “Scrive benissimo, dovresti leggere il suo blog.” E’ fantastico quando un grande pubblicitario ti fa campagna promozionale…

Intanto è ora di andare al convegno, nel convento di S.Salvador, di cui io avevo visto solo la facciata, e invece dentro ha un’infilata di chiostri uno più bello dell’altro. La gentile signorina Telecom del giorno prima è di nuovo in servizio, ci registra, ci smista, ci fornisce le credenziali per l’accesso ad internet, sempre sorridendo per convincerci che questo è il migliore dei mondi possibili, e, casomai non lo fosse, c’è lei a provvedere che lo diventi.

Io e i miei ex compagni di tavolo ci siamo seduti giusto di fronte a Sofri, Mantellini, Neri, Ficara a Cavazzini. Fra di noi abbiamo gia creato una mailing list con cui ci scambiamo mail di commento agli interventi, mentre i commenti pubblici li mando con l’iPhone direttamente su Twitter, e da là compaiono sullo schermo gigante alle spalle dei relatori. Ogni volta che ne posto uno, su FF Ficara e Cavazzini ci mettono sotto il like, il che alla fine sembra un po’ come a scuola, solo che invece dei bigliettini ci scambiamo i twit: per quanta tecnologia abbia a disposizione, per fortuna l’essere umano resta sempre un bambino che gioca.

Quando finalmente arriva il momento del pranzo, mi avvio verso la sala e sto giusto per affondare la forchetta in una splendida parmigiana di zucchine quando sento una voce alle spalle: “Ma tu sei Galatea?”. E’ un cortesissimo signore anche lui ospite del convegno. “E tu che nick hai in rete?” chiedo. “No, io non ho un blog, lavoro per la Telecom.” Azz, comincio a pensare che la blogger più letta negli uffici Telecom devo essere io… intanto nel cortile si stanno svolgendo le interviste per la rete televisiva aziendale. Il giornalista ed il cameraman intercettano tutti gli ospiti di riguardo per far domande sul convegno. Sono là che spio incuriosita, quando il giornalista viene verso di me e, molto gentile, mi domanda: “Scusa, quando hai finito di mangiare, puoi venire anche tu che vorrei intervistarti?” La forchetta mi si blocca nel bel mezzo della parmigiana. Lo guardo basita e domando: “Ma sei sicuro di voler intervistare proprio me?” “Certo! Sono un tuo lettore!” Lui ed il cameraman cominciano a provare le inquadrature e le domande, perché io sono agitatissima (non ho mai fatto una intervista televisiva), quando alle mie spalle arriva Salvo che li scruta e dice, con tono serissimo: “Mi raccomando, trattatela bene!”. A quel punto ho il sospetto che la più agitata per l’intervista non sia più io.

Poi si rientra tutti nella sala, gli interventi si accavallano, e si arriva alla fatidica ora in cui scatta Olanda-Brasile. Che i guru del web, quelli veri che la sanno lunga, ovvero Sofri, Mantellini e Neri, stanno chiaramente vedendo in streaming sui video dei loro computer, e ogni tanto Luca de Biase va a spiacchiare; mentre io che sono di fronte, e sono accerchiata da giovani serissimi che guardano solo lo streaming della conferenza, soffro un po’. Ma per fortuna ci sono le vignette di Joshua, così divertenti che di nascosto io, come quasi tutti, le fotografo con il telefonino.

Poi sì, alla fine la Venice Session si chiude, tutti si baciano, si salutano, si scambiano mail, link di facebook, e via, a prendere aerei e treni ad alta velocità, che però li fan brontolare perché dentro le chiavette non prendono e internet non funziona. Io prendo la mia borsa, vado al vaporetto, poi arrivo in piazzale Roma, per salire sul mio solito autobus, che, al solito, è privo di aria condizionata. E mentre caracolla sul ponte nel caldo africano verso il mio paesino ai confini fra il suburbio e la campagna, tutta appiccicaticcia per il sudore, mi dico: “Ok, ti sei divertita un mondo. Ora torniamo alla realtà.”

Avvertenza: Attenzione, questo è un post fortemente ironico e di puro cazzeggio, la cui lettura è sconsigliata a chi è privo di senso dell’umorismo . Sui contenuti della Venice Session 5 magari scrivo un post nei prossimi giorni. Oggi no, ero allegra e faceva troppo caldo.

P.S. I link mancanti ai blog personali dei nominati appena li trovo li metto.