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Bella, certo, lo deve essere stata parecchio. Ma più ancora che bella, prorompente. Di quelle donne che quando passano, non passano mai inosservate. Anzi, non passano inosservate anche se non passano, ma si limitano a stare ferme.

A dodici anni già così ben sviluppata che mezza Roma faceva la coda dal padre per chiederla in moglie. Be’, magari non solo perché era un sventola di figliola. Il fatto era che i Messalla erano una delle famiglie più in vista dell’Urbe, e i Domizi, da cui discendeva la madre, ancora di più. Nel groviglio di parentele che l’alta aristocrazia romana era riuscita a costruirsi nel giro di poche generazioni, Domizia era cugina dei Giuli, ma discendeva anche da Antonio, e avendo sposato il figlio di Messalla Corvino, oratore famoso e Padre Coscritto fra i più influenti, era diventata parente di tutti quelli che in Senato le mancavano nell’albero genealogico di famiglia. Logico che per la figlia sognasse un matrimonio di quelli da favola, che portasse prestigio alla gens, una strada aperta verso il potere e chissà, un domani il trono. E Messalina, così bella da far girar le testa a tutti, pareva fatta apposta per realizzare il sogno di una madre ambiziosa.

Peccato. Peccato che sul trono, al momento di dover scegliere il pretendente, ci fosse un tipetto come Caligola. Che era matto, ma benché matto non era scemo. Cresciuto in una famiglia dove l’unico mezzo sicuro per sopravvivere era ammazzare tutti quelli che avrebbero potuto far uccidere te, Caligola subodorò che la vivace cuginetta dodicenne poteva essere un pericolo. Non tanto in sé, che forse, dopo averla guardata una volta o due, s’era reso conto pure lui, per quanto matto, che Messalina era una bella ochetta, bona quanto si vuole, ma incapace di tirar le fila di un ragionamento che non riguardasse il trucco o i pettorali del primo fustacchione che le capitava attorno. Il problema era che le belle ochette, quando si sposano e son cugine dell’imperatore, fanno entrare i mariti nella cerchia dei possibili aspiranti al trono. I mariti delle belle ochette, insomma, sono pericolosi, alle volte pericolosissimi, perché un uomo capace di sposare una bella ochetta per convenienza è capace di qualsiasi altra cosa, è risaputo. Quindi Caligola, matto ma furbo, decise di provvedere per tempo, e accasò la bella ochetta con il più inoffensivo personaggio che potesse venirgli in mente: lo zio Claudio. In quanto zio dell’imperatore, non rappresentava un nuovo ingresso nella cerchia familiare. In quanto Claudio, poi, nessuno riusciva proprio ad immaginarselo fonte di possibili insidie: era un cinquantenne bolso, balbuziente, anche un po’ zoppignaccolo, già marito poco fortunato di due mogli, di cui una cacciata perché gli metteva le corna, e avvezzo a starsene chiuso per la maggior parte del tempo in biblioteca, a partorire trattati noiosissimi su argomenti altrettanto noiosi: la storia etrusca o le lettere che l’alfabeto latino avrebbe dovuto adottare per essere più chiaro nella pronuncia. Insomma, Claudio, suvvia: uno che, ci fossero stati all’epoca i computer, sarebbe stato il prototipo di tutti i nerd.

Secondo me Caligola, che era un matto con una tendenza sadica ben precisa, ad aver creato questa coppia da Pupa e il Secchione ci rise per settimane. Vedere la cuginetta procace che entrava alla reggia con tutta la spocchia che è propria delle ragazze bone ma si doveva trascinare dietro quell’ammasso di noia del marito, vecchio e traballante, intuire i suoi sbuffi di rabbia nel doversi sorbire a pranzo a casa i filosofi amici di lui, che discettavano di etica mentre lei si limava le unghie: uno spasso. Ma chissà, forse dietro all’ordine di quel matrimonio, per la logica contorta di Caligola, c’era quasi la volontà di fare a Claudio un favore. Non doveva poi essergli così antipatico lo zio Claudio, l’unico in fondo che a Caligola, fin dalla più tenera infanzia, non avesse mai fatto nulla di male, anche se forse più per indifferenza che per vero affetto. L’unico, in ogni caso, che Caligola, nell’ecatombe generale di parentado, risparmierà. Dare all’imbranato zio Claudio quella bella pupa con cui svagarsi forse era una carineria, almeno per come poteva intendere le carinerie Caligola. La pupattola dalla madre era stata ben istruita: dovere della moglie romana era partorire al marito un’erede maschio, e poi tanti saluti, ognuno fa come vuole. Così in men che non si dica, Messalina mise al mondo prima una femmina, Ottavia, e poi un maschietto, Britannico. Due figli di cui si dimenticherà immediatamente, tanto erano solo il passaporto per garantirsi l’indipendenza dai doveri coniugali pur conservando lo status di donna sposata, che poi per una matrona era la vera ed unica forma di libertà.

Ma intanto la Storia, quella con la S maiuscola, preparava per Claudio e la di lui giovane moglie un rivolgimento di quelli che lèvati. I Pretoriani infuriati per una vicenda di stipendi e premi promessi e mai pagati si allearono con i soliti Senatori e Cavalieri avvezzi a tramare nell’ombra ma restii a sporcarsi le mani. Un agguato e un massacro, in cui non solo Caligola finì sgozzato, ma persero la vita anche la moglie di lui e la figlioletta quasi appena nata, scaraventata contro un muro come un bambola di pezza. Ma dopo lo scoppio di violenza, i congiurati si resero conto che, eliminato il tiranno, ci voleva comunque un imperatore. E allora via, per le stanze della reggia, con le spade ancora lorde del sangue di Caligola a cercare qualcuno che potesse essere il suo legittimo successore. Qualcuno chi? L’unico Giulio Claudio rimasto in vita, cioè lui, lo zio Claudio, che tutti avevano sempre considerato un bamboccione invecchiato e mezzo scemo. Ma dopo un pazzo furioso, un vecchio mezzo scemo con una moglie ochetta e bambina era un terno al lotto: avrebbero potuto girarlo e rivoltarlo come volevano loro, dopotutto, no? Così Claudio, strappato da dietro una tenda dove s’era nascosto, fu messo sul trono, e accanto a lui, come imperatrice, Messalina.

Vent’anni, figli già partoriti ed un marito che, da bravo secchione noioso, aveva preso sul serio l’obbligo di occuparsi dello Stato. Ci poteva essere situazione migliore per questa antesignana di Paris Hilton? No. E infatti cominciò a godersi tutto ciò che voleva, Messalina: le feste, gli amori, il sesso fatto con bei figlioli compiacenti e muscolosi, attori di fama, gladiatori del circo. In fondo incarnava l’ideale della donna romana: una che non intralcia il marito e di politica non si interessa. Ma qualcosa per occuparsi il tempo lo doveva ben trovare, su. La trasgressione esercitava su di lei un fascino irresistibile, come la roulette per il giocatore. La Roma notturna dove tutto era concesso, il sesso fatto con sconosciuti, i bordelli in cui nessuno ha un nome e ogni prestazione può essere richiesta, e anzi viene addirittura profumatamente pagata: chi dubita che le fonti antiche dicano la verità forse dimentica i club di scambisti disseminati nelle provincie ricche della Val Padana, dove le mogli degli industrialotti locali scambiano parter per una notte o coinvolgono in rapporti a tre lapdancer moldave e bei figlioli che aspirano a fare i pornottatori. Le curiosità delle antiche gentildonne annoiate non sono poi così diverse da quelle delle moderne.

Avrebbe potuto andare avanti così per sempre, in fondo. A Roma le chiacchiere giravano, ma rimanevano a mezza bocca, anche perché poche erano le matrone che non avessero da rimproverarsi qualcosa di similare. Ma è sempre il granello di sabbia che fa inceppare il meccanismo più oliato. Dei tanti che si porta a letto, uno le fa perdere la testa. Si chiama Gaio Silio, è giovane, è aristocratico, forse è innamorato anche lui, forse sa solo farglielo credere molto bene. Per lei lascia la moglie, e le propone il matrimonio: chissà se è solo stupido, Gaio Silio, o dietro la passione c’è il progetto megalomane di chi spera attraverso Messalina di mettere le mani su Roma.

Hanno un piano, i due? O sono solo davvero così cretini e sventati come appaiono dalle fonti? Fatto sta che celebrano un matrimonio barzelletta, sì, ma in pubblico, e millantando di aver persino il permesso dell’imperatore. Claudio cerca di far passare la cosa come una mattana, perché è pigro di suo, e poi magari pensa che lo scandalo si sederà in pochi giorni, regredendo al livello di pettegolezzo hard, e Messalina poi è pur sempre la madre dei suoi figli. Ma il suo ministro lo costringe a guardare in faccia la realtà: questo non è un capriccio, e non è uno scherzo: come marito può anche accettare di passare per scemo, ma come imperatore no. Anche Claudio è cresciuto in una famiglia dove se si vuole sopravvivere bisogna ammazzare chi ti può togliere di mezzo. E per la prima volta in vita sua ragiona come un Giulio: se deve scegliere fra salvare la vita e il trono e salvare la vita di quella bella pupattola che gli è stata moglie non ha esitazioni: firma la condanna a morte per Messalina ed il suo amante.

La morte dell’imperatrice ha qualcosa di surreale. Gaio Silio si rende conto che è finita, e si fa uccidere da Romano. Lei no. Ai sicari che la vengono a cercare si mostra stupita, del tutto inconsapevole, cerca di maldestramente di scappare o di ottenere pietà. Come se non avesse capito davvero che non si può essere moglie di un imperatore senza essere una pedina della politica, come se non avesse capito che per chi è personaggio pubblico il privato non esiste, e l’incoscienza neppure. Muore, e l’impressione è che non sappia neanche lei perché, un po’ come era vissuta, questa pupa ante litteram. Perché Messalina sì, era bella e sfrenata e affascinante. Ma, prendiamone atto, oca come poche, eh.

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