Confesso di aver seguito, ieri sera, i risultati che pian piano arrivavano con la stessa distaccata freddezza con cui ho seguito l’intera campagna elettorale. Giusto un retrogusto amaro di delusione quando ho visto che nel Lazio non ce la faceva la Bonino, ma niente di più. Se la campagna elettorale mi aveva appassionato poco, invece mi diverte assai lo scenario che gli esiti del voto hanno aperto. E’ uno scenario molto italiano, perché, all’apparenza, sembra che sia cambiato poco o nulla, se non ciò che era scontato cambiasse; ma i piccoli svisamenti, in Italia, come nel jazz, sono quelli che trasformano l’intero brano.

Tanto per cominciare, qui in Veneto siamo diventati Leghisti. Ma non perché, da domani, il nuovo inquilino di palazzo Ferrofini sarà Luca Zaia al posto del dimissionato Galan (che forse riuscirà ad afferrare il posto rimasto vacante di ministro dell’Agricoltura): in Veneto quello fra Lega e Pdl non è stato un normale avvicendamento fra alleati, ma una presa del potere vera e propria: prima lo sgambetto per ottenere la candidatura, con siluramento del Governatore uscente tramite pressioni su Silvio, dopo che da almeno due anni il Galan e tutto lo stato maggiore pidiellino erano oggetto di critiche feroci da parte della periferia leghista; poi una campagna elettorale in cui Galan e Zaia si sono comportati come i coniugi Rose separati in casa, mentre famigli ed amici si impallinavano con gioiosa crudeltà e nessuna ipocrisia. La Lega si giocava tutto, e fallire in una roccaforte come il Veneto sarebbe stato facilissimo, perché il minimo cedimento avrebbe dato modo agli avversari di sbeffeggiarla. Ce l’ha fatta, invece, travolgendo tutto e tutti. Le interviste al Tiggì regionale di ieri sera fotografavano in diretta la situazione prossima ventura: mentre un Tesserin quasi esangue e sudaticcio si aggrappava al fatto che la Lega non era riuscita a diventare il primo partito, un Gentilini rubizzo e tronfio diceva, papale papale, che i Leghisti si dovevano comportare come Brenno, usando la spada e il “guai ai vinti”, che, proprio perché vinti, si “dovevano allineare”. Ma i “vinti” a cui faceva riferimento, l’ha detto esplicitamente il Genty, erano quelli del Pdl. Non gli ha aggiunto che li avrebbe vestiti da coniglietti e usati come bersagli, ma poco ci mancava.

Della Lega si può dire molto, e per chi venga da una visione della politica ispirata agli ideali delle democrazie liberali vecchia maniera, quasi nulla di positivo. E’ un partito rozzo fatto di uomini e donne spicci. Ma se si va al di là dei limiti oggettivi del folklore, solo allora si riescono a capire le radici del suo successo, che altrimenti resta incomprensibile. Nel bailamme dei partiti italiani della seconda Repubblica, che nascono e muoiono in provetta o assemblando pezzi di dirigenze avanzate da esperimenti precedenti, la Lega è l’unica che sia veramente radicata nel territorio, l’unica, per altro, che abbia saputo partorire e far crescere al suo interno una generazione di amministratori locali (consiglieri, sindaci etc.) autenticamente suoi, che si sono fatti tutti i gradini della gavetta, portando manifestini, allestendo banchetti nelle piazze, raccogliendo firme casa per casa non solo ogni quattro anni per la presentazione delle liste elettorali, ma per ogni singolo cazzo di petizione di quartiere e di via. Mentre i politici degli altri partiti sono calati dall’alto, il politico medio leghista con il suo elettorato ha un cordone ombelicale stretto; e, c’è da dire, l’elettorato anche con il suo rappresentante va per le spicce: ne ho visto più d’uno prendersi in faccia fischi e vaffanculi per aver deluso specifiche attese. Non sarebbe mai potuto accadere nelle sezioni di Forza Italia o AN, e manco del PD, ma in una sezione leghista sì.

Il successo della Lega si fonda, in pratica, sui suoi limiti oggettivi: è un partito locale che conosce il suo territorio come il palmo della mano e parla un linguaggio elementare e veloce. Il che le permette di essere efficace quando ha a che fare con le realtà concrete e piccole, o molto specifiche e settoriali. Mostra le corde quando deve affrontare contesti più vasti, soprattutto quelli in cui due o più esigenze locali possono entrare in conflitto diretto. La sfida di Zaia sarà questa: trovarsi a dover bilanciare più esigenze contrapposte e territori con alle spalle diverse storie e diversa tradizione, ma anche con settori economici che sono in rotta di collisione in un momento di crisi. L’elettorato leghista, fatto di piccole imprese, ma soprattutto di artigiani ed operai, ha una diffidenza ed insofferenza atavica per tutto ciò che supera il limite dell’orizzonte: odia la grande industria, il grande appalto, il grande piano; preferisce il piccolo e subito, perché ha l’idea di poterlo controllare meglio e meglio gestire, soprattutto di poterlo gestire da solo senza intromissione di “foresti”, che non si sa da dove vengono e dove andranno. La Lega nasce nelle piccole comunità, in cui il controllo è a vista, affidato al vicino di casa: di poveri e ricchi si sa tutto, compreso quanti soldi hanno in conto corrente, in che scuola vanno i figli, chi si sposano o ospitano in casa. La comunità dà forza, e proprio per questo c’è l’ossessione delle radici, della tradizione, dell’identità. Si diffida dello straniero, ma in fondo anche di quello del paese accanto, che sempre in parte “diverso” è. Sono comunità che funzionano, quando funzionano, bene come delle piccole ed oliate macchine da guerra, ed in cui ogni membro accetta di fare la sua parte con caparbia determinazione: hanno una gran forza d’urto, anche economicamente parlando, ma spesso poi si trovano spiazzate quando arriva l’esigenza di fare sistema, di superare il “particulare” per organizzarsi in un contesto più ampio che richieda soluzioni più sofisticate, o semplicemente più moderne ed innovative.

Ora che è diventato grande partito del Nord, la Lega ha davanti a sé un bel rebus: rimanere calata nel contesto specifico del locale, gestendo però un territorio composito e i rapporti con lo Stato. E non solo questo: anche ridefinire equilibri interni, fra il nucleo originale Lombardo e le “periferie”, che ormai hanno loro leader conclamati e vincenti, perché bisogna tener conto che all’elettorato leghista trevigiano e vicentino Roma ladrona sta sulle balle, ma pure l’idea di farsi dare ordini da Milano non gli fa sorridere il cuore. E soprattutto tenere sotto controllo i meccanismi di selezione della sua futura classe dirigente: perché, dopo una ventina d’anni, siamo in seconda generazione, e i figli di, Bossi in primis, scalpitano per un posto al sole, o almeno in Consiglio Regionale. Avendo avuto una gavetta per lo meno facilitata, cosa che va contro a tutto i credo leghisti, però. E a sentire Bossi Junior che ieri sera, intervistato, si candidava in pratica a delfino del partito, ho l’impressione che a più di un leghista doc non sia venuto un brivido lungo la schiena, ma proprio un giramento di balle, e come non mai.