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Le matrone, per esempio, si facevano pagare. In denaro sonante, o con l’equivalente in gioielli. Se si concedevano ad un amante, il dono era d’obbligo: un bella borsa di sesterzi, commisurata al grado del corteggiatore. Una questione di prestigio, a quel punto, essere generosi: se uno era un patrizio, un altero senatore con il laticlavio e la puzza sotto il nobilissimo naso, mica poteva cincischiare  e cavarsela con una mancetta o un anellino.

Per le antiche matrone, non c’era nulla di disdicevole: la mentalità aristocratica è sempre stata improntata sullo scambio di doni fra pari grado. Se la matrona donava se stessa, l’amante donava del suo. Patrimonio s’intende.

Del resto, se una matrona non voleva regali, in casa aveva begli schiavi giovani e forti che poteva chiamare nel suo letto gratis, o farsi assumere in un bordello sotto falso nome, come fece persino l’imperatrice Messalina, o comprarsi una notte con un meraviglioso gladiatore del circo; e se un nobile senatore non voleva rischiare esborsi, aveva a portata di mano ancelle e paggetti. Quindi, quando si giocava invece fra gente dello stesso livello, ed alla pari, per ogni concessione andava pagato il corrispettivo. In moneta sonante, non in bei sospiri e giuramenti d’eterno amore. Vuoi proprio me? Paghi.

Non si sentivano puttane. Non più di quanto si sentissero tali a venir vendute in matrimonio a questo o a quello, da padri e fratelli, per convenienza politica. Il corpo delle donne a Roma era veicolo e tramite di potere. E allora, una volta sposate al coniuge di turno, che assai raramente era innamorato di loro e quindi raramente soggetto a refoli di gelosa passione, giocavano in proprio.

Chissà se era meglio. Un bel gruzzolo di monete d’oro fatto recapitare a casa, dalle mani di un solerte schiavetto, con un bigliettino di grazie.

Almeno, se poi non ti vuole più, o sei tu che non lo vuoi rivedere, nessuno ha di che offendersi, o recriminare. E puoi comprarti, senza dover mimare uno sdegno ipocrita o che qualcuno abbia da ridire, dei sandali da urlo.

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