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Allora, cerchiamo di fare il punto.

Da qualche giorno sui giornali impazza una polemica sulla “verità” in internet: l’assunto su cui è fondata la bagarre, portata avanti da alcune grandi firme della carta stampata contro il dilagare della “rete”, è che il web 2.0 si stia rivelando una ciofeca, anzi, per esser più precisi, una vera e propria jattura.

Ad aprire le ostilità è stato Gianni Riotta, il quale è andato ad intervistare – o farsi intervistare, giuro che in alcuni passi dell’articolo non è ben chiaro – Jason Lanier, presentato come “guru del web” perché è uno degli sviluppatori che hanno creato videogiochi ed applicazioni virtuali di gran successo (che è un po’ come definire “esperto esclusivo di alta cucina e ristorazione” uno che non ha proprio un ristorante, ma una pasticceria, per quanto di alto livello, e dunque si occupa tecnicamente di un settore della ristorazione stessa).

Lanier ce l’ha con internet e lamenta l’appiattimento dei contenuti online, che motori di ricerca come Google e l’enciclopedia scritta dagli utenti Wikipedia, importano sulla rete. A Riotta di potergli fare da cassa di risonanza non par vero, perché, si premura di informarci, da tempo denuncia questo fenomeno indegno. Dopo aver lamentato che i video più visti sulla edizione del Corriere e della Repubblica sono amene boiate, e cioè una ragazza che si tuffa maldestramente di culo in un lago e una scema che si infuria per un panino indigesto, chiosa:

Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l’analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete». Il pericolo è invece riassunto bene nelle parole del guru Lanier: «I blog anonimi, con i loro inutili commenti, gli scherzi frivoli di tanti video» ci hanno tutti ridotti a formichine liete di avere la faccina su Facebook, la battuta su Twitter e la pasquinata firmata «Zorro» sul sito. In realtà questa poltiglia di informazione amorfa rischia di distruggere le idee, il dibattito, la critica.

Ora a me – che sono una povera blogger, sarà per questo che non ci arrivo – la logica di questa argomentazione appare piuttosto oscura nel suo complesso. Lanier (e Riotta di conseguenza), sembrano avercela con Google perché il motore di ricerca, una volta messo in moto, seleziona gli articoli per parola chiave, e quindi mette uno vicino l’uno all’altro post che sono scritti da persone diversissime: se io digito “Riotta polemica su internet Lanier” è probabile che domani, magari poco sotto l’articolo di Riotta, compaia il mio post. Capisco che a Riotta questa possibilità sembri un affronto impossibile da sopportare (e chi cazzo sono io, per vedermi catapultata sotto o in fianco a Riotta?), ma il suo giusto sdegno sarebbe motivato solo nel caso non gli fosse chiaro che Google è un algoritmo che setaccia, appunto, per parola chiave e, al massimo, stila una classifica dei risultati in base a quanti contatti ha avuto il post in oggetto. Google, dunque, non è in nessun caso in grado di stilare una classifica di merito per quanto riguarda i contenuti o l’affidabilità di un post. Il pezzo del premio Nobel viene messo a fianco di quello dell’anonimo blogger che di economia non sa un beneamato solo per il fatto che entrambi, blogger ignorante e premio Nobel, si sono occupati in un loro scritto del medesimo argomento. Poi starà al lettore dei due post leggerli e ragionare in proprio sul valore dei due testi, comparandoli e traendone le debite conclusioni. Come? Usando i sani vecchi mezzi della critica, che si applicano da sempre a tutti i testi scritti, ivi compresi gli articoli di Riotta e le affermazioni dei “guru del web”.

Non vedo dunque come “la poltiglia di informazioni amorfe” possa “distruggere le idee, il dibattito e la critica”. Semmai a me pare che finirà per stimolarla: dal momento che io costantemente mi trovo di fronte a testi che mi vengono proposti tutti assieme e che devo vagliare di volta in volta, per determinare quale sia il loro grado di affidabilità, dovrò sviluppare, se voglio sopravvivere, strumenti critici sempre più  raffinati e tenere costantemente alta la soglia di attenzione. Se la preoccupazione di Riotta sta nel fatto che molti utenti non riusciranno agevolmente a capire quale sia un post autorevole o quale no, posso anche concordare con lui: ma non mi pare che questo sia un problema specificatamente legato ad internet, o a Google, semmai alla poca conoscenza su come si debbano usare le fonti scritte di ogni genere e tipo. Una delle leggi dell’economia è che la cattiva moneta scaccia la buona: il best seller scritto malissimo ma pieno di colpi di scena gratuiti ha più lettori dell’opera immortale ma difficile; il giornaletto di gossip vende più che la rivista specializzata di geopolitica, Dan Brown accalappia più fan che una seria opera storica sui Templari, Paperissima con i suoi filmati di tonfi fa più spettatori che non i documentari di Piero Angela e la stragrande maggioranza degli italiani considerano un maitre a penser l’ultimo intronato apparso sul Grande Fratello e non Riotta. Questo anche senza che Google o internet ci mettano lo zampino.

Quello che mi pare ancor più incomprensibile è perché, quando si parla di internet, ci sia la mania di fare, da parte di autorevoli firme della carta stampata, di ogni erba un fascio. Parlassimo dell’editoria tradizionale, nessuno si sognerebbe di comparare il contenuto di un calendario con pin up desnude a quello del saggio accademico di economia; quando si parla di blogosfera, invece, pare che tali strampalati accostamenti siano possibili. Quindi l’articolo del premio Nobel viene accostato al blog di quello che posta filmanti con scivoloni chiappe al vento o al twit in cui l’autore lamenta di essersi rovesciato addosso il caffè. Ma in realtà non è così: anche se per avventura i due post finiranno accostati da Google, poi l’utente selezionerà quello che gli serve in base ai suoi interessi, cioè il filmato chiappe-al-vento se vuole farsi una risata o la serissima disamina del premio Nobel, se sta cercando lumi su qualche problema economico.

Diverso è il caso, invece, se l’articolo scritto dal premio Nobel e riguardante un serio problema di economia finisce accostato da Google con il post di un blog scritto da un tizio che non è proprio un premio Nobel, ma che, essendo esperto della materia, tratta seriamente lo stesso problema di economia che il Nobel ha affrontato, magari contestando anche alcune affermazioni fatte dal paludato accademico. Qui il criterio di valutazione dei due post sarà esattamente lo stesso che se si trattasse di due articoli pubblicati non sulla rete, e cioè la valutazione nel merito. Valutazione che dovrà essere fatta in base a criteri scientifici, quindi non partendo dall’assunto che se il premio Nobel è premio Nobel e viene pubblicato a stampa ciò che scrive ha sempre ed automaticamente valore maggiore delle osservazioni ben motivate di un signor nessuno: se è vero che spesso i signori nessuno sbarellano, è vero che anche un premio Nobel, per dire, può sparare qualche scemenza. Anche qui, in realtà, la rete, più che impedire il dibattito serio, lo dovrebbe scatenare: il premio Nobel potrà conoscere, ribattere ed eventualmente distruggere le argomentazioni portate dallo sconosciuto, posto che esse abbiano dato origine ad una qualche eco, ed eventualmente correggere attraverso la sua risposta informazioni circolanti ma errate; mentre, nel caso l’illustre sconosciuto abbia portato argomentazioni così stringenti da mettere all’angolo il premio Nobel, la scienza ne avrà avuto un giovamento, in quanto la scienza, da sempre, funziona così, grazie ad emeriti sconosciuti che vanno a fare le pulci ai maestri. Poi qualche gonzo che crederà alle argomentazioni farlocche più che a quelle vere ci sarà sempre, ma in questo credo che Google non abbia gran colpa: la stupidità umana è precedente a qualsiasi algoritimo della rete.

Ah sì, poi sulla vicenda si è espresso anche Cotroneo. Vabbe’, tanto per dire.