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Però, in fondo, sotto sotto, lì, proprio lì, in quell’angolino oscuro dell’anima in cui si infrattano le cose che non ti vuoi confessare, un po’ ci speravamo tutti. Che il blog fosse la nostra personale versione aggiornata della favola di Cenerentola, voglio dire. Non nel senso che avremmo trovato il principe Azzurro o a principessa Rosa: le fanciulle ed i fanciulli del web sono più concreti e smaliziati: per il rimorchio le chat funzionano meglio. Quello che speravamo, sognavamo di nascosto nelle nostre fantasie segrete, era qualcosa di più e di diverso. Una di quelle storie all’americana, di quelle favole d’oltreoceano che il web 2.0 pareva rendere credibili ed a portata di mano anche qui da noi: che un giorno, complice un post, per grazia di un twit azzeccato, si accorgesse di noi il mondo che conta. Folgorato sulla via che porta all’aggregatore, l’editore di gran nome, il direttore di testata, il comico tv, il conduttore di prima serata cercasse la nostra mail, sguinzagliasse i suoi scagnozzi per conoscere il numero del nostro cellulare e poi, in ginocchio, con voce rotta dall’emozione, ci chiamasse per dire: “Ohhh, leggo sempre il suo blog, non mi perdo una virgola…perché non scrive qualcosa per me, la prego, la supplico…” E da lì via, rubriche sulla carta stampata, girandole di comparsate tv, capatine ad Anno Zero, opinioni richieste a piene mani da tutti i Vespi del circo mediatico, pareri rilasciati alla Gruber, libri da presentare alle Dandini, interviste da Augias, candidature in parlamento, inviti alle Fondazioni, un programma che non si nega a nessuno, neppure all’ultimo rampollo dei Savoia, per cui figuriamoci a chi è una star della rete.

Invece. Invece un cazzo. I blog invecchiano, i post si accumulano gli uni sugli altri, diventano rubriche fisse, archivi. I lettori spiccioli, persino, salgono come la marea. Nel web sei qualcuno. È tutto un linkarti, tumblerarti, condividerti, chiederti amicizie ed affiliazioni: dilaghi su ogni piattaforma, il contatore scricchiola per il peso dei contatti giornalieri, le classifiche ti proclamano letto, straletto, lettissimo: sul web ti fa un baffo Dan Brown. Ma il resto del mondo, ecco, quello non si accorge di te. Il mondo del web non è virtuale, è parallelo: solo che ti cominci a chiedere se, in Italia, la porta di accesso fra i due universi esista. Di tanto in tanto, fra i blogger, c’è quello che fa il salto e arriva alla carta stampata, al romanzo, al quotidiano, alla tv; ma quando ci arriva, tutti ne parlano come di uno che è diventato qualcuno nel momento in cui ha cominciato a scrivere sulla carta stampata, a pubblicare libri, ad apparire in tv. Prima, che faceva prima? Ah sì, dicono che avesse un blog: lo sussurrano come un pettegolezzo, come se si sapesse che, nel tempo libero, fa i centrini: una di quelle amene stramberie che caratterizzano gli intellettuali. Un blog non è un lavoro, e non è nemmeno una gavetta: è un passatempo, forse una perdita di tempo. Comunque niente di davvero serio, va’. Perché se per caso appari per un’ora in una qualsiasi boiata in tv, puoi scrivere sul curriculum che hai lavorato in televisione, e la gente di guarda diverso il giorno dopo; se pubblichi due righe su un quotidiano organo di un ignoto movimento che è letto da dieci persone a stento, sei però una firma; se stai da anni sul web con il tuo sito, i tuoi pensieri, le tue parole, non sei nulla, se non una manciata di pixel, forse. Il soffitto di cristallo c’è, anche se alle volte prende la forma di uno schermo.