Tag

, , , , , , , , , , , ,

Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Roberto Giacobbo, intendo. Mentre il tempo avanza inesorabile e il vecchio Piero Angela invecchia, Roberto Giacobbo è lì, pimpante, pronto a raccogliere la sfida della divulgazione scientifica in tv. Anzi, non genericamente scientifica, precisiamo: è sulla storia che Giacobbo dà il meglio di sé: la Storia è la sua gran passione. Peccato che, come spesso succede ai grandi amori, la passione, dalla Storia, non sia minimamente ricambiata.

Proprio come capita a chi si prende una cotta adolescenziale per una bella fanciulla, il Giacobbo della Storia si è fatto una idea tutta sua, che non corrisponde alla realtà. Più che una branca della scienza, con le sue regole e le sue procedure di verifica, la considera un sottogenere del fantasy: i dati storici sono come le merci nello scaffale di un supermercato: la gente passa, li prende e li confeziona a piacere, creando bislacche ipotesi con la stessa allegra indifferenza con cui, sotto Natale, si impacchettano i cesti regalo, con le arance sotto spirito che vanno a finire accanto al cotechino con lenticchie precotto. In realtà i suoi programmi finiscono con l’essere non divulgativi, ma istruttivi di certo: andrebbero proiettati nelle scuole di giornalismo per mostrare cosa non si deve fare se si intende presentare al pubblico un reportage serio. Prendiamo la puntata di ieri: a seguirla passo per passo era una meravigliosa serie di chicche imperdibili.

Con gran colpo di scena, Giacobbo ha deciso di fare la puntata natalizia di Voyager dall’Aquila, perché la trasmissione doveva svelare i misteri dei Templari, e L’Aquila è, ha spiegato Giacobbo, città templare per eccellenza. Cioè, a dire il vero, non è che lo abbia proprio spiegato: lo ha lasciato intendere a priori, come se fosse un dato di fatto, senza chiarire bene in base a cosa fossa stata desunta l’idea. Glielo avrà confidato un Templare, chissà. Del resto, si sa che i Templari sono per i matti l’equivalente di Ratzinger o Berlusconi: non c’è psicolabile che non li consideri suoi amici.

Tanto per dare alla cosa un tocco di credibilità, Giacobbo ha cominciato però col dire che L’Aquila è città dove la numerologia ha, fin dalla fondazione, una importanza precipua. E questo perché, sostiene Giacobbo, la città è stata costruita con il preciso intento di diventare una copia, ma rovesciata, di Gerusalemme. Quale sia la fonte da cui trae questa informazione, Giacobbo non lo dice; ma che, le ipotesi storiche devono forse basarsi su uno straccio di fonte citabile? No, ovviamente. Porta però una serie di dati a caso: L’Aquila, come Gerusalemme, sta su una collina di circa 700 metri, e questo, lo ammetterete, è un fatto su cui meditare, giacché nel Medioevo e anche oltre, dovendo fondare una città che serva da rocca contro i nemici, è naturale che la si fondi in pianura, e magari si lasci anche sulla porta urbica uno stuoino con su scritto “Benvenuti” ai primi eserciti che passan di lì. Inoltre L’Aquila, come Gerusalemme, è fondata di fianco ad un fiume: prova delle prove, perché da che mondo è mondo le città le si posizionano nel mezzo del deserto, e lontano dalle fonti d’acqua, non fia mai. Solo che, sovrapponendo le mappe delle due città, Gerusalemme e L’Aquila non si somigliano punto: ma farà desistere Giacobbo, questo piccolo particolare? Ci mancherebbe. L’Aquila, infatti, spiega, è uguale a Gerusalemme, ma rovesciata: il nord al posto del sud, l’ovest al posto dell’est, il fiume a destra invece che a sinistra. Ah, vabbe’, con la testa al posto dei piedi torna tutto, nelle teorie scientifiche di Voyager.

Subito dopo Giacobbo torna a dare i numeri, e si fissa sul 99, cioè il numero dei borghi che costituiscono L’Aquila al momento della sua fondazione e delle bocche della fontana che è il monumento urbico per eccellenza della città. Che 99 sia considerato un numero magico nel Medioevo è cosa risaputa (9 è 3², 9+9=18 e 1+8=9), tanto che Federico II, nel fondare la città, barò un pochino, aumentando a 99, appunto, i castelli coinvolti nel sinecismo, che erano invece una sessantina: scoprire però che i medioevali avevano una passione per i numeri è rivelare l’acqua calda, spacciandola inoltre per aranciata. Non prova assolutamente in alcun modo che i Templari fossero coinvolti nella fondazione o nella progettazione della città, solo che Federico II e gli Abruzzesi a lui coevi sapevano contare e si dilettavano di esoterismo numerico. Siccome Giacobbo sa che la costruzione è debole, eccolo tirare fuori un asso nella manica: sommando i dati di longitudine e latitudine dell’Aquila, si ottiene nuovamente il numero 99, che è lo speculare di 66, il numero di Gerusalemme! Come prova delle conoscenze esoteriche dei fondatori dell’Aquila, lo ammetterete, è sublime: soprattutto perché, a parte i conti che non tornano (per far venire 99 come risultato bisogna tagliare i decimali ai gradi, e forse anche qualche grado intero!), presuppone che i fondatori dell’Aquila usassero già la longitudine e la latitudine misurata con i nostri meridiani e paralleli, cosa difficilmente sostenibile, dato che eravamo in pieno Medioevo e Greenwich fu scelto come punto di riferimento del sistema solo agli inizi del XIX secolo: i Templari avevano delle premonizioni piuttosto avanzate, però, si sa.

Ma Giacobbo trova anche un altro numero, il 111. Per dimostrare che trattasi di un numero squisitamente templare, cita la cattedrale di Chartres: qui la navata centrale è lunga, dice, 70 metri, e l’abside 37, quindi, sommando le due, ritroviamo le proporzioni 37+74 che riportano, come all’Aquila, al 111. Solo se hai bevuto, a casa mia, e a casa di chiunque sappia fare una addizione, e sempre con il piccolo problema che le misure sono date in metri, unità di misura che nel Medioevo doveva ancora essere inventata. L’Aquila, inoltre, si trova, assicura Giacobbo sempre più esaltato, su una linea retta che parte da Gerusalemme e va fino a Chartres. Pure casa mia, tirando rette a caso, potrebbe essere in linea d’aria con Calcutta, il che non implica che chi ha costruito il mio condominio volesse rifarsi alla mistica indiana. Inoltre c’è sempre il problema che la linea si può tirare sulle mappe odierne: su una mappa medioevale congiungere con uno stesso segmento Chartres e Gerusalemme la vedrei duretta: a seconda della carta usata (Nel Medioevo il concetto di “scala” era ignoto e la cartografia andava ad occhio), la retta potrebbe passare anche per Rovigo o Torino o Spalato, a caso, fate un po’ voi.

Abbandonate le prove numerologico-esoteriche, Giacobbo passa a quelle “storiche”. Anche qui, le fonti delle affermazioni sono sistematicamente taciute, ma diamole per buone e vediamo se così come sono proposte reggono ad un minimo di controdeduzioni della serva.

Fra Pier da Morone e i Templari, afferma Giacobbo, c’era un legame stretto, che risale al tempo del II Concilio di Lione (1274), quando Pier da Morone si recò in Francia per evitare che l’ordine da lui fondato, i Celestini, fosse abolito nel generale riordino caldeggiato dal Papa Gregorio X. Pier da Morone soggiornò in una stazione dei Templari durante tutta la durata del Concilio (del resto, dare ospitalità ai pellegrini era uno dei compiti dell’ordine) e i Templari intercessero presso il Papa per evitare che i Celestini fossero giubilati. È probabile che dei cavalieri templari scortassero poi a casa Piero, fino al suo eremo. Giacobbo dice dunque qualcosa di nuovo? No. Insinua però che i rapporti fra Templari ed il pio eremita fossero molto più stretti, tanto che i Templari avrebbero contribuito alla pianificazione urbanistica dell’Aquila. Non è ben chiaro come, dato che la città era stata fondata nel 1229 da Federico II e i progetti urbanistici vanno quindi fatti risalire a quei tempi, ma non risulta che fra Federico e i Templari vi fossero particolari rapporti. Al massimo i Templari potrebbero aver suggerito qualche progetto per S.Maria Di Collemaggio, basilica ricostruita per iniziativa di Piero nel 1275, di ritorno da Lione. Ma fonti che attestino qualcosa del genere non ve ne sono. Dunque? Dunque un cazzo: dal punto di vista storico i Templari c’entrano con L’Aquila quanto un automobilista c’entra con la fondazione di un autogrill.

Giacobbo, invece, è tutto un insinuare: i Templari accompagnano Piero indietro da Lione, e Piero di ritorno da Lione fonda una chiesa? La chiesa è stata fondata per tenere nascosto il tesoro dei Templari, fatto di santissime reliquie, nonché della reliquia più santa di tutte, il Santo Graal. Compare infatti una tizia, che viene indicata come “scrittrice”, la quale afferma che, in base ad un documento della massoneria tedesca del 1700, i Templari possedevano nel loro tesoro un dito di S.Giovanni Battista, e un dito del Battista è reliquia conservata anche all’Aquila. Questo prova, secondo Giacobbo che già ha la faccia soddisfatta di un gatto davanti alla ciotola, che Piero da Morone era il custode del tesoro dei Templari. A parte il fatto che nel Medioevo le dita e i crani del Battista si trovavano disseminati anche nelle cappelle di campagna (il Battista doveva aver avuto almeno sedici mani e due teste), mi sfugge come una lista massonica del ’700 possa essere una fonte attendibile per ricostruire la consistenza di un presunto tesoro dei Templari (il cui ordine vede la fine nel 1314). Ammesso pure che i Templari, dopo averlo ospitato per il Concilio, possano aver regalato al pio eremita un dito di S.Giovanni da riportare a casa – neghereste ad un vecchietto spiritato un pezzo di falange, quando ne avete a dozzine? – non si capisce perché nel 1274, quando sono all’apice della loro potenza economica, i Templari dovrebbero aver affidato il loro “tesoro” in tutto o in parte ad un mistico sì piuttosto famoso, ma del tutto marginale, che viveva sulle cime della Maiella e aveva le stesse possibilità di divertar papa, all’epoca, di quante vent’anni fa Barack Obama ne aveva di ritrovarsi in Campidoglio. Ma Giacobbo non molla il colpo: mostra la Basilica, e dice che recenti scavi hanno portato alla luce uno strato più antico (eh, infatti Pier da Morone l’ha ricostruita!): qui, assicura, ci potrebbe essere una cripta che contiene il tesoro dei Templari affidato a Piero, cioè il Graal. Benissimo, quindi siamo in presenza di un servizio su una cripta inesistente che contiene un manufatto a quanto sappiamo del tutto immaginario: scusatemi, mi sono distratta: gli extraterrestri quando arrivano?

Ma il programma non si ferma qui. Giacobbo, sempre sulle tracce dei suoi Templari, ricostruisce il processo in cui i monaci guerrieri furono coinvolti, dal 1307 al 1324, per ordine, dice Giacobbo più volte, dell’Imperatore Filippo il Bello. Che a me risultava essere solo Re di Francia, a dire il vero, ma è peccato veniale, lasciamo correre. Nonostante quasi tutti vengano arrestati, qualcuno riesce a scappare: sono cose che capitano, nel casino di una operazione così articolata. Che saran riusciti a portarsi via, ‘sti tizi? Giusto qualche moneta nella bisaccia, rubata alla cassa comune della gendarmeria, dice il buon senso. Tutto il resto, immobili e denaro sonante, viene requisito dagli esattori di Sua Maestà. I quali, probabilmente, pensavano che le casse fossero più piene di quanto non risultarono alla fine, tanto che si cominciò a favoleggiare di un mitico tesoro dei Templari sfuggito alle ricerche. Qui gli psicolabili si sono sfogati per secoli, ipotizzando camere segrete con il Graal, manoscritti e mappe, conoscenze scientifiche. Giacobbo pare intenzionati a seguirne le orme, in giro per il mondo, prendendo ogni delirio per oro colato.

Cambio di scenario, non siamo più a L’Aquila, ma in Islanda. Un tizio che si presume sia un erudito locale, spiega che verso il 1200 (ma la data precisa non è chiarita) un capotribù locale arrivò alla localissima adunata dei capitribù scortato da 80 cavalieri stranieri, di cui nessuno sa nulla e che poi sparirono. Si manifesta quindi un altro tizio, italiano ed ingegnere, ma appassionato di storia ed archeologia e in grado di leggere Dante come i dantisti non sanno fare. Costui, mentre Giacobbo lo guarda estatico, dice di aver capito che le ultime terzine del Paradiso di Dante sono una mappa che porta in Islanda, dove i Templari hanno nascosto, per di capire, il Graal. Giacobbo dice che l’ingegnere italiano, tal Giancarlo Gianazza, è persona credibile, perché ha pubblicato su questa sua scoperta un libro presso una seria casa editrice. Giacobbo non la cita, e allora io vado a controllare in internet: che seria casa scientifica editrice sarà mai? Laterza? De Agostini? No, Sperling e Kupfer, specializzata in best seller per casalinghe e saggi di fantarcheologia. Difatti l’ingegnere che è meglio di un dantista sta in Islanda a scavare una radura in cui è convinto che Dante sia stato (durante un week end libero?) e che abbia descritto nella Rosa Mistica del Paradiso, tanto che nella radura ha rintracciato un sasso ricoperto di licheni che sarebbe lo scranno di Beatrice. Lo ha saputo identificare con certezza, l’ingegnere, perché in quanto ingegnere ha certo una mentalità scientifica meglio sviluppata di un qualsiasi dantista.

Il programma continuava, ma io mi sono fermata qua. Giuro che non ho inventato niente: andatevelo a cercare su You tube, o sul sito di Voyager, quando lo metteranno. Io di più non ho retto. Avevo bisogno di una boccata d’aria scientificamente corretta, e sono andata sul sito di Paolo Attivissimo, a vedere quali civiltà scomparse possono essere rintracciate sulle chiappe di Belen.

About these ads