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Nella serata in cui la Scala metteva in scena la popolana Carmen, io ho guardato una Patrizia. La D’addario, ospite del programma di Gad Lerner.

Non ha emesso una sola nota, la Patrizia: con tutto che sì è definita più volte “artista fin da quando aveva dodici anni”, e “donna di spettacolo” prima che escort. A dire il vero ha emesso anche poche parole: presenza scenica al centro dello studio, più che protagonista sembrava pretesto, al massimo argomento di discussione. Per essere una che parlando è diventata famosa, l’ho trovata singolarmente muta.

Attorno a lei, invece, gente che non faceva altro che parlare. Di lei, ma come se lei, paradossalmente, non fosse presente: discettavano sulle donne, gli uomini, il sesso, il corpo, il potere, partendo dalla vicenda D’Addario, ma come se la D’Addario non la vedessero e non la sentissero neppure, e le loro parole sull’uso del corpo fossero avulse dall’unico corpo che in realtà era cagione di tutto e stava davvero lì.

È un programma che mi ha fatto stare male. Non incazzare, o indignare. Stare male. Fisicamente, come se mi avessero dato un pugno nello stomaco. Lo guardavo, e sentivo montare dentro di me un disagio inspiegabile, fastidioso. Come quando ti arriva un ceffone in faccia e resti stranita, poiché non capisci da dove è arrivato, o perché.

C’erano tutti quelli che ci dovevano essere. Lei, la escort dello scandalo. E poi attorno l’intellettuale di sinistra che scrive sul Manifesto, femminista per ragioni ideologiche e d’età, Ida Dominijanni; la giovane filosofa cervello in fuga in Francia, Michela Marzano; il piacente intellettuale post fascista non troppo post, cioè Buttafuoco, e per non farsi mancare nulla due teologi, declinati secondo le regole del politicamente corretto, cioè la donna pienamente consona con la gerarchia, Lucietta Scaraffia, e il grazioso intellettuale mite e in odor di eresia, Vito Mancuso. Oltre naturalmente a lui, Gad, sinistrorso educato e funambolo quel tanto che basta per giostrare sapientemente il tutto.

Ma pur se ci ha messo ogni artifizio del mestiere, il disagio restava là palpabile. Avessero gridato e urlato, forse sarebbe stato meno evidente. Così, nel pacato argomentare di tutti, veniva fuori invece il volto orribile di un paese senza speranza e senza sbocchi.

Parlavano, dicevo. Ognuno delle proprie ossessioni. Forse il sesso per questo è sempre sentito da tutti i regimi e da tutti i poteri come pericolo: perché ti mette a confronto con i buchi della tua anima. Ti costringe a guardare in faccia ciò che vuoi e quindi ciò che sei.

Era un sesso fascista, quello vagheggiato da Buttafuoco. Il sesso come “rapina” e come “caccia”, da parte di uomini predatori e donne felici di essere prede, perché l’essere prede fa parte dell’eterno femminino, che ha nella sua natura la vis grata puellis. Un gioco violento per reciproca accettazione, appena mascherato dal bon ton quando è messo in atto da femmine che non sono prostitute di mestiere, e quindi devono trattenersi e farsi imbrigliare con regole sociali imposte dall’ipocrisia borghese. Da qui il suo elogio della prostituta come donna che si abbandona al sesso “dionisiaco”, al di fuori delle convenzioni e dei limiti: la puttana come donna libera che fa sesso non solo come mestiere, ma come divertimento puro e perciò è anche la sola in grado di donarlo all’uomo, quel puro divertimento: unica donna sincera e unica vera rappresentante senza inibizioni della reale natura della femmina. Un’estetica ed un’etica da casino del Duce, che Buttafuoco rivendicava come sostrato profondo del maschio in quanto tale, e delle femmine tutte. Riducendo però tutte le donne all’incarnazione di quel fantasma e di quell’idea, se vogliono essere donne davvero: riducendo la loro essenza ad essere puttane, o puttane mancate.

Ma non erano meglio le visioni alternative. Quella della Scaraffia, che si limitava ad imputare tutto alla rivoluzione sessuale, al malefico ’68. Lamentava il fatto che la prostituta non ha più attorno quell’aura di riprovazione sociale. Quando la D’addario replicava che no, c’è ancora tutta, la Scaraffia rispondeva che non era vero, perché la D’addario era là, in tv, come ospite centrale, ed era stata intervistata su giornali stranieri, e invitata a serate mondane ed eventi, come i travestiti di Marrazzo: confondendo in uno strano cortocircuito l’essere rispettata e l’essere al centro della curiosità morbosa: perché essere invitata ovunque, ma come monstrum, non è indice di approvazione sociale, semmai una forma ancor peggiore di umiliazione. Ma per la Scaraffia le distinzione era incomprensibile: la D’Addario era là e con la sua presenza giustificava non solo il sesso comprato, ma anche il corpo dato o regalato con facilità da tutte le donne che prostitute di mestiere non sono. Continenza e castità, continenza e castità, perché se si apre una pur piccola falla, la diga frana, e se ti lasci baciare un dito della mano senza prima aver formato una famiglia benedetta, allora è deriva necessaria fino al bordello. Né quella di Mancuso, con il suo appellarsi allo “spirito”, al bisogno dell’essere umano di cercare qualcosa di più che un mero soddisfacimento meccanico, e quella della giovane filosofa, che proponeva un platonico completamento dell’un sesso nell’altro, parevano strade migliori. Parlavano di un sesso degli angeli che nessuno pratica nella realtà, e forse vuole: un sesso di “cervello” che dà la stessa auto realizzazione della grande letteratura, della musica, della filosofia, ma che come quelle, alla fin fine, annoia persino gli intellettuali.

Poi c’era Lerner, con il fare laico di chi si picca di rispettare la escort in quanto escort, perché proclama la sua una scelta libera, in fondo: un mestiere praticato alla luce del sole, che non deve essere oggetto di riprovazione moralistica. Ma anche lui rimaneva invischiato nei problemi di un mestiere che non è un mestiere come gli altri, e ha implicazioni che gli altri mestieri non hanno: imbarazzanti, oscure. Che toccano corde profonde del nostro essere, e non possono ridursi alla presentazione di una fattura. Perché dalla prostituta si compra il sesso, ma forse si ha l’illusione di non avere in cambio solo quello, o si ha il bisogno di credere che non solo quello si sta comprando. Persino se si è potenti. Persino se il sesso e magari anche l’affetto li si potrebbero avere da altri, e gratis.

E infine lì, davanti a tutti, la D’Addario. Sul cui volto levigato le parole altrui scorrevano senza lasciare traccia. Perché anche lei pareva prigioniera delle sue ossessioni e dei suoi fantasmi. Così poco felicemente dionisiaca, quando raccontava delle storie di violenza e di sopraffazione che l’hanno portata a fare la escort. A scegliere un mestiere, in apparenza liberamente, ma forse non più di chi si trova costretta a fare altro. Così in apparenza incapace di seguire il filo dei sottili e capziosi distinguo intellettuali che gli altri facevano su di lei, di trarre dalla sua esperienza un valore più universale, non limitandosi solo alla recriminazione di essere stata ingannata e poi trattata con scarsa gentilezza, perché altre son state invitate nei programmi di punta della tv e lei invece da Barbara d’Urso non c’è mai stata. Fragile, fragilissima, come una bella bambola di porcellana. Inconsapevolmente cinica quando ha confessato che i clienti pretendono con lei anche di “parlare” perché sono “soli” e scambiano il suo ascoltarli per interesse vero, affetto. Dimenticando che una prostituta quando scopa o ascolta un cliente non fa l’amore, e nemmeno fa sesso: semplicemente, lavora.

È andato avanti così, il programma. Mettendo in scena questo teatrino di persone intelligenti ed educate, che non approdavano da nessuna parte, non si ascoltavano, non capivano nulla: delle donne, del mondo, del sesso, del potere. E davanti al video mi sentivo sempre più inutile anche io, senza soluzioni, senza un pensiero migliore da offrire, come una mosca prigioniera sotto un bicchiere di vetro, che continua a dar capocciate sulle pareti, girando in tondo senza un perché.

Ho chiuso la tv e ho capito perché stavo male.

Mi sentivo svuotata.

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