bottiglie

In un suo giallo, se non sbaglio il primo, il commissario Montalbano si interroga su quale sia la forma dell’acqua. E conclude: quella del contenitore dove la mettono.

Ecco, m’è venuto in mente questa osservazione, leggendo gli opposti (ma forse neanche tanto) articoli di Ernesto Galli della Loggia e Giorgio Israel, di schieramenti diversi, ma entrambi assai critici sull’introduzione a scuola di una nuova materia “gelminiana”, ovvero la nebulosa Cittadinanza e Costituzione, che noi insegnanti per primi non abbiamo ben chiaro che sia o cosa dovrebbe essere, ma intanto è stata istituita, per cui ci siamo arrangiati a farla lo stesso, e poi si vedrà.

Sparano a zero, i due esimi opinionisti, entrambi preoccupati che questo insegnamento, se seguisse davvero le linee guida finalmente emanate dal Ministero, si trasformi in una specie di ora di indottrinamento, in cui i piccini sono costretti a diventare adepti del mito dello Stato Totalitario (Israel) o in un minestrone buonista senza capo né coda, che in maniera vaga li invita ad essere “tolleranti”, “democratici” e “aperti”, anche se non si capisce bene a cosa (Galli della Loggia).

Randellano, i due esimi, volando molto alto: non discutono, lo dicono subito per sgombrare il campo, sul modo o sulla necessità di un simile insegnamento a scuola: si può mica sostenere, neppure velatamente, che insegnare ai pupi la Costituzione è male, soprattutto dato che i pupi in oggetto spesso manco sanno in che tipo Stato vivono. No, loro sono fini intellettuali, e poi persino nel loro mondo iperuranio è giunta notizia che i pupi la Costituzione non sanno cosa sia. Dunque se la prendono entrambi con l’impostazione generale della scuola, e, naturalmente, con il “pedagogismo progressista”, cattolico di impostazione ma un po’ comunista di fatto, e soprattutto con la vera bestemmia che trasforma l’Istruzione in Educazione, cioè trasforma la scuola in un luogo in cui non si va ad imparare a leggere o a scrivere, ma diventare Uomini con la U maiuscola e con tutte le lettere capitali. Questa dicono, è una pretesa da Stato Totalitario, da Stato che attraverso la scuola insegna ai suoi cittadini cosa è il Bene ed il Male: non li forma, insomma, ma li indottrina con un sottile – anzi magari neanche tanto sottile – lavaggio del cervello, e produce per giunta, alla fin fine, generazioni di ignorantelli che non sanno fare due più due, ma in compenso per anni si sono sorbiti lezioni su cosa sia corretto fare per essere considerati “buoni”, si presume dai vicini di casa.

Che volete che io, da insegnante, vi dica? Hanno ragione. No, per carità, sono d’accordo. Sapessero quanto mi rompo le palle, a scuola, a certe riunioni in cui si passano le ore a discettare su cosa quest’anno si debba mettere in programma per la mitica “Educazione alla affettività”, che non può essere solo – come invece secondo me dovrebbe – educazione sessuale, ma deve essere invece un “percorso formativo” che aiuti “l’alunno a prendere consapevolezza di sé e del suo corpo”, ad “affrontare positivamente una relazione”; insomma una specie di pateracchio in cui io, che sono stata assunta per insegnare ai pupetti grammatica e sintassi, devo invece improvvisarmi non si sa bene con che competenza a spiegar loro quale sia il modo giusto di volersi bene. E poi via, sempre dentro alle ore di Italiano, a ficcare anche tutto il resto: il progetto sulla prevenzione dell’abuso di alcol, tabacco e droga, l’educazione alimentare e quella “alla salute”: ore e ore in cui si prevede che il docente spieghi e si sgoli a ripetere che gli spinelli fanno male e il bicchiere di vino e alla sigaretta bisogna stare attenti, ma anche alle merendine piene di grassi saturi, e non ci si deve strafogare di cioccolata, no, ma nemmeno contare ad una ad una le calorie, che sennò c’è dietro l’angolo lo spettro dell’anoressia.

Fosse per me, tutti ’sti progetti e sottomaterie, li abolirei in toto: il mio sogno è entrare in classe, spiegare la poesia, la Costituzione, i predicati e i complementi e dare l’esercizio per controllare se la poesia, la Costituzione o i predicati e i complementi li hanno capiti o no. Tutto il resto, da cosa mangiano a come litigano a quanto si baciano e con chi, non è cosa che riguardi me, ma la loro vita privata, che con la scuola e lo Stato non ha niente a che fare, per fortuna.

Quindi in teoria io con Galli della Loggia e Israel posso anche concordare, quando mi dicono che la scuola dovrebbe dare saperi, e lasciare che poi ogni individuo, in piena libertà, di questi saperi faccia ciò che meglio crede: sono acqua, i ragazzini, e non è giusto imprigionarli in una forma decisa a priori.

Solo che poi, al contrario di Galli della Loggia e di Israel, io in classe ci vado, ogni mattina, e mi trovo davanti ad una platea di undici-tredicenni che purtroppo, alle volte, del solo sapere non hanno bisogno. Perché alle spalle non hanno niente che possa permettere loro di svilupparlo in tutta libertà: perché i genitori sono distratti, o più immaturi di loro, perché davvero, anche se pare assurdo, hanno bisogno di qualcuno che gli spieghi – cioè proprio gli spieghi, eh – che se un compagno ti prende in giro l’unico modo per reagire non è dargli un pugno, se una ragazzina ti piace non è necessario saltarle addosso, e se non ce la fai ad avere otto in una determinata materia la soluzione non è sniffare cocaina prima o fumarsi una canna dopo, quando ti ammollano un quattro, e che non è vero che, se non sei un “vincente”, nella vita sei una merda e basta. Cerco di evitare il tono da predica, per quanto è possibile: ma hanno undici anni, e io sono un’adulta, quindi il rapporto non può essere paritario mai. La stragrande maggioranza non mi ascolterà nemmeno di striscio, però qualcuno, magari quello più sensibile, lo indottrinerò un pochino, e mio malgrado: perché ogni volta che apro bocca, anche solo per spiegare un participio passato, e figurarsi quando spiego loro la Costituzione, passo anche la mia visione del mondo: non istruisco solo, educo. Educo anche solo con il mio modo di entrare in classe, parlare, muovermi, indossare certi vestiti ed altri no, rispondere in una certa maniera.

L’acqua non ha forma, ma noi tutti siamo acqua in bottiglia.