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Nel momento in cui ci si chiede il significato ed il valore della vita, si è malati.

S. Freud

L’ho visto sullo scaffale, ieri pomeriggio, e non ho saputo resistere. Con tutto che è un volumazzo di quasi duemila pagine, e solo per sollevarlo ci vuole l’aiuto dell’Incredibile Hulk. Ma era lì, mi guardava come se stesse proprio aspettando me, Sigmund Freud 1886-1921, Opere. E l’ho dovuto prendere, per una sorta di riflesso condizionato cui non so oppormi, una patologia che il vecchio Sigmund avrebbe fatto bene ad indagare.

Siamo vecchi amici, io e lui: la prima volta che ho preso in mano l’Interpretazione dei sogni avevo forse quindici anni, ed è stato amore a prima lettura. Mi sono chiusa in camera per tre giorni, riemergendone, alla fine, solo per uscire ed andare a comprami il resto: la Psicopatologia della vita quotidiana e Totem e tabù. Me li scammellai al mare, sotto l’ombrellone, con le mie cugine che mi guardavano preoccupate, offrendomi in cambio qualche romanzo di spionaggio.

Ma non vuoi un Bond?” chiedevano.

No, no, Vuoi mettere questo, quanto tiene più col fiato sospeso?Poi non fa che parlare di sesso…”

L’ho riaperto ieri, tirandolo fuori dal cellofan della libreria, e l’effetto è stato lo stesso. Freud a me ha sempre preso più di qualsiasi romanzo, ma forse è perché come un romanzo l’ho sempre letto e come uno scrittore l’ho sempre valutato. Ciò che mi cattura, quando m’immergo nei suoi scritti, non sono, in fondo, le teorie psicanalitiche e probabilmente nemmeno le esegesi cliniche, di cui non capisco una cippa, ma l’immagine di quel suo mondo che se ne ricava.

M’ha sempre affascinato questo uomo asciutto, dalla prosa precisa e tagliente, che non ha mai cedimenti al patetico o al sensazionalistico, o come molti suoi epigoni, al misticheggiante. È un medico, uno scienziato, non ha un attimo di defaillance, un momento in cui se ne scordi, uno svarigolo verso il poetico, l’enfasi, l’emozione. Pura prosa positivista di un tizio convinto, come solo un bel positivista poteva essere, che il caos del mondo va domato. O per lo meno spiegato nelle sue linee generali. Ci vuole una bella fede nella razionalità per andarsi a mettere contro l’Inconscio, ed essere tenacemente certi di riuscire a squadernalo e renderlo intellegibile nei suoi meccanismi più nascosti. Per mettersi alla ricerca delle regole che stanno dietro all’apparente pazzia, all’isteria, ai comportamenti patologici, o a tic inoffensivi, per smontare i sogni intuendo che sono congegni precisi come orologi, per quanto sembrino parti senza senso della più sbrigliata e assurda fantasia. Più estremo di uno Sherlock Holmes, le sue deduzioni razionali si spingono là dove nessun investigatore prima aveva mai osato: dove persino Platone e gli antichi s’erano fermati, arrendendosi dinanzi al limite della sacra follia.

E interessante, sociologicamente interessante, il mondo che lui descrive attraverso i suoi casi clinici. Una società apparentemente così ordinata all’aspetto, un’epoca che non era mai stata così bella, con le signore elegantemente vestite, gli uomini incravattati, i borghesi che parevano sempre sul punto di entrare in un tabarin o ad una prima d’opera. Un mondo che immaginava se stesso come privo di preoccupazioni se non secondare le magnifiche sorti e progressive, ma che invece Freud racconta corroso da nevrosi segrete, inspiegabili isterie. Non sono i suoi malati, quelli che fanno paura, ma le famiglie sane da cui provengono, in cui i bambini vengono abitualmente molestati da bambinaie e precettori, picchiati e seviziati da padri e insegnanti, i fratelli esercitano sulle sorelle violenze sessuali, le giovani spose si rifugiano nelle fobie per sfuggire ad una vita sessuale e di coppia cui sono del tutto impreparate, e il rimosso non è un meccanismo di difesa ma quasi uno stile di vita.

Sono un grande affresco collettivo, i suoi saggi, in cui anche lui si rivela uomo del suo tempo: lui che i contemporanei accusavano di essere un immorale spregiudicato per la libertà con cui trattava gli argomenti riguardanti il sesso, si rivela nei suoi scritti bacchettone come i suoi contemporanei nei confronti degli omosessuali, della masturbazione, delle pratiche sessuali che giudica “non convenzionali”, tanto pudico che non sa trovare le parole per indicare un orgasmo clitorideo e ricorrere a perifrasi che oggi farebbero ridere qualsiasi spettatrice di Sex and the City.

Caro vecchio Sigmund, che apre le porte dell’inconscio credendo di esserne immune, così come si affida alla cocaina, pensando non dia assuefazione: esattamente come Holmes, che forse è un suo gemello letterario inconscio, o un magnifico caso di convergenza evolutiva.

Come sempre nei geni, ciò che affascina in Freud è la sua capacità di essere dentro e fuori dal suo tempo: di averne tutte le manie e i vezzi e saperlo anche guardare e analizzare in maniera distaccata. Le nevrosi degli altri sono anche le sue, e lui rimuove e sublima come e quanto i suoi pazienti. Al pari di loro è imprigionato in quella Belle Epoque che è una sfera di cristallo leziosa, decorativa e pronta ad andare in frantumi al minimo alito di vento, come i ninnoli di Nonna Speranza, o i fragili arabeschi dell’art deco. Un mondo che ha cercato la felicità vivendo di superfici, di vetrate, di ferri traforati che si arrampicano in griglie a vista, e chiude ostentatamente gli occhi di fronte a ciò che non vuole vedere; in cui tutto è troppo manifesto ed ordinato perché sotto e ai margini non covi qualcosa di tremendo ed indicibile; una società che si pensa e si autorappresenta come “normale”, anzi, come la più normale da che il tempo è tempo, e proprio da questa sua hybris nasce la sua rovina, quel costante terrore che la mina dall’interno, la rosica e la corrode. I tortuosi cunicoli dell’inconscio sono simili al reticolo nascosto che rimane alle spalle e sotto i grandi viali alberati e illuminati delle città, e come quelli sono pronti ad eruttare ogni genere di imprevisto, assediano il centro, gli premono attorno, ne fanno sfocare i contorni e le sicurezze, come le pennellate dei ritratti di Boldini, che sfumano nell’indefinito man mano che s’allontanano di lineamenti classici del volto.

E anche Freud è così: scrive razionalmente ma in trasparenza ci senti qualcosa, il suo malessere, oltre a quello dei suoi pazienti. Un malessere cui tenta di porre freno con la razionalità, e che nega disperatamente affidandosi alla luce della analisi, ma c’è, costante, sordo.

Amo Freud per il suo inconscio.