Tag

, , , , , , , , , ,

paesaggio toscana

Hommage a Paolo Virzì

Teo. Che poi starebbe per Teofilo. Nome di famiglia, ereditato dai nobili antenati. Ma andarlo a mettere ad un pupetto appena nato, denota nei genitori una certa colpevole indifferenza, invero poco nobile, nei confronti dell’avvenire del figlio.

Comunque, l’hanno chiamato Teo. E gli è andata anche bene: la sorella si è beccata un Nazarena.

Dunque, Teo, dicevamo. Età. Entriamo nel campo dell’incerto. Facciamo qualche anno più di me, ma non molti. A occhio e croce: Teo sull’età è sempre stato un po’ vago: superati i quaranta, sarà uno di quegli ex ragazzi che non accettano di invecchiare, così ha giocato sempre d’anticipo, non dichiarandola fin da quando ne aveva venti; ma è da quando avevamo entrambi circa venti anni che ci conosciamo, dunque a me non la può dare a bere.

Professione. Ecco, qui entriamo nel campo del più incerto ancora. Cosa faccia Teo per vivere non l’ho mai ben capito, e spesso dubito che lo abbia capito persino lui. Del resto nel suo caso il “per vivere” è modo di dire: Teo, per vivere, non ha bisogno di fare null’altro che andare in banca a ritirare i soldi di famiglia. Più che lavorare, lui “s’interessa”. S’interessa di arte, di mostre, di pittura, di scultura, e, più in generale, di eventi. Difficile dargli torto, come tutti sanno queste sono cose interessanti in sé e per sé. Altrettanto difficile però chiarire del tutto le forme dell’interessamento di Teo alle succitate attività. Quello che so è che non c’è mostra, evento, prima teatrale, reading, convegno, concerto, festival in cui Teo non sia in qualche maniera coinvolto. Sempre di striscio, beninteso. Ad un festival, lui presenta magari una sezione secondaria, alle mostre d’arte non scrive lui il catalogo, ma a qualche titolo è citato nei piè di pagina, almeno in una riga; ad una rassegna cinematografica è immancabilmente invitato a salire sul palco della proiezione; alle prime teatrali, lui c’è, o perché conosce l’autore o perché glielo devono presentare; ai concerti e all’opera, ha un posto perché è perennemente in parola con qualche sconosciuta rivista per fare un pezzo di critica. Dovunque entri, teatro, ristorante, cinema o fondazione culturale, lo salutano tutti e lui saluta di rimando, scambiando affettuose manate, abbracci fraterni, strizzatine d’occhio che certificano pregresse familiarità. Per il poco tempo che siamo rimasti assieme, millenni fa, l’ho frequentato mentre era in transito: fra un convegno e l’altro, una presentazione di libro e l’altra, un qualcosa che era appena finito e un qualcosa che stava appena per iniziare. Per una come me, tendenzialmente pigra, non era un ritmo sostenibile, e difatti dopo un po’ non l’ho più sostenuto: il moto perpetuo ha il suo fascino, ma alla lunga mi stanca molto, soprattutto se non porta a nulla; lui invece ha continuato con nonchalance a gestire questa sua vita da zingaro intellettuale, sfarfallando qui e là ad ogni occasione cultural-mondana, felicemente apolide, così come è felicemente apolitico e ancor più felicemente dimentico che il resto mondo scorra al di fuori della sua bolla di artisticità. Di tanto in tanto, poi, a suo capriccio, Teo riemerge nel reale: telefona, messaggia, preme per reincontrarmi e s’inalbera se non sono pronta a rivederlo io pure. Se gli faccio presente che non è cattiveria, ma impossibilità a incastrare gli impegni della mia vita attuale, Teo rimane profondamente spiazzato: gli è ostico accettare che il resto del mondo continui ad esistere anche mentre lui non gli concede la sua attenzione.

Sai – mi dice infatti l’altro giorno – il Maestro mi aspetta per un weekend in campagna da lui, e vorrebbe rivedere anche te, perché non vieni? Passo a prenderti venerdì pomeriggio.”

Più che un invito, una comunicazione. Del resto Teo ed il Maestro, lo so, sono fatti così.

Per arrivare a destinazione ci vogliono tre ore di macchina, e solo perché quando guida Teo ci vogliono tre ore di macchina per arrivare ovunque, poli compresi. Il viaggio è piacevole, perché la meta è una di quelle campagne che gli stranieri ci invidiano, e perciò le colonizzano comprando tutto quello che somiglia ad un mattone: antichi conventi, antiche fattorie, antichi castelli, antiche stalle, e trasformandole in nuovi conventi, nuove fattorie, nuovi castelli e nuove stalle, per usarle come case di villeggiatura, per ricchi che aspirano a fingersi frati, fattori, castellani o pecore.

Quando sbarchiamo nel bel mezzo di una ex aia, il Maestro e gentile signora ci accolgono cinguettanti. Il Maestro abbraccia e bacia me e poi appioppa una manata carica di sottintesi a Teo, e sbotta in un: “Ah, finalmente vi rivedo assieme!” calcando bene l’assieme. Non ha mai digerito che io e Teo ci siamo separati: aveva deciso che eravamo destinati ad essere una coppia perfetta, e il fatto che avessimo caratteri del tutto incompatibili e stili di vita impossibili da conciliare non gli sono mai sembrate scuse accettabili per opporci ai Suoi disegni. Anche la moglie del Maestro si spreca in abbracci: in realtà di noi due, insieme o separati, non gliene è mai fregato granché, ma è abituata da sempre ad assecondare i ghiribizzi del marito, e questo comprende il suo saltuario affezionarsi al taluno o al talatro come fossero delle specie di figli, e poi disaffezionarsi ai medesimi di botto e disinteressarsene completamente, esattamente come ha fatto con i figli reali, insomma.

La casa non è una casa, come è ovvio, ma un vecchio convento riattato, che il Maestro ha comprato per una pipa di tabacco dagli ultimi fraticelli, per l’interessamento di un amico cardinale; grazie alla consulenza di un amico architetto e alla benevola distrazione di un amico Sovrintendente, nonché all’aiuto di un amico palazzinaro e la compiacente pressione di un paio di amici onorevoli e consiglieri comunali, del vecchio convento ha tenuto i muri e sventrato l’interno per trasformarlo in una open space hight tech ma molto fusion con venature feng shui, cioè in pratica una infilata di saloni bianchi con pochi mobili scomodi e ad altezza caviglia, che sono divani ma potrebbero essere letti, o cuscini, o tappeti o qualsiasi cosa venga in mente, tranne che affari su cui potersi sedere o distendere con agio. La casa, come sempre le case del Maestro, è piena di gente. Oltre all’architetto e all’onorevole cui deve i natali, ci sono una pittrice francese, una scultrice polacca, un soprano bulgaro ma con marito americano, un giornalista inglese, credo, con al seguito un ragazzo dalla faccia da modello e accento spagnolo, un tizio avviluppato in una stola arancione che pare un monaco tibetano e anche altri che non distinguo, visto che sbucano tutti assieme parlando ogni possibile lingua del mondo, tanto che io comincio a capire perché il buon Dio abbia deciso di sterminare tutti, dopo quella brutta faccenda della torre di Babele.

Teo è nel suo elemento, ed al centro di ogni attenzione: la francese, una sessantenne con gonna lunga e balze e rughe decisamente hippy, gli si avvinghia, sommergendolo di “Teò, Teò, cheschetufèisì, quandtuesarrivè?”, la soprano bulgara americanizzata intona tutta una coloritura di risate a gorgheggio, l’inglese lo abbraccia nonostante lo sguardo torvo lanciatogli dal modello spagnolo, il bonzo bonza, ma con espressione di benevola simpatia. Tutti stringono la mano anche a me, e non indagano sul mio ruolo e sulla mia qualifica: una “amica di Teo” basta ed avanza, con tutto quel vago che nell’amica si può sottintendere: conoscente, fidanzata, amante occasionale, sconosciuta capitata per caso; il fatto che sia della compagnia rende scontato che in qualche modo svolga un lavoro di tipo intellettuale, o che sarei capace di farlo, volendo, o che semplicemente sarei “interessata” ad averlo, nel caso capiti: del resto siamo tra artisti, quindi i ruoli è giusto che siano vaghi, tutti si occupino di tutto e di nulla, e le professioni siano cose aleatorie e sfumate, perché mica siamo travet.

La Moglie del Maestro (dimenticavo, è belga), intanto, ha già imbandito la tavola e sta portando terrine di cibo che ha commissionato alla vicina, una vecchia contadina locale. Per ogni pietanza, la Moglie del Maestro, che di suo credo non sappia neppure mettere a bollire l’acqua per fare una camomilla, aggiunge la spiegazione della ricetta, che ripete, da scolaretta diligente, con lo stesso accento della contadina: “Questo è il choniglio fatto cholle erbe che chreschon qhui..”dice, felice di poter sfoggiare il suo tocco esotico, spalmando su tutto aspirate a caso, con la stessa generosità con cui la vicina-cuoca ha spalmato il paté di fegatini sul pane brustolito.

I membri della compagnia annuiscono, annusano, assaggiano, poi emettono una serie di rantoli che vanno dall’estasiato al qualcosadipiù. Teo comincia una dotta disquisizione su come vadano fatti i crostini di fegato secondo le antiche ricette toscane: dimenticavo, a tempo perso fa anche il critico gastronomico. Nel giro di pochi secondi si trasforma in un incrocio tra Bigazzi e Vissani, o meglio in una sorta di Philippe Daverio in fregola per la gastronomia: è tutto un frullare di aggettivi, un costruire frasi ad effetto per spiegare una cosa così semplice come spalmare un paté sul pane, perché secondo lui il pane ed il paté non basta che siano spalmati, bisogna che lo siano nella giusta direzione, con il coltello adatto e il pane con l’inclinazione acconcia, insomma tutta ‘na cosa che talmente complessa che si capisce perché, per salvarsi dal farla, Brunelleschi abbia a suo tempo deciso di dedicarsi alla costruzione di cupole. La pittrice francese, la scultrice polacca, la soprano americanizzata per matrimonio e la padrona di casa belga lo guardano estasiate, manco stesse illustrando loro come Michelangelo ha fatto la Pietà; anzi lo cita proprio, Michelangelo, insieme al neoplatonismo del circolo di Lorenzo il Magnifico e non so che altro, per giustificare il verso in cui vanno spalmati i fegatelli. Ora mi ricordo perché l’ho lasciato: quando faceva così non riuscivo al trattenermi dallo sbottare: “Dio Santo, Teo, stai parlando di un crostino! Zitto e mangia!”

Quando i crostini sono spolverati via con un esercizio di smaterializzazione di cui il bonzo non troverebbe eguali in tutti i suoi testi sacri, la conversazione prende altre pieghe. Il Maestro è in ferie, quindi non s’ha da parlare di cultura, e siccome persino Teo, con la bocca piena di finocchiona, ha qualche difficoltà nel continuare le sue discettazioni gastronomiche, si vira verso la politica. Il giornalista inglese, in quanto rappresentante di una stampa migliore, più libera e più democratica, ed il suo grazioso efebo, che non è membro della stampa, ma è comunque più democratico e moderno in quanto spagnolo, vengono invitati a spiegare quanto schifo faccia all’Europa ed al mondo Berlusconi. Non si sottraggono alla bisogna. Fra un bicchiere di Chianti e un boccone di choniglio, il giornalista inglese conferma che all’estero un tizio che rimorchia escort più o meno consapevolmente ed è tanto sciocco dal farsi pure scoprire non farebbe il Presidente del Consiglio, e nemmeno l’usciere del ministero. Tutti confermano, convinti. Solo la scultrice polacca storce un po’ la bocca, dicendo che sì, lui è quello che è, ma anche le gentili signorine che si prestano all’intrattenimento andrebbero in qualche modo censurate. La pittrice francese ed hippy si sente in dovere di intervenire da veterofemminista, che non si è persa una battaglia di genere dai tempi delle guerre puniche (avesse avuto Annibale per le mani, lo avrebbe costretto a prevedere una quota rosa di elefantesse, neh). Inizia così una giaculatoria in cui ammette che sì, quelle donne non ci fanno certo una bella figura, ma soprattutto non lo fanno fare a tutto il genere femminile, però bisogna anche tener conto che sono in un sistema in cui non possono fare altro, sono vittime del potere maschile, fallocratico, sottomesse e non liberate, schiave inconsapevoli dei pregiudizi millenari e del mondo così come il capitalismo e i maschi lo han costruito. Teo annuisce mentre ingurgita l’ultima fetta di salame, il Maestro e la Moglie del Maestro danno una sorta di approvazione silente. Solo il soprano bulgaro pare molto perplessa, gorgheggia qualcosa che pare una risata e poi sbotta: “Oh, ma insomma, dai, non siamo così severe…in fondo chi di noi non l’ha data almeno una volta ad un uomo ricco o potente per favorirsi la carriera?”. Il marito americano non fa una piega, la Moglie del Maestro non replica, l’efebo spagnolo del giornalista inglese mantiene la sua aria truce ma è muto, la pittrice francese resta imparpigliata perché sta contando la fila dei suoi numerosi amanti, cominciata con il filosofo che la lanciò e provvisoriamente conclusa con l’editore che la pubblica, la scultrice polacca, con prammatico buon senso da exoltrecortina, memore del critico amico del Maestro che deve firmare la prefazione del suo catalogo, glissa.

Io, fatto un rapido esame di coscienza, potrei anche dire di no.

Ma taccio. Non vorrei passare da provinciale.

È un racconto di fantasia. I personaggi e gli ambienti ritratti sono immaginari quanto la mitica regione italiana del Qualcheshire, in cui è ambientata la storia.

About these ads