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banco di scuola

Il Laicista ha postato sul suo sito un articolo di Luca Ricolfi, apparso qualche tempo fa sulla Stampa: La scuola ha smesso di insegnare. Si tratta di un accorato, depresso catalogo dello sfacelo cognitivo con cui ogni santo giorno, come insegnante, devo fare i conti, e sono conti amari. I ragazzi, dice giustamente Ricolfi e confermano i commentatori de Il Laicista, non sanno più un beneamato accidenti. Pur uscendo dalle nostre scuole con tanto di diploma in centesimi, spesso tracollano non appena gli si domanda qualche concetto basilare, tipo il capoluogo di regione del Lazio, o l’area del rettangolo: studiano per anni inglese per essere capaci a stento di balbettare nella lingua d’Albione uno stentato ritornello di Britney Spears, di cui, peraltro, non capiscono comunque il senso, non riescono ad immagazzinare per più di venti minuti un qualsiasi concetto, e quelle poche volte che ci riescono il concetto medesimo risulta appreso in maniera così vaga e pressappochista da risultare alla fin fine inservibile; hanno una idea fumosa dei concetti di causa-effetto, tanto è vero che partoriscono, quando tentano un ragionamento razionale, sillogismi sbilenchi e deduzioni zoppe; per questo motivo, quando dai loro un qualsiasi tipo di ricerca da fare, non sono in grado di verificare nemmeno vagamente le informazioni che trovano, o meglio raccattano un po’ qui e un po’ là, senza metodo alcuno, prendono per buona qualsiasi bufala leggano e, se tenti di correggerli, nemmeno afferrano per qual motivo tu li riprenda. Le interrogazioni e i compiti sembrano una puntata di Chi vuol esser milionario: non si argomenta, non si dibatte, le domande vanno poste come un test e le risposte devono essere formulate a scelta multipla, con tanto di la accendiamo? Finale.

Voi mi direte: “Cazzo, l’insegnante sei tu! Sei tu che devi dare loro gli strumenti.” E avete ragione. Ci provo. Ma chi alza alti lai sulla sconfortante situazione dell’apprendimento, e imputa alla scuola di non far più il suo mestiere, dimentica un piccolo particolare: che anche la scuola è un prodotto della società, forse, anzi, ne è il principale prodotto, in quanto viene programmata per “costruire” gli individui che a quella società servono. E qui, allora, andrebbe aperta una bella e seria riflessione globale, in cui, credetemi, ce n’è per tutti.

Gli insegnanti, tanto per cominciare, hanno smesso di insegnare, perché sono impegnati, molto spesso, a fare altro. Non nel senso che hanno un doppio lavoro (anche, alcuni, ma di questo semmai ne parliamo in altro momento). No, è proprio la scuola che ormai chiede loro di assolvere una miriade di compiti paralleli che con l’insegnamento della materia per cui sono andati in cattedra non c’entrano un beneamato. Devono fare, per prima cosa, i baby sitter, perché molte famiglie pensano che la scuola questo sia: un posto dove parcheggiare il pupo mentre i genitori vanno a lavorare o vivono a loro vita. In classe ti arrivano torme di ragazzini che hanno la piena coscienza di essere mandati in un parcheggio: i genitori non si aspettano che lì imparino qualcosa, solo che siano trattenuti nelle aule per un certo numero di ore; il più possibile, per altro. Pensando la scuola come un parcheggio, i ragazzini ci arrivano senza la minima coscienza che durante le ore di lezione si debba tenere un comportamento acconcio: quindi gran parte del tempo di lezione viene perso, in realtà, per imporre le regole minime della convivenza, cioè farli restare fermi al banco mentre spieghi, non girellare a caso per la classe, non alzarsi quando salta l’uzzolo per andare a parlare con i compagni, non chiacchierare a voce alta come si farebbe nella piazza del mercato. Il tutto, beninteso, senza avere, nella maggior parte dei casi, l’appoggio della famiglia o dei superiori. Se cerchi di imporre la disciplina (non quella dei Marines, eh, semplicemente quella necessaria a parlare per cinque minuti senza avere attorno la baraonda), i genitori insorgono dicendo che sei una reazionaria, i presidi intervengono dicendo che così causi ai ragazzini dei traumi insuperabili. Molto spesso i genitori non vogliono che tu riesca ad imporre delle regole al figlio, perché sentono questo fatto come un silenzioso appunto a loro stessi, che non ci sono riusciti mai, o perché temono inconsciamente che il figlio, una volta imparato che un minimo d’ordine si può ottenere, pretenda di applicarlo anche in casa, a scapito loro. All’insegnante si chiede di essere non uno che insegna, ma un confidente, un amico, un assistente sociale, uno psicologo, qualche volta un terapista familiare. Ci sono genitori che passano le ore di ricevimento a raccontarti i particolari della loro separazione in atto, sperando che tu prenda le parti contro il coniuge, altri che sfogano sulla scuola tutti i conflitti irrisolti della loro vita di coppia o lavorativa. La scuola è chiamata, non si sa bene perché, a supplire le carenze dello stato sociale: al ragazzino che ha alle spalle una famiglia problematica non si offre una soluzione per questo, si regala un sei anche se è ignorante come una zucca, perché bocciarlo sarebbe aggravare ancor di più i suoi problemi; il sei regalato non risolve i guai a casa, e lui, per giunta, continua a non sapere un’ostrega di quello che potrebbe servirgli, ma tutti si sentono la coscienza a posto, e tu che t’incazzi sei la sola a far la figura dell’arpia.

Per molte famiglie la funzione della scuola non è dare un’istruzione, ma fornire il famigerato “pezzo di carta”, il diploma certificatorio che è sentito come un diritto: sono stato tot anni sui banchi e me lo merito in virtù del tempo speso. Ricchi e poveri, tanto, sono trasversalmente convinti – spesso a buon titolo – che l’istruzione non sia uno strumento di promozione sociale, e nemmeno serva più a trovare un lavoro: per quello ci vogliono le conoscenze, le reti familiari, le raccomandazioni del potente di turno. La scuola serve solo a fornire quell’attestato che è richiesto per essere assunti, ma vale quanto un timbro sul passaporto di ritorno dalle ferie: senza non puoi entrare, ma non è che voglia dire granché. Per costoro l’insegnante che pretenda di insegnare è un ostacolo e un nemico: lede un diritto che pensano acquisito a priori. Stessa cosa dicasi per i voti: il buon voto è dovuto quando la famiglia abbia deciso che il ragazzino se lo merita, o perché intelligente o perché hanno investito su di lui pagando per una formazione parallela (“Ma come? Ha solo sette in inglese? Se sono tre anni che fa le vacanze in Inghilterra!”); se non viene concesso dall’insegnante, si fa ricorso al Preside, o al Tar. Un brutto voto – e ormai per brutto voto si intende un otto! – non è una valutazione, ma una discriminazione. Quando tenti di replicare che è solo un metodo per segnalare che il ragazzino le cose non le sa, ti viene risposto di non preoccuparti: a insegnargliele, se serve, ci penseranno i genitori stessi, magari durante le vacanze, o con ripetizioni private: tu, insegnante, non rompere il cazzo e ammolla il dieci, che alla vera istruzione, quella utile, del pargolo, tanto, ci pensano loro, non tu.

Del resto, anche i ragazzini, perché dovrebbero impegnarsi più di tanto? La società e la stessa famiglia dimostrano di apprezzare lavori raffazzonati e carenti purché “facciano scena”. A dar da fare compiti a casa, ti rendi conto che i genitori per primi avvallano le ricerche fatte con il copia-incolla da internet, e preferiscono che tu assegni magari valanghe di esercizi ripetitivi, che possono controllare la sera loro stessi, con il cervello semispento, piuttosto che un solo compito che necessiti però di raziocinio ed impegno e rischia di rovinare il programmato weekend. I programmi di studio sono oggetto di contestazioni e contrattazioni da parte dei genitori, i quali pretendono che tu tagli tutto ciò che secondo loro “non serve”: quindi via la storia antica, e solo storia del Novecento, oppure niente geografia astronomica, ma solo mappe stradali; in italiano niente poesia a memoria, o temi, ma test a risposta multipla e lettura di qualcosa che abbia a che fare con l’attualità, quale essa sia; non rendendosi conto che in realtà il compito primario della scuola non è insegnare le nozioni (la data di nascita di Hitler), ma un metodo e i rapporti di causa-effetto, ragion per cui studiare Dante o l’articolo di Panebianco sul Corriere è la stessa cosa, non fosse che forse Dante scrive meglio e, a saperlo leggere, è un pelino più attuale.

La scuola, in Italia, è stata per anni frutto di un patto scellerato, stipulato silenziosamente fra i contraenti: da un lato le famiglie, ricche o povere, che accettano la scuola pubblica come un male necessario purché non rompa troppo e consenta loro di mantenere il controllo totale sui figli e sulla loro educazione, senza mai mettere sostanzialmente in dubbio o creare una alternativa ai valori ed alle pratiche familistiche, dall’altro docenti e presidi, che preferiscono spesso una bonomia panciafichista al duro lavoro che prevederebbe una impostazione più seria, la quale richiederebbe selezioni più dure per i docenti, riconoscimento economico delle ore lavorative reali (non solo le 18 pagate di lezione, ma tutto il resto!), l’abbandono dell’idea che l’insegnamento sia una sorta di part time o un ripiego quando non si trova di meglio da fare, e anche e soprattutto lo sforzo di tirar fuori le palle e rispondere a brutto muso alle insane pretese di questo o quello, sia questo o quello un politico, un parroco, un genitore.

Finché non si fa qualcosa per scardinare questo tipo di mentalità, riformare efficientemente la scuola è cosa dura: certo, si può fare qualche ritocchino di facciata, mettere i voti, proclamare l’anno della severità un tanto la chilo, vantandosi di aver aumentato le percentuali di bocciature senza andar a toccare i meccanismi che la bocciatura la causano realmente. Non ci si lamenti, però, poi, a posteriori, se le giovani generazioni non sanno nulla e hanno una infarinatura nozionistica di facciata. Non è che non sanno nulla, sanno ciò che noi abbiamo trasmesso loro: la logica dell’arrabattarsi, del far figura fine a se stessa, dello sfangarla come si può impegnandosi il minimo e sfruttando tutti i paracaduti a disposizione: l’ipocrisia, la furbizia, le amicizie, il potere della famiglia. Questa lezione, bisogna riconoscerglielo, l’hanno imparata benissimo.

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