bimbotriste

Sono stata cattiva. Direi di più, qualche volta, onestamente, perfida. A rileggere i post dedicati al PD nelle ultime settimane, mi rendo conto che a quel povero partito ho sparato addosso come manco fanno più dall’altra parte. A gironzolare per gli altri blog, e a sentir l’aria che tira nella carta stampata, però, c’è da stupirsi, in realtà, quanto il Partito Democratico sembri calamitare l’acredine indistinta di tante persone. Stoccatine velenose, nel migliore dei casi; nel peggiore, randellate. Da gente che al partito è iscritta, ma anche da chi sta fuori: l’unico caso in cui pure chi non è entrato condivide ed attua il “maanche” di veltroniana memoria: lo stangano tutti. E qualsiasi cosa faccia, verrebbe da dire, cara creatura.

Al di là dell’oggetto – o degli oggetti – del contendere, sono stata spinta a chiedermi il perché. Quando un partito calamita una tale valanga di critiche e persino dentro di sé pare godere nel ritorcersi da solo il coltello nella piaga viene spontaneo cercare una spiegazione che non è solo politica, è psicologica: per giustificare un simile rapporto fra un partito e i suoi elettori – più o meno potenziali – ci vuole un analista, sì, ma freudiano.

Il Pd è nato male, è inutile nasconderselo: ma non è stato solo il parto ad essere lungo, travagliato ed infelice. Diciamo che i problemi son cominciati dal concepimento. Fosse un bambino, sarebbe uno di quei figli sventurati che vengono messi al mondo dai genitori per tentare di salvare il matrimonio, quando invece sarebbe più logico divorziare: doveva tenere insieme, fondere in un legame stabile, due tradizioni, quella della DC di sinistra e quella dell’ex PCI. In realtà DC e PCI erano stati per anni una coppia clandestina, ma consolidata: li univano, in fondo, il medesimo approccio con l’ideologia, anche se le ideologie erano apparentemente opposte. Da amanti funzionavano benissimo, il guaio è stato quando han deciso di sposarsi con cerimonia ufficiale. Come in tutte le coppie, la quotidianità ammazza: se ci si vede a cena, ogni tanto, si può anche ferocemente litigare su Stalin e Padre Pio, e poi far la pace in un motel nascosto, a letto; ma quando si vive assieme non c’è più niente di erotico nello sbaruffo per chi ha lasciato aperto il tappo dello spazzolino, o su chi è di turno per lavare i piatti. Ognuno aveva le sue abitudini, e pretendeva di mantenerle anche dopo il matrimonio; ognuno i suoi circoli di amici; ognuno dei due, in sostanza, pensava e anche pretendeva che la vita matrimoniale si svolgesse come se si fosse dei separati in casa, o meglio, ancora single. Quando si sono resi conto che così però non poteva andare, han deciso di provare a legarsi davvero, generando il Pd.

La mamma, il babbo, ma anche i parenti tutti e gli amici, alla notizia hanno gioito, credendo che il bimbo avrebbe portato finalmente un po’ di serenità in casa. Sicché il pupo è stato salutato con entusiasmo, e tutti su di lui han posto grandi speranze. Siamo in Italia, e la retorica della famiglia, poi, per quanto metaforica, sempre paga: il nascituro è un miracolo per definizione. Ma i bimbi, anche nella realtà, sono soltanto bimbi, non taumaturghi. Il piccolo Piddì già nella culla si è trovato con i genitori che litigavano su tutto: ai loro problemi pregressi si aggiungevano quelli nuovi, perché ora c’era un figlio, e loro, che già prima non erano d’accordo su quasi nulla, si sono resi conto di non aver mai discusso o essersi interrogati su come il pupo andasse educato. Quindi giù baruffe sulle tate da assumere, la prassi per sceglierle, sull’educazione, i valori da trasmettere, le regole da imporre, gli amici da frequentare. Attorno, i parenti, gli amici di mamma e papà, che proprio perché su quel pupetto avevano puntato molto, lo assillano, non gli danno tregua: non è mai abbastanza bravo, abbastanza educato, abbastanza perfetto. Hanno tutti buone intenzioni, i genitori e il contorno, ma finiscono coll’affossargli la già scarsa autostima, perché, per renderlo migliore, non fanno altro che criticarlo. Lo sanno intelligente, con buone potenzialità, e non appena scantona di attimo, o si dimostra al di sotto delle aspettative, si incavolano con lui, lo sgridano e gli dicono che è incapace, che non s’impegna. Oppure lo coccolano fuor di misura, perché sanno che razza di situazione ha a casa, e stringe il cuore un piccolo combinato già così. Al che il pupetto, povero caro, non sa più che pesci pigliare: vuole solo l’approvazione di qualcuno, e cerca di rendere contenti tutti dando ragione a chiunque gli si faccia accanto: se dice troppi sì, però, lo accusano però di non avere personalità, se si impunta in qualche no, ecco che tutti si inalberano, gli dicono che ha un carattere capriccioso; se si adatta gli dicono che è senza spina dorsale, se si impunta che è stupidamente testardo. Lui è piccino, è frastornato, e si sente in colpa: pensa di essere una delusione per la famiglia, per tutti coloro che sono nel suo ambiente, si sente incapace di venirne fuori da solo, ma non trova neppure qualcuno a cui chiedere aiuto: e non capisce nemmeno perché il mondo si aspetti poi così tanto da lui. E fa, piccolo tenero Piddì, quello che fanno i bambini: un po’ lagna, un po’ si autocommisera, un po’ cerca di passare inosservato e nascondersi, un po’ subisce il fascino delle prime figure autorevoli che incrocia per caso, e soprattutto è terrorizzato, perché pensa che se mamma e papà si lasceranno sarà colpa sua e tutti i parenti gli vorranno ancora meno bene. Forse vorrebbe solo una tata comprensiva, che gli dia un succhiotto, lo coccoli per un po’, lo calmi con una ninna nanna quando alla notte piange per gli incubi e di giorno lo indirizzi con ferma autorevolezza, per insegnargli ad affrontare con pacato buon senso la vita. Ma è un partito, cazzo, non un pupo vero, e una nurse di questo tipo non si sa in che agenzia andarla a cercare.