Il buon selvaggio

Da diverso tempo mi interrogo sulla deriva presa da Ida Magli, donna che non si può dire stupida di certo, ma che nei suoi corsivi sul Giornale sembra ormai la voce fuori campo di un vecchio filmato Luce, di quelli in cui Mussolini trebbiava il grano a petto nudo e i vescovi del Littorio benedivano i gagliardetti. L’ultimo suo articolo, Le società multietniche? Non esistono fa venire i brividi, non tanto per i concetti espressi, ma perché ad esprimere i medesimi è un’antropologa: si prova lo stesso sconcerto, insomma, che sorge spontaneo a rileggere le pubblicazioni di regime in cui grandi nomi della storia antica, della medicina, della dottrina giuridica farneticavano sulla pretesa inferiorità delle razze o deliravano sul filo ereditario che univa l’antica Roma al Foro Mussolini. Quando quelle che dovrebbero essere le migliori menti di una nazione si abbandonano a scrivere cose che fino a pochi anni or sono sarebbero parse eccessive persino in un volantino della destra più bieca, ti prende un senso di assoluto sconforto.

Ce l’ha con la società multietnica, la Magli, quella che Berlusconi – qualche giorno fa, giustificando le motovedette che riaccompagnano in Libia i migranti sorpresi in alto mare – assicurava che non si instaurerà in Italia. Lasciamo perdere l’osservazione ovvia e lapalissiana che se c’è una società per natura portata alle ibridazioni– in quanto frutto di secoli di invasioni– è proprio quella italiana; lasciamo perdere tutta la sovrastruttura, e i richiami all’attualità; analizziamo proprio solo quello che la Magli, antropologa, dice per sostenere le sue tesi. È una intellettuale, la Magli: facciamole dunque grazia di trattarla da tale e vedere se la sua impalcatura regge, o non è l’ennesimo caso di propaganda costruita come un trompe d’oeil, che a vederlo da lontano pare vero, ma se vai a controllare meglio ti accorgi che è fatto solo di due mani d’intonaco ben assestate.

L’incipit scelto ha velleità e quasi pretese scientifiche:

Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura».

Bella frase d’effetto, ma che resta tale se poi non si specifica cosa sia una “cultura”: perché la “cultura”, a quanto ne sapevo io dai miei scarsi studi antropologici, è pur sempre una costruzione sociale condivisa da un gruppo di individui. E dunque se quella di cui fan parte gli individui è una che riconosce loro il diritto ad esercitare la loro libertà individuale, nei limiti in cui questa non interferisce con la libertà degli altri soggetti, ecco che abbiamo una bella società multietnica fatta e finita, in cui, imparando reciprocamente a non pestarsi i piedi, possono convivere Indù e Mussulmani, Animisti delle Conga, Cattolici e altri privi di religione di riferimento. L’impero romano, per dire, era allegramente multietnico fin dalla sua fondazione; anzi, era multietnico prima di essere impero, e in virtù di ciò riuscì a svilupparsi: Roma non era ancora stata fondata, in pratica, che già si apriva ad accogliere Sabini, Volsci, Etruschi, forse perché il suo fondatore, Romolo, intuiva, con la saggezza tipica del bastardo, che per conquistare il mondo un po’ di bastardaggine aiuta.

Che cosa invece intenda la Magli in questo articolo per “cultura” è chiaro invece poco dopo:

Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini.

Dunque, par di capire, nella visione della antropologa Magli, la “cultura” è una “cosa” che ha delle caratteristiche immutabili e date a priori, che passano da una generazione all’altra, immutate ed impermeabili ad ogni contatto con il “fuori”. Per me, che non sono antropologa, ma storica, e quindi sono abituata a vedere lo sviluppo di abitudini e concetti nel tempo, la cultura invece è una cosa fluida, aperta agli influssi esterni, adattabile e capace di cambiare con il mutare delle circostanze e delle generazioni, e proprio per questo è vitale: una cultura ferma, per lo storico, è una roba morta che si avvia al declino, e rotola via verso di esso tanto più velocemente quanto più si irrigidisce.

Invece per la Magli, antropologa, la cultura è, in buona sostanza, una brocca, che ha una sua forma precisa, e non cambia mai, al massimo cade a terra e si spacca.

Inoltre, si evince dallo scritto, la cultura non è una costruzione sociale, stratificatasi in convenzioni ed abitudini che non hanno però altro valore intrinseco se non l’approvazione del gruppo che le ha inventate: la cultura, pare, ha invece un fondamento “genetico” nella etnia che l’ha creata. Infatti, scrive la Magli, a priori si è in grado di stabilire che una sinfonia di Rossini è “italiana”, mentre Wagner si sente ad orecchio che è tedesco: non è proprio come dire con molta semplicità che gli ebrei sono bravi a far soldi e i neri hanno la musica nel sangue, ma poco di manca.

Ora, dal punto di vista storico e antropologico una costruzione di questo tipo non sta in piedi: è una idea vecchia e superata. Nell’Ottocento storici ed archeologi identificavano cultura e etnia, con il bel risultato di moltiplicare enti senza necessità: ogni volta che da uno scavo saltava fuori una nuova forma di brocca o di freccia, era necessario postulare l’invasione di un gruppo di individui arrivati da fuori, ed ogni oggetto originario di una certa area era considerato sicuro indizio di stanziamento da parte di popolazione da lì proveniente. Se le culture fossero delle robe così, impermeabili ed immutabili agli influssi esterni, un archeologo del futuro, trovando nelle nostre città traccia dei McDonald, dovrebbe dedurre che c’è stata una invasione di Statunitensi in Italia, perché solo gli Statunitensi possono mangiare hamburger e patatine sfrigolanti di strutto, e desumerebbe senza dubbio una presenza di genti del Sol Levante in ogni cucina dove si trovi un wok. Un’assurdità, come sa ogni genitore di figlio italianissimo che ahimè si strafoga di junk food e ogni quarantenne vittima di amici/amiche che usano il wok anche per scaldare la camomilla.

Le culture (quelle vitali, almeno) sono per loro definizione permeabili agli influssi esterni, che assorbono e metabolizzano nel tempo. Forse è questo concetto quello che ci frega: le culture hanno bisogno di tempo, e questo è l’unica cosa che scarseggia nella nostra epoca odierna, abituata al tutto e subito. Si pretende – da Sinistra e da Destra, con uguale dabbenaggine – che noi siamo pronti a confrontarci con l’altro, il diverso da noi, dalla sera alla mattina, e soprattutto si pretende che l’altro arrivi in casa nostra uguale a noi, preciso preciso, mentre questo, anche per i più volenterosi, è un processo che dura e necessariamente deve durare, ed è sempre e comunque lento e doloroso anche per coloro che sono più motivati ad affrontarlo. È però destinato alla lunga ad avere successo, perché il mutuo scambio funziona nei due sensi di marcia, a dispetto di qualsiasi barriera gli stessi individui dei due gruppi in contatto cerchino di frapporre: il tempo, a seconda dei punti di vista, è un galantuomo o una gran carogna, ma, sta di fatto, alla fine ha sempre la meglio.

La cultura per sua natura non sta mai ferma e si evolve, assorbe input esterni e li fa propri, in un processo lungo e faticoso, che può durare anni, generazioni, secoli, ma che non ha pregiudiziali “genetiche” o “etniche”, né può averle, perché, nel momento in cui le abitudini di vita “italiane” venissero cambiate, anche profondamente, da quelle copiate o assunte dagli “stranieri”, anche gli “stranieri”, per quanto refrattari ai modi di vita “italici”, non sarebbero a loro volta più “puri”, ma ibridati, e tutti quanti finirebbero col dare vita ad una nuova cultura, che avrebbe caratteristiche neppure “miste”, ma semplicemente diverse e terze rispetto a quelle di partenza.

Del resto, anche gli stessi Italiani mutano al mutare del tempo, e la pretesa “italianità” che la Magli pretende sia difesa è concetto scivoloso e scientificamente indifendibile. Se l’italianità è la sinfonia di Rossini, o la capacità di scrivere opere di Monteverdi e versi di Petrarca, come dice poco dopo nel prosieguo della tirata la nostra antropologa, allora gli Italiani di oggi di Italianità ne han pochissima: non perché siano incapaci di comporre sinfonie o poetare, ma perché i loro prodotti sono per forza diversi da quelli di Monteverdi e Petrarca, essendo l’Italia di oggi diversa da quella di allora. L’Italianità, se mai esiste, è qualcosa in continuo mutamento persino fra gli Italiani: cinquant’anni fa la mentalità comune italianissima tollerava a stento una donna in pantaloni o in bikini, e la marcava come ragazza facile succube di modelli culturali alieni al Bel Paese: oggi cose del genere non vengono credute, quando le si racconta. Siamo meno italiani oggi?

Che, dunque, dovremmo difendere dallo straniero che c’invade, signora Magli? Le nostre abitudini, che, a quanto mi consta, nessuno straniero ci ha finora mai chiesto di mutare? In nome di cosa dovremmo chiudere le frontiere, impedire l’iscrizione degli extracomunitari nei nostri uffici anagrafe e nelle nostre scuole? In nome di quale cultura dovremmo arroccarci in casa come assediati, vedere un nemico  invasore ad ogni angolo di strada? In nome della nostra pretesa “cultura” da difendere o per via di una semplice, ancestrale, irrazionale e fottutissima paura del nuovo che, a quanto pare, né le lauree né le cattedre di antropologia servono a tenere sotto controllo?