
La cosa affascinante dei Greci è che qualsiasi cosa salti in mente alla Storia, loro l’hanno fatta per prima, e, di solito, meglio. Nel bene e nel male. Prendi Robespierre. Uno dice: un fanatico così, con la sua fredda, razionale e tutta intellettuale determinazione a sterminare gli avversari e nessun rimorso nel farlo, è un prototipo con copyright tutto francese. Invece no: tu apri un bel libro di Storia Greca, e te lo trovi lì, l’archetipo di riferimento. È così che incappi in Crizia.
Crizia, che diamine! Mica facile descriverlo, e neppure parlarne. Non è mai facile tracciare un ritratto di queste anime nere della storia, che appaiono nei momenti più bui e confusi, si stagliano come ombre malefiche sulla scena, con il profilo inquietante del Nosferatu di Murnau e lo stesso suo fascino, che è impastato assieme di repulsione e richiamo.
Crizia. Me lo so immaginare solo bello, o meglio, più ancora che bello, affascinante, il corpo atletico forgiato da implacabili esercizi al ginnasio, lo sguardo assieme mobilissimo e gelido, a manifestare un carattere di un ardore freddo che non sa mai trovare pace e continuamente si arrovella, sprezzando un mondo che non giudica degno della sua attenzione e da cui però non sa staccarsi, rimanendone invischiato.
Erano tutti belli, del resto, nel suo casato, e ricchi, e nobili e per di più intelligenti come pochi: un cugino era Andocide, l’altro cuginetto il giovane Platone, e nello stemma di famiglia si contavano a bizzeffe i vecchi re e gli arconti di Atene; anzi, manco si contavano più, ché erano troppi. Vivere nella Atene democratica era per gente simile una sofferenza da accettare a capo torto. L’avevano costruita e governata loro, per secoli; ed ora? Ora erano costretti a starci dentro come cittadini fra cittadini, al pari del povero, sfigato teta che remava nella flotta e si spezzava la schiena fra gli scalmi, capace a stento di vergare su un coccio il nome di chi voleva stratega o esiliato. Ma, nelle assemblee, il suo voto, per un capriccio di Clistene, quel maledetto Alcmeonide dalla idee progressiste, il suo voto, dicevamo, quello del povero marinaio con le pezze al culo, e spesso col culo addirittura senza pezze, contava come il parere di un Callescro, di un Callia, di un Nicerato, che avevano nei geni l’istinto del comando e la cultura giusta per esercitarlo, e al potere potevano andare personaggi che si davano gran manate sui fianchi per richiamare l’attenzione del pubblico, sbraitavano, urlavano e, diomìo diomìo, nella vita di tutti i giorni facevano i salsicciai o i fabbricatori di corazze.
Lo schifo che gli prendeva, a Crizia, quando vedeva tutto ciò si può solo ipotizzare, o immaginarlo leggendo in parallelo alcune pagine crudeli di Céline o di Hollebecq: era lo schifo di chi si sente superiore perché sa di esserlo. Purtroppo, in Crizia, questo ti frega: che liquidarlo come uno stupido o un semplice stronzo non puoi. Nei pochi frammenti giunti a noi nel naufragio della damnatio memoriae brilla la luce di una intelligenza spietata, di una razionalità che si spinge tanto al limite da lasciare ogni connotazione umana, fino a perdere qualsiasi venatura di comprensione: un viaggio al termine della notte, in cui la notte non ha altro termine, però, che una lucida e fanatica forma di follia. Il popolo? Un malnato gregge di pecoroni, schiavi del ventre, incapace di pensiero. La religione? Solo un mezzuccio per spaventare e reprimere, che va usata con oculata mancanza di scrupoli. La democrazia? Un infingimento creato dai più deboli per impedire ai migliori di emergere e comandare. La società? Un marciume che non si può emendare, ma solo abbattere, con la violenza e nel sangue, perché non c’è altra via e altra palingenesi che la morte e la guerra, a sanarne i mali incancreniti.
Un pazzo. Sì, ma pericoloso ed affascinante per quella reale ansia di assoluto che c’è sempre in ogni verace pazzia. Un pazzo, ma intelligente e subdolo, quindi capace di mosse inaspettate, e per noi oscure. Nella cerchia degli allievi di Socrate Crizia era una delle perle che Socrate stesso mostrava con un certo qual orgoglio, perché a quell’uomo povero, brutto e grasso, seppur grande filosofo, dava lustro poter vantare fra i suoi più sfegatati ammiratori ed amanti i giovinetti più belli e svegli dell’aristocrazia cittadina. Alcibiade, dunque, questo leoncino bizzoso e vanesio, e lui, Crizia. Amici? Complici, più che altro. Legati da comuni passioni, non ultima quella per la filosofia, forse perché tutto quel pensiero li confermava nell’ipotesi di essere i migliori. Ma anche da interessi più terreni: amicizie pericolose in Tessaglia, dove si allevavano cavalli veloci e gli aristocratici avevano tentazioni di rivolta. Crizia ne fu in qualche modo invischiato. Le fonti lo dicono all’origine di un complotto che coinvolgeva i Penesti, una sorta di servi locali della gleba, per liberarli, si dice, e fare una rivoluzione. Notizia poco chiara, e infida: lascia immaginare un Crizia democratico radicale, che si batte per liberare una classe soggetta dal dominio ingiusto di nobili infingardi. Forse non fu così, forse la sua idea di rivolta era sfruttare il popolo per appoggiare un regime ancor peggiore, una sorta di stato etico sul modello spartano, una società degli uguali simile ad una caserma. Certo è che, nei suoi maneggi, i compagni di strada erano gente per cui la violenza era un habitus mentale necessario, e il sacrificio degli oppositori il mezzo lecito per imporre il rinnovamento forzato al mondo.
Chissà se fu quel fallimento a dargli il via per estremizzare ancor più le sue visioni. Magari l’ultima spallata fu il disastro del colpo di stato “soft” del 411, quello organizzato con ipocrita doppiezza da Teramene, convinto come lui che si dovesse esautorare il popolo, ma dando a tutto una forma paternalistica e “legale”. Il padre di Crizia, Callescro, era uno dei congiurati, lui non poté esserne estraneo. La trama fu sventata, Atene rimase democratica, i tradimenti, le ambiguità, la semplice inadeguatezza di alcuni determinarono una ignominiosa caduta.
Crizia non viene toccato e resta sullo sfondo, apparentemente immobile, fino alla fine della guerra. Trama, certo continua a tenere i legami con Sparta mentre la guerra continua ad oltranza.
Quando la città è costretta, da Teramene, ad accettare la resa senza condizioni, ecco il momento della sua vittoria: gli Spartani scelgono lui come capo dei Trenta Tiranni, il governo che dovrà reggere la nuova Atene. Ma su cosa debba essere questa “nuova Atene” si apre lo scontro. Perché si fa presto a dire reazionari, ma, come per tutti i termini politici, ognuno poi interpreta l’etichetta a sua maniera. Nel consesso dei Trenta, che sono tutti uniti e festanti quando fanno abbattere le Lunghe mura al suono dei flauti, si aprono presto profonde crepe. I moderati, come Teramene, vogliono reggere la città trasformando la democrazia in una oligarchia vecchio stampo: per loro rimettere le cose a posto vuol dire far in modo che le persone giuste, senza traumi, gestiscano l’andazzo come una volta, prima che tutta quella feccia rivendicasse diritti, si mettesse a credere di contare qualcosa: riportare tutto al buon tempo passato.
Crizia, invece, non vuole un ritorno al passato, vuole un nuovo inizio: una società completamente riformata, una città simile ad una Sparta che però sappia di filosofia. Teramene desidera chiudere i conti in fretta, con poche vendette, eliminando solo chi proprio deve essere eliminato, per poi rituffarsi in un quieto tran tran in cui tutto è sopito anche se nulla risolto. Crizia invece pretende il sangue, vuole la palingenesi che nasce da una strage, in cui gli avversari sono nemici da trascinare nel fango e giustiziare: la massa deve rassegnarsi al fatto che può solo obbedire o farsi ammazzare.
Teramene, persino Teramene inorridisce: e non è il numero dei morti, forse, ma la logica con cui sono condannati: fredda, brutale, in una parola: fanatica. Il moderato può digerire un omicidio, ma non ammette l’omicidio stupidamente ideologico, il sangue sparso che non lo fa dormire la notte non è quello innocente, ma quello inutile. Così tenta di opporsi, non per un sussulto di coscienza, solo per un anelito di quieto vivere.
Crizia non gliela perdona. Lo trascina davanti all’assemblea, lo fa condannare e, quando cerca rifugio presso un altare, lo strappa anche da lì, con violenza, perché lui è peggiore dei suoi nemici democratici, lui è un traditore della oligarchia. Beve la cicuta, Teramene, brindando alla salute del suo bel Crizia, perché assai probabilmente capisce che quella salute è destinata a durare ancora poco.
Difatti il sangue arma i democratici fuggiti, che si organizzano, tornano in forze contro la città, la cingono di assedio. Crizia non si arrende, non accetta di arrendersi perché per lui, come per tutti i fanatici, la mediazione è impraticabile: il fanatico, quando perde, vuole un crepuscolo degli Dei. Ma non si suicida nel chiuso di un bunker, dopo aver costretto al macello altri, da soli. Si batte con i suoi seguaci più stretti, come un leone, a Munichia, sapendo che è la sua ora, sapendo che la morte lo attende, ma la morte è meno paurosa che l’essere costretto a vivere in un mondo che non è fatto a modo suo.
Muore, infine. Era uno schifoso tiranno. Era un assassino. Ma per la grandezza che comunque traspare nell’ombra nera del suo animo, un moto di rispetto, davanti a quel cadavere, ti viene.


13 comments
7 Aprile 2009 a 3:27 pm
Egipt » Blog Archive » Crizia, il Robespierre della antica Grecia
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7 Aprile 2009 a 5:01 pm
Alberto Gini
Cara Galatea,
“Lo schifo che gli prendeva, a Crizia, quando vedeva tutto ciò si può solo ipotizzare, o immaginarlo leggendo in parallelo alcune pagine crudeli di Céline o di Houellebecq: era lo schifo di chi si sente superiore perché sa di esserlo”.
Permettimi di dissentire. Non ho mai letto nulla di Houllebecq né mi interessa leggerlo per quello che su di lui ho appreso (un leghista acculturato, mi par di capire, ammesso che la cosa sia possibile). Ma di Céline ho letto qualcosa e ho capito che quello che davvero gli ripugna è la caducità umana, il pensiero che tutto dell’essere umano è destinato a decomporsi e che di esso nulla rimarrà. Che Céline sia stato antisemita, e anche ferocemente, non vi è dubbio. E questo suo atteggiamento è intollerabile. Tuttavia né in Morte a credito né in Viaggio in fondo (perché tutti dicono al termine della) alla notte è mai questione di superiorità del suo io, anzi … cè una partecipazione alla miseria dell’uomo, alle sue fragilità, da scorticato vivo. Non mi dilungo per non annoiarti.
Ciao
7 Aprile 2009 a 5:24 pm
ilmondodigalatea
Celine è uno dei miei autori preferiti, a dispetto delle posizioni politiche, che considero ributtanti. Concordo con la tua analisi. Quello che intendevo dire è che, in certi autori, quello che viene scambiato per volgare razzismo è invece la coscienza di essere degli uomini in grado di vedere un po’ più lontano di altri, il che, alle volte, porta a comprendere meglio gli abissi in cui può sprofondare l’animo umano. Sì, Celine sembra uno che grida perché lo hanno scorticato vivo, sono d’accordo. Anche Crizia, da quel poco che ne è rimasto, con i dovuti correttivi, dà questa impressione. Uno che si guarda attorno e prova schifo per quello che vede, perché non sopporta l’umanità incoerente che sa essere anche dentro di sè.
7 Aprile 2009 a 11:32 pm
Paolo
Più che “Badilate di cultura”, questa meravigliosa sezione si dovrebbe intitolare “A spoonful of sugar”. Se mi avessero insegnato la storia greca in questo modo, al ginnasio, forse ne ricorderei qualcosa.
Bravo, Galatea.
8 Aprile 2009 a 1:39 am
Pensatoio
Una differenza sostanziale : Crizia era un aristocratico. Robespierre era un democratico sincero. Ma pretendeva che tutti avessero lo stesso suo spirito di servizio e la sua stessa apertura all’universale. Rimanendo così alla fine solo, sul ponte di comando, con le teste mozzate di chi faticava ad essere libero
8 Aprile 2009 a 10:21 am
juni
[volevo contattarti, potresti mandarmi una mail? grazie]
8 Aprile 2009 a 1:08 pm
red. cac.
Carissima Galatea, ancora una volta apprezzo ed ammiro, come s’è di là da noi già fatto in passato, la natura della tua composizione, per lo stile e per il pathos che infondi nella rivisitazione del personaggio. Ma devo farti rilevare diverse inesattezze, non tutte irrilevanti, in merito alla storia della civiltà greca e ateniese.
Mi limito, per ora, a quelle essenziali. Anzitutto, su Crizia sappiamo soltanto quanto ne hanno detto avversari o partigiani, non esistono testimonianze che possono definirsi sine ira et studio, neanche quelle di molto posteriori.
Poi, quando parli di democrazia e di aristocrazia oligarchica, dimentichi alcune cose fondamentali. La prima è che Pericle, stratego per un trentennio, è un Berlusconi con nobiltà, cultura, classe, stile e intelligenza; ma per intuizione e per metodo i due si assomigliano in maniera stupefacente (se Berlusconi avesse la metà dell’intelligenza di Pericle, governerebbe dal 1994, e questo la dice lunga sull’intelligenza dei suoi avversari politici: ma torniamo ai greci, è meglio).
Il vero clima dell’Atene della seconda metà del V secolo, in particolare dell’ultimo quarto. Mi astengo dal trattatello, mi basta sottolineare che
a) Euripide – immagino tu concordi sul fatto che sono i tragici i massimi pensatori della Grecia classica – vinse gli agoni solo quattro volte, di cui una post mortem e per il decisivo intervento di Sofocle, con l’autorevolezza che questi ebbe dai 20 fino ai 90 anni davanti a tutti gli ateniesi. Significa che il “democratico” Euripide, genio assoluto anche se, come afferma Nietzsche, “becchino” della tragedia, era molto “ascoltato” e pochissimo amato: gli ateniesi lo fecero gareggiare – proprio grazie al sistema di Clistene (a proposito: esageri in colore) – quasi sempre, ma lo premiarono solo eccezionalmente. Come sai, Euripide rappresenta la modernità e l’innovazione, lo spirito non sofistico della democrazia ateniese, contro i molti falsi democratici
b) il reazionario oscurantista Aristofane, altro genio, fu amato da quegli stessi ateniesi che votavano per Cleone, anche in quanto fu spietato sia con Euripide sia con Socrate, della cui morte non è solo Platone a considerarlo per non piccola parte responsabile. A. disprezza pure gli omosessuali – qui sarebbe il caso di aggiustare un po’ il tiro su quel che fu l’omosessualità greca, togliendo la parola ai somari grillini – ed è il massimo nemico giurato della modernità. Lui capì che la democrazia, trionfante nelle procedure politiche, restava perdente nel pensare quotidiano del popolo. Lui fu amato anche perché permise ai greci “comuni”, quelli che votavano le risoluzioni democratiche, di non essere soggetti a nessuna “pratica adulatoria” (Platone) che oggi è detta political correctness. .
c) quando dai a Crizia del pazzo dimentichi che gli armosti spartani sarebbero comunque giunti ad Atene. Crizia, non altri, le conservò quel minimo di indipendenza senza la quale Trasibulo non avrebbe mai potuto fare quel che fece, e di cui tu parli.
d) E’ il punto capitale. Le esaltazioni acritiche della democrazia ateniese hanno senso soltanto se ci si riferisce alla cultura che ne nacque. E’ vero quanto scrivi all’inizio del post: ovunque guardi, ti trovi sempre fra i greci. C’è una ragione: quando mai vi fu uno scontro così epocale fra tradizione e modernità? I tragici capirono che in esso non vi sarebbero stati vincitori, e grazie ad Eschilo e Sofocle oggi sappiamo (sic) che non vi è nulla di più funesto, per una società, che farle combattere fino all’ultimo sangue. Per concludere, almeno su questo: la democrazia greca mandò a morte Socrate per un reato di opinione, e assolse Eratostene, assassino per denaro del fratello di Lisia, per un’amnistia di convenienza. E ci sono magistrati che aprono l’anno giudiziario esaltando i tribunali ateniesi. Esiste qualcosa di peggio degli imbecilli in ermellino?
Chiudo con un breve riferimento ad uno dei tuo commentatori, uno di quelli che fanno cadere le braccia e pure altro, che rigoureusement ma mère m’a defendu d’ nommer ici. Leggo, del sig. Gini “un leghista acculturato, mi par di capire, ammesso che la cosa sia possibile”. Ecco, se ha occasione, riferisca al sig. Gini che chi sta scrivendo è leghista, sia pure occasionale, risoluto d’esserlo ogni volta che la sinistra sprofonda in quell’imbecillità che determina le vittorie di Berlusconi. Gli dica pure che se vuole può fare qui esperienza della possibile esistenza del “leghismo acculturato” (non crederà mica, il sig. Gini, che la lega ora vince solo nelle fabbriche???)
Devo concludere con un doveroso elogio: in uno stile controllato, ignoto a Dostoevskij, e spesso anche a Tolstoj, riesci a fare di Crizia un personaggio degno di questi narratori. Un vero capolavoro, in questo, il tuo post.
Saluti e auguri
8 Aprile 2009 a 5:01 pm
ilmondodigalatea
@->red.cac.:
Rispondere al tuo commento richiederebbe un trattatello a sè. Comunque, ci provo.
1. Su Pericle/Berlusconi e possibili analogie fra i due rimando al mio post http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2008/06/27/grandi-leader/ dove l’analogia era sottintesa, e anche sottolineata la differenza di stile fra i due. Analogie che anche la critica “seria” in qualche modo avvalora (Si pensi ad alcuni passi di “Democratia, origini di una idea” di Musti sull’idea di pubblico/privato nella retorica periclea, per esempio).
2. In realtà su Crizia non abbiamo solo quello che ne scrissero gli avversari: rimane qualche sparuto frammento suo. Poca roba, lo ammetto, ma qualcosa di più della sua personalità si può arguire.
2. Sulla “democraticità” di Euripide qualche piccolo dubbio ce lo avrei. Alcune tragedie euripidee sono, da questo punto di vista, un po’ ambigue, concorderai anche tu; e comunque la sua ferma opposizione alla guerra lo fece sempre guardare con sospetto ad Atene, soprattutto nell’ultimo periodo. Euripide è un autore di una complessità incredibile, appiattirlo nel ruolo di “voce democratica” è troppo riduttivo.
3. Aristofane fu certamente, invece, una voce conservatrice. Che questo non gli abbia alienato le simpatie del pubblico ateniese non deve stupire: si pensi oggi al fenomeno di Beppe Grillo, che ha molti fans sia a “destra” che a “sinistra”: Aristofane sapeva dare voce ad un malessere trasversale, per molti versi a-politico e pre-politico: gli Acarnesi sono un bell’esempio di ciò, e alcune tirate delle sue commedie sembrano una versione antica del Funari o del Jack Folla dei tempi d’oro. Non è strano che lo votassero ai festival, dunque.
Quanto alle critiche sul pensiero socratico: è manifesto che le critiche da lui mosse a Socrate furono riprese paro paro nelle accuse presentate contro Socrate al processo intentatogli dopo la restaurazione democratica. V’è però da rilevare che anche il reale pensiero politico di Socrate è per noi su molti punti oscuro: su questo aspetto abbiamo i resoconti platonici e gli accenni di Senofonte, che però su taluni punti non secondari non concordano; il fatto che Alcibiade, Crizia e Teramene facessero parte della sua cerchia lascia sospettare che l’orientamento politico di Socrate fosse forse non totalmente “democratico” (c’è chi lo vuole filologarchico, chi cercò di accreditarlo come “terameniano”…insomma, chi più ne ha, più ne metta).
4. Gli armosti sarebbero certo giunti ad Atene. Teramene giocò sporco per farli arrivare comodamente e costringere la città ad accettare una pace che era una resa incondizionata. Crizia restò nell’ombra durante la fase delle trattative, ma poi portò avanti un progetto “fondamentalista” che finì con creare fratture anche all’interno del gruppo oligarchico, in cui non tutti condividevano la sua visione politica.
5. Quanto alle “esaltazioni acritiche della democrazia ateniese”: personalmente non esalto acriticamente nulla. La democrazia ateniese ebbe luci ed ombre, proprio per questo ha valenza paradigmatica anche oggi: è un esempio ottimo di società complessa che offre importanti spunti di riflessione sui processi con i quali le democrazie si formano, prosperano, si suicidano. La giustizia amministrata ad Atene ha gli stessi difetti che ha la giustizia amministrata dagli uomini in qualsiasi parte del globo. La percetuale di cretini fra i giudici immagino sia uguale a quella presente di media negli altri settori occupazionali: gli imbecilli indossano sia gli ermellini sia altre divise professionali, e possono prendere qualsiasi tessera politica.
6. Non ho capito se la chiusa era una presa per il sedere, ma grazie. A presto, ciao.
8 Aprile 2009 a 5:27 pm
red. cac.
Non era una presa per il sedere. C’era forse dell’iperbolico, ma il collega Erasmo deve pur tener conto del fatto che quando si incontra una cosa come quella che hai scritto tu, si sta pur sempre girando per blog. Sul resto avrò occasione di tornare, ma su molte cose condordo. Una sola cosa: definire il pensiero di Socrate è difficile, ma da lui presero le mosse sia Senofonte sia Platone, il primo modesto conservatore (tanto modesto che il trattato del vecchio oligarca non viene atrtribuito a lui per manifesta superirorità di pensiero – del trattato) il secondo evidente reazionario. Sul fatto che Euripide sia stato democratico in senso stretto si possono nutrire dubbi più che legittimi; tuttavia non lo amarono né i conservatori né i reazionari, e lo ritennero paladino della modernità. Una cosa s’è dimenticato di sottoineare: che la letteratura greca per quasi un millennio non ha creato “personaggi”, tutta presa fra mito e storia, ed è per questo che è esemplare dal punto di vista politico e che, essa sola, ha concepito la tragedia.
Ciao e grazie della risposta
8 Aprile 2009 a 5:30 pm
paolo
“Le esaltazioni acritiche della democrazia ateniese hanno senso soltanto se ci si riferisce alla cultura che ne nacque”

la cultura che ne nacque? diciamo che la produzione culturale di quel periodo è stata vista dai posteri come altissima, il che ha permesso che ci arrivassero molti dati che ci permettono di ragionarci sopra (al contrario di altre civilizzazioni) e di fare quello che dice galatea al punto 5. Io non ci vedo un atteggiamento acritico, anzi mi sembra spesso polemica con certe visioni dominanti passate nella lettura storica ortodossa e comune. Piuttosto, mi par di capire che le interessi anche confrontare il passato con il presente: può piacere o no questa contaminazione, a me piace.
paolo
8 Aprile 2009 a 5:42 pm
ilmondodigalatea
@->red.cac: Sul Vecchio Oligarca bisognerebbe tornare. In fondo, a secoli di distanza, è ancora la più feroce disamina disponibile sui limiti della democrazia.
8 Aprile 2009 a 6:34 pm
jazztrain
Brava Galatea, l’hai fatto contento, nessuno si filava. quel poveretto di red. cac. che da anni scrive sempre lo stesso post e che tutti conoscono a memoria.
Ma dove ha studiato, dal Quintino Cataudella?
10 Aprile 2009 a 1:46 am
falecius
“una città simile ad una Sparta che però sappia di filosofia. ”
La Repubblica di Platone ?
(sì, sì, Popper).