clessidra

Ci sono uomini che, quando li rivedi, ti domandi perché il tempo, per loro, non passi.

Quando arriva, infatti, sembra di essersi persi di vista giusto un momento fa.

Ha gli stessi begli occhi grigi che grigi non sono, ma di quel colore cangiante che, nelle giornate di nebbia, alle Zattere, diventava lo stesso della laguna, preciso preciso; li usa anche come li usava un tempo, quegli occhi, vagando di cosa in cosa, di oggetto in oggetto, senza soffermarsi mai per più di qualche secondo sopra nessuno; occhi zingari, la cui attenzione intersecavi di rado, e per poco, ma per quell’attimo, quando guardavano solo te, ti facevano sentire la regina del mondo.

Ha gli stessi capelli, sì, proprio gli stessi. Forse giusto un pizzico più sale del sale e pepe soffice in cui passavi le mani, fiera di essere la sola ad aver acquisito il diritto di scompigliarglieli, accompagnando il gesto con una risata da monella pestifera.

Ha lo stesso naso, diritto, perentorio e tagliente come il filo dei suoi ragionamenti, quando decideva di tirarli giù a piombo, senza guardare in faccia nessuno, spietati.

Ha la stessa voce, calda, pastosa, leggermente impostata, frutto d’anni di lezioni e conferenze e seminari e convegni, e tête a tête con giovani fanciulle affascinate a tavolini di caffè e infinite logomachie con colleghi, da cui usciva, esce, inevitabilmente vincitore.

Ha lo stesso cappotto, cioè no, non proprio quello, ma uno quasi identico, quindi ugualmente elegante, di buon taglio, di un blu sobrio ravvivato dalla sciarpa chiara, a ciambella, che sistema, per un nervoso riflesso condizionato di vanità, con le sue mani affusolate, pallide, dalle unghie perfette.

Ha gli stessi gesti. Il prenderti le dita fra le sue, come per caso, percorrendone la lunghezza con distratta familiarità, come chi tocca una chiave rimasta da sempre in tasca e ne carezza i contorni, per ricordarne la forma senza doversi sforzare troppo.

Parla anche nello stesso modo, il suo modo, cioè quel cantilenare apparentemente svagato e distratto che soffia via gli argomenti ad uno ad uno e poi te li riporta davanti come un’onda di marea, una risacca. Un girovagare che sembra senza meta nei meandri delle parole, ma che compone invece un disegno, il suo, comprensibile solo alla fine, quando ormai ti ci sei impantanata dentro e non riesci a scappare più.

Sei bella. Molto più bella. Dio mio, non ti ricordavo così…”

Io sì. Sei sempre uguale…”

Ci sono uomini che, quando li rivedi, ti domandi perché diavolo, un tempo, te ne sei innamorata.

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