Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

lesbia

Una stronza. Ammettiamolo, è questo che tutti pensiamo di lei. Gli uomini, magari, con quel pelino di bavetta alla bocca che ha la volpe quando non arriva all’uva, perché le stronze rovinano la vita, ma è un gran piacere, per i maschi che scelgono, farsela rovinare; le donne con quella legnosa implacabilità che usiamo sempre, quando c’è da giudicare un’altra donna, soprattutto se bella. E tutti, maschi e femmine, col gusto sopraffino, poi, di aver ragione: perché – Santiddio!- se c’è una, anche una sola donna nel corso della storia che si può a cuor leggero condannare senza remore e senza ripensamento alcuno è proprio Lesbia, la nostra Lesbia, la Lesbia che Catullo amò sopra ogni cosa.

Al secolo, si chiamava Clodia. Della gens Clodia, o meglio Claudia, famiglia che a Roma, meno di trent’anni più tardi, fornirà una pletora di imperatori. Erano nobili, i Claudi, con un’infilata di antenati che risaliva ai primi tempi della Repubblica: a scorrere le liste dei consoli dei primi secoli, era tutto un Appio Clodio di qua, un Clodio qualcosa di là: sempre in mezzo, dove c’era un briciolo di potere da esercitare. E ricchi. Mica come i Giuli, nobili sì, ma con le pezze al culo: no, i Claudi erano ricchi, potenti e sempre ammanicati nei posti giusti. Tanto che se uno avesse dovuto mai scommettere su chi, in futuro, avrebbe avuto il massimo potere a Roma, nessuno avrebbe giocato un asse su Giulio Cesare, mentre su Publio Clodio, erede di tanta schiatta, tutti avrebbero puntato fortune.

Sarebbe da indagare davvero, si potesse farlo, sull’infanzia di questi due bambini, belli fin dal nome: li avevano soprannominati Pulcro l’uno, Pulcra l’altra, segno che la famiglia non brillava di fantasia nei vezzeggiativi, ma che certo strepitosi a vedersi lo dovevano essere davvero. Belli e dannati, poi, a completare l’opera, perché il gran fascino che esercitarono sugli altri per tutta la vita non era solo dato dalla loro avvenenza esteriore, ma da quella speciale forma di bellezza che è un po’ sfatta, e sulfurea: quella che guardi perché ti attrae ti fa paura, quella che vuoi perché capisci che ti farà male: la bellezza della rosa che punge, del serpente dai colori meravigliosi, la bellezza inquieta che non salva, ma travia. L’unica forma di bellezza, insomma, che non è algida, ma scatena la passione.

Clodia nacque così, bella e ricca, in una famiglia e in una città dove però il potere non toccava le donne, non era roba loro. Non lo potevano esercitare, solo trasmettere: passava di padre in genero, con la figlia a far da cinghia di trasmissione. Intelligente lo doveva essere fin da piccina. Troppo per non capire subito quanto sarebbe stato limitato il suo ruolo, quanto piccolo sarebbe stato il suo spazio: sposare qualcuno che giovasse alla carriera del padre e del fratello, fidanzarsi o sfidanzarsi, magari divorziare, in base alle esigenze della famiglia e della politica e restare in ombra a vegliare sugli interessi altrui, che però, in ossequio alla sua appartenenza alla gens, dovevano essere anche suoi, per forza. Erano moneta di scambio, le aristocratiche romane, non diverse, in fondo, da quei sesterzi che cambiavano borsa e potevano favorire l’approvazione di una legge in Senato o il suo definitivo affossamento. Belle monete, magari, finemente cesellate, e richieste e ricercate dai collezionisti: ma pur sempre oggetti destinati ad essere chiuse in una cassaforte, anche se la cassaforte aveva i muri ricoperti di marmo policromo d’una bella domus. I tempi, quelli sì, le concedevano qualche sfizio: si era moderni, a Roma, o lo si era diventati. E dunque le matrone non erano più tenute a far le Lucrezie, né a filare la lana. Gli amanti, le tresche, le corna si perdonavano, non scandalizzavano più nessuno: se non si poteva essere libere, nulla in fondo vietava di essere almeno libertine.

Fosse stata solo una sgualdrina, la bella Clodia forse non sarebbe stata così odiata: si sarebbe confusa con la folla di tante altre che si scambiavano i mariti nel letto tanto velocemente da non ricordare più nemmeno il nome del legittimo consorte in carica, o l’ultima volta che s’era dormito assieme. Ma Clodia era qualcosa di più, gli storici – che però sono tutti maschi – diranno: qualcosa di peggio. Era una di quelle donne che dal potere erano attratte perché lo capivano, come un uomo, e volevano esercitarlo. In proprio, non sotto usando un consorte come sipario o velo. E allora fece l’unica cosa che le era possibile: strinse alleanza con il solo uomo che sapeva le sarebbe rimasto vicino per la vita, e mai avrebbe insediato la sua libertà. Non un marito, ché quelli si cambiano con le stagioni, ma il fratello. Sul loro rapporto molto si disse, più ancora si insinuò. Era troppo stretto e troppo viscerale per non parere più che fraterno, e poi la fama di entrambi certo non smorzava le voci, anzi. Fossero o meno amanti incestuosi, certo i due erano politicamente una cosa sola, ma su chi fosse il braccio e chi la mente in questo sodalizio ho sempre avuto i miei dubbi. Ciò che li univa era di sicuro un comune sentire, una voglia di andare sempre all’eccesso, la spinta a scandalizzare, il non saper tenere il freno. Dove toccavano, bruciavano, e dove passavano loro, dopo si contavano le macerie. Clodio per strada, con la sua accolita di facinorosi pronti a seguirlo come un manipolo mussoliniano nelle scorribande notturne a pestare gli avversari; Clodia nei salotti, dove seduceva chi poteva essere utile o chi non doveva, in quello specifico momento, essere dannoso.

Non le resistette nessuno: non Cesare, non Cicerone, due perle di nomi in una lista che oggi definiremmo rigorosamente bipartisan, perché Clodia era una di quelle donne che quando vogliono, vogliono, e non c’è nessuno che si possa opporre. Doveva essere inarrestabile, questa femmina così spregiudicatamente avversa alle convenzioni che non esitò un attimo a rinunciare al patriziato, per consentire al fratello di candidarsi, lui nobile, come tribuno delle plebe, che non si preoccupò delle chiacchiere fatte sul suo divorzio da Metello, sui figli abbandonati, sulle accuse di incesto. Parte del suo fascino doveva essere anche questo: essere una donna che nessuno riusciva mai ad avere, in un mondo in cui gli uomini riuscivano ad avere sempre tutto.

Non poteva che innamorarsi di lei Catullo, quel giovane che dall’eccesso era tentato, che aveva anche lui l’infrangere il limite come parte della sua natura. Non poteva che amarla perdutamente, quella donna capace di andare sempre al di là, nel bene e nel male: Lesbia era la fiamma, Catullo la falena.

Lo amò davvero? Forse la domanda non ha senso, come non hanno mai senso domande simili: ognuno non può che amare come gli viene. Lo tradì, questo è sicuro. Facile darle addosso, per noi che leggiamo Catullo a secoli di distanza, sapendolo Catullo e poeta immortale. Ma per lei era solo un amante, e come tutti gli amanti, alla lunga viene a noia. Non si può scegliere chi non tollera catene, e poi rammaricarsi perché le infrange. Gli preferì un idiota, come capita spesso, in amore. Uno che la tradì a sua volta, e, per soprammercato tentò di derubarla, trascinandola poi in un processo acrimonioso, in cui Cicerone, con sadismo tipico da avvocato squalo, si divertì a trasformarla da vittima in accusata. Del resto era gioco facile sbatterle in faccia la sua vita e ritorcegliela contro: chi infrange le convenzioni sa che prima o poi gli verrà presentato il conto per lo scorno che ha inflitto alla società con il suo solo esistere.

Fu la sua fine, quel processo. La lenta discesa verso un buio che la attendeva, implacabile. Prima morì Catullo, colui che l’aveva resa immortale nei versi. Soffrì? Lo pianse? Chissà. Difficile sapere ed immaginare cosa possa aver provato Clodia davvero, questa donna che brucia come una fiamma, ma proprio per questo è difficile da descrivere, perché, come la fiamma, non si riesce a lungo a guardare. Difficile capire questa donna che per tutta la vita seguì, in fondo, solo se stessa, non si sa se per una voglia di trasgressione o per puro e semplice egoismo.

Poi a venire ucciso fu Clodio. E lei, la bella Clodia, la Clodia che Roma, non solo Catullo, aveva amato sopra ogni cosa, si ritrovò sola, senza protezione. Le donne a Roma potevano essere libertine e spregiudicate, ma libere no, mai. Lei che non era più moglie e non era più ora nemmeno sorella, in quella società di maschi si trovò senza appoggi: per quanto spudorata, non s’era mai sentita così nuda. Incombeva l’età, poi, questa tremenda scure che taglia la vita alle donne belle, e le riduce a larve prive di forza. Si ritirò: dalla vita pubblica, dalla politica. Si diede ad amministrare i beni di famiglia, e quelli ereditati dal marito: anche i cornuti sono utili quando lasciano patrimoni. Per una questione di soldi viene ricordata l’ultima volta : Cicerone le chiede per lettera di vendergli dei giardini. Una trattativa, ecco l’ultima notizia su di lei, la sua comparsata finale nella storia della letteratura latina: lei che era stata la musa di Catullo, citata per una transizione di vili quattrini, come proprietaria di un orto. Chissà Catullo cosa ne avrebbe pensato.

About these ads