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pensatore

Homage ad Arbasino

Il Maestro, come dice Conte, è nell’anima. Ma ciò non gli impedisce, di tanto in tanto, con capricciosa saltuarietà, di manifestarsi anche qui e là, ovunque. Il Maestro – almeno, questa è l’impressione che ne ho dacché lo conosco – è tendenzialmente onnipresente, o per lo meno ubiquo. Vive dappertutto; per la maggior parte del tempo, sui mezzi di trasporto che gli servono per i suoi spostamenti da un capo all’altro dell’universo creato. Quando lo senti, sul cellulare c’è sempre un ronzio di fondo, qualche clang clang indefinito: è il rumore del treno, o dell’aereo, o la portiera del taxi, del pulmino, del pick up; forse, chissà, l’alettone di una mongolfiera. È sempre appena arrivato, o in partenza per la prossima destinazione: fermo, mai.

Il Maestro è in fondo l’unico ricordo che m’è rimasto di un vecchio moroso, perdutosi fra le nebbie del tempo. Fece poche cose, e l’unica buona fu presentarmi lui. Perché il Maestro abbia deciso che gli ero simpatica è sempre stato un mistero; ma di simili misteri la vita del Maestro è piena, anche perché misteri, alla fin fine, non sono: il Maestro, semplicemente, come tutti i geni è altamente capriccioso. Fatto sta che, da allora, ogni volta che si appalesa a Venezia in qualche forma, non manca mai di farmelo sapere: “Dieci minuti per te, mia cara, li trovo sempre!”. Dei dieci minuti non varia la sostanza, ma l’ambientazione. Il Maestro, se ti deve concedere il suo tempo, ma di striscio, t’invita per un tè al Florian; se invece sosta in laguna più a lungo, t’apre le porte di casa sua, un appartamento sul bacino di S.Marco con visuale così ampia che, nei giorni limpidi, ti permette di contare, a momenti, quante navi stanno alla fonda fuori del Lido.

Casa: porto di mare sarebbe più adatto a descrivere l’ambiente: uno di quei porti però molto chic ed esclusivi dove le barche attraccano solo se hanno un pass rilasciato non si sa bene da che autorità, o su quali criteri. A qualsiasi ora ci metti piede, dentro ci trovi un campionario d’umanità così strano e bizzarro da domandarti se non sei inciampato nel portale che immette in una dimensione parallela. C’è la vecchia contessa-spaventapasseri o altro tipo di nobildonna assortita, meglio se con albero genealogico complicato e misto (discendente da trisavolo ungherese ma con madre americana; mitteleuropea, ma con marito brasiliano; di padre inglese, ma nonna turca; di avi polacchi, ma naturalizzata francese e così via), attrici e registi così off-off-off che ti chiedi se un palcoscenico lo hanno mai visto davvero – uno spettatore certamente no – sceneggiatori depressi di scarse fortune e cinematografari dalle fortune invece immense, scrittori, scrittrici, intellettuali dal genio troppo poliedrico per essere contenuti in una categoria sola, cantanti d’opera che sono sempre appena tornati dal Metropolitan o stanno per andarci, pittori, pittrici, filosofi, filosofe, graziosi fanciulli e fanciulle senza altra specifica e sporadici docenti universitari di economia che, inquattati nei cantoni, tengono il muso lungo a dimostrare che sono lì per dare un tocco di serietà a quel caravanserraglio di matti. Come il Maestro, anche loro vivono in carovana, perennemente a zonzo fra il convengo di qua e lo spettacolo altrove, la mostra, la prima, il festival, il ciclo di seminari o di letture, che se non sono le loro sono quelle fatte da amici o organizzate da conoscenti, e sono tutte necessarie, anzi imprescindibili: è bello scoprire un mondo in cui nessun evento si può perdere.

In mezzo alla sua corte, il Maestro è un distratto sovrano: c’è, ma pensa ad altro, perché se non è in transito il suo corpo, i suoi pensieri sono già andati più in là. Poi i pensieri, là dentro, svolazzano ad una altezza indefinita: sono sospesi nell’aere, sostenuti dal soffio cui si riducono tutte le voci dei presenti, perché gli intellettuali, ho imparato dopo poche cene, sono quelli che sussurrano con tono ovattato. A tavola è tutto un psss psss di conversazioni che vanno per accenni, e gli accenni sono fatti su persone di cui si dice solo il nome; i cognomi, fra gli intellettuali seri, devono essere una brutta roba: li omettono tutti, tranne, noto, Roland Barthes. Quello, il Barthes, lo conserva in ogni citazione; però lo pronunciano Rolanbàrth, come fosse una cosa sola: forse è per questo, chissà. Comunque, su Rolanbàrth gli aneddoti si sprecano: l’han conosciuto tutti, a quanto pare. Strano, io, a vederlo dalle foto, me lo facevo un tipo schivo; invece non c’è un cane là dentro che non ci abbia preso assieme almeno almeno un caffè, conversando sulle massime intuizioni della semiologia. Del resto, era Rolanbàrth: girando l’espresso, mica poteva parlare del tempo, no?

Il Maestro ascolta, o forse no, anzi, poi ti accorgi che sì, perché di tutta quella matassa di discorsi non si perde una parola ed è in grado, in ogni momento, di dipanarne il bandolo. Quando pare più svagato e perso, di colpo entra in campo, con una zampata letale: “Tizio?Ah, sì, certo, ho letto il suo ultimo libriccino…carino.” e, finito il carino, sorbe un sorso di vino dal calice, come se si volesse sciacquare la bocca da qualcosa che ci ha lasciato dentro l’amaro. È una carogna, il Maestro, di quelle che usano l’educazione come la peggiore delle siche: ché se ti dice un “fa schifo” puoi leggerci anche un’ombra di rispetto, ma se ti cataloga come “carino” vuol dire che t’ha sprofondato nella gehenna e per te non c’è possibilità di redenzione. Attorno a lui tutti sorridono, con fare sornione, ed annuiscono al carino, trasformandolo così in una condanna definitiva. E tornano a parlare di qualcos’altro, di qualcun altro, di qualche evento nuovamente imprescindibile, di qualche aneddoto che va raccontato o semplicemente, alla fine, del freddo, perché come parlano del freddo loro, anche del freddo, non lo fa nessuno. E io annuisco, compunta, e anche un po’ divertita, perché di una cosa mi sono resa conto: che la vita può essere bassa o alta, ma gli intellettuali, sempre, sono un’altra cosa.

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