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pozzanghera

C’è qualcosa di più desolato e vuoto delle spazio profondo: è il nulla dell’area industriale in un giorno di dopofesta. Già nelle giornate di lavoro, te lo raccomando, come posto. Un canale mefitico, da cui t’aspetti che saltino a zompo pesci con tre occhi, come quelli del laghetto vicino alle centrale dei Simpson; le fabbriche con le loro ciminiere, i grovigli di tubi che escono da ogni dove e vanno non si sa bene a collegarsi a cosa: sfumano, sfiatano, sbuffano vapori che tu, passando, vedi venir fuori e pensi: o mamma, adesso mi va nei polmoni, quella roba là? E poi capannoni, grandi e piccini, di centri commerciali, di ipermarket, store, outlet; uno in fila all’altro, scatoloni enormi ripieni di merci, con davanti enormi parcheggi per contenere le altre scatolette, mobili, che usiamo per andarci, e portar fuori le scatole, spesso enormi loro pure, di cose che compriamo. Attorno, dove non è cemento e lamiere di prefabbricato, è sterpaglia: una specie di erba marrone fatta di stecchi duri e senza vita, che non cresce e non si sradica, e pare star lì per dispetto, tanto a voler dimostrare che l’uomo può ridurre il paesaggio ad una schifezza, sì, ma anche la natura, quando decide di crear roba brutta, non prende lezioni da nessuno.

A guardarlo con un cert’occhio, nella giornata giusta, ha persino un suo fascino, quel niente: camminare per le stradine vuote, fra il grigio dell’asfalto e quello dei cancelli chiusi; percorrere le vie in cui i passi rimbombano nel mezzo di un silenzio quasi mistico. I tir fermi, negli spiazzi di fronte ai capannoni, ordinati come i bimbi nel loro lettino; gli uffici vuoti, ma non svuotati di tutto, perché, se butti lo sguardo di là dai vetri delle finestre in alluminio, puoi cogliere, sulle scrivanie, le tracce di una vita sospesa: la piantina accanto allo schermo del pc, la foto dei figli, una matita abbandonata fuori posto, che attende il lunedì per raggiungere, nel cassetto, le compagne, e sui muri il poster di una soleggiata località esotica: un sogno o un ricordo, chissà. Il vento spazza a tratti la strada, semina o imbovola cumuli di foglie e polvere, sbatte sulle inferriate delle fabbriche e fa tintinnare i fili di lucette e di luminarie natalizie che pencolano giù dalle insegne. Il loro tòc tòc tòc scandisce il ritmo del cammino.

Non c’è nessuno, in quel nulla, eccetto te e i tuoi pensieri, che arrivano a frotte, invogliati dal silenzio, perché si crede sempre che ci si metta a pensare davanti al bello ed al sublime, ed invece alle volte sono proprio il grigio e il banale che ti spingono a riflettere, ti danno il senso d’infinito. Ti viene da sorridere, perché quando poi lo descrivi, il mitico Nordest con i suoi vezzi e le sue magagne, nei tuoi post, o ne parli a chi viene da fuori, non ci credono che è così, pensano tu spinga il pedale della forzatura, o t’accusano di volerlo a tutti i costi sputtanare perché non è abbastanza chic per i tuoi gusti colti. E invece no, al contrario, non capiscono che se ne parli è perché lo ami, quel posto maledetto e la sua gente, e lo ami tanto che riesci, per supremo atto d’amore, a vederlo per ciò che è e volergli bene lo stesso. Ti senti a tuo agio in ogni angolo di via che svolti, riconosci tratti familiari in ogni volto che ti si fa incontro, lo avverti tuo persino quando è lui a sputarti in faccia e rinnegarti, facendoti capire che non sei roba sua.

Ci si può sentire estranei in casa propria, ma pur sempre casa è.

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