Dunque, mi chiamano dal Corriere della Sera. Sì, vabbe’ non si comincia mai con il dunque (e son pure prof, vergogna!). Ma se ti chiamano dal Corriere per farti una intervista, sei talmente intronata, che col piffero che non cominci col dunque; cominci col dunque e fai strage di tutti i connettivi possibili, e la grammatica vada pure in malora! E dunque: dunque, mi chiamano dal Corriere della Sera.

Sai, ho scoperto che sei il terzo blog del Veneto, vorrei proprio capire da dove prendi l’ispirazione per i post, come ti è venuta l’idea… – mi dice il giornalista, Alessio, che, dalla voce, è un ragazzo simpatico, ha la mia età, e mi ha scoperto andando a spulciare la classifica di Blogitalia (e per fortuna non Blogbabel, perché lì sono affondata sotto il trecento)- Ma non ti agitare, eh, è il Corriere, ma del Veneto, l’edizione di Venezia!”

Veramente io, se mi chiamano dal Corriere, mi agito anche se è quello della Val Trompia, ché sempre il Corrierone jè. Ma con ammirevole sangue freddo cerco di comportarmi come se per me concedere graziosamente interviste fosse una specie di quotidiana seconda natura: come se abitualmente mi alzassi, mi sciacquassi i denti e rilasciassi qualche dichiarazione alla stampa, così, ogni mattina, tiè.

Fa uno strano effetto, dopo tanti anni passati a fare la cronista, stare dall’altra parte della barricata, essere non il raccontatore, ma il raccontato: di solito sono quella che fa le domande, non che risponde. Ti senti vagamente ridicola, non perché le domande siano stupide, ma perché sembra un po’ assurdo che le facciano a te, come se tu potessi avere qualcosa di sensato da dire. E poi, qualcosa di sensato da dire sul tuo blog, peggio che andar di notte. Mi leggono? Si, mi leggono, Perché? Ah, bella domanda! Onestamente, spesso me lo chiedo anche io, e quando rispondo “non lo so”, non è falsa modestia, o almeno non del tutto, è che proprio non sempre lo capisco. La gente viene su un blog, forse, un po’ perché sa cosa trova, o cosa può sperare di trovare: più che il giornale, il blog mi ricorda le bancarelle dei mercatini, quelle in cui si va perché sai che il lunedì portano le uova fresche, e la signora te le vende con un sorriso. Ecco, io gestisco il mio blog come una bancarella: cerco di avere sempre uova fresche, non quelle del supermercato. Non ho i numeri della grande distribuzione, ma una cerchia di affezionati clienti, quella sì. Vorrei spiegarla, ’sta cosa, ma mi impappino, perché se tengo un blog un motivo fondante c’è: e cioè so scrivere, non parlare. Ma Alessio, il giornalista, per fortuna è molto professionale, e mi tira fuori le cose. Poi, a fine intervista, mi dice: “Vabbe’ ti mando il fotografo, vogliamo una foto di te al computer. Possiamo?”

Certo.” dico io, che mentalmente sto cercando di trovare un buco di casa mia relativamente in ordine per essere immortalato. Studio? No, è sotto a pile di libri. Salotto? No, è ridotto ad una specie di cuccia davanti alla tv… ecco forse camera mia, che se la prendono di sguincio e puntando l’obiettivo solo sulla scrivania sembra quasi decente…

Il fotografo, il giorno dopo, telefona, puntuale. Cioè puntuale lui, non io che stavo facendo un pisolino e quando squilla il cellulare ho bisogno di due minuti buoni per capire in che universo mi trovo.

Fra mezz’ora sono lì.” annuncia.

Mezz’ora, mannaggia: troppo poco per tentare una messa in piega casalinga di emergenza, in ogni caso insufficiente a tamponare i danni tricologici di una settimana a casa con l’influenza. Non resta che la pacca di gel alla bell’e meglio, tanto per far credere che i capelli ancora abbiano una qualche forma, e una spolverata sulla faccia di terra e ombretto, tutto assieme. Accolgo il fotografo con la desolante certezza che, l’unica volta in vita mia che andrò a finire sul Corriere, sembrerò peggio di una Morticia Addams tirata sotto da un trattore.

La seduta fotografica dura quasi dieci minuti, perché riuscire a far entrare me e il computer nella stessa inquadratura è un lavoraccio. Lo schermo del pc, infatti, rema contro, e posso ben capirlo: in fondo la star sarebbe lui, ed io solo la sua appendice umana. Il fotografo fa del suo meglio, povera creatura. Sposta la lampada, apre la finestra, mi dice di guardarlo negli occhi, mi suggerisce di mettere la mano sotto il mento, le dita sulla tastiera. Tutto inutile, lo so: se sto seria sembro a lutto e se sorrido vengo fuori con le occhiaie e denti storti. Alla fine scatta, e, guardando la mia caricatura sul blog, chiede: “Ma sei tu?”. No, sarei tentata di rispondere: è mia sorella carina, io tengo un blog perché sono quella bruttarella e intelligente. Deve averlo capito comunque, perché ride lui pure. “Va in pagina domani. – mi avverte, uscendo – Aspetta che controllo se ho il nome giusto, Mariangela, vero? Ma come si chiama, il blog?”

Il nuovo mondo di Galatea, gli dico. “E quindi tu sei Galatea.”

Sì, cioè, no, mi verrebbe da dire, cioè forse. E tutti i dubbi rimangono quando leggo il peana che mi han scritto sul giornale, in cui Galatea vien fuori come una corazzata della blogosfera, che viene studiata nelle università americane, dialoga con aspiranti senatori, ha un diluvio di lettori e una opinione su tutto.

Ecco, sì, Galatea è quella, è vero. Mariangela, accidenti, è quella ritratta in fianco. Sì, insomma, mannaggia, quella con i denti storti e le occhiaie, uff! :-)

PS: Ho aggiunto una foto più decente, tratta dal mio risicato archivio personale, perchè vabbe’ tutto, ma mica posso fare la blogstar se mi mettono una foto dove sembro un mostro, neh!