Piaceva. Bel ragazzo, militare di successo, e per di più con quel tanto di sfrontata simpatia che conquista. Antonio era così: non sciocco, vivaddio, ma impetuoso. Cesare si ammirava, essendo consapevoli che non gli si sarebbe stati pari mai; per Antonio si provava affetto, come per il compagno di scuola che sai essere bravo, ma ti sta simpatico perché, di tanto in tanto, combina qualche cazzata. Lui, con questo suo carattere, non s’è mai capito quanto ci giocasse e quanto invece ne fosse schiavo: non s’è mai capito, forse non si capirà mai, quanto fosse divorato dalla fame di vita e quanto la usasse razionalmente per secondare l’altra fame, quella del potere; ma a Roma, in fondo, e in quel periodo, vita e potere sfumavano l’una nell’altro, e avere il primo era poi l’unico modo certo per conservare la seconda a lungo.

Era un protagonista, uno che sta sempre al centro della scena, e con l’occhio di bue puntato addosso: pareva nato per essere al centro dell’attenzione, per crogiolarsene con gigioneria: quella che a Cesare non serviva, perché a Cesare bastava esistere, e si prendeva l’applauso anche stando fermo, di lato, muto e senza fare nulla; quella che Ottaviano non cercava, perché lavorava meglio nell’ombra, dietro lo schermo del riserbo e degli amici. Antonio no, Antonio dell’attenzione altrui aveva bisogno: doveva avere un pubblico, una claque ed un copione da primadonna: voleva tutto, sempre, con l’ansia di chi ha bisogno di confermarsi d’esistere ogni momento, per vincere la paura di non esistere affatto, per non sentirsi nulla anche sotto la più chiara delle luci. Se Shakespeare lo scelse come personaggio un motivo fondante c’era: Antonio è tragico per definizione: vive il dramma di un uomo che sa di essere comune in un tempo di giganti, ma nonostante questo non si arrende, sgomita, s’agita, si incaponisce, spinge fino all’estremo, cade.

Cresce all’ombra di Cesare, come tutti. Famiglia nobile, che paga il suo tributo di morti alle guerre intestine. Mario, Silla, Catilina, non c’è rivolgimento di Stato o congiura in cui non siano coinvolti. Per la politica si vede ammazzare il patrigno, sostituto d’un padre che ricordava a stento. Cesare è una specie di zio, ma di quelli poco più vecchi, che si considerano più che altro cugini, o amici. Da lui prende esempio e ispirazione per dedicarsi ad una giovinezza dissoluta, fra vino, donne e debiti, dilapidando fortune; da lui forse copia anche la svolta, divenendo militare, in Siria, agli ordini di Aulo Gabinio.

È portato per la vita militare, il ragazzo, in fondo. È sveglio, pronto, ambizioso quel tanto che serve per saper navigare dentro uno stato maggiore, ma incosciente il giusto per farsi amare, nella polvere della battaglia. Non è un intellettuale, Antonio, ma sa parlare, e soprattutto sa vivere: è capace di persuadere, blandire, ma anche ordinare con piglio sicuro e qual pizzico di guasconeria che è sempre ammirata nelle trincee di ogni tempo. Eppure gli manca qualcosa, lo sente: Roma non è in grado di accettarla fino in fondo, questa testa calda che non sa darsi freni: lo ama, magari, ma lo relega sempre nelle seconde file, perché davanti ci vanno quelli che si sanno presentare meglio, quelli che si sanno contenere, quelli che, da Romani, sanno che il punto di forza del Romano è conoscere i propri limiti. E Antonio i limiti li odia, smanioso di avere sempre di più e sempre qualcos’altro, anche a costo di buttarsi via o di perdere tutto. Cesare gioca con la testa, Antonio con la pancia: la differenza fra i due sta tutta qui, ma non è particolare da poco.

L’esercito lo imbriglia in una ferrea disciplina, ma gli fa conoscere anche l’Oriente. Chissà se lo capisce subito che quella è la sua dimensione, il porto cui anela. Una terra senza limiti in cui ogni cosa è estrema ed ogni olezzo stordisce, una terra in cui tutto o niente, vincitore o vinto, re o schiavo, bianco o nero; una terra in cui il grigio non è contemplato mai fra le infinite sfumature della tavolozza. Lo guarda, lo annusa, l’Oriente, immenso e senza limite: lo vede nelle strade di Damasco, ma soprattutto lì, ad Alessandria. É una cosa grande, Alessandria: una città enorme, ricca, confusa, piena di marmi, templi, palazzi, come Roma non ha, o, per lo meno, non ha ancora: è l’Egitto, è la Grecia, è il Mediterraneo. É una rosa sbocciata, il cui profumo intenso già in qualche modo preannuncia d’esser lì lì per marcire, ma intanto inebria. Me lo vedo, Antonio, rigirarsi per i corridoi del palazzo dei Tolomei, con la tracotanza del vincitore e, al tempo stesso, la timidezza del vinto: Cesare passeggia lì dentro da padrone, lui invece si sente un po’ fuori posto, schiacciato da tutta quella storia, da tutta quella cultura, da tutto quel tutto che lo opprime e lo fa sentire piccino. Chissà quante volte avrà incrociato Cleopatra, o l’avrà vista, seduta di lato, mentre conferiva con Cesare. Era come Alessandria, quella ragazza sensuale, intelligente, sfrontata, altera: una puttana, sì, ma una regina. La donna per cui un uomo come Antonio avrebbe potuto fare follie, perché era potere, arguzia, sesso, vita. Me lo immagino guardarla di sottecchi, durante i banchetti, alle udienze; studiarne le mosse, le espressioni, e poi abbassare veloce lo sguardo per non farsi sorprendere da lei in una muta occhiata di ammirazione. Lo immagino osservarla di nascosto, mantenendo sul volto la sprezzante maschera da Romano e da conquistatore, mentre dentro lo stomaco si attorciglia in un crampo di desiderio cui non si sa neppure dare un nome. Non è solo la regina, Cleopatra, è la donna di Cesare, e con Cesare, Antonio lo sa, non c’è partita. Per Antonio c’è il vino, ci sono i conviti, ci sono le ancelle e le dame di corte su cui sfogare la brama rabbiosa che lo tormenta, ci sono donne tutte uguali e ogni notte diverse, i cui nomi si confondono e i cui lineamenti sfumano in quelli di una sola, che non può avere.

Tornare a Roma è respirare: è ributtarsi nella mischia di una politica che capisce, che sente sua, anche se, dopo l’Oriente, Roma gli appare un po’ piccola, un po’ provinciale, come se essere tutto lì fosse comunque essere tutto solo di un pezzo, e altrove ci fosse tanto altro, tanto di ingovernabile, sempre in ebollizione. Ma Roma è Roma, e lo riassorbe, non appena pensa di potere finalmente farla sua.

Muore Cesare, e Antonio vede la cosa come un segno: chi altri, se non lui, potrà governare l’Urbe ed il mondo, chi altri, dato che i concorrenti sono un anonimo e un ragazzetto che ha appena indossato la toga virile, è cresciuto fra le pecore, e del mondo ha visto qualche contorno di campi, tossendo attaccato alle gonnelle di mamma? Vuole essere il padrone di Roma, adesso, forse perché sotto sotto sa che questo gli riaprirà le porte dell’Egitto, lo riporterà ad Alessandria, ma stavolta da dominus incontrastato. Ci torna appena può, infatti. Sfila con i suoi soldati, lo accolgono come un conquistatore: persino Cleopatra gli si fa incontro. Non vede l’ora di reincrociarla, ora che lui ha il comando: se la aspetta deferente e remissiva. Invece lei gli si presenta, ancora una volta, come una regina che fa un favore ad un sottoposto, e Antonio finisce col comportarsi come se lo fosse, un semplice sottoposto, perché lei gli fa perdere la testa, perché lei non lo fa ragionare, perché lei è più di una donna, è la chiave di un mondo.

Accanto a Cleopatra, sogna. Sogna cose mai viste da un Romano, cose che un Romano non può e non deve sognare. Vede l’Oriente per ciò che è, l’infinito, nel tempo e nello spazio, e Roma come una appendice di un tutto che c’è da prima, c’è ora, ci sarà anche dopo. Vede le razze e le culture fuse e frullate nei vicoli di Canopo: nubiani d’ebano che parlano greco, sacerdoti egizi che venerano la discendente di montanari macedoni, mercanti fenici e mercenari galati, l’arte, il vizio, la vita buttati per strada e incrociati fra loro senza che vi sia più un confine o un limite. Roma con il suo moralismo un po’ gretto, che vagheggia spose caste e noiose, patrizi stoici, una vita ordinata fatta a misura di quel giovane vecchio che è Ottaviano, gli appare asfittica, un carcere più che un premio. I Romani dicono che è impazzito, che la regina-puttana lo ha stregato con i suoi filtri; lui invece ha semplicemente trovato la sua dimensione, il suo luogo: ha cambiato prospettiva, e, nella nuova, Roma è un particolare ininfluente, una pratica da chiudere per poter finalmente dedicarsi a ciò che conta davvero.

Si va alla guerra. Ci va contento. È lui il grande generale, lui l’allievo diretto di Cesare, il suo vero erede: sul campo, non solo nel letto di Cleopatra. Lo scontro dovrà finalmente certificare questa verità. E invece è proprio lì che Antonio cade. Il ragazzetto noioso, che manco sta sulla plancia perché è impegnato a dar di stomaco in sentina, lo sbaraglia. La guerra lo tradisce: la guerra, che è più puttana di Cleopatra.

Quando torna, fuggitivo, ad Alessandria, e si rintana nel suo palazzo, solo, sa che è andato in pezzi un mondo, davvero: quello che lui stava costruendo e sognava di costruire. Alessandria era stata la sua patria, l’Oriente la sua casa: per loro aveva lasciato Roma, si era buttato tutto alle spalle. Del suo essere romano non gli resta che la spada, quella che userà per uccidersi. Ma saranno le braccia di Cleopatra ad raccogliere i suoi ultimi sospiri, a tergergli le gocce di sudore dal capo, ad accoglierlo e dargli pace, un’ultima volta e per sempre, in una mondo che non lo aveva generato, ma che era il solo, infine, che Antonio davvero avesse mai sentito come suo.