Il lessico è bastardo. Ma bastardo dentro, di quelli veri. Perché chi lavora con le parole, e di parole campa, è convinto di saperle padroneggiare con sapienza, di saperle “usare”, di parlarle e non venirne parlato: le parole sono quei mattoncini che infili uno sopra l’altro, perché l’architetto del discorso sei tu; e sai sceglierle, dosarle, collocarle al loro giusto punto, baloccarti con esse per strappare al pubblico l’applauso che meriti, da bravo giocoliere. E poi viene il momento, invece, che le parole si vendicano. Allora, da brave fetenti, ti si rivoltano contro. Mica fanno sciopero. No, sarebbe troppo comodo. Vengono, anzi. Ma sbagliate. O meglio, neanche sbagliate. Degli errori pacchiani ti accorgeresti subito. No, ti vengono, le maledette, ma svisate, come le note del jazz, solo che sono note stonate.

Prendi Marione Adinolfi, per esempio. Uno che di parole campa, non c’è dubbio. Nel senso che scrive come opinionista in tanti giornali, sui blog, in tv. Uno che sa le sfumature del dizionario, insomma, che non confonde Destra con Sinistra, o meglio, sì, magari qualche volta le confonde, ma non perché non abbia le idee chiare, è che sono due concetti superati che ai ggiovani non interessano…. ecco, Marione Adinolfi, dicevamo. Decide, negli ultimi momenti liberi prima di andare a fare un reality, di dedicare un pensiero a Sarah Palin, la vice di McCain. Lui tiene per Obama, per carità, ma la vicepresidente repubblicana non so, ha un qualcosa che lo piglia, al Marione: ha, per dire, un figlio down e una figlia diciassettenne incinta. Questi due fatti, spingono il Marione all’ammirazione verso il personaggio ed ad una commossa forma di meditazione sugli eventi della vita: Sarah Palin ci offre un’occasione per ragionare: quanta bellezza, quanta forza umana e anche politica, ci sono nella decisione di far nascere un figlio down e di amarlo nella sua presunta imperfezione? Analogamente, mi chiedo, da padre di una ragazza dodicenne, se tra quattro o cinque anni mia figlia dovesse arrivarmi davanti in una condizione simile a quella della figlia di Sarah Palin, sarei capace di far prevalere il diritto alla vita sul borghesissimo istinto di risparmiarci scorno e problemi derivanti da quella nascita?

Ogni volta che il buon Adinolfi si lancia in questi suoi fervorini antiabortisti, quello che mi colpisce non è tanto il ragionamento, ma la scelta di lessico. Le parole, i giri di frase, che sembrano scappargli suo malgrado. Lui si vorrebbe accreditare come ggiovane moderno aperto e disinibito, ma la psiche, ahiahi, gli tira dei brutti scherzi, e ciò che gli esce sono degli enunciati che, a leggerli bene, sono più offensivi che non lo sputo in faccia di un conservatore convinto. Sarei capace di far prevalere il diritto alla vita sul borghesissimo istinto di risparmiarci scorno e problemi derivanti da quella nascita? Si chiede l’illuminato Adinolfi, lasciando intendere che lui è un padre moderno, modernissimo, tanto moderno e disinibito che se la figlia gli arrivasse incinta a casa, lui (lui, che fino a prova contraria non è incinto, vero? E quindi, non è neanche titolato, in questo caso ipotetico, a dover lui decidere se tenere o meno il nascituro: semmai questa è una scelta che deve fare la figlia diciassettenne!) sarebbe forse capace di far prevalere il diritto alla vita sull’istinto borghessissimo di non avere grane e nipotini frignanti per casa quando appena hai compiuto quarantanni e ancora per un paio di lustri puoi fare il ggiovane. E grazie a questa sua magnanimità molto moderna, e molto piddina, sopporterebbe persino lo scorno di avere una figlia incinta: mica pifferi, pur di potersi dire paladino della vita, il Marione sarebbe disposto, chessò, ad affrontare a testa alta le occhiate di disapprovazione al pancione della figlia da parte della signora Pinuccia del terzo piano, se mai si incrociassero in ascensore, non so se mi spiego. Tutto questo, beninteso, perché lui, ripetiamolo di nuovo, è aperto, moderno, piddino e ggiovane, pertanto titolato a mettersi al centro del mondo: la figlia incinta, a ben vedere, ha un ruolo da comprimaria sfocata, in tutto ciò: è papà (o meglio, nonno) che decide di tenersi il nipotino, è papà che affronta, senza paura, il discredito ed il disonore: fa scudo, del resto, si sa, la figlia è femmina, mica può affrontare il mondo senza qualcuno che la tenga sotto controllo.

Vabbe’ io non ho figlie, e sono sempre stata a favore, per giunta, di una legge per l’aborto, quindi magari non posso parlare. Ma se ne avessi una, di figlia, e questa, diciassettenne, mi dicesse di essere rimasta incinta, la prima cosa che farei sarebbe parlarle per capire se è lei a volerlo tenere: le farei valutare la situazione, pensare bene ai pro e ai contro, sentirei cosa vuol fare, e, decidesse di tenerlo, in piena libertà le direi: “Ok, tesoro, un bimbo è una cosa bellissima, fossero tutte qui le disgrazie! Adesso ci organizziamo.”

Le rotture di scatole conseguenti ad avere un neonato per casa, lo scompiglio che porterebbe nella mia ordinata e borghesissima vita non le considererei degne di un attimo di preoccupazione. E se la signora Pinuccia del terzo piano si azzardasse anche solo di striscio a guardar male la mia bambina incinta, non mi verrebbe nemmeno per un attimo in mente di preoccuparmi per lo “scorno”. La manderei affanculo come merita, la signora Pinuccia, sbattendole in faccia un bel sorriso orgoglioso.

Ma non sono tanto ggiovane e piddina, io.

Sullo stesso tema, segnalo, perchè meritano: Anskij e Malvino.