
Un gagà. Questo pensavano di lui, a Roma, nei circoli che contavano. Questo avevano sempre pensato. Del resto, andava su per i trenta, ormai, e non si ricordava che avesse mai fatto nulla di importante, tranne che trovare il modo più elegante per far cadere la toga di lato. Solo Silla, quando era ancora un ragazzetto, lo aveva gratificato di un giudizio del tutto diverso. Era uomo d’esperienza, Silla, e con l’occhio lungo del tiranno: lui Cesare lo avrebbe voluto spedire in esilio, perché non gli piaceva punto quel bambolotto che, quando gli ordini di ripudiare la giovane moglie, risponde: «No, la amo.»
Un bambolo che s’impunta così, e per una femmina, per giunta, dimostra di avere carattere più di un conclave di senatori. Ma i senatori in conclave avevano convinto Silla a risparmiarlo: macchè, dai, è un ragazzo inconsistente, si tiene su solo con un po’ di spocchia aristocratica, come tutti i Giuli, che se la tirano da matti con ‘sta storia che discendono da Venere e Marte, ma poi, se vai a guardargli quanto hanno in cassa, scopri che stanno con le pezze al culo.
Non lo si riesce ad immaginare bambino, Giulio Cesare, e senza corona d’alloro in testa, ma certamente lo fu; bambino in una grande domus aristocratica, sì, ma ai confini con la Suburra; ragazzo dagli occhi di brace e dai lineamenti fini, in una casa piena di donne dal carattere forte e indomabile: le sorelle, la madre Aurelia, la zia Giulia che, fregandosene dei quarti di nobiltà, si era sposata Caio Mario; e quel padre che si immagina defilato, magari un po’ schivo, un gran signore rimasto però nelle retrovie della politica, perché non aveva i soldi per giocare in grande, e forse neanche il carattere giusto o la spudoratezza necessaria a far carriera.
Per nascita, come erede dei Giuli, poteva avere accesso ai circoli più esclusivi, il piccolo Giulio Cesare, appena smessa la bulla e la toga corta, e ai migliori salotti dell’urbe; ma lì finiva il suo ruolo, perché la nobiltà antica c’era, ma i soldi moderni no. Con la dignità non si faceva strada in Senato. Con il faccino belloccio sì, soprattutto passando per il letto di qualche annoiata matrona, e magari anche per quello di qualche altrettanto annoiato senatore suo consorte. Non si faceva scrupoli, il giovane Giulio Cesare, e poi perché avrebbe dovuto farsene? Era aitante, era bello, era affascinante: sapeva conversare amabilmente, poetare con raffinata discrezione. Avrebbe potuto diventare senza sforzo uno di quei cicisbei di lusso che vivono nelle capitali di ogni impero e di ogni tempo, sopravvivendo a qualche scadaletto qui, cornificando qualche babbione là, con accanto sempre qualcuno che s’incarica di pagare i conti in sospeso.
Per un po’ la strada gli parve divertente, in effetti, e poco faticosa. Stravedevano per lui, sia uomini che donne, e non solo per portarselo a letto: no, era una cosa diversa a stregarli e coinvolgerli: quella capacità innata di riuscire a fare tutto, bene e senza sforzo, come per dono naturale; quel tocco di aristocratica nonchalance che gli permetteva di non essere mai volgare nemmeno in mezzo ai postriboli e alle caserme, e di trattare patrizie e puttane con la stessa distaccata eleganza; era il fascino di un uomo che non riuscivi mai ad avere completamente, a possedere del tutto. Nel fondo dei suoi occhi neri c’era un qualcosa che rimaneva insondabile, un alone di non detto, il freddo di una distanza che non era solo calcolo meschino. Per ottenere ciò che voleva era capace di ogni cosa, e poi altrettanto pronto a buttare via ciò che aveva ottenuto un attimo dopo, perché non gli interessava più: senza un rimpianto, senza batter ciglio, senza una lacrima. Così, solo per il gusto dell’azzardo.
Scandalizzava. E gli piaceva farlo. Sbatteva in faccia a tutti la sua vita, con il compiacimento di chi sa di potersene fregare perché non accetta altri padroni che se stesso. Mandato in Bitinia, divenne l’amante del re. Alla notizia, ai senatori prese una colica: mica perché non si potesse, ma perché la storia era divenuta di dominio pubblico, e un Romano che si fa portare a letto da un barbaro, via, non era cosa.
Lo richiamano, e finisce prigioniero dei pirati. Siaresagraziaaglidei, pensano, ce ne siamo liberati! Quei rudi malviventi se lo papperanno in due bocconi. E invece no: lo prendono in ostaggio, ma lui li tratta come fosse il padrone. Non ha nelle casse di famiglia neanche di che pagarsi l’eventuale funerale, ma suggerisce loro il prezzo del riscatto, e poi ordina il silenzio sulla nave finché non viene pagato, perché, che diamine, lui deve lavorare ad un suo poema e il rumore della ciurma lo infastidisce. Lo liberano, e a momenti i pirati piangono quando lo vedono andar via. Lui torna a Roma, questo gigolò di lusso, e invece di rincantucciarsi in un angolino a piangere perché gli han fatto la bua, arma una nave, scova i suoi rapitori e li impicca tutti: così, tanto per chiarire che Giulio Cesare sarà pure reputato un cicisbeo, ma con lui non si scherza.
Quando Pompeo e Crasso decidono di tentare la scalata al potere lo vogliono come compare. Pensano che sia lui l’anello debole della catena, quello destinato a fare da cuscinetto fra le loro grandi personalità: Pompeo è il generale più famoso dell’impero, Crasso l’uomo più ricco. L’uno è osannato dall’esercito, l’altro è il principe del Foro. Cesare non è nulla, in fondo, se non un quarantenne affascinante, dal passato burrascoso e l’avvenire incerto, il tipo adatto a fare pubbliche relazioni senza mettere in ombra chi il potere lo gestisce davvero. Pensano di tenerlo buono con un anno di consolato e poi via, in Gallia. Che cazzo si può fare in Gallia? pensa Pompeo. Al massimo prendere villa a Massalia e scoparsi qualche matrona provinciale, nelle pause fra le udienze in cui i barbari lamentano un paio di galline rubate. E poi ce lo vedi, Giulio Cesare che parte per una campagna militare, lui che se gli cade male l’orlo della toga annulla un banchetto? Lui che sta a chiosare epigrammi in greco e punzecchia Catullo in versi dopo avergli fregato la donna ad una festa? Ce lo vedi, fra le marce, il fango, i barbari, gli assedi, le catapulte, le ferite che sanguinano, i soldati che bestemmiano gli dei nei guadi delle selve e tracannano vino scadente nelle bettole? Già, nessuno se lo vede, ma lui ci va. Cazzo, se ci va. Smette la toga, indossa la lorica, e pare non abbia mai portato altro. Ha la testa del condottiero e l’occhio del giornalista: i suoi piani di battaglia sono secchi come le sue righe di spiegazione. È uno che taglia il superfluo, Giulio Cesare, sia sulla pagina che nella vita: per questo conquista i suoi soldati, che lo sanno diverso, ma vicino. Fa tutto quello che fanno loro, e tutto ciò che loro non saprebbero mai fare. Lo ami, uno così, non c’è verso.
Non è Alessandro, Giulio Cesare: l’infinito non lo tenta quanto il potere vero, a Roma; del resto Alessandro amava come eroe Achille, mentre Cesare ama Ulisse. Come Ulisse, in fondo, sogna di tornare a casa. Non è facile, però, rimetterci piede, in quella Roma che gli è ostile, perché non gli perdona il successo e le sue vittorie la impauriscono. Pompeo, questa compassata nullità famosa per essere brava a guidare gli eserciti, ha scoperto che il gagà godurioso a guidare eserciti è più bravo di lui: son cose che scocciano, soprattutto se attorno c’è tutta una pletora di senatori che sibila e sbuffa; senatori, beninteso, che un campo di battaglia non l’hanno visto manco di lontano, ma a sibilare e sbuffare nei corridoi della curia sono esperti. Danno un ultimatum a Cesare: non passare il Rubicone. Cesare lo guarda, quel fiumiciattolo che è praticamente un canale, e pensa ai guadi che s’è trovato di fronte in Gallia, ai confini con la Germania, alla Manica, quelli che parevano pezzi di oceano messi fra le selve, e per tentare di passarli i suoi genieri ci si dovevano spaccare le corna per giorni. Eccheè un confine, questo, che lo superi con un saltafosso? No, non è un termine, ma un inizio. Cesare lo passa, con il suo esercito dietro: sa che attraversandolo non è un più un generale di Roma, ma un suo nemico; però se il gioco è quello, accetta la posta e sfida la fortuna col suo lancio di dadi. È femmina, la Fortuna, in fondo: e, come tutte le femmine, per Cesare ha una simpatia istintiva.
E Pompeo? Pompeo evapora. Si sgretola d’un colpo solo, come fosse stato fatto di sabbia. Perde, prima la testa, e poi la battaglia. Scappa. Come un novellino qualsiasi, come uno che non ha mai visto una guerra, monta sulla prima barca che trova e prega asilo in Egitto trascinandosi dietro moglie e qualche famiglio. Come un novellino qualsiasi si fa tradire da due eunuchi infidi, e diviene una testa mozza da consegnarsi a Cesare trionfante, come gentile cadeaux. Cesare guarda quelle orbite vuote, e piange, lacrime che non sono solo di coccodrillo: quando si sconfigge il proprio nemico, si scopre di essere definitivamente soli.
Forse è per questo, e non soltanto per un capriccio, che Cleopatra gli entra nel cuore e nel letto: in quella ragazzina umbratile e tagliente, sopravvissuta alle insidie di una corte infame e abituata ad ogni malizia nonché a giocarsi tutto in un azzardo, vede più un giovane se stesso che un’amante occasionale. Si capiscono, prima ancora che amarsi, e non hanno bisogno di spiegarsi reciprocamente i meccanismi della ragion di stato, o le rinunce che questa comporta. Lui è un re senza titolo, lei una regina senza regno, entrambi sono affamati di quei riconoscimenti che sanno di meritarsi: sono fatti per completarsi a vicenda.
Ma Roma è Roma, ed ora è sua. Ci torna. Da padrone, stavolta. Da padrone può persino prendersi la rivincita di essere magnanimo, il massimo sfregio che si può fare ai propri nemici. Si aspettano la gloria del martirio, hanno invece l’infamia di una forzata pensione, in cui la condanna è la morte per noia. Ma le voci lo rincorrono, lo perseguitano. Sussurrano, le voci, che voglia farsi re. Come se non lo fosse già. Sono stupide, le voci, ma la stupidità è più pericolosa della cattiveria. Cesare ne ride. Gli sembra incredibile doversi guardare dai suoi, ora che è capo del mondo e al centro dell’universo civile, più di quando avanzava per le selve attorniato da barbari infidi e malevoli. E poi sogna, Giulio Cesare, già qualcosa di diverso: Roma gli va stretta. Persino Roma va stretta quando hai passato una vita sulle propaggini dei suoi confini, quando hai visto l’immenso e l’ignoto che sono al di là dell’ultimo bastione, del più lontano accampamento. I Parti lo tentano, vuole combatterli, vincerli, perché lui è Giulio Cesare, mica quel coglione di Crasso, finito a far da coppa, col suo teschio, al loro re.
Ma non mette in conto l’invidia meschina, e l’esaltazione stupida che nasce in chi sa di non poter essere grande altrimenti che rovinando chi è grande davvero. La morte lo coglie una mattina, nel suo Senato: dovevano dargli le truppe per la sua nuova impresa, riceve invece le coltellate dei congiurati. Cade ai piedi della statua di Pompeo, che, con le sue orbite vuote di marmo, pare dirgli: “Vedi, alla fine, anche tu…” .
Ed è questo il tu quoque più vero.

24 comments
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1 Agosto 2008 a 11:10 am
Dedicata « E’ solo un blog
[...] Un’ultima cosa: Questo è uno di quei pezzi che è una fortuna trovare in un blog. [...]
1 Agosto 2008 a 1:36 pm
luciano
…bello…rinfrescante come una caraffa di pesche col vino,
rosso, via, sia concesso, lo merita.
Stimolata, la fantasia folleggia: “vite parallele”?
Ma son solo illusioni, scherzi del Merlot.
Sara’ lunga e aspra, col solo refrigerio di una spugna intrisa
d’aceto serrata fra i denti.
1 Agosto 2008 a 2:25 pm
Mario
L’analogia con la vita e i trionfi di Baffino e Water è impressionante…
1 Agosto 2008 a 3:51 pm
poverobucharin
cavolo Galatea, se è bello questo post.
1 Agosto 2008 a 5:34 pm
Pensatoio
…Trattare Bruto e Cassio come due meri invidiosi mi sembra un po’ esagerato
1 Agosto 2008 a 6:20 pm
Ghino La Ganga
Sua Signoria la Ninfa dia retta : Cesare, in mezzo a un cretinetti fighetto come Pompeo e a uno smidollato come Crasso ( ci si fa ammazzare dai Parti? ma dico io…), non poteva che emergere.
Eppoi : chi sarebbe riuscito a far costruire un ponte in dieci giorni?
Chi sarebbe riuscito a “convincere” Vercingetorige che non era il caso di combattere a Bourges: tesoro, siam stanchi tutti, e, soprattutto, tu sei un barbaro coglione e perciò passibile di sconfitta a prescindere, ricordalo.
Ed infine : chi sarebbe riuscito,ad Alesia, a trasformarsi da assediato in resistente, tenendo a bada oltre trecentomila nemici tra dietro e davanti?
Chi sarebbe riuscito poi a trasformarsi in attaccante, e pigliare a sonore legnate quei trecentomila, avendo intuito che il predetto coglione barbaro non era capace di tenere in linea decente una fanteria,figurarsi se poteva tenere i collegamenti tra dentro e fuori mura?
Le sigarette non esistevano, ma io Cesare lo immagino fumar rilassato una gitanes ( tiè,francesi del cazzo), mentre ascoltava il Vercìnge che si arrendeva….
Complimenti,bel post.
Inchino e baciamano
Ghino La Ganga
1 Agosto 2008 a 8:04 pm
ilmondodigalatea
@->Pensatoio: magari non solo invidiosi, sì, ma certo gran deficienti. Due mezze calzette esaltate, specie il Bruto, che si faceva menare per il naso da quella esaltata rompiscatole della moglie.
@->Ghino: Sì, anche io effettivamente me lo sono spesso immaginato così, con una sigaretta in mano ed anche un po’ scocciato perchè la faccenda andava per le lunghe.
1 Agosto 2008 a 8:25 pm
d-K
Ottimo, davvero un bel post. Così godibile da farsi leggere in un fiato nonostante la calura agostana. Grazie!
Visto che l’hai citato, ne attendo uno su Ulisse (che dal liceo in poi ho sempre considerato uno dei miei personaggi preferiti). Come direbbero in Britannia…un post-on-demand!
Saluti,
d-K
P.S.: t’è sfuggita un’acca nell’11esimo rigo a partire dal basso.
1 Agosto 2008 a 10:00 pm
mikecas
certo che la Storia sarebbe molto piu’ accettabile e comprensibile, intendo a scuola, se fosse sempre raccontata cosi’…..
1 Agosto 2008 a 10:42 pm
Pensatoio
Ripeto: mi sembra un giudizio superficiale, da libello di Indro Montanelli…
E che c’entra il rapporto di Bruto con la moglie ?
Perchè, il magnifico cornuto Claudio è stato cattivo imperatore ?
2 Agosto 2008 a 7:35 am
ilmondodigalatea
@->Pensatoio:il rapporto di Bruto con la moglie c’entra, eccome, teste Plutarco, dal momento che Porzia, donna di carattere, fu certamente uno dei principali moventi per cui Bruto aderì alla congiura, di cui non era granché convinto all’inizio. Fu lei, inscenando addirittura un falso suicidio, a costringerlo prima a raccontare gli approcci che aveva avuto da parte di altri congiurati, poi a caldeggiare l’adesione, ricordandogli di essere il genero di Catone l’Uticense ed il discendente del Bruto che aveva fondato la Repubblica. La pressione psicologica su Bruto fu fortissima, e furono usate su di lui più le armi della retorica (il ricordo del celebre ed omonimo antenato, il richiamo ai legami di sangue con la famiglia di Catone, forse anche i pettegolezzi sulla presunta relazione fra la madre Servilia e Giulio Cesare) che argomenti politici veri e propri. Quanto agli altri congiurati, lo sbandierato intento di restaurare o salvare la Repubblica è sempre sembrato piuttosto fragile. Decimo Bruto e gran parte dei congiurati venivano dalle schiere cesariane e, finoa quel momento, non avevano dato alcun segno di provare orrore per la svolta di Cesare; inoltre non era stato previsto da parte loro alcun serio piano per rimettere nelle mani del Senato i poteri “sottratti” (in realtà molto pochi) da Cesare stesso. Forse non sarà stata solo invidia, ma certo fu grande approssimazione, tanto è vero che si fecero prendere in contropiede da Antonio, che non era poi un’aquila, politicamente parlando.
Quanto al “giudizio da libello di Montanelli”: può essere, in fondo è stato una delle letture della mia infanzia… però è qualcosa in cui si cade tutti, caro Pensatoio: anche liquidare Claudio come buon imperatore ma “magnifico cornuto” è giudizio riduttivo (dalle fonti antiche, oltre che cornuto, era anche magnifico cornificatore, non va dimenticato) e forse basato sulle suggestioni di Robert Graves. Comunque magari scriverò un post su Bruto e Cassio, per chiarire perchè i due mi sono sempre stati sulle scatole.
2 Agosto 2008 a 9:42 am
fabiana
grazie per questo splendido post
2 Agosto 2008 a 1:15 pm
restodelmondo
Meraviglioso. Quasi mi aspettavo che alla fine riuscisse a evitare i pugnali dei congiurati, questa volta.
2 Agosto 2008 a 3:52 pm
Pensatoio
Non puoi basarti su Plutarco per una valutazione storica su Bruto.
Nè puoi limitarti all’aneddoto o al pettegolezzo (Plutarco ci può fornire dati controversi, ma non spiegazioni nè valutazioni)
Meier ha di lui una valutazione molto più positiva : Bruto avrebbe inizialmente avuto fiducia in Cesare. Solo con l’opzione sempre più chiaramente tirannica di quest’ultimo si sarebbe deciso a incarnare il ruolo di difensore della res publica
2 Agosto 2008 a 4:26 pm
bruno carioli
Milkecas mi ha tolto i caratteri dalla tastiere.
2 Agosto 2008 a 7:39 pm
ilmondodigalatea
@->Pensatoio: Pure quella di Meier è una interpretazione, però…
2 Agosto 2008 a 8:01 pm
Pensatoio
Però permetti, Meier non è Indro Montanelli o il tardo epigone di Plutarco
)
3 Agosto 2008 a 1:23 am
anskij
mi tolgo il cappello: da te c’e’ solo da imparare.
3 Agosto 2008 a 8:08 am
ilmondodigalatea
@->Pensatoio: be’ però, povero Plutarco, non è neppure l’ultimo dei fessi… poi, storiograficamente parlando, non sono mai stata del tutto convinta che una interpretazione moderna, per quanto sottile, sia sempre e comunque superiore ad una fonte antica, almeno fino a che non si prova che la fonte antica è del tutto (ma proprio del tutto tutto) inaffidabile e mendace; qui poi siamo, sia per l’antico che per il moderno, di fronte ad una interpretazione psicologica dell’agire umano. Perchè Bruto abbia deciso di aderire alla congiura di Cassio non lo sapremo mai veramente: Plutarco, Meier e tutti possono fare in merito solo congetture; ma da ciò che si sa di lui, Bruto certo aveva un carattere instabile e nulla della grandezza cesariana; Cassio e gli altri congiurati non si erano segnalati per nulla di notevole e il loro piano faceva acqua da tutte le parti: era un gesto esaltato, che non aveva tenuto conto della realtà di Roma e delle reazioni che il gesto avrebbe causato. Insomma, non dei geni: Marco Antonio, che pure non era uno stratega politico finissimo, riuscì a rivoltargli contro la folla e riprendere in mano il Senato con poche accorte mosse. Quanto poi alla Pretesa “restauratio” della res publica contro la tirannide cesariana, via c’era poco da restaurare…se Bruto non si era ancora reso conto che la Res Publica non era più riproponibile e che Pompeo, avesse vinto, appoggiato dagli oligarchi avrebbe fatto ben peggio di Cesare, vuole dire che viveva fra le nuvolette dei suoi sogni, vagheggiando, come altri, una Roma che non era mai esistita se non nei deliri di qualche patrizio nullafacente. No, io resto cesariana, mi spiace: fra tutti i tiranni, era comunque il migliore sulla piazza, e Bruto e Cassio due fessi.
3 Agosto 2008 a 1:47 pm
Pensatoio
Non sono d’accordo.
Bruto per me era un eroe, anche se fuori tempo massimo, della Repubblica.
Ovviamente altro è dire che fosse all’altezza di Cesare (e non lo era) altro dire che era un fesso (e non lo era). In realtà il vero grande più che Cesare è stato Augusto, a dispetto del suo poco fascino da vecchio pacificatore coatto, in quanto ha saputo realizzare la transizione con il beneplacito del sistema politico morente, mentre Cesare si è fatto beccare con le pive nel sacco ed ha fatto la fine del porco nel pollaio.
Augusto ha sintetizzato la capacità politica di Cesare e la cattiveria di un Silla con in più una navigazione silente che è stata la causa del suo successo.
Comunque io non mi faccio affascinare dagli individui nella storia (per questo rifiuto e credo che sia da rifiutare la storiografia antica, per cui leggere le biografie è come leggere “Gente”, cioè stare a destra come lo può fare un vecchia zia). Essi sono solo crune dell’ago, ma il filo è tessuto da eventi di cui non si ha ancora il controllo
3 Agosto 2008 a 3:34 pm
ilmondodigalatea
Già, ma un blog non è un saggio di storia antica, e i miei post sono una forma letteraria di riflessione su personaggi. Non necessarimente parlare di “grandi personaggi” è poi avere lo sguardo da vecchia zia, o stare necessariamente “a destra”. Esistono le storie sociali, quelle economiche: la storia è una disciplina complessa e multiforme; dire di che cosa precisamente sia fatta è difficile, anche per chi la fa seriamente. E’ un mosaico: si prova a dar e squarci di ricostruzioni, sempre parziali e sempre e comunque provvisorie. Poi sugli uomini, sul loro carattere e sulle loro motivazioni, siano essi “grandi” personaggi della storia o sconosciuti che non hanno lasciato gran traccia di sè, l’interpretazione è sempre vincolata alla sensibilità di chi interpreta. A me, personalmente, Cesare è sempre piaciuto, Augusto pochetto, Bruto quasi per nulla e i Catoni men che meno; forse, avessi i dati per conoscerne la vita, scoprirei che il barbiere di Cesare mi stava antipatico e il portinaio di Augusto no. Non pretendo che il “mio” Cesare sia necesseriamente quello “vero” o “giusto”. Per quello che so di lui, a me il personaggio pare così, e suoi nemici nell’altra maniera. Questo è quanto.
3 Agosto 2008 a 4:41 pm
Pensatoio
Non dicevo che il tuo fosse uno sguardo da vecchia zia.
Solo che pur parlando dei grandi personaggi e a prescindere dalla simpatie (anche a me Augusto sa di uomo nato vecchio) speravo in un maggior equilibrio e non in una eccessiva apologia del grand’uomo circondato da nanetti….
4 Agosto 2008 a 5:53 pm
falecius
Post stupendo, ma mi mi risultava che prima dei Parti, Cesare puntasse alla Dacia di Burebista…
8 Marzo 2009 a 2:34 pm
Giuseppe Paolo Mazzarello
Cara Galatea,
“Gallia est omnis divisa in partes tres”..pensa se il comandante in campo USA tenesse un “diario in pubblico”. I servizi segreti si metterebbero in allarme, il nostro se la passerebbe male. Così non risolverebbe il problema Gallia né altri simili. Caio Giulio Cesare era nobile, anzi nobilissimo, ma era cresciuto nella suburra e queste cose non si possono proprio dimenticare. Ricordi alcuni passi della canzone “The Flower of Scotland”? “Those days are past now/ And in the past they must remain..” I giorni degli spassi da nobili erano proprio passati ed i quarti di nobiltà non ti garantiscono un quarto di bue in dispensa. Il Nostro recitava un pò, come tutti facciamo quando siamo alla ricerca della nostra identità. Rapito tra i pirati, e dopo, si trastullava un po’ tra un’identità e l’altra, come tutti facciamo quando dobbiamo sfuggire all’angoscia. Almeno se la cavava da solo mentre noi invochiamo continuamente i massimi sistemi: diplomazie, magistrature e così via.Con le donne ci sapeva fare ma era sfortunato. Cornelia aveva ricevuto il veto da Silla e Cesare did not care it. Almeno aveva mantenuto un impegno in un campo nel quale oggi l’impegno non sappiamo neppure dove stia di casa. Col re di Bitinia si era messo a fare un po’ lo scemo? Ma se pure i suoi legionari la prendevano sul ridere, solo i senatori la prendevano terribilmente sul serio. Con Cleopatra non si capirono assolutamente ma capirono che c’entrava il sesso ed in questo erano entrambi abilissimi. La stessa cosa non si può dire di Marco Antonio. Tutto il contesto in cui si muove Cesare è grande e lui, pure grande, in questo fu fortunato. Morire tradito dagli eunuchi e poi farsi tagliare la testa come Pompeo non è la stessa cosa che farsi tirare ventitre coltellate dai congiurati nel Senato di Roma e morire dopo essersi coperto col mantello il capo come il resto del corpo. Senti, ho scritto una tragedia “Giulio Cesare” che sul web puoi già trovare in Inglese perchè ne ho fatto una versione in tale lingua globalizzata. Vuoi pubblicare la sua versione Italiana che, con un tuo commento, avrebbe quell’aria di attualità nostrana che non potrebbe che farle bene? Vale! Paolo