Un gagà. Questo pensavano di lui, a Roma, nei circoli che contavano. Questo avevano sempre pensato. Del resto, andava su per i trenta, ormai, e non si ricordava che avesse mai fatto nulla di importante, tranne che trovare il modo più elegante per far cadere la toga di lato. Solo Silla, quando era ancora un ragazzetto, lo aveva gratificato di un giudizio del tutto diverso. Era uomo d’esperienza, Silla, e con l’occhio lungo del tiranno: lui Cesare lo avrebbe voluto spedire in esilio, perché non gli piaceva punto quel bambolotto che, quando gli ordini di ripudiare la giovane moglie, risponde: «No, la amo.»

Un bambolo che s’impunta così, e per una femmina, per giunta, dimostra di avere carattere più di un conclave di senatori. Ma i senatori in conclave avevano convinto Silla a risparmiarlo: macchè, dai, è un ragazzo inconsistente, si tiene su solo con un po’ di spocchia aristocratica, come tutti i Giuli, che se la tirano da matti con ‘sta storia che discendono da Venere e Marte, ma poi, se vai a guardargli quanto hanno in cassa, scopri che stanno con le pezze al culo.

Non lo si riesce ad immaginare bambino, Giulio Cesare, e senza corona d’alloro in testa, ma certamente lo fu; bambino in una grande domus aristocratica, sì, ma ai confini con la Suburra; ragazzo dagli occhi di brace e dai lineamenti fini, in una casa piena di donne dal carattere forte e indomabile: le sorelle, la madre Aurelia, la zia Giulia che, fregandosene dei quarti di nobiltà, si era sposata Caio Mario; e quel padre che si immagina defilato, magari un po’ schivo, un gran signore rimasto però nelle retrovie della politica, perché non aveva i soldi per giocare in grande, e forse neanche il carattere giusto o la spudoratezza necessaria a far carriera.

Per nascita, come erede dei Giuli, poteva avere accesso ai circoli più esclusivi, il piccolo Giulio Cesare, appena smessa la bulla e la toga corta, e ai migliori salotti dell’urbe; ma lì finiva il suo ruolo, perché la nobiltà antica c’era, ma i soldi moderni no. Con la dignità non si faceva strada in Senato. Con il faccino belloccio sì, soprattutto passando per il letto di qualche annoiata matrona, e magari anche per quello di qualche altrettanto annoiato senatore suo consorte. Non si faceva scrupoli, il giovane Giulio Cesare, e poi perché avrebbe dovuto farsene? Era aitante, era bello, era affascinante: sapeva conversare amabilmente, poetare con raffinata discrezione. Avrebbe potuto diventare senza sforzo uno di quei cicisbei di lusso che vivono nelle capitali di ogni impero e di ogni tempo, sopravvivendo a qualche scadaletto qui, cornificando qualche babbione là, con accanto sempre qualcuno che s’incarica di pagare i conti in sospeso.

Per un po’ la strada gli parve divertente, in effetti, e poco faticosa. Stravedevano per lui, sia uomini che donne, e non solo per portarselo a letto: no, era una cosa diversa a stregarli e coinvolgerli: quella capacità innata di riuscire a fare tutto, bene e senza sforzo, come per dono naturale; quel tocco di aristocratica nonchalance che gli permetteva di non essere mai volgare nemmeno in mezzo ai postriboli e alle caserme, e di trattare patrizie e puttane con la stessa distaccata eleganza; era il fascino di un uomo che non riuscivi mai ad avere completamente, a possedere del tutto. Nel fondo dei suoi occhi neri c’era un qualcosa che rimaneva insondabile, un alone di non detto, il freddo di una distanza che non era solo calcolo meschino. Per ottenere ciò che voleva era capace di ogni cosa, e poi altrettanto pronto a buttare via ciò che aveva ottenuto un attimo dopo, perché non gli interessava più: senza un rimpianto, senza batter ciglio, senza una lacrima. Così, solo per il gusto dell’azzardo.

Scandalizzava. E gli piaceva farlo. Sbatteva in faccia a tutti la sua vita, con il compiacimento di chi sa di potersene fregare perché non accetta altri padroni che se stesso. Mandato in Bitinia, divenne l’amante del re. Alla notizia, ai senatori prese una colica: mica perché non si potesse, ma perché la storia era divenuta di dominio pubblico, e un Romano che si fa portare a letto da un barbaro, via, non era cosa.

Lo richiamano, e finisce prigioniero dei pirati. Siaresagraziaaglidei, pensano, ce ne siamo liberati! Quei rudi malviventi se lo papperanno in due bocconi. E invece no: lo prendono in ostaggio, ma lui li tratta come fosse il padrone. Non ha nelle casse di famiglia neanche di che pagarsi l’eventuale funerale, ma suggerisce loro il prezzo del riscatto, e poi ordina il silenzio sulla nave finché non viene pagato, perché, che diamine, lui deve lavorare ad un suo poema e il rumore della ciurma lo infastidisce. Lo liberano, e a momenti i pirati piangono quando lo vedono andar via. Lui torna a Roma, questo gigolò di lusso, e invece di rincantucciarsi in un angolino a piangere perché gli han fatto la bua, arma una nave, scova i suoi rapitori e li impicca tutti: così, tanto per chiarire che Giulio Cesare sarà pure reputato un cicisbeo, ma con lui non si scherza.

Quando Pompeo e Crasso decidono di tentare la scalata al potere lo vogliono come compare. Pensano che sia lui l’anello debole della catena, quello destinato a fare da cuscinetto fra le loro grandi personalità: Pompeo è il generale più famoso dell’impero, Crasso l’uomo più ricco. L’uno è osannato dall’esercito, l’altro è il principe del Foro. Cesare non è nulla, in fondo, se non un quarantenne affascinante, dal passato burrascoso e l’avvenire incerto, il tipo adatto a fare pubbliche relazioni senza mettere in ombra chi il potere lo gestisce davvero. Pensano di tenerlo buono con un anno di consolato e poi via, in Gallia. Che cazzo si può fare in Gallia? pensa Pompeo. Al massimo prendere villa a Massalia e scoparsi qualche matrona provinciale, nelle pause fra le udienze in cui i barbari lamentano un paio di galline rubate. E poi ce lo vedi, Giulio Cesare che parte per una campagna militare, lui che se gli cade male l’orlo della toga annulla un banchetto? Lui che sta a chiosare epigrammi in greco e punzecchia Catullo in versi dopo avergli fregato la donna ad una festa? Ce lo vedi, fra le marce, il fango, i barbari, gli assedi, le catapulte, le ferite che sanguinano, i soldati che bestemmiano gli dei nei guadi delle selve e tracannano vino scadente nelle bettole? Già, nessuno se lo vede, ma lui ci va. Cazzo, se ci va. Smette la toga, indossa la lorica, e pare non abbia mai portato altro. Ha la testa del condottiero e l’occhio del giornalista: i suoi piani di battaglia sono secchi come le sue righe di spiegazione. È uno che taglia il superfluo, Giulio Cesare, sia sulla pagina che nella vita: per questo conquista i suoi soldati, che lo sanno diverso, ma vicino. Fa tutto quello che fanno loro, e tutto ciò che loro non saprebbero mai fare. Lo ami, uno così, non c’è verso.

Non è Alessandro, Giulio Cesare: l’infinito non lo tenta quanto il potere vero, a Roma; del resto Alessandro amava come eroe Achille, mentre Cesare ama Ulisse. Come Ulisse, in fondo, sogna di tornare a casa. Non è facile, però, rimetterci piede, in quella Roma che gli è ostile, perché non gli perdona il successo e le sue vittorie la impauriscono. Pompeo, questa compassata nullità famosa per essere brava a guidare gli eserciti, ha scoperto che il gagà godurioso a guidare eserciti è più bravo di lui: son cose che scocciano, soprattutto se attorno c’è tutta una pletora di senatori che sibila e sbuffa; senatori, beninteso, che un campo di battaglia non l’hanno visto manco di lontano, ma a sibilare e sbuffare nei corridoi della curia sono esperti. Danno un ultimatum a Cesare: non passare il Rubicone. Cesare lo guarda, quel fiumiciattolo che è praticamente un canale, e pensa ai guadi che s’è trovato di fronte in Gallia, ai confini con la Germania, alla Manica, quelli che parevano pezzi di oceano messi fra le selve, e per tentare di passarli i suoi genieri ci si dovevano spaccare le corna per giorni. Eccheè un confine, questo, che lo superi con un saltafosso? No, non è un termine, ma un inizio. Cesare lo passa, con il suo esercito dietro: sa che attraversandolo non è un più un generale di Roma, ma un suo nemico; però se il gioco è quello, accetta la posta e sfida la fortuna col suo lancio di dadi. È femmina, la Fortuna, in fondo: e, come tutte le femmine, per Cesare ha una simpatia istintiva.

E Pompeo? Pompeo evapora. Si sgretola d’un colpo solo, come fosse stato fatto di sabbia. Perde, prima la testa, e poi la battaglia. Scappa. Come un novellino qualsiasi, come uno che non ha mai visto una guerra, monta sulla prima barca che trova e prega asilo in Egitto trascinandosi dietro moglie e qualche famiglio. Come un novellino qualsiasi si fa tradire da due eunuchi infidi, e diviene una testa mozza da consegnarsi a Cesare trionfante, come gentile cadeaux. Cesare guarda quelle orbite vuote, e piange, lacrime che non sono solo di coccodrillo: quando si sconfigge il proprio nemico, si scopre di essere definitivamente soli.

Forse è per questo, e non soltanto per un capriccio, che Cleopatra gli entra nel cuore e nel letto: in quella ragazzina umbratile e tagliente, sopravvissuta alle insidie di una corte infame e abituata ad ogni malizia nonché a giocarsi tutto in un azzardo, vede più un giovane se stesso che un’amante occasionale. Si capiscono, prima ancora che amarsi, e non hanno bisogno di spiegarsi reciprocamente i meccanismi della ragion di stato, o le rinunce che questa comporta. Lui è un re senza titolo, lei una regina senza regno, entrambi sono affamati di quei riconoscimenti che sanno di meritarsi: sono fatti per completarsi a vicenda.

Ma Roma è Roma, ed ora è sua. Ci torna. Da padrone, stavolta. Da padrone può persino prendersi la rivincita di essere magnanimo, il massimo sfregio che si può fare ai propri nemici. Si aspettano la gloria del martirio, hanno invece l’infamia di una forzata pensione, in cui la condanna è la morte per noia. Ma le voci lo rincorrono, lo perseguitano. Sussurrano, le voci, che voglia farsi re. Come se non lo fosse già. Sono stupide, le voci, ma la stupidità è più pericolosa della cattiveria. Cesare ne ride. Gli sembra incredibile doversi guardare dai suoi, ora che è capo del mondo e al centro dell’universo civile, più di quando avanzava per le selve attorniato da barbari infidi e malevoli. E poi sogna, Giulio Cesare, già qualcosa di diverso: Roma gli va stretta. Persino Roma va stretta quando hai passato una vita sulle propaggini dei suoi confini, quando hai visto l’immenso e l’ignoto che sono al di là dell’ultimo bastione, del più lontano accampamento. I Parti lo tentano, vuole combatterli, vincerli, perché lui è Giulio Cesare, mica quel coglione di Crasso, finito a far da coppa, col suo teschio, al loro re.

Ma non mette in conto l’invidia meschina, e l’esaltazione stupida che nasce in chi sa di non poter essere grande altrimenti che rovinando chi è grande davvero. La morte lo coglie una mattina, nel suo Senato: dovevano dargli le truppe per la sua nuova impresa, riceve invece le coltellate dei congiurati. Cade ai piedi della statua di Pompeo, che, con le sue orbite vuote di marmo, pare dirgli: “Vedi, alla fine, anche tu…” .

Ed è questo il tu quoque più vero.