Se mai avrò un figlio, mi auguro non abbia alcun talento. Alcun talento specifico, almeno. Che scriva normalmente, sia intonato a sufficienza per canticchiare l’ultimo successo della hit parade, legga quel tanto che basta ad essere informato sugli ultimi pettegolezzi delle starlette, curioso il necessario a far sì delle domande, ma solo quelle giuste, e anche quelle con moderazione. Che viva la vita avvolto in un ben costruito bozzolo di ignoranza e di piccola ipocrisia, furbo abbastanza per tenersi lontano dai guai e schivarli attribuendoli a qualcun altro quando gli capitino addosso. Che non abbia grandi passioni, anzi, in fondo in fondo non le capisca neppure. Fanno male le passioni, portano a fare cose stupide e scomode: meglio lasciarle perdere, le passioni per le persone o per le idee: sono fastidiose.

Mi auguro che non sappia mai schierarsi, ma solo fare parte per sé stesso, e anche lì, nei casi in cui gli conviene, non quando rischia di perderci qualcosa. Che sia attento al proprio particulare e capace di strafregarsene, invece, del benessere di tutti; anzi, che lo stesso concetto di “benessere di tutti” sia per lui un’idea vagamente incomprensibile, o per lo meno strampalata. Che sappia essere meschino, ma senza rendersene conto, senza nemmeno sospettarlo; meschino in quella maniera ordinata e precisa che suscita il rispetto negli altri, e una generica approvazione da parte della società benpensante. Che ami le convenzioni, e le fedi per convenzione, e soprattutto che adori le abitudini di ogni tipo: quelle virtuose da sbandierare in pubblico e quelle segrete, da praticare in privato, dietro lo schermo del silenzio, senza reali sensi di colpa. Che sappia essere mafiosamente indulgente con se stesso e gli amici, e moralista integerrimo con chi non è della sua banda, ma sempre a parole, perché il lavoro sporco va lasciato agli altri, e con i fatti è meglio non intrigarsi mai, meglio limitarsi alla retorica. Che sia un po’ ottuso, ma non tanto: solo quel tot sufficiente a sapere quando è bene rifugiarsi nell’ottusità: perché nulla è più sicuro del non voler capire.

Lo odierei, un figlio così. Ma almeno sarei certa che avrebbe una vita serena.