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Ci sono periodi dell’anno in cui uno sguardo alla mia scrivania equivale ad una botta di depressione: le pile di libri che normalmente già occupano tutto lo spazio disponibile sono a loro volta sommerse dai pacchi dei compiti in classe da correggere, e questi, a loro volta, dalle valanghe e valanghette di fogli d’appunti, immagini, pezzi di articoli ritagliati dai giornali o scaricati da internet che metto da parte per poi portarli in classe e discuterne con i miei studenti.
C’è sempre un che di stupita meraviglia quando gli amici che vengono a casa notano tutto questo materiale abbandonato qui e là; lo stesso incredulo stupore che accompagna i miei dinieghi ad andare a cena o al cinema con loro, qualche sera o nel fine settimana. Quando dico: «Non posso, ho i compiti da correggere.» oppure: «Mi spiace, ma devo ancora preparare la lezione per domani, se esco non ce la faccio.» scuotono la testa, fra il meravigliato e il comprensivo, pensando che questo superlavoro dipenda dalla mia ben nota pignoleria, o da una mia forma del tutto laica di vocazione al martirio. Non riescono a capire che gli insegnanti non lavorano solo nelle ore in cui sono materialmente in classe, ma soprattutto durante quelle in cui in classe non sono.
Che non ci arrivino loro è fastidioso, ma comprensibile: sono abituati a fare lavori in cui, finito l’orario d’ufficio o di studio, si chiude bottega, e chi non la chiude può comunque rifarsi del tempo dedicato in più tramite parcella consegnata al cliente. Che non lo capiscano, o non ne tengano conto, i ministri, invece, è cosa fastidiosa e, a lungo andare, irritante.
La nuova ministra della scuola (ma quelli dei governi precedenti erano uguali: nel mettere a capo del settore istruzione gente che non vede aule scolastiche da quando era studente sono stati tutti pari) rilascia infatti stamattina una intervista sul Corriere, in cui risponde, facendo sue, molte delle critiche e delle proposte sulla scuola avanzate ieri da Giavazzi.
Vi stupirà, ma su alcune di quelle idee sono d’accordo io pure. Non sono per nulla contraria, ad esempio, alla proposta che si dia ai presidi più libertà nell’assumere i docenti, e che questi possano essere scelti in base alle esigenze particolari di questa e quella scuola. Conosco l’Italia, e so che ciò sicuramente si trasformerà, in alcuni luoghi, in una forma di clientelismo bieco; ma è anche vero che così docenti giovani e preparati, in base ai titoli ed i meriti effettivi, potrebbero proporsi alle scuole che più interessano loro, a discapito dell’anzianità che magari manca. Oggi il sistema è ingabbiato e sclerotico perché chi ha anni di servizio alle spalle, anche se non ha nessuna particolare capacità didattica, ha sempre e comunque la possibilità di scegliere il posto dove andare e rimanerci finché il becchino non lo porta via, e lo stipendio aumenta solo ed esclusivamente in base agli anni di anzianità, non in virtù dei titoli e delle competenze dimostrate. Il risultato è che i vecchi dinosauri fanno da tappo, non solo dal punto di vista pratico, ma soprattutto da quello “mentale”: tu proponi qualcosa di nuovo, ma “l’autorità morale” sta nelle loro mani: di conseguenza non se ne fa un cappero e tanti saluti.
Mi sbellico dalle risate, invece, quando la ministra tesse l’elogio delle scuole private che non sarebbero assolutamente “dispensatrici di facili promozioni più di quanto lo siano le scuole pubbliche”. Anche lì, come dappertutto, ci sono istituti più o meni seri, ma, in base a quello che ho visto per esperienza personale, nelle scuole private non succede mai nulla che una visita dei genitori dal direttore non possa sanare, specialmente se accompagnata dalla minaccia di ritirare il figlio o dalla promessa di una donazione, se babbo e mamma ne hanno i mezzi: del resto, campano sulle rette, ed ogni alunno che si perde, sono soldi in meno in cassa.
Non mi sbellico, invece, ma proprio per nulla, quando la ministra entra nello specifico sulle cifre della scuola. E mica solo quando parla di soldi (i miei, che prendo ogni mese), ma perché il modo in cui usa le cifre dimostra – a mio personale avviso, per carità, ma io sono una che nella scuola ci sta da cinque anni, e la ministra invece è arrivata da poco più di due settimane e sta chiusa nel suo bell’ufficio al ministero – che la ministra avrà letto anche i dati, ma non ha del tutto chiaro a cosa corrispondano nella realtà. E allora proviamo a spiegarglielo.
Dice la ministra: «Nella scuola italiana abbiamo una media di dieci studenti per docente, contro i 13 della Spagna, i 14 della Francia, i 16 della Germania e i 20 della Gran Bretagna. Nazioni che nella preparazione scolastica ottengono risultati migliori dei nostri. A stipendi europei devono corrispondere parametri europei. E produttività europee.»
Il dato del ministro sugli studenti per professore si ottiene facendo la media, e la media è quella cosa che se io mangio due polli e tu nessuno eccetera eccetera. Infatti, se ci si limita a ripartire il numero totale dei docenti per il numero degli studenti, può darsi che davvero ne vengano fuori 13 a testa. Ma nella realtà non è così: il numero dei docenti teoricamente in servizio, tanto per dire, non conta granché, conta quello degli insegnanti che poi effettivamente stanno in classe. Per quanto mi riguarda, io non ho mai avuto classi inferiori ai 22 alunni (quest’anno sono, ad esempio 27 in terza e 22 in prima), che mi spupazzo io, da sola, per tutte le ore in cui ci sono. E in uguali condizioni stanno i colleghi.
Inoltre anche il rapporto docente/classe è ben differente in Italia che in altri stati con diversi sistemi di istruzione. In Inghilterra, ad esempio, i docenti tengono il loro corso e gli alunni si spostano per seguirli, il che vuol dire che il gruppo classe è variabile di ora in ora; in Italia la classe è stabile, e il docente si sposta. Insegnare ad un gruppo di persone, per quanto adolescenti, che ha scelto di fare il tuo corso è già diverso che insegnare ad una classe composta a priori, che ti deve subire punto e basta.
Pur con tutte queste non trascurabili differenze, scorporando i dati ufficiali relativi all’Italia, si scopre che la nostra istruzione pubblica non è per nulla fallimentare: i nostri studenti del Nord sono perfettamente allineati con le medie europee, quelli del sud no; i licei funzionano bene e gli istituti tecnici, invece, sono più problematici. Sarà il caso di pensare, allora, ad un intervento di riqualificazione mirato, invece che sparare a zero su tutto il sistema?
Terzo punto: la produttività. Il discorso della ministra pare chiaro: se i prof vogliono più soldi dovranno lavorare di più. E qui mi vengono in mente le pile di compiti che fino all’altro giorno ingorgavano la mia scrivania. Io lavoro, lavoro come una bestia, ci rimetto i pomeriggi e le nottate. Solo che tutto il resto del mondo si ostina a pensare che le uniche ore in cui fatico siano quelle in cui sono a scuola. E allora, io avrei una modesta proposta: datemi un cartellino da timbrare, come un impiegato qualsiasi. Io entro la mattina a scuola, timbro, mi fermo dentro tutto il tempo necessario a correggere i 27 temi di italiano che faccio fare una volta ogni due settimane, i miei 27 compiti di grammatica, le mie 27 verifiche di storia, le 27 verifiche di geografia (moltiplicato per due, ho due classi e sempre ogni due settimane); conteggio tutte le ore che passo a parlare con i genitori, con il preside e gli assistenti sociali per i casi difficili, e in più i pomeriggi che devo studiare per preparare le lezioni per il giorno dopo, quelle che perdo a cercare in internet aggiornamenti, articoli, materiali e, naturalmente, il tempo per scrivere le relazioni per i consigli di classe, le bozze dei giudizi parziali, la compilazione dei registri, le medie di inizio e fine quadrimestre, la ricopiatura dei verbali di riunione. Quando ho finito tutto questo, ritimbro il cartellino, e tutte le ore che ho fatto in più oltre le 18 previste me le pagate come straordinario, detassandole, come fate per i dipendenti privati. Mi sa che finirei per prendere lo stesso stipendio di un dirigente di alto livello di qualsiasi multinazionale. Il che, devo ammettere, mi motiverebbe tantissimo. Ma mai quanto la soddisfazione di poter finalmente sbattere sul muso il cartellino con tutto il tempo che ho effettivamente lavorato a quei soliti scemi che mi considerano una fannullona privilegiata perché, da insegnante, lavoro solo 18 ore alla settimana e ho un sacco di vacanze.
Allora, gente, la notizia è che oggi, durante la conferenza stampa che potete guardare cliccando qua, abbiamo presentato un nuovo servizio che potrebbe rivelarsi una vera e propria rivoluzione.
A partire da domani, sabato 14 giugno 2008, se una struttura pubblica ti ha negato la prescrizione della pillola del giorno dopo, e se sei a Roma o a Milano, puoi ricevere assistenza immediata chiamando i numeri di Soccorso Civile ed ottenendo subito la ricetta.
A Roma puoi chiamare il numero 333 9856046 tutti i giorni feriali dalle 09:00 alle 19:00, e non stop dalle 09:00 del sabato mattina fino alle 09:00 del lunedì mattina.
A Milano puoi chiamare il numero 345 5011223 non stop dalle 18:00 del venerdì pomeriggio fino alle 08:00 del lunedì mattina.
Per fare in modo che il servizio venga conosciuto da quante più persone possibile, e quindi per far sì che possano usufruirne in tanti, chiedo a tutti di aiutarci a diffondere la notizia; ecco quello che puoi fare per dare una mano:
- se hai qualche minuto di tempo, fai un post sull’argomento, mettendoci dentro un link a questa pagina;
- scarica a questo indirizzo il codice per mettere sul tuo blog il banner che pubblicizza l’iniziativa;
- chiedi a tutti i blogger con cui sei in contatto di darsi da fare anche loro.
E’ inutile aggiungere che gli organi di informazione tradizionali stanno facendo del loro meglio per ignorare la notizia, e che quindi l’aiuto dei blogger è determinante per il suo successo.
Che dite, gente: ci date una mano?
From Metilparaben.



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