Alessandro Magno in groppa a Bucefalo  - Museo archeologico nazionale Napoli

Era un ragazzo con le idee chiare, Alessandro. Non lo chiamavano ancora Magno, ma si capiva che aveva stoffa. Era un tipino così, che a vederlo magari non ci davi due soldi. Con due genitori che levati, uno sempre imbriaco, che zompava da un letto all’altro durante i banchetti, e, già in età, si era invaghito di una ragazzina; l’altra, diciamolo, una matta. Trafficava con i serpenti, fingeva di essere una sacerdotessa… insomma, di quelle virago che non sai come prenderle o tenerle a freno, una montanara venuta giù dall’Epiro, che persino in Macedonia la consideravano barbara, e i Macedoni sull’essere barbari erano di ampie vedute, mica schizzinosi come gli Ateniesi, neh. Da una simile famiglia, che poteva venire fuori, andiamo? Giusto giusto uno scimunito come Filippo Arrideo, o un ragazzino così, un po’ isterico, megalomane, che neanche ha la barba e già, come vince una battaglia, fonda una città e la chiama con il suo nome. Ma chi si crede di essere, poi, il bimbo.

Però, si diceva, aveva le idee chiare. Tanto per cominciare, morto il padre (perché, di preciso non s’è mai capito: si vociferava di un delitto passionale, un ragazzino che aveva sedotto e quello s’era vendicato ammazzandolo, pensate voi che famiglia, dico io!), quando tutti lo danno per spacciato, lui arriva, smanaccia un paio di tribù ai confini e rimette ordine al regno manco fosse un pedalino da rivoltare. Poi dice: «Papà aveva preparato la spedizione in Asia, e noi ci andiamo.»

Che cazzo, in Asia? Piccolo, a momenti manco hai l’età per tenerti il regno tuo e vuoi andare a rompere le palle ad un altro continente? Sì, ci vuole andare, invece. E ci va, perché col caspita che lo fermi, quando si è messo qualcosa in testa, quello.

L’Asia è grande. È la prima cosa che salta agli occhi, quando la vedi. È grande, ma grande grande, si potrebbe dire immensa. È tutta una roba che va da qui a là, e non è mai uguale: popoli, popoli, popoli, che neanche i Persiani che la governano sanno proprio di preciso quanti sono. Tanto è vero che alle volte, nelle sfilate, il Re dei Re guarda qualche squadrone dalla divisa strana e dice: «E quelli chi sono?» e il ciambellano gli deve sussurrare all’orecchio: «Ma sono gli Sciti, maestà!» «Ah, già, gli Sciti!» risponde il re. Chissà perché, gli Sciti se li dimentica sempre, Dario.

Quando arrivano i Greci – che poi, sono Greci con beneficio d’inventario, vaglielo a dire agli Ateniesi, che i Macedoni sono Greci, e vedrai come s’incacchiano! – è tutta là che li aspetta, l’Asia. Del resto è un continente, mica può spostarsi. E quelli su e giù, su e giù, sempre seguendo quel ragazzino. Che sarà anche isterico, ma porco mondo, pare che abbia un demone che lo guida, nelle battaglie: non ne perde una manco a farlo apposta, e hai voglia a mandargli incontro i migliori generali. Niente, non lo freghi, il bambolo.

Va. Avanti, fino ai confini del mondo. E i suoi, lì a dirgli: «Vabbè, ma dai, adesso torniamo a casa!» E lui no, tirem innanz, dice, o meglio direbbe, ma è Macedone, e dunque dirà qualcosa in quel greco chi gli aveva insegnato Aristotele, perché il papà era imbriacone zucco, ma per il suo pargolo aveva voluto il migliore maestro sul mercato.

Gli stanno dietro, i suoi, ma arrancano. I suoi, che poi tanto suoi non sono. Perché si sa com’è, quando passa il tempo, e uno tira troppo la corda: prima mugugnano, poi si sentono esclusi, poi cominciano a rabattare, perché si sentono trascurati. E anche lui, poi, mica che faccia niente per tenerseli come amici. Arriva in Asia e diventa asiatico, si può dire. Si sposa una persiana, e passi. Ma poi organizza anche matrimoni per tutti gli amici con donne persiane, e gli amici si sa come sono fatti. Siamo Greci, si dicono fra loro, e siamo conquistatori: portarsele a letto, le Persiane, sta bene, ma cazzo, sposarsele, è tutta un’altra faccenda, che dopo i figli vengono fuori tutti meticci, e non si capisce mica cosa sono. Erano Macedoni, gli amici, ma se la tiravano con la razza peggio degli Ateniesi, adesso che avevano conquistato un impero.

Ma Alessandro non li ascolta, non li vede neppure. Lui guarda oltre, come quando li guida in battaglia, che pare stia a spiare l’orizzonte, ma in realtà è già un passo più in là, più lontano di tutti. E vede un mondo che non ha più confini, né in terra, né nelle teste di chi lo abita, dove non c’è più Greco e Persiano, e Macedone e Medo, dove tutto si ibrida e tutto si confonde, e nasce una cosa nuova che non è più noi e loro, ma tutti.

Ma i corridoi della reggia sono pieni di ombre e di anfratti, e qui lo aspettano, gli amici, e anche i ragazzetti giovani, i paggi, lo aspettano, con i coltelli, per farlo fuori. Piange, Alessandro, quando li scopre (perché sono pure fessi, e si fanno scoprire), e a fargli più male forse non è che abbiano tentato di ammazzarlo, ma che a provarci siano stati proprio loro, i giovani che si era allevato in casa, quelli che avrebbero dovuto avere al mente più aperta al nuovo mondo, e l’intellettuale che il nuovo mondo avrebbe dovuto narrarlo nelle sue storie. Callistene, si chiamava, e glielo aveva mandato al seguito Aristotele. Non gli era mai piaciuto, ad Alessandro, però. Mai fidarsi di chi segue le truppe e segna, segna segna: gente che passa il tempo a segnarsi tutto non si sa mai cosa pensa davvero.

Torna, ma non è più lui. Si sente solo, in quelle grandi regge in cui gli amici bivaccano come fossero cose loro, e a lui pare invece di essere sempre un po’ ospite, e mai completamente soddisfatto. E neanche fra i suoi soldati, si sente più a casa; perché loro continuano a parlargli della loro, di casa, e si ostinano a chiamare casa qualche paese fra i monti di Macedonia, le pecore, le capre, le mogli lasciate presso il focolare, mentre a lui la Macedonia appare sempre più lontana, e piccola, e pulciosa e non ci vorrebbe tornare più, mai più, per nulla al mondo. Gli è rimasto nel cuore quel confine incerto che ha solo intravisto, e non toccato; gli è rimasto il desiderio di arrivare all’Oceano, all’ultima spiaggia. Vede un mondo nuovo, ma la meschinità di chi gli sta attorno lo impastoia e lo frena, perché conquistare un impero non è la fatica, la fatica è dover giorno dopo giorno mediare e limare, mediare e limare.

Limare, mediare, non fanno per lui. La noia è il nemico peggiore con cui combattere. Vince laddove avevano perso tutti gli altri. Ha trent’anni, Alessandro, e si sente vecchio, vecchio per quel mondo nuovo che ha creato, ma che non sa far nascere del tutto. Si annoia, Alessandro, e quando uno è annoiato e stanco e solo anche una banale infreddatura può essere il colpo che ti stronca. Si tuffa, un brivido, che sarà mai per lui che ha sconfitto terribili avversari, schivato colpi mortali sui campi di mille battaglie? E invece è il brivido che ti frega: quando capisce che sta morendo è già troppo tardi, è già agonia.

Gli eserciti si ritrovano in processione, assieme agli amici, tutti pronti a prostrarsi nuovamente ai suoi piedi, e come spaventati, perché adesso che lui muore capiscono che se la dovranno cavare da soli a governare quello che lui ha messo in piedi, ma traballa. Si affannano, gli amici, a chiedergli di nominare un erede, ché almeno un erede designato da lui toglierebbe le castagne dal fuoco a loro. E lui si prende l’ultima, sublime vendetta: a chi gli domanda a chi lascia il suo immenso regno, dice: «Al migliore», che è un modo educato per dire: «Cazzi vostri, stelline, scannatevi tra voi.»

Muore, bello, giovane e invitto, come loro non saranno mai, o non saranno più. Li lascia a grufolare nel fango mentre ascende verso il cielo: diventa mito. Gli eroi sono così: giovani, belli, ed un po’ figli di puttana.

Roberto Vecchioni: Alessandro e il mare