gattino triste

«Eh.»

«Eh.»

Ci guardiamo, Michele ed io, davanti al solito cappuccino, al bar della Clara, lui con il bignè allo zabaione, io con la mia pastarella, parcheggiata sul piatto in attesa della sua ineluttabile fine.

Ci guardiamo sempre più spesso, Michele ed io, con o senza l’accompagnamento delle pastarelle, e poi cadiamo in questi silenzi senza capo né coda, che finiscono in sospiri.

Sopra di noi scorrono le nuvole di questa stagione incerta, di fianco i soliti socialisti-rifondaroli-piddini che si evitano o si incrociano, a seconda delle necessità politiche contingenti. E noi stiamo lì, a fare colazione, come tutte le mattine, avvolti dal malumore per un mondo che ritroviamo ogni giorno troppo uguale a se stesso.

«Sei stanca – mi dice, preoccupato, perché da tempo immemorabile si è assunto, lui, il ruolo di sentinella della mia salute e del mio umore – Sei un po’ sciupata, dovresti riposarti, staccare un po’…»

Lo dice, e mentre pronuncia la frase sente pure lui dentro al suo stesso consiglio qualcosa non di falso, ma di inadeguato. È quella parola, “staccare”, usata per indicare le fughe di un week end, i brevi viaggi, i ponti, i singulti di vacanza ritagliati alla fretta quotidiana che è inadatta. Si può staccare da qualcosa che è circoscritto e delimitato, si stacca da ciò che si sa individuare e descrivere. Ma non si può, non si riesce a staccare da questa cappa plumbea che ci sentiamo addosso tutti, di continuo, nel bar, fuori dal bar, nel mondo. Non si può staccare perché lei ti insegue e ti opprime in ogni angolo e in ogni cantone, la maledetta, ti scova in ogni buco.

Già visto, già detto, già sentito. Sarò io o sarà il momento, ma tutto mi appare riproporsi in una spirale di eterno ritorno, senza via di uscita: un ripresentarsi dell’uguale che ti svuota di ogni forza e ti toglie ogni velleità di reazione. In politica le stesse facce, in tv gli stessi programmi, sui giornali e nel web gli stessi articoli, al cinema gli stessi eroi filmati dagli stessi registi e recensiti dagli stessi critici. I vecchi che fanno i giovani, patetici come i giovani che fanno i vecchi, nella nostra testa le stesse idee e sulle nostre bocche le stesse polemiche.

Ci strasciniamo, girando in tondo per tagliare un traguardo già passato centinaia di volte. La nostra meta è ormai la quotidiana sopravvivenza, e non sapremmo nemmeno noi dire per cosa. O forse sì: per arrivare alla noia del giorno appresso, l’unica cosa certa, oltre alla morte.

Siamo svuotati. Come i gusci d’uovo punti dagli spilli, apparentemente integri, ma in realtà privi del loro contenuto. Stiamo in piedi per abitudine, o per inerzia, o per malinteso senso del dovere. Ma basta grattare un po’ di intonaco dalla nostra facciata, e sotto la mano di bianco ci trovi solo la stanchezza e la frustrazione, quel senso di impotenza sorda che fa diventare cattivi, quell’egoismo meschino che non dà neppure la soddisfazione della tracotanza vitale.

Forse sono io, forse sono le nuvole di questa stagione incerta, ma sento di vivere nell’ovatta, che però non attutisce i colpi, li trasforma solo in rimbombi sordi di cui non si percepisce la provenienza, restando disorientati. Forse sono io, o forse le nuvole di questa stagione incerta, ma per la prima volta in vita mia, sconfitta, non so incazzarmi né invidiare i vincitori, e, da vinta, non so reagire. E anche i vincitori, poi, mi sembrano così poco trionfanti, incapaci di esultare, per via di una preoccupazione che li rode da dentro. Persino la loro usuale protervia è ingrigita, un riflesso condizionato stanco e poco vitale, una recita portata avanti per ottemperare ad un copione troppe volte messo in scena e diventato per il pubblico un tormentone da cabaret.

Forse sono io, non so, o forse è davvero il tempo, ed è colpa delle nuvole di questa stagione incerta, grigia anche lei ed indecisa fra la primavera e l’autunno, ma ciò che mi fa paura, ormai, non sono più, come un tempo, le azioni e le possibili reazioni, ma l’incapacità di compiere le une e le altre, e l’incapacità di credere che le une e le altre, ormai, possano mai servire a qualcosa. Come se, caduti sul fondo del pozzo, non tentassimo neppure di risalire, aggrappandoci alle pietre con le unghie e con i denti, ma aspettassimo semplicemente la fine, nel buio, col capo reclinato fra le ginocchia.

(Grazie a  rogra per il suggerimento della colonna sonora)

01-Domaniunaltrogiorno.mp3