In Veneto, quando qualcuno cerca di rimediare ad una clamorosa gaffe mettendoci una pezza che peggiora la situazione, il vecchio adagio recita : pezo el tacòn del buso (peggio la pezza del buco).

M’è venuto in mente questo proverbio, quando ho letto le precisazioni che Vittorio Sgarbi ha fatto sull’Unità per spiegare il motivo per cui ha ritenuto più opportuno non chiamare, come era corretto, “festival del teatro omossessuale”, un festival del teatro omosessuale. Il combattivo Sgarbi, assessore alla cultura famoso in gioventù per dire pane al pane e stronza alle stronze (le sue intemperanze verbali sono celebri fin dai tempi in cui divenne ospite fisso da Costanzo), trovandosi oggi, da assessore e politico ormai di lungo corso, nella imbarazzante circostanza di dover ottenerne il patrocinio per una rassegna siffatta, ha giudicato più opportuno non dire precisamente ai colleghi di cosa si trattasse, e battezzare l’evento “Festival dei liberi amori possibili”. Immagino che la comunità gay possa sentirsi sollevata dal fatto che i suoi amori sono comunque considerati “possibili” da Sgarbi, ché di questi tempi e con quella Giunta è già grasso che cola.

Ma la spiegazione del gesto, ripeto, è un capolavoro: Sgarbi stesso ammette che in una città civile ed evoluta – stiamo parlando di Milano, non di un borgo sperduto ai confini della civiltà – questo tipo di problema onomastico non dovrebbe nemmeno porsi, ma subito rassicura che proprio di un problema onomastico si tratta, cioè di una mera questione nominalistica che non sottende a nessuna discriminazione pratica nei confronti degli omosessuali da parte della Giunta. La Moratti, dice infatti Sgarbi, “privatamente pranza con amici gay”.

Chissà perché, mi sono domandata in prima istanza, i gay dovrebbero sentiti lusingati del fatto che la Moratti, privatamente, si degna di pranzare con loro, mentre in pubblico, quando ci sono attorno gli altri membri della sua Giunta, sobbalza al solo sentir nominare il termine che li indica, tanto che un suo assessore deve guardarsi bene dal metterlo in un cartellone, se vuole sperare di ottenere il patrocinio del Comune.

Poi, però, ho capito che si trattava da parte mia, di un clamoroso fraintendimento. La Moratti non pranza privatamente con gli amici gay perché non si vuole far vedere a tavola con loro.

Sono loro, assai probabilmente, che in pubblico evitano di frequentarla.