Mi accusano sempre di essere, sotto sotto, una comunista. Può essere. Ma non mi sono mai sentita tanto poco comunista come quando ho letto le furiose polemiche degli ultimi due giorni sulle dichiarazioni dei redditi messe on line dal Ministero. Uno dei soggetti del dibattito era un personaggio che, chi mi ha letto in passato lo sa bene, suscita in me perplessità profonde, e cioè Beppe Grillo.

La vicenda, come tutte le vicende in Italia, è intricata: a noi non riesce mai di fare qualcosa di semplice, figuriamoci poi quando ci si mette in mezzo un Ministro delle Finanze. Visco, titolare in scadenza del dicastero, ha pubblicato on line le dichiarazioni dei redditi del 2005 di tutti gli italiani. Un clic, e chiunque poteva togliersi lo sfizio non solo di sapere quanto guadagnano la Littizetto o la Ferilli, ma pure il macellaio all’angolo, quello che, per dire, da sempre fa la cresta sulle fettine, figuriamoci se non imbroglia sul 740.

Il sito del ministero è andato in tilt in poche ore, ingorgato da gente che – suppongo, conoscendo un po’ i miei connazionali – invece di preoccuparsi se i propri dati corretti erano on line , vagava di nome in nome, andando a leggere quelli dei vicini di casa.

Le polemiche sono scoppiate all’istante. Da un lato c’era chi sosteneva che i dati sono pubblici, e metterli a disposizione dei cittadini è un atto di trasparenza amministrativa, anzi di doverosa limpidezza (e su questa linea, a sorpresa, si ritrovavano Libero e il Giornale); dall’altro chi, come Grillo, scriveva post furenti ipotizzando scenari da brivido: i mafiosi e le gang delle rapine in villa che si collegano al sito per trovare facilmente le loro potenziali vittime, lo scatenarsi di faide all’interno delle normalissime famiglie italiche, quando i nipoti scoprono che zio non è per nulla alla fame e se ti nega da anni un prestito è solo perché è avaro, e via ipotizzando.

Personalmente l’operazione del ministero mi ha dato fastidio. Forse non ha violato alcuna legge, ma non mi piace lo stesso. Il rapporto che ogni cittadino ha con il fisco è certo pubblico e deve essere improntato alla massima trasparenza. Mi pare corretto che i dati possano essere accessibili da parte di chi li deve controllare, o da parte di chi, per mestiere o per studio, ne ha in qualche modo bisogno ed è autorizzato a farlo (magistrati, rilevatori statistici, personale del mio Comune di residenza). Ma da questo a metterli on line e disponibili a tutti mi pare che ce ne passi e ce ne debba passare. Non ne vedo, per altro, l’utilità pratica. Mettiamo il caso che un mio vicino legga la mia dichiarazione dei redditi e la giudichi, a suo avviso, falsata. Che fa? Mi denuncia? Mi segnala agli ispettori? E su quali basi? Sul fatto che mi ha visto passeggiare con una borsa luivuittòn che, secondo un suo personale conteggio, non dovrei potermi permettere? Prima di metterle on line, gli ispettori avrebbero già dovuto fare tutte le verifiche necessarie sulla mia dichiarazione. Quindi che senso ha? E, ammesso che partano davvero delle segnalazioni da alcuni miei conoscenti, non c’è il rischio che gli ispettori del ministero, invece di essere facilitati a perseguire un presunto reato, si trovino invece subissati di denuncie assolutamente campate in aria, che trovano la loro motivazione solo nell’invidia e nella maldicenza? Inoltre, quanto viene denunciato da Grillo nel suo blog in Italia può davvero diventare realtà: bande di malintenzionati più o meno professionisti – e meno sono professionisti, in questi casi, più sono pericolosi – potrebbero sul serio usare questi dati per selezionare le possibili vittime. E, anche a farla meno tragica, pure una lite con un cugino che pretende da te un prestito perché è convinto tu glielo possa fare diventa estremamente scocciante, nella giornata sbagliata.

Di mio odio gli evasori fiscali. Sono ladri, né più né meno. Non ho per loro alcuna forma di simpatia e nemmeno di comprensione. Riesco a giustificare più facilmente persino il bulletto di quartiere che spacca la panchina in un impeto vandalico del tutto idiota, piuttosto che chi froda il fisco privando tutti delle risorse necessarie per costruire ospedali, scuole, ed erogare servizi pubblici. Ma l’Italia è Italia, e bisogna tenerne conto. Pubblicare on line la dichiarazione dei redditi del signor Pinco Pallino può causare al signor Pinco Pallino tutta una serie di problemi pratici che non hanno niente a che vedere con il fatto che il signor Pinco Pallino abbia sinceramente denunciato al fisco quanto doveva. Un esempio macroscopico è quanto avviene allo stesso Beppe Grillo in questi giorni. Le dichiarazioni dei redditi di Grillo, essendo lui un personaggio pubblico, erano già consultabili e note. Ma non appena i suoi “Grillini” hanno scoperto che il loro eroe guadagna una barca di soldi ogni anno, hanno cominciato a protestare e a sentirsi offesi. L’accusa serpeggiante è: «Beppe guadagna troppo.»

Se devo essere sincera, non capisco come il fatto di guadagnare tanto o poco all’anno possa minare la credibilità di Grillo. O dice cose sensate, e allora, anche se gronda miliardi, ha ragione, o dice scemenze, e allora, anche se non ha il becco di un franco, non va preso in considerazione. Se poi, facendo ciò che fa riesce pure a diventare ricco, meglio per lui, vuol dire che è bravo o furbo, ma nessuna di queste cose è reato, mi sembra.

Se capita a Grillo, che è una sorta di multinazionale, e ha quindi le spalle larghe, immaginiamoci cosa può capitare ad un cittadino comune, o ad una galatea qualunque: tutto un cicì cocò sospirato dietro le spalle. I soldi, o i redditi dichiarati al fisco, non possono essere il metro di valutazione delle persone che ci stanno accanto, né il parametro della loro maggiore o minore credibilità: uno non è una brava persona perché è ricco o povero, è una brava persona perché è una brava persona. Non bisogna fare confusione, altrimenti andiamo in malora. Olindo Romano, imputato per la strage di Erba, guadagna, stando alla sua dichiarazione, una miseria. Sarebbe questo un motivo per ritenerlo più credibile?