Il senso di Paola Marella per la femminilità

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Ognuno ha le sue perversioni, e la mia sta diventando quella di seguire i programmi in cui ristrutturano le case. Ce ne sono per tutti gusti: la mia preferita è quella dei due gemelli sadici americani, che portano i malcapitati aspiranti acquirenti in una casa da sogno, solo per fargli capire che è assolutamente al di sopra dei loro mezzi; quindi li trascinano in giro per orribili catapecchie cadenti, li convincono a comprarne una a caso, assicurando che con un opportuno restauro diventerà una reggia. Ma poi, buttando giù i muri, si scopre sempre che il preventivo risicatssimo presentato all’inizio non può essere rispettato, e quindi i due poveracci vengono costretti a scegliere il parquet meno costoso, sostituire la cucina in acciaio di design con una similikea tenuta su con lo sputo, e pois fingere, con gridolini entusiasti, una volta portati nella catapecchia restaurata, che sia proprio uguale uguale a quella che costava un milione di dollari in più.
Il fronte nazionale è invece coperto da Paola Marella, con il suo ciuffo da Crudelia de Moon. L’altro giorno doveva correre in aiuto ad un ventisettenne finora single, che aveva deciso di riarredare casa per convivere con la fidanzata. La Marella gli è piombata addosso come un falco, per portare “un tocco più femminile” nella sua casa troppo “maschile”: l’eccessiva “maschiezza” era dovuta al fatto che il poveraccio aveva comprato dei mobili moderni senza ghirigori, non aveva soprammobili e neppure tende, ma solo armadi bianchi e lisci con dentro stampelline di alluminio per i vestiti.
La Marella gli è grandinata addosso costringendolo a ricoprire le finestre con tende di tessuto a sbuffo, appendendo alla parete bianca orripilanti cornici portafotografie modanate color pastello, vestendo i puff di ciocche e quindi sostituendo le stampelle nell’armadio con altre, nuove, differenziate con un fiocchetto: rosa per lei, azzurro per lui, come all’asilo.
Io guardavo quella povera casa, fino a quel momento forse anonima ma lineare, trasformarsi nell’imitazione mal riuscita di una bomboniera in cui personalmente non abiterei mai neppure dietro compenso, ma che evidentemente corrisponde all’idea di”femminilità” Di Paola Marella e degli autori di Real Time.
E mi sono resa conto improvvisamente che i caso sono due: o gli sbuffi, le ciocche, i fiocchi, le tende e le cornici modanate e rosate con noi femminucce moderne non c’entrano nulla, con buona pace della Marella, oppure io sono un maschio.

Arrivare viva ai 21

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Ragazza mia, hai vent’anni: potresti essere mia figlia.
Se lo fossi, e non fossi riuscita a dirti niente di sensato fino ad adesso per impedirti di metterti assieme ad un tizio che ti picchia tanto da mandarti in ospedale con la milza spappolata, probabilmente non mi resterebbe che ripeterti questo: ragazza mia, hai vent’anni.
Vedi di arrivare viva ai ventuno.

Ma fatti una vita!

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Nell’ultima settimana sono stata oberata di scartoffie, compiti da correggere, incombenze da svolgere assegnate all’ultimo momento. Sono stata incastrata in inutili riunioni fiume, litigato con qualche collega per questioni burocratiche, visto arenarsi un progetto a cui tenevo parecchio e che ora non si sa se si farà. Ho lavorato fino a tardi quasi tutte le sere, preso pioggia e vento, fatto eterne code in posta, portato la macchina dal meccanico, schiantato una sedia da giardino appena comprata, preso pioggia e vento e freddo a vagonate e persino il mac ha fatto le bizze.

Quando ti dicono: «Ma smettila di perdere tempo su internet, dedicati alla vita vera!» con fare saccente, si dimenticano che internet ha tanto successo perché la vita vera non è poi un granché.

Telecomandi cattolici (Games of remote control)

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Pare che una associazione cattolica, con vibrate e vibranti proteste, sia riuscita sfar togliere dalla programmazione di Rai4 la serie fantasy Games of Thrones, che conteneva scene troppo spinte.
Non si capisce perché l’associazione cattolica sia tanto impaurita dalla messa in onda di questa serie. Forse perché nel Vangelo non viene menzionato il telecomando, e quindi non sono informati del fatto che, se proprio la serie li turba tanto, possono sempre cambiar canale.

I vip, gli insulti su Twitter, i troll e la gente comune che non è anonima

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Caro Enrico Mentana,

in questi due giorni ho letto tutto il baillame causato dalla sua polemica sul web, e siccome sul web ci sto da una vita, pressappoco dall’età in cui Lei frequentava i convegni dei Giovani Socialisti o litigava con Pippo Baudo perché non passava la linea al Suo Tg, sono rimasta piuttosto perplessa.

Un paio di giorni fa Lei ha annunciato la sua “uscita” da Twitter (annunciato, ma non portato del tutto a termine: l’account ancora funziona, quindi lei è uscito perché non risponde o posta, ma evidentemente legge ancora) perché, a suo dire, c’erano troppi insulti e troppi “anomimi” che su quel malnato mezzo si permettono di contestare ed offendere. Ieri sera, da Fabio Fazio, ha spiegato ancora meglio la Sua posizione: gli insulti, ha specificato, non erano nemmeno rivolti a Lei; il problema è che Lei ne vedeva e ne leggeva troppi rivolti genericamente ad altri, ed ha citato i casi di Roberto Saviano e della Boldrini. Ha deciso di andarsene, dunque, perché non ammette di usare un mezzo dove chiunque, a suo dire senza rispondere con nome e cognome di quello che scrive e restando anonimo, può offendere.

Alla mattina anche Roberto Saviano aveva espresso un concetto analogo: pur non condividendo la sua scelta di andarsene, ha però condannato Twitter, descrivendolo come un luogo dove chiunque si permette di fare battute su giornalisti e scrittori degne di un programma della Gialappa’s band, e pertanto è un ambiente invivibile.

Secondo Lei (e anche secondo Saviano) il problema di questo comportamento così incivile è dovuto quindi al fatto che su Twitter si è “anonimi”, nel senso che ci si può tranquillamente creare un account e chiamarsi “Ciccetta95″, anche se nella vita reale ci si chiama Costanza Maria Francesca Viendalmare, e il nome “Ciccetta95″ equivalrebbe “ad andare a manifestare in piazza a volto coperto” – ha detto Lei, Mentana, ieri sera da Fazio – certi di rimanere impuniti.

Ecco, caro Mentana, io non so come dirglielo in modo educato, ma questo Suo ragionamento non solo non è del tutto corretto, ma riporta anche un dato inesatto che un giornalista serio come Lei è non dovrebbe diffondere.

Quando io mi scelgo un nick scelgo semplicemente un nome con cui firmarmi sulla rete: ci possono essere milioni di motivi per farlo, compreso il fatto che “Ciccetta95″ è più corto e più simpatico che Costanza Maria Francesca Viendalmare. Ma non sono affatto “anonima”: con un paio di click chiunque (non un sofisticato hacker o un esperto della polizia postale dietro regolare denuncia) può scoprire il nome “vero” che si cela dietro “Ciccetta95″. Anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, se “Ciccetta95″ vive sulla rete parte della sua giornata, non vuole per niente rimanere “anonima”: Si è iscritta a facebook, ha linkato le sue pagine dei social nel suo blog, partecipa con lo stesso nick a decine di forum, di pagine etc, per cui seguirla e trovarla è un gioco da ragazzi, basta digitare il suo nick su Google, esattamente come è facilissimo trovare me e scoprire che mi chiamo Mariangela Vaglio digitando su Google “Galatea” o “il Twittdigalatea”.

Il fatto è che il nick non è un “modo per restare anonimi”, come crede Lei in beata compagnia di tanti altri. E non è nemmeno un modo per esprimere pensieri nascondendosi. E’ semplicemente una forma di identità. Io sulla rete sono Galatea, così come Ciccetta95 è Ciccetta95: siamo personalità ben definite, rintracciabili, e quello che diciamo lo firmiamo così perché è un nome scelto da noi che ci piace di più di quello che il caso o la famiglia ci hanno assegnato alla nascita, e magari non ci rappresenta bene.

Lo pseudonimo non è una invenzione di internet, per altro. Nel mondo del giornalismo e della carta stampata i nick o gli pseudonimi sono sempre esistiti: e il giornalista che scriveva sotto pseudonimo non veniva certo considerato qualcuno che voleva nascondersi, anzi. All’Unità dei bei tempi andati gli editoriali di Fortebraccio erano il pezzo forte, e Lei stesso, caro Mentana, legge sul foglio quelli firmati da un certo “Elefantino”, che poi è Giuliano Ferrara. Quanto al cambiarsi nome, in letteratura è un fenomeno piuttosto comune: Alberto Moravia si chiamava Pincherle, e non per questo non lo lasciavano scrivere sulle pagine di Repubblica, e George Sand era una donna, e non un uomo. (Per altro, in una redazione, se un articolo esce anonimo è ben più difficile identificarne l’autore di quanto non sia risalire all’autore di un post su internet firmato con uno pseudonimo: chieda a Sallusti, se non si fida di quanto dico io…)

Quindi, mi scusi, ma chi usa uno pseudonimo in rete non è un anonimo: persino se lo usa solo una volta per scrivere “sei stronzo” in margine ad un Suo articolo, caro Enrico Mentana, è una persona in carne ed ossa, e per rintracciarlo in caso di denuncia basta guardare il suo IP.

A me pare invece che Lei, e anche Saviano, confondiate nei vostri ragionamenti spesso, “anonimo” e “sconosciuto”. Ciccetta95 che cerca di interagire con voi, criticandovi, è una persona qualunque: non è una giornalista, non è una scrittrice, magari fa la commessa nell’ipermercato, o l’architetto in uno studio. Saviano dice che il problema è che si sente autorizzata, avendo un account di Twitter, a sparare giudizi e battute di satira – magari anche non tanto buone, ok – come una della Gialappa’s band.

Fatemi capire il problema qual è, allora: che Ciccetta95 dal momento che non fa parte del “vostro” mondo del giornalismo o della tv non può permettersi di farlo? Che se si azzarda a comportarsi come se fosse un autore televisivo invece che la stupida inutile commessa o l’architetto frustrato che è commette un atto di lesa maestà? Che finché vi sfottono in tv i comici riconosciuti come Crozza o i Gialappi allora va bene, e se invece la battuta (pesante e volgare, ma non è che quelle di Crozza e Gialappa siano sempre da Accademia della Crusca, eh) viene da una persona comune questa è automaticamente una turpe malcreata?

E che cos’è, di grazia, che definite un troll? Perché dalle vostre uscite, cari Mentana e Saviano, parrebbe che alla fin fine chiunque vi spedisca una battuta feroce su Twitter sia uno che vi offende, un anonimo esagitato, un delinquente. Mentre in realtà è solo uno che vi spedisce una battuta “alla crozza” o “alla gialappa”, esercitando la sua libertà di pensiero; senza tenere conto, cari ragazzi, che con quello che talvolta vi scappa di scrivere sui Social ogni tanto le battute feroci ve le andate a cercare col lumicino pure voi, eh.

Se al vostro account fioccano repliche che sono solo un florilegio di insulti e di vaffanculi, qui ha ragione Saviano, esiste il ban: gli insultatori, molto semplicemente, si chiudono fuori dalla porta, senza rispondere. Se passano il segno, e si arriva alla diffamazione o alle minacce, c’è la polizia postale per la segnalazione.

Non pensate, cari Mentana e Saviano e vip tutti, di essere gli unici ad avere questo tipo di problemi: chiunque sta su internet, persino il più ignoto autore di blog, ha in media una decina di questi personaggi qua, che passano il tempo (alle volte anche anni) a spedirti commenti e persino mail piene solo di insulti a vuoto. Non si attaccano a voi, quindi, come dice Saviano, solo per vivere della mostra fama riflessa: si attaccano a voi perché gli state sulle balle, come gli sto sulle balle io quando scrivo sul mio blog un articolo che a loro non piace, anche se non sono nessuno.

Non è Twitter, il problema, né il fatto che ci si possa iscrivere con un nick: tanto anche con il nick, se scatta la denuncia, li beccano senza problemi. Il problema, invece, e qui scusatemi ma devo proprio dirvelo, sembra piuttosto il fatto che voi, in quanto vip, restiate spiazzati dallo scoprire che anche le persone comuni (non anonime, come dite voi: semplicemente non famose) alle volte sentono il bisogno di rispondervi, e, quando gli fate girare le balle, vi prendono anche in giro pubblicamente, con i loro post su Twitter o sui loro blog, come il buon Pasquino faceva con il Papa e i Cardinali ai tempi dello Stato Pontificio. Volete dire che non possono e farci la figura del Pio IX di turno e invocare leggi e regolamenti repressivi? Volete rispondere piccati come il Marchese del Grillo “Io so’ io e voi nun siete un c***?” Be’ questo sta a voi.

Ma, lasciatevi dare un consiglio: andarsene irati da Twitter e poi fare il pellegrinaggio delle sette chiese in tv per dire che è un posto pieno di maleducati, o scriverci sopra articoli che vanno in prima pagina sui quotidiani nazionali partendo dal fatto che due scemi ti han mandato un vaffanculo tramite web o che qualche centinaio di persone ti ha preso per il sedere con post ironici o sarcastici è come usare un bazooka per centrare una mosca.

Che comunque, povero insetto, una sua identità ce l’ha, e non è anonima: si chiama “Ciccetta95”, e ci tiene.

Cordiali saluti

In fede, Mariangela “Galatea” Vaglio

Il cumulo del passato

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C’è un momento, un momento preciso. Non sai quando arriva, ma di solito all’improvviso. Scoppia come la bomba di un kamikaze in mezzo alla folla: ti guardi attorno e non ti riconosci più. La tua casa, gli oggetti che ti stanno attorno. Gli armadi, i vestiti. Tutta quella roba che fino ad un attimo prima era tua, ed adesso ti pare quella di un’altra. Dove prima c’era il tuo mondo, ora vedi solo disordine, e caos.

Guardi li scaffali come se li vedessi per la prima volta. Per anni ti sono stati davanti agli occhi, ma ora li fissi, ad uno ad uno, come un paesaggio sconosciuto. Libri che non hai letto, nemmeno aperto, e perciò non sono mai diventati tuoi. Carte, montagne di carte, di lettere, di avvisi, di chissà che cosa. Oggetti, tanti. Che non sai più neppure a cosa servono, o che sono proprio inservibili perché rotti o spaiati da quel dì. Ma che hai tenuto con la logica del “non si sa mai, potrebbe tornare utile”, che è la forma più sublime di pigrizia, quella di non disfarsi dell’inutile per non dover fare la fatica di catalogarlo come tale.

Quando hai accumulato tutta quella roba, ti chiedi? Non te lo ricordi, non lo sai. Un po’ alla volta, come le pianure alluvionali, granello su granello, l’hai portata da te. E ora è lì, che ti è improvvisamente franata addosso come una slavina, ne senti il peso immenso, ti toglie l’aria. Ci sono maglie, foulard ancora con il cartellino, che hai comprato in un momento in cui ti sembravano imprescindibili, e indossato mai. Agende vecchie di millenni infilate nei cassetti, penne, pennarelli, lacerti di carte regalo reperti di chissà che Natali, commutatori e cavi di computer che ormai sono nel paradiso dei pc da decenni, ricaricabatterie di cellulari che non ravvisi nemmeno più. Lettere di uomini di cui non ricordi nemmeno più il volto, numeri di telefono di conoscenti che non rammenti più neanche dove hai conosciuto, fotografie sgranate e venute male che mai vorresti venissero fuori ma che non hai avuto il coraggio di distruggere.

Hai tenuto tutto con la bizzarra idea che non te ne potessi disfare, per questo strano pregiudizio che abbiamo che tutto ciò che tocchiamo anche per un attimo sia un ricordo e faccia parte di noi, ci definisca, ci spieghi. Per quel nostro immenso narcisismo che ci spinge a considerarci dotati di un tocco magico che rende unica ogni cosa sfioriamo, a cui dedichiamo un secondo di attenzione. E invece no, all’improvviso ti accorgi che tutta quella roba di te non fa parte affatto, non ti rispecchia, non è nemmeno tua. E’ come considerare amico chi ti incrocia per un attimo alla stazione mentre sali sul treno e poi scompare.

Il peso del passato che si trasforma in un cumulo, di oggetti, di carte, di cose. Ma non è il nostro passato, quello lì. E’ solo un cumulo di oggetti, senza senso e che non servono più. Tanto vale avere il coraggio di fare posto, e buttarlo via.

Il sole sul terrazzino

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Il sole sul terrazzino ha qualcosa di precario, di rubato. Persino quando il terrazzino è tuo, e te lo sei attrezzato apposta, con la sdraio nuova. È un piacere proletario, in fondo, un ritaglio di tempo strappato al lavoro alla scrivania, o neppure strappato, perché il lavoro adesso, beati i tablet ed i notebook, te lo puoi portare dietro, anche lui sul terrazzino, al sole. È qualcosa che ti regali all’improvviso, in questa primavera dove il sole è merce rara, approfittando del momento, un carpe diem; non è chic come quello preso in piscina, non è programmato come la giornata al mare, ma è immediato, senza organizzazione, buttato lì. Una canottiera vecchia, i pantaloncini riesumati dal fondo di un cassetto, in testa un fazzoletto a mo’ di bandana, senza nemmeno preoccuparti se i colori incocciano fra loro, o se fuori li metteresti mai. Il sole sul terrazzino è quel momento solo tuo che ti doni, persino con un leggero senso di colpa e di peccato, e di certo con un senso di attimo che fugge. Perché il nuvolone nero è lì, dietro il terrazzino, che incombe già.

La malinconia impiegatizia

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Tutti hanno le malinconie che si meritano, in fondo. Gli eroi dei romanzi ottocenteschi le avevano disperate e titaniche, come si conviene loro; poi sono venute le malinconie borghesi delle madame Bovary, o quelle piene di disagio, freudiane e complesse. Io, da povera statale quale sono, ho una malinconia impiegatizia: timbra il cartellino e mi assale ad orari fissi, per pura stanca abitudine, così.

Zaia, la pioggia e i buchi neri

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Il geniale governatore del Veneto, Luca Zaia, intende indire una crociata contro i siti meteo, colpevoli di diffondere previsioni che dicono che sul Veneto, di tanto in tanto, piove. Le loro previsioni sarebbero la causa del calo del turismo, perché la gente, leggendole, è conscia che rischia di prendere un acquazzone, e quindi decide di stare a casa. Zaia dunque intende obbligare i siti meteo ad oscurare il Veneto nelle loro cartine.
Ignoro come questo potrebbe incentivare il turismo: se già si spaventano, i possibili visitatori, per due gocce di pioggia, figuriamoci quanto saranno contenti di preventivare viaggi in una Regione che sulla cartina appare come un enorme buco nero.

Il miglior necrologio per Andreotti

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E’ morto Andreotti.

Mi sono chiesta quale fosse il miglior necrologio che potevo scrivere per lui. Quindi ho deciso di adottare lo stile che sicuramente lui avrebbe trovato più coerente con il suo modo di far politica.

Tacere.

L’oscuro cattedratico

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Era un oscuro accademico di cui in facoltà a stento ci si ricordava l’esistenza. Si sapeva che era là e che insegnava qualcosa, per via di una cattedra vinta anni prima non si capiva bene nei cascami di quale concorso. Cosa facesse era un mistero, ma non così intrigante da trovare qualcuno interessato a risolverlo.
Gran parte della sua autorevolezza era legata al suo possedere un gran barbone da filosofo, bianco e fluente come quello di un busto di Aristotele, e al fatto di aver passato all’estero alcuni mesi, millenni fa, per un periodo di studio in Germania. Un’università crucca, a noi provinciali, fa sempre effetto.
Non si ragionava mai, però, sul particolare che se dopo quei mesi di studio in Germania, la Germania ce l’aveva prontamente restituito, tutto sto granché non doveva essere, il cattedratico, poi.

Cose che ho imparato sull’International Journalist Festival di Perugia

(Che poi forse non è un caso che sia partita per il Festival il giorno dopo aver festeggiato il compleanno del blog: perché è da questo blogghino, in fondo, che è nato tutto, e per questo al blogghino sono tanto, tanto, tanto grata.)

1. Il Festival del Giornalismo di Perugia è un po’ come il Festival del Cinema a Venezia: gente che va, gente che viene, in genere nel senso di marcia opposto al tuo, perché il problema del Festival del Giornalismo non sono i troll, ma i trolley, che tutti si trascinano dietro, in partenza o in arrivo. Siccome chiunque sia qualcuno è lì che passa, e l’effetto Grand Hotel  è evidente, tu che non sei nessuno ti senti almeno un tantino Greta Garbo lo stesso.

2. E’ una cosa che ti fa rimpiangere di non avere il dono dell’ubiquità, perché in meno di 200 metri (Perugia è tutta lì, in pratica), ci sono in contemporanea sempre almeno tre panel che vorresti ascoltare. Non ce la fai e ti senti in colpa. Almeno fino a quando non incontri @lddio per la strada (Sì, a Perugia si incontra @lddio per la strada, che ti chiama e ti dice: «Galateeeea! Dopo vengo a sentire il tuo panel!» e tu cominci a pensare di sentire le voci, come Giovanna d’Arco), che ti confida che a seguire tutto non ce la fa manco lui. E se manco lui ci riesce, ti senti sollevata.

3.Perugia è bella. Ed è il posto più scomodo del mondo da raggiungere; in pratica battuto solo da Riva del Garda, dove di solito facevano la Blogfest: ci deve essere una legge del contrappasso per la rete, per cui per tutto l’anno te ne stai comodo dietro al tuo pc a casa, in poltrona, ma quando devi incontrare gli altri blogger ti costringono ad andare in luoghi assolutamente fuori mano, che prevedono almeno due cambi di treno ed una arrampicata a dorso di mulo per sentieri impraticabili persino dagli sherpa tibetani. Comunque è bellissima, una meraviglia, eh.

4. I cartoncini per gli accrediti di ospiti speaker del festival sono un figata pazzesca. Se hai quello azzurro da speaker, capisci cosa vuol dire essere vip sul serio: per esempio, alla coda per le cuffie per la traduzione dei panel con ospiti stranieri, la signorina ti cazzia perché non ce ne sono per tutti, ma poi guarda il cartellino e dice: «Ah, ma lei è speaker, allora aspetti gnene trovo una!» Sono inoltre utilissimi se incroci un qualche giornalista vip sul serio, che naturalmente sta vagando anche lui con il trolley, come te, e per le callette etrusche di Perugia ciò rappresenta un problema, dato che fai fatica ad incrociarti persino se sei a piedi da solo, figuriamoci con una valigia al seguito. Al che il giornalista vip, che vede te sconosciuto ad intralciargli la via mentre lui sta correndo a fare il suo fondamentale discorso sull’avvenire della informazione, ti guarda truce, con lo sguardo da :«Scostati, brutto microbo!» e ti calpesterebbe passandoti sopra con tutto il trolley. Ma poi nota il cartellino speaker, uguale al suo, che pende al collo, e anche se non ha la più pallida idea di chi tu sia, si rende conto che potresti essere un collega, magari persino un po’ vip, quindi stira sulla faccia un sorriso e, ricordandosi le regole della cavalleria dato che sei pur sempre una donna, ti lascia passare.

5. I giornalisti si riproducono un sacco, e portano i pargoli più o meno poppanti al Festival del Giornalismo. Sono pargoli carinissimi, dei bambolotti adorabili, per giunta, e ho scoperto che adorano la mia vocina da Titti. Si mettono a ridere, acchiappano il mio ditino e si divertono ad ascoltarmi. Per cui ho un futuro assicurato: se proprio non mi chiamano più per i panel, posso sempre fare la baby sitter.

6. Arianna Ciccone, la organizzatrice del Festival, è una forza della natura. Punto, non c’è altro da dire, solo da prenderne atto. Arianna, grazie, bacione.

7. La gente, al Festival, è tanta e va a sentire i panel. E’ venuta a a sentire in massa persino quello dove c’ero io, che presentava un libro di Roberto Ippolito, Ignoranti, sui dati disastrosi del sistema scolastico italiano. Ah, la gente è interessata al sistema scolastico italiano, anche se i media ne parlano poco e male. Vorrebbe persino che funzionasse, da quello che si capisce. In questo paese la gente è strana, eh.

8. A Perugia ed in Italia esistono ancora i rivoluzionari comunisti filocastristi. Al Festival sono arrivati per Yoani Sanchez, l’ultima sera, per contestarla e cercare di imperdirle di parlare. Così, dopo essersi infiltrati nella sala, ed aver cominciato all’improvviso ad urlare slogan antiamericani, e, mentre il povero Mario Calabresi iniziava l’intervista, un gruppetto si è messo incomprensibilmente a cantare “Bella Ciao” (scatenando in tutti i nipoti di partigiani di sinistra la fortissima voglia di prenderli a calci nel sedere), ed è stato allontanato, mentre altri due o tre sono rimasti dentro, gridando ogni tanto “Viva il Che!” (Anche il Che, a quel punto, dall’aldilà sospetto che sia stato colto dal fortissimo desiderio di prenderli a calci nel sedere); hanno poi tentato di spacciare per domande da fare alla Sanchez delle sorte di proclami di cinque pagine (è noto che il Comunismo ha avuto clamorosi successi in un solo campo: quello della produzione di proclami burocratici di centinaia di fogli). Alla fine l’incontro si è concluso con Arianna Ciccone, Mario Calabresi e la Sanchez che davano prova di grande democrazia e soprattutto di enorme sopportazione (non hanno preso a calci nessuno, infatti), mentre noi del pubblico ci sentivamo come se fossimo capitati in un episodio inedito di Ritorno al futuro, con la Delorian di Doc finita nel periodo più idiota delle contestazioni anni ’70.

9. Il Festival è una fatica mostruosa. Dopo due giorni sono distrutta. per cui, anche se di solito si fanno dei decaloghi, io mi fermo a nove punti, stavolta. E ora vado a dormire. Ciao.

Belli, ciao

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E’ il 25 aprile. Nel 1945 ci siamo liberati contemporaneamente della guerra e di Mussolini. Che, giova ricordarlo in questo paese dalla memoria corta e bizzarra, pure se forse faceva arrivare i treni in orario e aveva fatto “anche” cose buone, come dicono alcuni, era uno schifoso dittatore assassino, che perseguitava gli avversari politici, li uccideva, e contribuì a sterminare gli Ebrei.

Per cui io oggi festeggio. Perché anche se abbiamo una democrazia scalcagnata, così così, che zoppica e si incasina, e siamo riusciti a far fuori Mussolini, ma purtroppo non tutti i fascisti e soprattutto i molti imbecilli inconsapevoli ed ignoranti che non capiscono il valore di tutto ciò che abbiamo, io continuo ad essere felice di essere stata liberata.

Per cui adesso esco e vado al corteo del 25 aprile. Senza retorica, solo per immensa gratitudine.

Se qualcuno non ci va, ed accampa varie scuse per dire che è una festa inutile e superata, un teatrino di parte o di partito, sono problemi suoi, che non capisce niente.

A tutti gli altri: belli, ciao.

Consultazioni lampo

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Mi ha stupito che Napolitano abbia fissato degli incontri così lunghi per le consultazioni, scandendo gli appuntamenti di mezz’ora in mezz’ora.

Che perdita inutile di tempo: bastavano cinque minuti a testa.

Non ci vuole molto di più a dire: «E che vi devo dire, ancora? Siete degli idioti.»

Con viva e vibrante soddisfazione, ovviamente.

Fregarsene degli elettori è la base della democrazia

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Quindi, alla fine, nomineranno Premier Renzi, che ha perso le primarie del Pd, per fare un governo Pd-Pdl, che gli elettori del Pd han fatto chiaramente capire alle elezioni di non volere.
In fondo il problema della democrazia sono gli elettori. Una volta che si impara a ignorarli, tutto torna.

Nino e le macerie (del PD e non solo)

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«Ti devo parlare…»

«Mi devono parlare tutti…»

E’ in sezione, Nino, con il telefonino che trilla e davanti a sé, sul vecchio tavolaccio che fa da scrivania, pile di carte, giornali ammucchiati, pacchi di delibere scatafasciate ovunque: il normale caos della sezione PD di Spinola, un ex negozio-semiscantinato ammuffito e derelitto, con le sedie recuperate dalla spazzatura fra gli arredi vecchi buttati via tanti anni prima dalle scuole. Ogni volta che sente qualcuno accusarlo di far parte della casta e di intascarsi chissà che favolose prebende, Nino sorride, con il suo sguardo mite, e l’immagine che gli viene davanti agli occhi è quella lì: della sua sezioncina sgarrupata, con le sedie sbilenche, il tavolaccio di linoleum sbeccato, i raccoglitori per le carte  da due euro che i consiglieri comprano da sé e portano da casa per archiviare i documenti, e la stufetta nell’angolo che parte con un calcio e serve nelle gelide notti di inverno per non diventare ghiaccioli, quando le riunioni si trascinano fino alle due e alle tre.

Guarda Elisabetta, che gli si è parata davanti, con tutta la sua autorità di amministratrice non ufficiale della sezione, ed è chiaro che è venuta lì apposta per dirgli qualcosa di fondamentale; ma Nino non ha voglia di sentirla, non ha voglia di sentire nessuno, perché è da giorni che tutti lo chiamano, anche gente che non sa nemmeno come abbia il suo numero di cellulare, per sapere che cazzo sta succedendo dentro al partito; e lui alle chiamate non risponde, anche perché di solito è occupato a cercare di chiamare a sua volta qualcun altro più in alto nel partito stesso, gli onorevoli amici, i consiglieri regionali, i dirigenti amici di famiglia, per capire pure lui che cazzo succede. Ma alla fine di questo enorme giro di telefonate fatte e ricevute, andate a buon fine o miseramente fallite, l’unico risultato e l’unica risposta è che nessuno lo sa, e se anche lo intuisce non lo sa spiegare: perché il “partito”, o almeno quello che han chiamato così fino a due giorni fa, sembra che non esista, che si sia scatafasciato come le pile dei documenti sul tavolaccio, dove ogni foglio vuol fare da sé e cadere con improbabili geometrie aliene alla logica e agli equilibri.

Ma Elisabetta non è una che si arrende: si conoscono da quando sono nati, e il loro rapporto è come quello di Charlie Brown con Lucy: se Elisabetta si mette una cosa in testa, non ci si può ragionare. Ed Elisabetta ha sempre qualcosa in testa, purtroppo. Così Nino cerca di giocare la carta della pietà: fa l’atto di volersi stringerela testa con la mano, simulando una fitta:

«Ti prego, ho una tremenda emicrania, non me la sento di parlare di politica…»

Ma Elisabetta gli brinca la mano prima che raggiunga la fronte: «Non è una faccenda di politica, santo Iddio! Riguarda “lei”. E’ una cosa che devi sapere. Lo sai che si vede di nuovo con Alfonso

E Nino è là, con la mano bloccata in quella di Elisabetta, senza potersi divincolare, con il telefonino che in tasca gli trilla perché qualcuno deve chiedergli del collasso del partito, e un’amica che gli dice che la donna che ama lo tradisce.

“Non è vero!” vorrebbe poterle gridare in faccia. Ma lo sa che è vero, perché di Alfonso lo ha scoperto anche lui, da giorni. Ma è come con il partito, uguale uguale: lo sapeva da anni che non funzionava, che sarebbe finito così, con il collasso ed il disastro, che era un destino scritto, ed inevitabile, come tutte le cose nata da premesse sbagliate e costruite malamente; però come per il partito, non si vuole arrendere, non vuole ammettere la sconfitta: perché lui quel partito lo ama, come ama lei, e non gli importa se l’uno o l’altro sono diversi da come dovrebbero essere, se fan stupidaggini e gli si rivoltano contro senza una logica e senza un perché: sono il suo mondo e non ne può fare a meno.

Così guarda Elisabetta con freddezza, nascondendo dietro uno sguardo duro che per la prima volta in vita sua cerca di fare, il fatto che ora l’emicrania gli è scoppiata davvero, come una mina nella testa, e lo stomaco gli si è annodato in un’ondata di nausea possente, e dice, gelido, lentamente, quasi sillabando: «Questi non sono fatti tuoi. Limitati ad occuparti delle tue mansioni.»

Elisabetta gli lascia la mano, come tramortita. Si conoscono da bambini, e non le è mai capitato che lui le si ribellasse, per quanto lei lo angariasse o lo strapazzasse. Come Lucy con Charlie Brown, il loro rapporto è sempre stato così:  esclusivo. Morose e morosi sono stati incidenti di percorso, perché il legame forte era il loro, quello un po’ fra vittima e carnefice, ma una vittima ed un carnefice che non si sanno staccare e sono dipendenti l’uno dall’altra. E ora che la sua vittima si ribella e fissa dei paletti, Elisabetta si sente sperduta: «Ma Nino…- balbetta con vocina timorosa e sbasita – Io lo dico per te… in paese lo sanno tutti… lei non può trattarti così…»

«Lei non è un problema tuo, o del paese. E’ un problema mio, semmai, e basta. E se non devi dirmi altro, lasciami solo. Metto a posto io, qua dentro, non ti preoccupare, vai a casa.»

Il silenzio. Quello pesante, che cade quando non c’è più niente da dire. Elisabetta sa che non ci sono più possibile repliche. Si volta, ricacciando negli occhi i due lacrimoni che le glieli stanno riempiendo, ed esce.

Nino la guarda andare via, come nell’ultima scena di un film. Lo “sbam” della porta che si chiude termina il piano sequenza.

E resta lì, nella sezione vuota, fra le pile di carte franate, la scrivania sbeccata e in disordine, il morso dell’umidità che gli prende la testa, perché ha dimenticato di accendere la stufetta con un calcio. Resta lì, fermo, a guardare quelle macerie, di un partito, di una storia, di una vita. Quelle macerie a cui è affezionato, quelle macerie di cui non sa fare a meno anche se sa che sono sono macerie, nient’altro che macerie. Ma sono l’unica cosa davvero sua.

476 d.C.

Mi sono sempre chiesta cosa abbiano provato, i Romani, nel 476, quando gli è crollato l’impero sotto al sedere. Perché quando lo leggi sui libri di Storia, in fondo, non riesci bene a capire cosa sia successo: sì, d’accordo, hanno tolto dal trono il povero Romolo Augustolo, Odoacre si è proclamato re, ma poi cosa?

La gente, al mercato, alla mattina, ci è andata lo stesso. Ha fatto la spesa, ha pensato al pranzo, forse un po’ più preoccupata ed incerta di prima; i Senatori nelle loro ville si sono alzati, han ricevuto i clienti; i funzionari dello Stato sono andati in ufficio, anche se non sapendo forse nemmeno bene perché.

Quel senso di incertezza, ma anche di routine che si doveva mantenere senza più uno specifico motivo, solo perché si è sempre fatto e finche non ti dicono basta non si può più tu allora lo fai; quell’aggrapparsi ai gesti quotidiani per rassicurarsi che la vita continua, perché i regni vanno e vengono ma l’ora di pranzo c’è sempre, ogni giorno, e via.

Mi sono sempre chiesta cosa si provasse a vivere quel momento storico importante e definitivo (posto che sia stato così percepito nel caos di quei giorni), e se si provasse un senso di irrealtà e di negazione, peché quando le cose per anni e secoli sono andate in certo modo, non si riesce ad accettare che stavolta siano collassate davvero.

Mi sono sempre chiesta come fosse quel sentimento misto di rassegnazione, rabbia, ma anche in qualche modo sollievo di un’agonia che finisce, pur se sovrastato dallo spavento di chi vede spalancarsi davanti a sé un vuoto fatto di istituzioni ormai distrutte e di uomini incapaci a trovare o anche solo a proporre soluzioni, soluzioni qualsiasi.

Me lo sono sempre chiesta come dovesse essere. Ieri sera, guardando il tg e vedendo collassare davanti agli occhi il PD ma in pratica anche il nostro sistema parlamentare, mi sa che l’ho capito.

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