E poi li odi tutti.
Di botto, non sai neanche perché.
Sono il tuo mondo. Con loro hai sempre vissuto. Senza non sapresti vivere.
Deve essere la giornata, grigia.
O il taglio di luce, sbieco.
Ma così non li hai mai visti.
Brutti. Meschini. Deformi.
Come se i loro difetti, che hai sempre indovinato sotto pelle, fossero esplosi tutti assieme, riducendo la loro immagine in poltiglia. Volti maciullati dall’ipocrisia che gronda, dopo aver scavato per anni, risalita dal marcio profondo dell’anima.
Un flash improvviso li illumina per ciò che sono: orribili.
Loro non si accorgono di nulla.
A cogliere la loro essenza non puoi essere tu.
Tu sei quella che sorride, educata.
Tu sei quella che il Male non lo può conoscere, o intuire. Nemmeno immaginarlo.
La tua vita è sempre stata liscia.
L’odio, poi, non è nelle tue corde.
Invece lo senti risalire come un conato di vomito dalle viscere.
Li vorresti eradere, annientare.
Cancellare di loro ogni traccia, persino la memoria.
Senza un tentennamento, senza un rimpianto.
Con la stessa indifferenza con cui digiti, sulla tastiera, un control+alt+canc.

PS:È solo un racconto, non ho intenzione di fare una strage, tranquilli.

Non gli serve una donna, gli serve una accompagnatrice.
Quando Teo telefona alla sera tardi, a casa mia, con quella vocina lievemente depressa da Topo Gigio che ha appena preso una randellata, lo so cosa cerca: compagnia femminile. Non nel senso di una da portarsi a letto; ciò di cui ha bisogno, in quei casi, è qualcuna da poter portare in giro.
Il mondo di Teo è un tourbillon di inaugurazioni, serate di gala, prime di teatro: Teo, come i vampiri, vive dopo il tramonto, però, invece di nutrirsi di sangue, campa di salatini da buffet. Conosce tutti, e tutti quelli che conosce, fatalmente, sono coinvolti in qualche evento o iniziativa: fanno mestieri, ahimè, che impongono una serrata vita sociale. I pittori espongono, gli attori recitano, i musicisti suonano, gli scrittori, più che scrivere, presentano i loro libri senza posa; tutti però invitano, ed il povero Teo finisce sballottato come una pallina del flipper qui e là. A lui farsi sballottare piace un mondo: due sere di fila a casa e gli prende la cecagna da depressione incipiente, si mette in testa che nessuno lo ami più, si sente ad un passo dal baratro dell’oblio. Ma nei periodi in cui il mondo lo reclama ogni notte come protagonista, dopo un po’ l’essere scompagnato gli pesa: presentarsi single in società ha i suoi lati positivi, ma anche degli innegabili pericoli: l’essere arpionato da qualsiasi babbiona altrettanto single, per esempio, nonché da qualsiasi babbione in cerca di anima gemella; quindi presentarsi alla festa con al fianco una fanciulla finisce per diventare la salvaguardia migliore. Ma la fanciulla, dato che gli eventi e le inaugurazioni che frequenta sono tutte cose molto intellettuali, oltre che chic, deve avere anche caratteristiche ben precise: essere abbastanza piacente da fargli fare bella figura, abbastanza colta per non fargliene fare una pessima se apre bocca, e soprattutto abbastanza discreta e comprensiva da non rubargli la scena mai; avere insomma tutte quelle caratteristiche che, nel bel tempo andato, avevano le mogli, ma possedere in più il pregio di non aspirare, e non avere alcuna vocazione, a diventarlo sul serio, moglie. Per questo motivo, quando Teo è stanco di essere solo ma non gli va di essere appaiato in maniera compromettente, telefona a me.
“Inaugurano la nuova galleria di Cemal –spiega– non posso mancare!”
Figurarsi se me la posso perdere io, no?
“Vabbe’ ci vediamo lì alle 18.00, domani.” dico, e Teo sospira sollevato, perché anche questa volta non resterà solo.
Franko Cemal, passaporto svizzero, nascita americana, origini probabilmente turcobalcaniche, patrimonio felicemente apolide disseminato in paradisi off shore e radici saldamente piantate in Laguna, oltre che un pittoresco incrocio di dna confluiti da mezzo mondo, a Venezia è una corazzata, o per meglio dire, una intera flotta da guerra: le sue gallerie d’arte non so neppure più di preciso quante siano, ma, dove ti giri, spuntano come funghi, manco fossero chiazze d’umido: ne ha disseminate in tutta la città, tanto che ormai, quando si vede un negozio in ristrutturazione, le ipotesi da fare sono due: o aprono una nuova sede di Mac Donald o una nuova galleria di Cemal.
Alle 18 in punto, inguainata in un tubino nero di quelli che non si sbaglia mai, scarpette tacco dodici e pashmina comprata al mercatino che però sembra quasi vera, sono di fronte al suo nuovo open space, un buchetto dai muri di mattoni a vista però virati sull’oro grazie a scenografici spruzzi di vernice. Dalle vetrine spuntano due statuette di Botero; una terza è stata messa come segnacolo fuori dalla porta, come a dire noi siamo colti, ricchi e siamo qua.
All’entrata della calletta, incrocio una valchiria mora arrampicata su trampoli da brivido, che ha indosso un tailler nero e un umore ancor più nero della stoffa. Sta parlando, anzi quasi urlando, al cellulare, ferma all’angolo della Chiesa di S.Moisè, con quello che presumo sia il suo cavaliere, ma si deve essere perso per Venezia, perché lei gli grida: “Cristo! Ma possibile che non capisci mai dove devi venire? Eppure è tanto semplice! Prendi la strada più larga, giù dal ponte, duecento metri dopo Chanel giri a destra, e sei arrivato!”
Giuro che è la prima volta che, a Venezia, avendo a disposizione chiese e ponti e campi pieni di opere d’arte, sento usare la boutique di Chanel come punto di riferimento topografico.
Non appena mi vede arrivare, Teo si sbraccia per dirmi di venire avanti: ha già monopolizzato un crocchietto di persone, che pendono dalle sue labbra, tenendo in mano un bicchiere dai colori iridati, che deve essere un cocktail di ultima generazione, perché sembra una fluorescente bava di alieno.
Il piccolo campo è già zeppo di gente da grandi occasioni, che però può essere divisa a colpo d’occhio in sottocategorie: ci sono i ricchi, gli stravaganti e gli artisti. I ricchi sono quelli invitati perché hanno i soldi per comprare. Difatti sono dei monumenti ambulanti alla grande firma: vestito firmato, scarpa firmata, occhiale firmato e portafoglio firmato contenente corposo blocchetto di assegni ancora da firmare. Basta guardare come si muovono per capire che fanno branco a sé: ciondolano infatti davanti ai quadri ed alle opere d’arte, con l’aria sospettosa di chi sa che tutto ha un prezzo, e saranno loro quelli che dovranno alla fine pagarlo.
Gli artisti invece sono due, e si riconoscono a botta sicura: uno è un pittore di successo, che ho già incrociato un paio di volte a casa del Maestro, e difatti sta conversando con Teo. Essendo affermato, il Pittore può assumere un’anda genericamente bonaria, anche se leggermente schifata: ha venduto abbastanza per poter trattare i compratori con vago disprezzo, visto che ora ha probabilmente tanti soldi quanti ne hanno loro; la Giovane Promessa dell’arte, invece, di soldi non ne ha ancora abbastanza, e il quadro ospitato nella galleria è anzi il suo primo vero successo commerciale. Non può dunque schifare platealmente i compratori, perché gli serve appunto che comprino, ma al tempo stesso è ancora abbastanza giovane per doverli chiaramente disprezzare, o si gioca la fama di alternativo; e siccome non capisce bene come dosare l’altezzosità e la condiscendenza nella percentuale giusta per garantirsi la fama, finisce col fissare mutangolo il bicchiere alla bava d’alieno e tracannarla giù in fretta.
Gli stravaganti, di cui fa parte Teo, hanno invece nello spettacolo funzione prettamente coreografica: animano la scena. Parlano, pontificano, coinvolgono i ricchi in cose che sembrano conversazioni colte, per dar loro la sensazione di essere non volgari compratori, ma mecenati cinquecenteschi. Teo sta mandando in visibilio una infilata di maranteghe, cui spiega con voce suadente che sì, il Giovane Artista è scontroso, ma è giusto che così sia, o non sarebbe artista, mentre a me, che gli ho visto ingollare la quarta razione di bava d’alieno, viene il sospetto il ragazzo, che più che scontroso, sia ormai del tutto ubriaco.
Nel mentre, Cemal vagola, in apparenza a caso. È un omone che pare un armadio, con capelli a ciuffi di media lunghezza, occhi di un nero levantino simile al carbone ardente, che non perdono una sola mossa di quanto accade, ed una lunga sciarpa bianco avorio negligentemente appoggiata sul collo a mo’ di stola pencolante. Si muove, ride, scherza, ogni tanto flauta un “Oh, mio caro!” all’orecchio di questo o di quello, poi con fare indifferente trascina i compratori davanti al quadro che ha stabilito di riuscire a vender loro, ma come se la cosa avvenisse senza premeditazione alcuna: “Ecco, magari… sì… questo sì, potrebbe essere adatto a te.” concede, magnanimo, dopo aver meditato per qualche attimo, fissando il dipinto quasi perplesso, come se il suo lavoro consistesse solo nel fare gli interessi del quadro, e trovar per l’opera la sistemazione più confacente, non ricavare dalla vendita del denaro.
Fra lui e Teo la conoscenza è di vecchia data: considera Teo inutile, ma, in virtù dei suoi nobili natali e delle buone entrature, gli piace esibirlo qua e là: “Il mio amico carissimo!” dice infatti abbracciandolo con calore troppo enfatico per essere anche solo minimamente sincero. Teo ricambia l’abbraccio, con simpatia reale, poi mi presenta; Cemal si profonde in un baciamano altrettanto enfatico, anche se l’occhiata che mi ammolla non ha nulla di distaccato, e l’alzata di sopracciglio significa un “a te una ripassatina la darei anche subito, con tutto che ho l’inaugurazione da gestire.
“Galleria stupenda!” dice Teo.
“Oh, sì, caruccia… ma ci sono ancora tante cose da sistemare… per esempio, manca il cavo per la mia televisione… l’ho detto all’architetto! Almeno, quando non viene nessuno, posso vedere qualcosa in tv, no?”
“Ah… sì, certo…” replica Teo, ma scoprire che il raffinato mercante d’arte di cui ha stima soffre perché, nei tempi morti, non può seguire le puntate pomeridiane della De Filippi lo spiazza un po’.
Intanto una delle ricche si avvicina: “Franko –dice imperiosamente– avevi promesso di farmi vedere qualcosa di Warhol, ricordi?”
“Be’, c’è quello, là sulla parete…” indica Cemal.
La ricca lo valuta per qualche secondo: “Uhm, no, cercavo qualcosa di un po’ più grande.”
“Allora aspetta, ti faccio accompagnare in magazzino a vederne altri.” e fa un cenno ad uno dei ragazzi dello staff.
“Ecco, sì, magari ne vedo qualcuno più simile a quello che voglio.” replica la ricca, e a me viene da ridere perché mi sembra un discorso più adatto ad una boutique dove si cerca la misura di un determinato golfino.
Teo viene assorbito da un altro circoletto. Io cincischio un po’ con un aperitivo in mano, finché non vedo la ricca che ha fatto tirar fuori al ragazzo dello staff un mucchietto di quadri, per poi decidere che nessuno è della taglia che le serve.
Il ragazzo, non appena lei si volta, si lascia sfuggire una sbuffata. Poi mi guarda, sorridendo, e mi dice: “Vuole vederli anche lei?”
“Solo vederli, non me li potrò mai permettere.” dico ricambiando il sorriso.
Lui ride: “Tanto, deto fra de nialtri, i xé anca bruti.”
E poi, sopra al mio sofà, non sarebbero della grandezza giusta, via.

Al solito, è un racconto di fantasia che non fa riferimento a persone o avvenimenti reali. Esistono solo i quadri di Warhol, in pratica.

Scoprire, in una frenetica giornata di shopping, che entri ancora in dei pantaloni attillati taglia 38, nonostante la sera prima tu ti sia strafogata di tagliolini all’astice.

Ci sono donne che, a quanto pare, rompono i coglioni anche da morte. Sì, rompono proprio i coglioni: non si può usare altri termini, ché definirle “scomode” o “controcorrente” non rende appieno il profondo e radicato odio che riescono a suscitare attorno a sé. Quelle donne lì, rompono proprio i coglioni. Anche se non fanno niente, per il solo fatto di esistere e di essere così come sono. Che poi, così come sono, a non far niente oltre che esistere non sono capaci, e quindi rompono i coglioni ancor di più.

Ecco, Ipazia doveva essere proprio una di quelle. Una donna. Nel mondo antico, dove, per quanto la mentalità fosse un po’ più aperta di quanto sarà nel medioevo, non è che poi nascere donna fosse ’sto ballo di carnevale. Greca, di origine. E anche lì, bella roba. Perché i Greci erano tanto democratici in tutto, quando si parlava di uomini, ma le loro donne, al contrario dei Romani, le avevano sempre tenute, per quanto possibile, sepolte all’interno dei ginecei, a filare pepli per le Atene di turno.

Siccome donna e greca non le bastava, Ipazia divenne, in prima battuta, matematica. Cioè una donna che pretende di occuparsi di numeri e teoremi, campi che ancor oggi, quando nel nostro secolo illuminatissimo sono giudicati interessanti da qualche fanciulla, la fanciullina in oggetto viene guardata strana, perché si sa che le donne e i calcoli non quagliano, e l’unica possibile applicazione della matematica per una donna è contare gli spicci nel portafoglio per capire se può comprare subito o meno il favoloso maglioncino che ha visto in vetrina.

Vabbe’, in lei lo si poteva scusare, forse, quell’interesse peregrino, perché il babbo Teone era matematico anche lui, ad Alessandria. Si fosse limitata a fargli da segretaria, ricopiando qualche teorema qui e là, chiosando le sue chiose, la passioncella per la matematica gliela avrebbero perdonata. Però Ipazia, che comincia come collaboratrice del padre, subito si dimostra qualcosa di più di una figlia devota che porta al babbo una tisana mentre quello si affanna sui libri e tiene in ordine i papiri degli appunti: il papà chiarisce, nell’incipit del suo commentario a Tolomeo, che il saggio è stato controllato punto per punto dalla figlia, la filosofa Ipazia. Il che lascia capire che, dei due, quella che aveva una conoscenza più approfondita della matematica pura e delle sue implicazioni teoretiche e filosofiche era Ipazia, e non il padre. Insomma, era lei che veniva chiamata in aiuto da lui, per avere conforto e consulenza.

Difatti Ipazia studia geometria piana ed astronomia, probabilmente getta le basi per la costruzione di un più moderno astrolabio (che sarà realizzato dal suo allievo più caro, Sinesio di Cirene), e, in virtù del suo prestigio, diviene ben presto nome di punta e probabilmente anche vera e propria direttrice della scuola di Alessandria, istituzione erede, anche se appannata, del Museo fondato dai Tolomei come tempio di ogni sapere. Oltre alla cattedra di matematica, insegna anche filosofia, seguendo la corrente neoplatonica fondata da Plotino: quella teoria che ipotizzava una Luce che si espanda piano piano, e, corrompendosi ed appesantendosi, si trasformi in materia: non è proprio la E=mc² di Einstenin, però qualche latente influsso su Einstein stesso da parte di queste teorie, molti secoli dopo, è stato ipotizzato.

Eh, già immaginarla così, unica donna in mezzo ad una consorteria di eruditi, che tiene lezioni di filosofia e matematica nella più prestigiosa scuola di alta formazione del mondo antico, altro che giramenti di coglioni doveva provocare in quei maschi che stentavano a far due più due. Anche perché per le provocazioni, Ipazia doveva proprio avere un certo gusto. Intanto, non s’era mai sposata, quindi era donna, matematica, filosofa e per giunta tanto testarda da rifiutare pure quello che era il destino e l’unica funzione del suo sesso, la riproduzione. Poi di matematica e filosofia teneva pubbliche lezioni, cui si poteva accedere liberamente: quindi non solo donna che comandava a bacchetta un nugolo di studiosi, ma personaggio pubblico, che dibatteva a viso aperto, con gli studenti e con chi era interessato a seguirla. Senza paura, senza timore e senza quel pudor femminile che, secondo gli uomini stupidi, spinge le donne ad una naturale ritrosia, ad evitare il pubblico, il confronto anche violento per sostenere a brutto muso le proprie idee.

Sì, una così pare nata apposta per far girare i santissimi e far saltare in un botto tutte le armonie platoniche delle sfere. Ma non pensiamola come una femminista invasata. Da quel poco che le fonti lasciano capire di lei, non è proprio questo il ritratto che se ne tira fuori. Per gestire per anni una struttura come l’antico Museo, e far filare d’accordo, se non d’amore, intellettuali di più discipline, bizzosi ed egocentrici come sempre i professori sanno essere, ci vuole capacità di coordinamento, mediazione, nonché pazienza ed autorevolezza. Una menade o una sventata non sarebbero durate due giorni. Lei invece dura, e al lungo. Non solo: in una città come Alessandria d’Egitto, che è da sempre una miscela sul punto di esplodere per i continui conflitti fra i gruppi etnici e religiosi, diviene una figura di riferimento. È una pagana, Ipazia. In un periodo in cui non è più conveniente esserlo, non è conveniente per nulla. Dopo Costantino, i Cristiani, non più perseguitati, ci han messo poco ad impadronirsi di tutte le leve del potere, e passare in fretta da discriminati in discriminatori. Ad Alessandria hanno combinato macelli: il vescovo Teofilo ha fatto di tutto per far chiudere i templi pagani, ne ha depredato gli arredi, non perde occasione per provocare i pagani, esponendo persino in pubblico le suppellettili trafugate dai loro santuari. Ipazia si muove con una buona dose di sangue freddo in mezzo ad una situazione che può degenerare per ogni nonnulla: fa parte di quella corrente politica che si batte perché la cultura tradizionale greca, pagana, possa continuare ad essere conservata e salvaguardata. Pagani e Cristiani possono secondo lei convivere, perché la religione a cui ciascuno aderisce è un fatto personale, che non deve creare intoppi o problemi al vivere pubblico. È una laica, insomma, vuole essere lasciata libera di credere e non credere in ciò che vuole, ed è disposta a concedere a tutti la stessa libertà. Difatti fra i suoi allievi quello a lei più vicino è Sinesio, che sarà cristiano e diverrà persino vescovo, sempre mantenendo però il massimo rispetto e quasi una forma di devozione nei confronti della sua Maestra.

Ma te lo vedi Cirillo, succeduto a Teofilo come vescovo di Alessandria, a sopportare una donna del genere come avversaria? Una che non urla, non strepita, ma discute? Argomenta, la stronza, e non si riesce ad incastrarla, perché la ragione, ahimè, è roba sua. Quanto la deve odiare, Cirillo. Ipazia è tutto ciò che lui detesta: una mente pensante, che non si fa intimorire; una studiosa, che pretende di indagare i misteri della Natura invece che crederli semplicemente imperscrutabili disegni divini; una donna, che non vuole starsene al posto assegnato, secondo visione di tutti i bigotti, alla donna nel creato: rifiuta assieme, insomma, Dio e di obbedire. Una bestemmia vivente.

Dalla sua Cirillo aveva Elia Pulcheria, che invece era una di quelle donne che parevano una stampa ed una figura con i desideri dei cristiani: per non finire sposata a qualche barbaro aveva fatto voto di verginità, perché in quel caso la religione era un ottimo mezzo per evitare di essere allontanata dal potere; bigotta e intrigante, tanto s’era prodigata da riuscire a far convertire il fratello Teodosio al cristianesimo, e anche la di lui moglie; subito dopo lo aveva convinto a scacciare da tutti gli impieghi pubblici i pagani; lo spinse poi a bandire gli Ebrei da Costantinopoli e confiscar loro le sinagoghe.

Due donne, l’una l’opposta dell’altra, si ritrovano a fronteggiarsi, infine: l’una con attorno i pagani, intimoriti, spaventati, ma non domi; l’altra Cirillo e i suoi cristiani oltranzisti, che possono contare una schiera di monaci fanatici. Sono loro, i monaci, che risolvono alla fine il problema per le spicce. Sono una muta di invasati, che vedono con sospetto tutte le arti e tutte le scienze, perché, come tutti i fanatici, le pensano emanazioni del maligno; figurarsi se poi queste vengono esercitate da una donna, e da una donna come Ipazia, sfrontata, ancora giovane, probabilmente piacente, e orgogliosa. Una donna che pretende di usare la ragionevolezza per contestare i voleri di Dio e quelli della pia Pulcheria che da Dio è direttamente ispirata, per mezzo di Cirillo, vescovo, futuro santo e suo consigliere.

La aspettano una sera, i monaci, mentre torna a casa. É notte. Le vie di Alessandria sono vicoli oscuri, pieni di ombre. Fermano la lettiga, la trascinano giù per i capelli, la sbattono sul selciato. E poi le si buttano addosso armati di pietre e di cocci di vaso acuminato. Non la uccidono, la macellano. Usano gli ostraca, i cocci appuntiti, come dei macete: la fanno a pezzi, strappandole le carni dalle ossa mentre è ancora viva, scavandole gli occhi via dalle orbite, mentre, dicono i testimoni, ancora respira. Poi, non contenti, prendono quello che resta del suo cadavere e lo portano in giro per la città, come un trofeo, per bruciarlo e disperderne le ceneri maledette. È una furia belluina, senza freno: non le perdonano l’essere stata pagana e l’essere stata donna, il suo aver infranto tutte le abitudini e le convenzioni. Vogliono punire quell’orgoglio che le ha fatto credere di potersi comportare non come una femmina ma come un essere umano pensante, in un’epoca in cui pensare autonomamente era pericoloso anche per un maschio. È il branco che sbrana chi osa ribellarsi alla sua legge, perché una donna così fa girare i coglioni, una donna così non ha il diritto di vivere.

Muore male, Ipazia. Difficile immaginare morti più violente, senza dignità, morti peggiori. L’inchiesta che viene aperta, è chiusa in fretta: Elia Pulcheria copre ciò che può, limitandosi a porre i monaci sotto il suo diretto controllo, un modo per dire grazie, ma adesso zitti, che sennò la faccia ce la perdo davvero; Cirillo nega di essere coinvolto, anche se l’ombra del dubbio gli rimane appiccicata per sempre; Sinesio è sconvolto, ma, lontano nella sua Cirene, nulla può se non piangere in silenzio.

Di Ipazia non si parlerà più per secoli. Il suo nome è noto solo agli addetti ai lavori, filosofi, storici del mondo antico. Il grande pubblico poco sa di lei ed ignora sia la sua esistenza che la sua morte. Oddio, potrebbe saperne di più, se in Italia venisse finalmente distribuito un film dello spagnolo Alejandro Amenábar, che narra la sua vicenda. Ma il film in Italia non trova un distributore, nonostante in Spagna sia già campione di incassi e altrove sia stato presentato in numerosi festival, sempre ottenendo buone accoglienze. Si dice e si sussurra che dietro alla mancata diffusione ci sia una certa insofferenza del Vaticano nel vedere spiattellata così la condotta di due santi, Cirillo e Elia Pulcheria, nonché dei monaci alessandrini assassini e linciatori: potrebbero sconvolgere il pubblico, questi ritratti poco edificanti di un vescovo e del suo entourage: siamo un paese dove i preti sullo schermo sono sempre o dei Don Camillo e o dei Don Matteo. E dove le donne come Ipazia faticano ad essere considerate eroine. Sono donne che fanno girare i coglioni, ma tanto, e anche quando sono morte da secoli, sì.

Per chi volesse firmare la petizione per chieder che il film Agorà venga distribuito in Italia, cliccare qui

Ma ci è o ci fa?Me lo sono chiesta, sinceramente, quando ho letto sull’Espresso di questa settimana l’ultimo articolo di Umberto Eco, Il crocifisso simbolo quasi laico. Avessi avuto la mail di Umberto Eco, gliela avrei inviata immediatamente, la mia risposta. Siccome non ce l’ho, la mail, non mi è possibile reperirla, e postare sul sito dell’Espresso un commento così lungo è stato terribilmente difficoltoso (ci ho provato comunque) pubblico la mia lettera anche qui. Non la leggerà mai, d’accordo. Ma io gliela scrivo lo stesso, e tanti saluti: magari fra i labirinti del web, chissà, ci sarà qualcuno in grado di fargliela pervenire.

Gentile Prof. Eco,

Le scrivo qui perché spero che legga i commenti ai Suoi articoli, non avendo altro modo per farLe pervenire alcune considerazioni su quanto ha scritto.

Sinceramente mi pare molto strano che un semiologo e filosofo della Sua fama non colga alcuni aspetti di tutta questa vicenda che invece a me, che pure filosofa non sono, appaiono invece chiarissimi. Vedo di spiegarmi più nello specifico, e quindi perdoni la lunghezza.

  1. Lei scrive: anche eliminando i simboli religiosi dalle scuole, questo non incide sulla vitalità dei sentimenti religiosi.Il problema della esposizione in luogo pubblico, tale è infatti la scuola o l’ufficio, di un simbolo religioso non ha nulla a che fare con la volontà da parte dello Stato di vietare o anche solo disincentivare l’adesione ad una religione. Non è compito dello Stato laico, infatti, né favorire né proibire in alcun modo ai propri cittadini di avere o non avere credenze religiose. Il problema riguarda, semmai, l’equidistanza dello Stato da ogni confessione religiosa. Esponendo in un luogo pubblico e per legge un solo simbolo religioso, lo Stato non può più essere considerato super partes. Ad un semiologo come Lei non può sfuggire l’importanza di un simbolo religioso esposto in luogo pubblico, per decreto o anche per semplice consuetudine: lo spazio pubblico diviene connotato dal simbolo religioso, e tutti coloro che sono cittadini dello Stato, ma non aderiscono a quella confessione religiosa si sentono automaticamente esclusi dallo spazio pubblico: come se esso, in un certo senso, fosse un po’ meno “loro”.
  2. Le croci si trovano sui gonfaloni di molte città italiane…in modo tale che è divenuto un segno spogliato di ogni richiamo religioso. Ecco, appunto, la differenza fra la croce che trovo sulla bandiera inglese ed il crocifisso che mi tocca invece vedere pendere sul mio capo nell’aula scolastica sta tutta là: nella bandiera inglese non vi è più, ormai, alcun senso “religioso”, ma solo quello patriottico. Un musulmano nato in Inghilterra, ma anche un inglese purosangue, non riescono più a riconoscere nell’Union Jack un simbolo del cristianesimo. Lo era in origine, ma non lo è più, come per i cristiani non è più simbolo di Cristo la figura del pesce, che pure ai tempi della prima diffusione del cristianesimo lo rappresentava. Viceversa il crocifisso nella forma in cui è esposto in classe è ancora oggi esclusivamente un simbolo religioso. Lei scrive: il crocefisso, salvo quando appare in chiesa, è diventato un simbolo laico e in ogni caso neutro. Mi scusi, ma da quando? A me pare che neutro non sia per nulla. Se io vedo un crocifisso, appeso in un posto qualsiasi, a me viene da pensare alla religione cristiana, non alla cultura europea in senso lato; posso pensare anche a cose che non la cultura europea non c’entrano un beneamato, ma che hanno sempre una connotazione religiosa e cristiana; se vedo la bandiera inglese penso solo all’Inghilterra, e al cristianesimo manco di striscio.
  3. Se un monsignore cattolico viene invitato a tenere una conferenza in un ambiente musulmano, accetta di parlare in una sala decorata con versetti del Corano. Be’ anche io, se vengo invitata nell’aula di una scuola cattolica a tenere una conferenza non mi preoccupo se c’è un crocifisso alle pareti (anzi, mi stupirei del contrario). Ma se vado in una scuola pubblica, sì che mi dà fastidio, perché là i padroni sono i cittadini dello Stato Italiano, non gli appartenenti ad una determinata confessione religiosa.
  4. Esistono a questo mondo degli usi e costumi, più radicati delle fedi o delle rivolte contro ogni fede, e gli usi e costumi vanno rispettati. Certo, ma sono appunto abitudini, e come tutte le abitudini uno le può tranquillamente conservare a casa propria e negli spazi privati, ma non in quelli pubblici, se nello stesso spazio esse danno fastidio ad altri. Lei, caro prof. Eco, può tranquillamente fumare, a casa sua, se è sua abitudine; ma non lo può fare in uno spazio pubblico, perché darebbe fastidio ad altri. E dal momento che negli spazi pubblici non sono gli usi e i costumi che vanno rispettati, ma solo quanto è previsto dalla Costituzione, e la nostra Costituzione non prevede che vi sia una religione di Stato, l’abitudine di attaccare ai muri il crocifisso la può tenere a casa sua, se Le fa piacere, ma non lo può imporre dove casa sua non è.
  5. Per questo una visitatrice atea è tenuta, se visita una chiesa cristiana, a non esibire abiti provocanti, altrimenti si limiti a visitare i musei. Il problema è che in una scuola pubblica, ad esempio, io non sono una visitatrice: ci vado come alunna, o, nel mio caso, come docente; sono tenuta ad andarci per legge, quindi non posso astenermi dall’entrarci anche se il crocifisso mi dà fastidio. Da alunna non posso evitare di frequentarla, da docente nemmeno. Domanda: se a me dà fastidio il crocifisso, che facciamo? Rimango senza istruzione pubblica, e mi devo andare a cercare una scuola privata atea? E da docente? Devo evitare di accettare impieghi nella pubblica amministrazione, e cercare anche lì di essere assunta in una scuola privata non confessionale?
  6. La croce è un fatto di antropologia culturale, il suo profilo è radicato nella sensibilità comune. Chi emigra da noi deve anche familiarizzarsi con questi aspetti della sensibilità comune del paese ospite. Io so che nei paesi musulmani non si deve consumare alcol (tranne che in luoghi deputati come gli hotel per europei) e non vado a provocare i locali tracannando whisky davanti a una moschea. Mi scusi, ma io non sono emigrata, sono italiana almeno quanto Lei. Italiana e non credente. Non vivo il mio essere agnostica come una “provocazione” a chi è religioso, ma come una scelta personale e rispettabilissima. Non pretendo che siano chiuse le chiese, non chiedo che siano vietati i simboli religiosi tout court. Pretendo però che ogni volta che entro in un luogo pubblico come la scuola non ci sia un simbolo religioso a ricordarmi, come una specie di anatema, che io sono non credente, perché è come se mi dicesse che non sono poi così “normale” e che, dal momento che non mi riconosco in quel simbolo, non posso neppure essere davvero e compiutamente una cittadina del mio Stato, cioè una buona italiana, una buona europea, o una buona occidentale. Il che, me lo lasci dire, è davvero una enorme cretinata, e mi rifiuto di crederci anche se me lo confermassero intere schiere di filosofi o semiologi.

    Cordiali Saluti, Galatea.

Floris ha l’influenza A, gli sospendono il programma.
Per l’influenza B, invece, glielo avrebbero proprio abolito.

Su Telepadania, Pinocchio parlerà in Lombardo.
Il Gatto e la Volpe invece in napoletano.
Le monete d’oro sepolte saranno coperte dallo scudo fiscale

Propongo un Forse Day.

E mettiamo d’accordo tutti.

Aggiornamento: Scusatemi, stavolta al PD mi hanno battuto sul tempo.

Ma loro non volevano fare una battuta.

toga avvocato

I due avvocati sono in piedi, nel corridoio stretto davanti ad un ufficio del Tribunale. Hanno addosso abiti sobri e grigi, ma di quella sobrietà e grigità che si possono comprare solo con molti soldi e un buon sarto di quelli di una volta. Quelli che lavorano da generazioni per gli avvocati che nascono avvocati già di famiglia, insomma. Ai piedi hanno scarpe nette, ma non sfacciatamente lucide, e borse di cuoio capienti, incicciottite da troppe pratiche.

Uno è un vecchio marpione da Tribunale: lo capiresti subito, anche se non fosse universalmente noto, per l’aria un po’ sbruffona con cui sosta, come se il corridoio e il Tribunale stesso fossero suoi. Ognuno che passa, lo saluta, e lui ci scambia una battuta, un cenno.

Sei qua?”

Eh, ci si deve guadagnare il pane!”

Eh, ti te lo guadagni ben, va’, Vecio!

Risata scanzonata, condita da occhiata en passant al culo della magistrata che ha parlato.

L’altro ha meno anni, e il primo lo tratta da giovane collega, anche se poi deve comunque aver superato abbondantemente i quaranta: uno dei vantaggi dell’Italia è che si può essere attor giovane e giovane collega fino alle soglie dell’ospizio.

Attendono, per due cause diverse, ma il corridoio è piccolo, il ritardo enorme, e far comunella una necessità di sopravvivenza. Così chiacchierano, mentre le toghe restano abbandonate sulle sedie come stracci e le nappine pendono sconsolate.

Passano due carabinieri che le sfiorano, toghe appallottolate e nappine penzolanti, mentre accompagnano ammanettato un ragazzo ghanese senza permesso di soggiorno, sorpreso a vendere false borse di Luivuitton e portato in aula, al processo per direttissima.

Con chi hai l’udienza?” Chiede il primo.

Con ******”

Uh, non t’invidio…poi da quando la moglie lo ha piantato, è diventato una pittima…”

Eh.”

Eh.”

Ma sei tu che difendi *****? Quello che l’altro giorno ha sparato alla moglie?”

È il caso del giorno, nel parlano tutti, in città. *****, rampollo di schiatta industriale piena de schei, ha ammazzato la moglie perché, dicono, lo volesse lasciare.

Eh. Sì, sono l’avvocato della famiglia…m’han chiamato l’altra notte, di corsa, alle tre.”

Ho letto sul giornale…che roba! Lo conosco da una vita… ma pensa te, andarsi a rovinare la vita così, per un eccesso di gelosia, che coglione! S’è costituito?”

Sì. Ieri sera.”

E adesso?”

Sì, sono qui per chiedere i domiciliari..”

Ah, è in carcere?”

No, in ospedale. Lo psichiatra ha già certificato depressione e rischio suicidio.”

Il vecchio Marpione si lascia sfuggire un sorriso: “Eh, certo, quello si rischia sempre. Dài, che se lo trovi in giornata giusta, non si fa neanche un’ora di cella…”

Eh, lo spero. Per le persone normali il carcere è distruttivo.”

L’altro annuisce, comprensivo e convinto.

Ripassa il ghanese, ammanettato, e i due carabinieri trascinano una borsa dentro cui s’indovina un carico di pochette Luivuittòn.

Lo portano in carcere.

I due avvocati si tirano un po’ indietro per lasciarli passare, e poi lo guardano come si guarda una cosa che non può che andare a finire così: in carcere.

Si vede che non è abbastanza normale.

topo_gigio

Napolitano: l’Europa parli con una sola voce.

Quella di Topo Gigio, ad esempio

Convegno sullo Stalking.

Due giovani libere professioniste del diritto, sedute dietro di me.
Che pugnetta!”
Cosa?”
Se uno ti perseguita.”
Vero, una gran pugnetta.. Senti…”
Sì?”
Te lo sai cosa vuol dire vulnus?”
No.”
Boh, è mezz’ora che ne parlano…”

State Bene.

Inchino e baciamano alla padrona di casa.

Ghino la Ganga

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iltwitdiGalatea

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