crocifisso dalì

Spiegarglielo è veramente difficile. Un po’ perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E un po’ perché più parli, più ti rendi conto che proprio non riescono a capire quale sia il problema vero, il nocciolo della questione. Quella sul crocefisso sembra una diatriba così, la solita polemicuzza di intellettuali troppo sottili, e laicisti spaccaballe. I problemi del paese sono diversi, dicono i ben noti maaltristi, quelli che per qualsiasi cosa ti incazzi han subito pronta da citare una emergenza più emergente, e ti guardano con sorriso di sufficienza e leggero compatimento, perché loro lo sanno bene cosa è importante nella vita, e tu no. Se ti senti sollevata perché la Corte Europea riconosce che il crocefisso appeso al muro dell’aula scolastica e dell’ufficio pubblico deve essere tolto, pensano che sei strana: una fanatica, una che ha problemi. Persino quelli che si considerano “laici”, prendono le distanze: con un sorriso bonario, fanno capire che vabbe’, questa è proprio una tua fisima, su queste cose sei ipersensibile: forse sei troppo stressata per gli affari tuoi, insomma magari non stai bene. Bisogna essere seriamente disturbati, secondo loro, per provare disagio di fronte ad un crocefisso appeso al muro. Che male mai può fare, quell’omino di plastica mezzo nudo ed appeso, che poi siamo abituati a vedere dappertutto, e fin dalla più tenera infanzia? Dài, è uno di casa, se ti dà fastidio chi ha qualche magagna sei tu.

Non si riesce a spiegargliela, quella inquietudine sottile, quel disagio, che invece prende te, quando sei in un luogo pubblico, un ufficio, la tua aula, e ti vedi quel simbolo che ti pende sul capo. Quel simbolo, appunto, non quella figura. Perché il povero Cristo crocifisso a me non dà alcun fastidio in sé: quando lo vedo da solo, come immagine mi fa tenerezza. Non ci vedo un Dio, magari, ma un povero uomo perseguitato e torturato, un uomo innocente che pagò salatissima la sua esigenza di dire ciò che pensava. Lo posso guardare persino commuovendomi, quando lo incontro sulla facciata di una chiesa, sul dorso di un messale, lo vedo balenare al collo di qualcuno sotto forma di pendaglio da catenina, nascondersi nell’ombra di una edicola eretta in mezzo alla campagna, o nel sottocoppo di un incrocio medioevale. Rispetto la sua storia, e rispetto chi vuol credere in lui, chi a metterselo addosso, tenerlo in mano, nel portafoglio come amuleto, in casa, nel suo luogo di preghiera, prova conforto, si sente più sicuro.

È quando me lo vedo appeso al muro in un luogo pubblico, in un posto dove io entro come cittadina, che trovarlo lì mi provoca una sottile angoscia. Perché un simbolo religioso in un luogo pubblico è come se dicesse che quel luogo pubblico non è proprio di tutti, o non è di tutti allo stesso modo. Che in pratica solo chi crede in quel crocifisso è davvero padrone di quell’aula, di quell’ufficio, ci sta a buon diritto e con tutti i sacri crismi. Gli altri no. Gli altri, che sono pure cittadini dello stesso Stato e devono entrare là dentro per motivi che al loro essere cittadini sono connessi, ci possono andare, ma sono tollerati per buona creanza, per una forma di carità un po’ ipocrita. Quando entro in un ufficio pubblico dove c’è un crocifisso appeso in bella mostra, per dovere istituzionale, quel simbolo mi fa capire che quell’edificio è pubblico, ma è comunque cristiano: e io, che cristiana e credente non mi considero più, da quel simbolo sparato là è come se, paradossalmente, fossi respinta, ricacciata fuori perché quel posto non è più roba mia, o non lo è del tutto. Se non credo in Lui, in Lui che è messo lì come simbolo e come segnale, io cosa sono? Sono meno Italiana, o addirittura meno Occidentale? Sono una traditrice della Patria? Sono una terrorista? Sentirsi parte di una Nazione implica necessariamente sposare la credenza religiosa maggioritaria, o la sua cultura, e se non lo si fa non si può davvero essere appieno suoi cittadini?

Ogni volta che entro in un ufficio pubblico, o devo insegnare in un’aula in cui quel simbolo (non quel Cristo) incombe su di me, io sono a disagio, non lo nego. Mi sento come se qualcuno mi rinfacciasse di non essere ciò che dovrei: di non essere una buona cittadina al cento per cento, forse di non poter nemmeno essere una buona insegnante. Mi sento rifiutata ed esclusa. Ma la Costituzione mi garantisce invece che posso essere cittadina ed insegnante credendo in ciò che voglio, perché per far parte di questo Stato non è necessario aderire ad una confessione religiosa ed io, di questo Stato, faccio parte. E anche quel povero Cristo, in fondo, quando era ancora semplicemente un Gesù predicante e non il simbolo di qualcosa, l’aveva ben chiara in testa, la distinzione fra Stato e Religione, perché fu lui il primo a riconoscere che Cesare aveva il suo ambito, e che quei confini andavano rispettati.

Ecco, magari qualcuno degli strenui difensori dei crocifissi in classe sarebbe ora che si uniformassero alle parole del loro Gesù da vivo, invece che pretendere di tenere in ogni luogo il simbolo del loro Cristo da morto.

homer culone

Dopo la sentenza Pollari, a Sigonella han sentito una risata d’un forte, ma d’un forte che mai.
Poi han capito che la risata arrivava da di là del mare, Tunisia, zona cimitero di Hammamet.

O forse era una pernacchia, sostengono alcuni.

State bene.

Inchino a baciamano alla padrona di casa.


Ghino la Ganga

In genere mi spaventano, o mi fanno incazzare. Stavolta invece, non so, mi hanno decisamente divertito. Alla notizia che a Strasburgo era stato accolto il ricorso di una famiglia italiana che chiedeva fosse tolto dall’aula della scuola pubblica il crocifisso, in quanto la sua presenza violava la laicità dello Stato, han perso il freno, sono caduti nel delirio incontrollato, uscendosene fuori con ragionamenti degni di Ionesco, o meglio, degne di un vecchi sketch di Totò e Peppino.

Alle arrampicate sugli specchi sono abituati da secolare consuetudine, perché ci vuole un talento notevole a difendere con le armi razionali ciò che razionale non è, e cioè una fede. Ma questo giro tutto l’esercizio non è servito a nulla: e se di solito nell’ammannirci le loro ragioni prendono cura di dar loro almeno una parvenza di logica ed evitare il ridicolo, stavolta no, han proprio sbroccato. A chi gli ha fatto notare che il re è nudo, non hanno trovato di meglio che gridare: “Sì, ma nudo è bello!”

Ha cominciato Vittorio Messori, il quale, quando gli dicono che dalle aule della scuola pubblica deve sparire il crocifisso, lui rilancia, dicendo che allora va tolta l’immagine di Napolitano. A parte il fatto che nelle aule scolastiche l’immagine di Napolitano non c’è, verrebbe da chiedersi se mai il Messori ci ha passato, da fanciullo, nelle suddette aule, un tempo acconcio, visto che alla sua veneranda età non pare aver ancora ben capito che lo Stato Italiano è diverso dal quello Vaticano, anche se negli ultimi tempi, gli va riconosciuto, per notare la differenza bisognava avere un occhio molto allenato.

Ha continuato Ignazio La Russa, che in tv, chiamato a parlare del 4 Novembre, sbotta invece in un eccesso d’ira ed esclama: “Non lo leveremo, il crocifisso! Possono morire!”. Non è chiaro bene chi: i giudici di Strasburgo? La famiglia che ha fatto ricorso? I laici tutti? E non è un tantinello violento, come augurio, soprattutto in bocca ad un ministro della Repubblica? O dobbiamo considerarlo solo un caso di intercalare folkloristico, perché le minacce serie sono esclusivamente quelle che si trovano su Facebook?

Non poteva mancare il buon Renato Farina, il quale, infervorato dall’ansia di difendere le radici cristiane, afferma: “Da quando è apparso sulla Terra l’uomo, non si può prescindere dalla domanda: tu chi credi che io sia?’” * Peccato che la domanda sia posta da Cristo ai discepoli, e non quindi all’inizio dei tempi, ma in un preciso momento della sua vita: dal che si evince che il Renato sa un’ostrega di storia umana, ma marinava pure dottrina.

Sarebbe da stendere un velo pietoso sulle dichiarazioni di Bersani, quelle per cui il crocifisso è una tradizione innocua. Anche il tresette, Pierlui’. Quindi che faccio? Appendo al muro un asso di coppe?

Un post bellissimo.

Non so se ci sia un giudice a Berlino.

Per ora ne abbiamo trovati sette a Strasburgo.

Guard rail1

Un attimo prima guidi, tranquilla, da posapiano, come guidi sempre.
Torni da scuola come tutti i giorni, il percorso lo sai a memoria, ormai.
La pioggia non è nemmeno pioggia, la stradina tutta una curva a gomito in mezzo ai fossi, la campagna campagna, umida ma sonnacchiosa.
Poi senti che la ruota piglia un avvallamento nel selciato e fa un botto.
La gomma scoppia, la macchina svisa, si arrotola in un testa coda, invade la corsia opposta, si schianta sul paracarro e resta penzoloni, in bilico sul fossato.
Non fa nemmeno in tempo a mancarti, il respiro.
Ti tirano fuori dall’abitacolo due misericordiosi passanti.
“Sta bene?” “ È tutto a posto?” “Vuole che chiamiamo un’ambulanza?”
Riesci a biascicare un “no, grazie”, fra i singulti di panico. Senti che sei tutta intera, ma non ti capaciti del tutto di essere ancora viva. Guardi la tua macchinetta, che ha il muso rincagnato, e il guardrail di lamiera contorta, che per fortuna ha tenuto.
E nelle orecchie ti rimbomba il clacson di un tizio, dietro di te, che strombazza perché vuole che gli sgomberi la strada, l’idiota.

Purtroppo non è un racconto di fantasia. Ma sto bene.

sironi mario

Al mattino, quando si sveglia, Nino si sente un po’..be’ un po’ e basta.

Il letto, intanto, non è il suo. Che si fa presto, a dire: è una stronzata. Invece conta. Abìtuati ad un nuovo materasso, ed in poche ore: quando ti svegli hai la schiena che grida vendetta al cospetto di Dio, i reni aggrappati alle vertebre manco fossero cangurini infrattati nel marsupio di mamma, e le vertebre, anche loro, incazzate nere con te, che scricchiolano per far capire che te la vogliono far pagare, e cara.

La stanza, poi. Con quel soffitto. Che è bianco, sì, d’accordo, bianco come il suo, ma non è il suo, è inutile far finta. E i profili dei mobili, degli oggetti. Non sono arcigni, per carità, ma nemmeno familiari. Deve guardarli per riconoscerli, e dover riconoscere le cose appena svegli, quando fai fatica persino a tenere gli occhi aperti, figurati ad usarli, dà un senso di ansia, di angoscia sottile.

Si alza, facendo più attenzione possibile a non smuovere ed urtare nulla. Scendendo dal letto, il pavimento freddo sotto ai piedi nudi gli trasmette un brivido di pelle d’oca.

Sotto le lenzuola, la ragazza dorme di gusto, respira piano piano.

Nino la guarda, perplesso, e si domanda che deve fare.

Del don Giovanni non ha il fisico, e neppure le abitudini. Gli manca persino il galateo. Come ci si comporta, in questi casi? Si va in cucina e ci si prepara il caffè come se si fosse a casa propria, con tutto il casino che l’operazione richiede, spostamenti di tazze, svitamenti di napoletana, perquisizione di dispense per trovare gli ingredienti, col rischio di svegliarla e passare non solo per invadenti, ma pure per rompicoglioni?Oppure non svegliarla, andar via quatti quatti, defilandosi, come un ladro di notte (anche se è mattina) magari lasciando appeso al frigo un bigliettino? Già, con su scritto cosa? “Sei bellissima”, come se se ne fosse accorto solo ora? “Ti chiamo dopo” che ha in sé la fastidiosa vaghezza di un abbandono? O “Grazie” e basta, ché sembra quasi la si voglia lodare per aver compiuto un’opera di misericordia destinata a mai più ripetersi? E poi, lì, dove lo trova, un bigliettino?

Così lascia stare, scivola fuori dalla camera in punta di piedi, zitto zitto, fino a guadagnare il salotto, e poi il balcone. Vorrebbe fumare, ma non sa se sia il caso, e non saprebbe poi dove buttare la cicca. Allora guarda fuori e basta.

Non piove più, ma gli alberi sono impregnati dell’umido grigio di un’alba che non vuol diventar mattina. I lampioni riverberano qua e là, fra le strisce di villette e i cantieri ancora chiusi di condomini in costruzione. Il vuoto delle vie è riempito solo dal verso di qualche uccello lontano. Dorme, Spinola, come la ragazza che ha lasciato di là, nel letto.

Pensa ad entrambe, e sorride. Si somigliano un poco, le due, in fondo. Sono entrambe così fragili, e complicate e talvolta faticose da sopportare, e magari neppure proprio belle. Ma sono capaci di illuminarsi all’improvviso, quando trovano qualcuno che si prenda cura di loro. Diventano di botto vivaci, sorridenti, allegre, pronte a sciogliersi in carezze e brillare di risate, con la grazia riottosa delle bambine troppo timide.

Di entrambe non sa fare a meno. Ci sono città e donne che non sai se le ami, ma senza non ci puoi stare.

È una storia di fantasia, ecc. ecc. Sono stufa di dirlo, se non ci volete credere, fate un po’ quello che vi pare.

Solo gli irreprensibili possono rappresentare un popolo. (Mario Adinolfi).

Il blog di Mario Adinolfi si può leggere per tanti motivi, non ultimo quello di farsi una risata. Ma, lo confesso, io lo leggo principalmente perché, di tanto in tanto, il buon Marione ci regala di queste massime: delle vere perle, che purtroppo talora sfuggono, nel fluire della sua prosa, e rischiano di passare inosservate senza nemmeno finire ai porci, dimenticate tout court. Ne converrete, uno spreco.

C’è qualcosa di affascinante in questo ragazzone che da anni si presenta come il “nuovo che avanza” e ripropone ogni giorno, poi, con tignosa determinazione, idee, concetti e persino lessico stantio: è proprio un ggiovane dei nostri tempi, questo, il cui orizzonte di modernità si riduce all’educazione civica masticata con gli scout, e il suo essere blogger multimediale ed aggiornatissimo coincide con il postare frasi così vaghe ed indefinite che suonerebbero naif persino alle orecchie del più sprovveduto carbonaro ottocentesco.

Solo gli irreprensibili possono rappresentare un popolo. Concetto affascinante, lo ammetterete, che richiama però alla mente, più che la smagata democrazia laica, il Terrore di Robespierre e i comitati di Salute Pubblica. Chi saranno mai, questi irreprensibili? E come si certificherà la loro irreprensibilità? E poi irreprensibili rispetto a cosa? Ad una morale “pubblica” che nel nostro paese non è mai esistita? A una morale privata che in Italia è esistita ancor meno? O, come spiega lui stesso, al personalismo nella sua lezione cristiana, che ahimè non è ben chiaro cosa mai voglia dire di preciso neppure ai cristiani, di questi tempi, e quindi figuriamoci a chi cristiano non si sente per nulla? E poi non è cristiano, anzi ancor più cristiano, sapere che nessuno è mai in grado di scagliare la prima pietra, proprio perché di irreprensibilità ce n’è sempre stata pochissima, in giro?

Trovarli sarebbe davvero un bel problema, questi irreprensibili, insomma, anche ad andarli a cercare con lumicino nei banchi delle sacrestie. Ma poi, anche trovatili, sarebbe sempre aperto il problema della reale rappresentatività.

Anche ammesso che solo gli irreprensibili possano rappresentare un popolo in astratto, signor Adinolfi, suvvìa: a rappresentare un popolo come il nostro ce li vedrei adatti poco poco.

bettu boop champagne

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