cittadinanza digitale

Com’è cominciata nemmeno me lo ricordo. Fatto sta che mi ha chiamato Mad da Ibridamenti: “Il 3 Luglio aprono il wifi sul Canal Grande e ci hanno invitato dal Comune, vieni?”

Cioè, ti pare che io, che di mio son curiosa come scimmia, non vado? E infatti, il 3 Luglio, cioè ieri, sfidando un caldo africano che pareva essere arrivato fregandosene delle nuove leggi antimmigrazione solo per far dispetto a Bossi, alle 10.30 spaccate mi trovo all’imbarcadero dell’1.

Dà soddisfazione essere una blogger, soprattutto quando ti trattano come un quasi vip. Sull’imbarcadero, infatti, c’è già una piccola folla di gente subbugliante che aspetta, e si vede che è la gente da grande occasione, cioè quel misto di invitati in tenuta da semimatrimonio, giornalisti della carta stampata in sahariana però chic, giornaliste in vestito voile con capello tirato su, cameraman al seguito e varia umanità in jeans, però fighetto. Per fortuna che ho messo la gonna caruccia, penso, mentre cerco di capire da che parte devo andare, o per lo meno a chi devo chiederlo. L’imbarcadero è gestito come l’entrata al privè di una discoteca di lusso: cortesi e sorridenti signorine rivestite dal logo di cittadinanzadigitale (grondano con addosso le magliette accollate, povere cocche, ma con professionalità estrema fingono di non accorgersene minimamente) hanno in mano una lista da cui spuntano i nomi di chi può entrare e chi no, dirottando i giornalisti su un battello e i blogger sull’altro, e ci vuole la santa pazienza di una tata d’altri tempi, perché, al solito, i giornalisti vogliono andare sul battello dei blogger, e i blogger, oddio, i blogger vorrebbero andare sul battello loro, a dire il vero, ma sono blogger, quindi vanno accompagnati quasi per manina, sennò chissà dove finiscono.

Dentro, il battello ha una temperatura da bocca d’inferno, e, in effetti, pure l’ordine di un girone infernale: è un gran groviglio di fili di batteria per computerini portatili, netbook, blackberry, cellulari satellitari: Tutti digitano su qualche tastiera, dando l’impressione che per quello Iddio abbia creato le mani: per scrivere al computer. Da una capo all’altro del vaporetto si odono conversazioni del tipo: “Oh, ma mi presti la tua password?” “Be’, e perché non mi fa accedere?” “Devi passare per la Home!” “Porca Miseria, non mi riconosce l’account!” “Ehehe, guarda, mi hanno taggato!”. Qualcuno è seriamente preoccupato per la location: “Soffro il mal di mare..e qui se vomito vado pure in diretta in mezzo mondo…” Sono gli inconvenienti dell’interconnessione globale.

Mad sta baruffando con il suo Mac, che fa le bizze, mentre per fortuna il netbook di Mario funzionerebbe, ma per entrare in wifi ci vuole la password, e l’hanno dimenticata a casa. Per fortuna io ce l’ho, e, non avendo portato il computer, gliela cedo volentieri: quando il vaporetto si stacca dalla riva, siamo connessi, e navighiamo in rete, oltre che sul canale: vittoria! Mad comincia a postare su facebook in tempo reale, mentre gli altri blogger commentano e rispondono, sempre su facebook; la cosa divertente è che alcuni, sospetto, sono seduti un paio di file più indietro di noi, e farebbero prima a farci toc toc sulla spalla e dirlo a voce, ma dài, è il brivido della novità, siamo internettiani ed interattivi, quindi gioco anche io, e ingorgo la pagina di ibridamenti di commentini in diretta. Mad vorrebbe uplodare un filmato, ma prima deve capire come si fa a girarlo, e con il netbook nuovo non le è chiaro; quando finalmente ha una illuminazione, e inizia a riprendere, il problema diventa sapere come si carica. Chiediamo in giro, e scatta la solidarietà fra blogger, che non porta a granché, a dire il vero, perché il filmato non si carica manco pei tacchi: gli unici che girano e mettono in rete in tempo reale sono gli studenti del MIT. C’è poco da fare, gli Ammerigani lo fanno meglio.

Il vaporetto, intanto, è arrivato a S.Marco. Le signorine distribuiscono magliette promozionali omaggio e i blogger fanno ressa virtuale, cioè tramite facebook o blackberry si scambiano informazioni su chi è riuscito a beccare una media e chi necessita di una extralarge; probabilmente qualcuno medita se sia il caso o meno di creare un negozio su e-Bay. Intanto si sente un trambusto enorme: monta infatti, come una calata d’Unni, una nuova orda di giornalisti. Entrano in retromarcia, perché stanno riprendendo l’arrivo di qualcuno di importante. La Madonna, come minimo, si direbbe dal casino: invece no, è Massimo Cacciari. Il Sindaco appare, fighissimo come suo solito, non dico circonfuso di luce, ma quasi: sarà il riverbero delle webcam. Cosa dica non si sente, perché è attorniato da un nugolo di Bernerdette che fa muro.

Gli stanno mostrando la connessione wifi – spiega Mad- e Cacciari fa ‘ohhhh!’”

Ok, abbiamo il titolo per la colonna sonora: I Cacciari fanno “ohhhh”; se ci accordiamo con Povia sarà il successo dell’estate. Più del Sindaco, lo confesso, è il Vicesindaco, Michele Vianello, che mi fa simpatia: è montato in vaporetto con il passeggino del figlio treenne, che ha addosso anche lui una magliettina di cittadinanzadigitale e si sta sbrodolando di the con il biberon, piccino, mentre attorno tutti lo riprendono e lui se li guarda pensando che gli adulti devono essere ben stranetti, eh. “E’ un giovane cittadino digitale” assicura il padre. A riprova mostra un computerino di quelli per bimbi, nel bauletto del passeggino.

Finalmente , sbarcato Cacciari, navighiamo, oltre che nella rete, anche verso il Lido, dove ci attende il rinfresco. Qui Michele Vianello molla il pupo, che spero portino a casa data la temperatura ormai da altoforno, e improvvisa uno striptease, indossando anche lui la maglietta di cittadinanzadigitale. “Meno male – sbuffa – m’era toccato vestirmi elegante…” Confermo, fa proprio simpatia a pelle questo omone alto con i capelli bianchi, dritti, che paiono tagliati con l’accetta, e degli occhioni azzurri dietro occhialetti da miope allegro. Cacciari, lo confesso, a me mette addosso ansia anche se lo incrocio per strada: ho paura che se svolto male la calle, lui mi assegni per casa una parafrasi di Platone, con commento in tedesco. Vianello invece sembra uno di quei paciosi maestri elementari del buon tempo andato, che quando imbrocchi la risposta giusta ti offrono una caramella, e quando no te la allungano lo stesso, di nascosto, per tirarti su il morale. E poi mi piacciono proprio le cose che dice: “Da oggi il Comune offre a tutti i suoi cittadini, gratis, la rete internet, nelle zone coperte..e meno male che funziona, perché se non funzionava qualcosa, oggi, il sedere allo scoperto ce l’avevo io – spiega ridendo – ma per me è una cosa importante. É un investimento enorme, certo, passare le fibre ottiche nel territorio del Comune, ma quando mi chiedono come si rientra dei costi io rispondo che non si rientra, come non si rientra quando si costruisce un asilo. Però ormai avere accesso libero alla rete digitale è un diritto per i cittadini, come l’istruzione e l’accesso ai servizi, non importa quanto costa, ed è anche un investimento, perché poter offrire alle aziende connessioni rapide se portano la loro sede nel territorio nostro può fare la differenza nel prossimo futuro.”

Io me lo guardo contenta, perché fa piacere vedere un politico che dà l’impressione, una volta tanto, di sapere di che parla, e poi mi piace questa idea della rete che è un po’ come la scuola gratuita nell’Ottocento, un diritto di tutti, non solo un vezzo per qualche signore annoiato e ricco, che si può permettere un nuovo giocattolino. Non parla neanche tanto, Vianello, poi, perché tutti reclamano il rinfresco, approntato su una terrazza fronte mare. “Per chi vuole – aggiunge prima di dare il rompete le righe, che poi sarà un ricomporre le fila davanti al buffet – ci sono a disposizione degli ombrelloni, e la connessione wifi è attiva su tutta la spiaggia, per cui, volendo, potere anche andare a fare il bagno e rimanere comunque connessi…”

Oh, alcuni nelle retrovie fanno una faccia così contenta che penso si stiano pensando davvero, di fare un tuffo con il netbook in mano (i netbook che hanno devono essere anche subacquei, secondo me!), per postare subito su Facebook, in tempo reale, la foto della prima alga che incrociano, fra le onde del Lido.

Stavolta il racconto è proprio tutto vero. Se volete le prove, cliccate i link.

la torta

Anche andare al ristorante, a Spinola, ha una precisa connotazione ideologica. Sedersi ad un tavolo ed ordinare del cibo è infatti in paese una precisa scelta di campo, affidata alla mente, non solo al palato: esistono i locali di Sinistra, di Centro e di Destra, ben noti e definiti. I confini sono precisi ed inequivocabili, più solidi della cortina di ferro, e si perpetuano di generazione in generazione, impermeabili ad ogni nuovo scenario.

Quello di Clara, ad esempio, è da sempre il bar istituzionale per eccellenza, in cui ogni partito ed ogni corrente, nonché ogni leader più o meno in ascesa deve avere il suo posto fisso: è infatti una sorta di porto franco e terra di nessuno. Ideale per abboccamenti, contatti ufficiali e scambi in campo neutro, al suo bancone si sono firmate, da tempi immemorabili, tutte le possibili varianti di compromessi storici e ogni tipologia di patti col Diavolo, perché a Spinola Sinistra, Destra e Centro possono essere discordi in qualsiasi cosa, ma sul fatto che i dolci di Clara siano insuperabili concordano con rigore bipartisan.

Quando però dalle pastarelle si passa al cibo vero e proprio, la Sinistra stravince. I locali frequentabili dai Destrorsi si limitano al Vecio Canton, osteria in disarmo bazzicata da qualche vecchio rustico centenario che ancora ricorda la politica agraria del Duce, ma, complice la smemoratezza senile, non rammenta nemmeno più se il Duce medesimo sia ancora vivo o morto. Più che per i manicaretti offerti agli avventori, il Vecio Canton è famigerato per i suoi contrastati rapporti con l’ufficio igiene. La costante fuga degli ufficiali sanitari dal locale non ha impensierito per molti anni i clienti, i quali però hanno cominciato a sospettare che il livello di guardia si fosse superato quando anche gli scarafaggi si sono costituiti in comitato di protesta e le pantegane hanno fatto sapere che avrebbero accettato di rimanere lì dentro solo a patto che venisse fornita loro la copertura sanitaria.

I “Comunisti”, invece, possono godere di un’ampia scelta di locali, differenziati non solo per offerta di cibo, ma, soprattutto, per impostazione ideologica.

La Sinistra più estrema e chic, cioè l’avanguardia intellettuale, ha il suo luogo d’elezione al Majakowskij, taverna ethnochic dalle venature esistenzialiste, cioè con muri pittati di nero e decorati da foto color seppia ritraenti grandi intellettuali in pose meditabonde. Ai tavoli, imbanditi con tovagliette nere anch’esse e in carta riciclata, vengono servite pizze rigorosamente biologiche, dai nomi evocativi: c’è la Sartre, un intruglio di sapori capaci in effetti di scatenare la nausea, la De Chirico - scaglie di parmigiano perse in mezzo a sugo di pomodoro di consistenza metafisica – e la omonima Majakowskij, un tafferuglio di ingredienti molto futurista. Le cameriere, occhi bistrati e lupetto nero come emaciate Giuliette Gréco, si muovono tra i tavoli silenziose e altere, perché ciò si conviene a vestali della cultura momentaneamente in prestito alla ristorazione, mentre il sottofondo è garantito da musica jazz di autore anonimo, e, appena la si sente, si capisce perché il benedetto autore pretenda tanto rigoroso riserbo sulle sue generalità. Il cuore del Majakowskij, tuttavia, è la saletta riservata, cui si accede solo attraverso scala nascosta e porticina: uno stanzino nello scantinato, con tre divanetti lisi e alcune copie di riviste letterarie abbandonate qui e là, con meditata distrazione: là si svolgono i conciliaboli più segreti della Sinistra spinolese, gestiti come riunioni carbonare da Pierfrancesco Damas e Giangi Basti. Con le riunioni carbonare, oltre alla segretezza, spartiscono anche l’affluenza: quando si arriva a quattro partecipanti, si è fatto il sold out.

Il Centro Sinistra meno chic, neopiddino per tessera, area o vocazione si ritrova invece al Mafalda, ristopizzeria che deve il suo nome non alla principessa Savoia, ma alla monella di Quino. Qui le pareti sono color pastello, verdine, rosettine, azzurrine incerte come l’orientamento dei discorsi che si sentono fra i tavoli; nel menù le pizze tradizionali sono affiancate da quelle più scapricciatelle, ma con misura: c’è qualche apertura agli ingredienti nuovi, però non troppo, e sempre con la mentalità di chi, a furia di voler stare sul sicuro, finisce col mangiare alla fine cose trite e ritrite, magari un po’ scipite che è meglio. La povera Mafalda, protagonista indiscussa di tutti i poster affissi sui muri, guarda questo suo popolo con un’espressione perplessa, come se stesse per sbottare da un momento all’altro in una battuta delle sue, ma si trattenesse perché tanto, ormai, non ne vale neanche più la pena.

L’egemonia culinaria della Sinistra da anni impensierisce il sempre sindaco Carlo Taragnin, il quale su ciò che possono fare o non fare i “Comunisti” ha idee ben precise: passi che si occupino di cultura, e tengano aperta, quindi, l’unica libreria del paese, ché tanto nelle librerie, è noto, non ci va nessuno. Ma i ristoranti sono cosa seria, e, soprattutto, possono essere formidabili casse di risonanza elettorale. Quindi ha deciso di scatenare una vera e propria campagna offensiva. Il primo punto è stato lo stravolgimento della circolazione: non potendo impedire al Mafalda e al Majakowskij di rimanere aperti, ha ben pensato di renderli inaccessibili, facendo fiorire attorno una giungla di sensi unici e di strade con parcheggio vietato. Per i pochi anfratti in cui la sosta è ancora legale, ha mobilitato in forze i Vigili, fornendoli di righello preciso al millimetro: se una macchina sfora di un solo centimetro la riga bianca, multa, multa multa, senza pietà; se qualcuno attende fuori per mezzo secondo, col motore acceso, la pizza per asporto, multa anche a lui, ché inquina senza motivo; se spenge il motore, multa, per intralcio al traffico.

La fase due dell’operazione è stata delegata a persona di fiducia, cioè alla sorella del Taragnin medesimo, la Carmen. Al secolo Maria Carmela Addolorata, la Carmen Taragnin è stata anagraficamente per poco Carmela, e Addolorata mai per nulla. Al contrario del fratello nanerottolo, è un donnone quadrato come una madia, dagli occhi verdi perennemente bistrati di kajak, lunghi capelli corvini, un décolleté che pare una piazza d’armi, e come quella sempre generosamente allo scoperto. Mai sposatasi, la Carmen ha avuto cento mestieri ma una sola vocazione, quella di favorire in ogni maniera l’ascesa del fratello, e in questo non s’è risparmiata, soprattutto dato che l’ausilio a lei richiesto coincideva con l’inclinazione che le era propria: gli amici del fratello se li portava a letto per consolidare l’amicizia, i nemici per placarne l’odio, gli incerti perché non si sa mai. Giunta però a varcare la soglia delle cinquanta primavere, la Carmen ha fatto presente al fratello che pretende requie e sicurezza economica, e un ristorante è quello che ci vuole. Taragnin ha deciso di muoversi con determinazione: convocati in Municipio i gestori del Vecio Canton, ha spietato che neppure la sua influenza era più in grado di garantire l’apertura del locale, a meno di non dichiararlo esplicitamente una fabbrica di armi biologiche, ma che, per salvaguardare la tradizione e il credo ideologico degli avventori, la Carmen era disposta a rilevare il tutto, purché il prezzo fosse stracciato. I fratelli Nonzolo, proprietari dell’attività, han capito subito l’antifona, e replicato come si conviene in un Salmo responsoriale: “Sì, sì, va ben, dove ghe xè da firmar?”

Così la Carmen è sbarcata nel locale, con al seguito l’esangue geometra Righetto, dipendente comunale e, a tempo perso, ristrutturatore fiduciario del Sindaco, nonché compagno-paravento della Carmen stessa. Il prudente geometra avrebbe voluto limitarsi a pulire un po’ il locale – sarebbe stata già una fatica d’Ercole! – eventualmente buttar giù un tramezzo e ritinteggiare, ma la Carmen non ha voluto sentir ragioni, e, data la stura al suo estro di design, ha iniziato a sventrare, abbattere, ricostruire. Dopo tre mesi di lavori incessanti, durante i quali i Vigili della vicina caserma avevano ordine di tapparsi le orecchie per lo sfondamento di ogni limite di rumore, ed invitare caldamente i vicini a fare altrettanto onde non avere rogne, il locale s’è rivelato in tutta la sua magnificenza. Che comincia fin dal nome: perché se i sinistri si incaponiscono a battezzare le pizzerie come covi letterari, la Carmen ha invece chiarito subito gli intenti, chiamando il suo restaurant Il Frutto Proibito.

L’apertura ha mobilitato tutta Spinola: mentre gli avventori del Vecio Canton vagolavano basiti fra tavoli in acciaio lucente e un red carpet da Billionaire in sedicesimo, chiedendosi dove cazzo fossero finiti i loro cicheti bisunti, sui divanetti dell’area lounge molto feng shui, c’era assittata la Giunta al gran completo, comprensiva persino del Vicesindaco Erberto Guidi e gentile consorte, entrambi impegnati nel difficile compito di ingozzarsi di frittura a sbafo e contemporaneamente mantenere una faccia sufficientemente schifata, a dimostrare di esser coppia di mondo usa a ben altre inaugurazioni che non queste, da buzzurri. Il Trio, giunto alla spicciolata, portava in palmo di mano il nuovo protetto, ovvero Massimiliano Rossetto; la famiglia Crespano, non potendo mandare Albino, ancora convalescente, né Alfonso, in vacanza con la nuova compagna, aveva delegato la rappresentanza a Patrizia, la quale dedicava qualche distratta occhiata all’avvocato Martinuzzi, ma soprattutto rispondeva agli occhieggi del bel dottor Rossetto, come al solito in vena di conquiste veloci, mentre, nelle retrovie ma con la smania di protagonismo di chi ha appena cambiato campo e vuole sottolinearlo a tutti, Rutilio e la Susanna sorbivano tutti acchittati il loro primo Mojito destrorso. Fra una chaise longue e l’altra, zompettava il sempre sindaco Taragnin, mai così felice e soddisfatto, perché la sorella aveva finalmente sbaragliato la ristorazione sinistrorsa, e confermato che, quando si tratta di magnar, la Destra non è seconda a nessuno.

È stato solo al momento della torta, una meringa a più piani che Carmen ha tagliato con mano tremebonda di sposa e offerto con gran sorrisi ai presenti, che il Sempre Sindaco ha capito di aver commesso un fatale errore: da dietro l’impalcatura di panna s’è materializzata la Clara, con negli occhi uno sguardo equivalente ad una dichiarazione di guerra. Per chi voti la Clara, infatti, è un mistero, ma, se è noto che è amica di tutti, è altresì risaputo che nessuno la vuole come nemica. Per tal ragione a Spinola i ristoranti, tutti, possono sfamare allegramente avventori di ogni credo politico e servire loro primo, secondo, contorno e pizza assortita; ma i dolci, ovunque, sono quelli di Clara, o non sono proprio.

No la xé una dele mie.” ha osservato, con tono più gelido del semifreddo nel piatto che le veniva porto.

No, nialtri le fazemo far fòra, ché le xé mejo!” è stata la piccata risposta della Carmen, servita con scuotimento di chioma corvina.

Vedaremo chi che se le magna.

E, data questa oscura profezia, la Clara ha girato i tacchi, avviandosi verso l’uscita, con il piglio di chi lancia un “O con me o contro di me”.

Mezza Giunta e tre quarti degli avventori si sono guardati perplessi, con le forchette a mezz’aria nell’atto di affondarle nel dolce contestato. Perché la Carmen può essere Carmen quanto vuole, ma la Clara non è solo una pasticceria, è un pozzo di voti, il pozzo di voti per antonomasia, e lasciarlo andare alla deriva politica per una diatriba fra donne è un suicidio. Il sempre Sindaco Taragnin, a questo punto, ha capito che lì si giocava la sua leadership, e, ostentatamente, ha preso una forchettata di meringa, portandola alla bocca con piccata sicumera, mentre folgorava i suoi con un’occhiata che sottintendeva: “A vojo proprio védare!

Ma le forchette sono rimaste immote, mentre Erberto Guidi, con gesto elegante da viveur di razza, flautava un: “Eh, s’è fatto tardi, che dite?”, e appoggiava il piattino senza parar giù un solo boccone di torta, eclissandosi veloce. La moglie, Susanna, Rutilio, tre quarti degli Assessori seguivano a ruota, in un fuggi fuggi appena memore delle regole della buona educazione. Ma è stato quando il Sempre Sindaco ha visto prendere la porta anche il Trio al gran completo, senza degnare Carmen neppure di un frettoloso saluto, che Taragnin ha valutato appieno la portata della disfatta: e mentre la Carmen guardava sconsolata nel locale rimanere solo i soliti quattro vecchi ex clienti del Vecio Canton che reclamavano i consueti cichetti grondanti olio e sprezzavano gli apetizer light rimasti sul bancone, parché chi sa cossa che xé quei robi, il povero Taragnin vedeva crollare in un botto l’idea di sconfiggere l’egemonia culinaria della Sinistra, e sentiva pericolosi scricchiolii per quanto riguardava la sua, di egemonia.

E il boccone di torta che continuava ostinatamente a masticare gli è parso impossibile, stavolta, da mandar giù.

 

È una storia di pura fantasia e non si fa cenno ad avvenimenti, personaggi o torte reali.

pastasciutta

Nuovo scandalo per il Premier, scoperto a cena con due giudici.

Berlusconi si difende: “Ma sono maggiorenni.”

Ghedini assicura: “E Berlusconi non ha pagato il conto”.

Ultimissime: il Premier chiarisce: i giudici non erano gli invitati.

Erano la pietanza.

Ultimissime dagli States: L’autopsia di Michael Jackson rivela particolari inattesi.

Per esempio, dopo tre giorni è ancora morto.

working class

Il professor Albio Trovati da qualche settimana è in fibrillazione. Arriva, come al solito, la mattina, al bar di Clara, ma con un’aria da cospiratore così convinta, che nasconde persino i titoli della mazzetta dei suoi giornali, come temesse che sguardi indiscreti volessero captare le sue letture e rivoltargliele contro. Poi, con fare guardingo, dopo aver ordinato il solito cappuccino destinato a durare per tutta l’eternità della mattina, giustificando l’occupazione di un tavolo, si rintana nel fondo del locale. Poco dopo, ma separatamente, come si conviene a due congiurati seriamente presi nelle loro congiure, lo raggiunge Giangi Basti, anche lui con mazzetta stampa d’ordinanza. I due, che da soli son grandi affabulatori, insieme sono portentosi confabulatori; difatti cominciano a ciangottare a mezza voce, come due passerotti che non si vogliano far sentire dentro al nido da mamma; parlottano parlottano, come si avvicina Clara smettono di botto, poi riprendono i parlottamenti.

A Spinola, il Trovati e il Giangi sono sempre stati i due capintesta della Sinistra-Sinistra: il Trovati come intellettuale organico di Partito, nei tempi in cui il Partito c’era, e fuori dal Partito ma con tanto vago rimpianto per esso, quando non c’è stato più. In quanto Professore, nonché Letterato, nonché Intellettuale, che una volta – pare, si dice, si narra – ha scritto un pezzo nientepopodimeno che sull’Unità, di gramsciana memoria, non c’è mai stata commissione culturale, avvenimento culturale, conversazione culturale, a Sinistra, a Spinola, in cui lui non fosse parte in causa; se lui mancava, o la conversazione/avvenimento/commissione non era culturale, o non era di Sinistra, che poi è la stessa cosa.

Perché il Giangi sia invece stato sempre considerato un intellettuale di riferimento è uno di quei misteri che nessuno sa spiegare, né a Spinola né altrove. Di suo, si dubita persino che abbia preso la licenza media, e i più cattivi sospettano persino che non possieda quella elementare. È comparso a Spinola qualche decennio fa, dicendosi intellettuale operaio, anche se poi non s’è capito operasse dove, perché nelle fabbriche d’intorno non lo si è mai visto lavorare. Da qualche parte, però, dovevano averlo assunto, perché faceva il sindacalista. A parte l’enormità di ore a nullafacere che riusciva ad ottenere con i permessi, anche qui non si hanno prove di attività sindacali; intellettuali però sì, perché il Giangi, in poco meno di un decennio, è riuscito a pubblicare due volumi di poesie e far quattro personali di quadri, tutte sovvenzionate e spesate da enti pubblici e altri semipubblici legati più o meno al Partito, o con fondi dirottati alla bisogna da amici che al Partito erano iscritti. Di volumi di poesie non ne ha venduto neanche mezzo, e i quadri sono stati parcheggiati, una volta smantellate le esposizioni, nel garage-magazzino della casa popolare che occupa, pagando un affitto che colora di nuovi significati il termine “irrisorio”. Andato in pensione, però, dopo una sì lunga e faticosa carriera, il Giangi ha deciso di dedicarsi appieno alla politica, e sarebbe stato pronto, mannaggia, ad entrare a pieno titolo nella gestione del Partito, non fosse che il Partito, nel frattempo, s’era suicidato, e non si esclude che lo abbia fatto apposta, povero Partito, perché di rogne ne aveva già tante, e ci mancava solo beccarsi anche come dirigente il Giangi.

Il Giangi però, sentendosi tradito l’unica volta in cui aveva deciso di mettersi a lavorare davvero, ha preso la cosa come uno sgarbo personale: l’ha giurata al Partito e a tutte le sue successive reincarnazioni: s’è proclamato unico depositario vero della Tradizione di Sinistra a Spinola e zone limitrofe, ed ha cominciato a spaccare le balle entrando ed uscendo in tutti i possibili movimentini extraparlamentari o intramoenia che gli capitassero a tiro, dai No Global all’Associazione contro i Nanetti da Giardino. Se c’è da organizzare piazzate, casini inutili, manifestazioni evanescenti, proteste inconcludenti ma fastidiose, il Giangi è lì in prima fila, con il suo piglio da tribuno e l’eloquio sciolto, contro tutto, e tutti, sempre ed ovunque, perché Tutto è un prodotto della corruzione borghese, salvo il megafono che gli serve per arringare le folle, e che, a detta di molti, deve portarsi sempre addosso, anche di notte quando dorme, perché basta che lo chiami ed è lì, con l’attrezzo in mano, pronto al comizio estemporaneo.

L’amicizia fra il Giangi e il Professore è relativamente recente, perché fino all’anno scorso il Giangi considerava il Professore come un borghese venduto e criptoreazionario: si ricorda addirittura uno scontro verbale, non so più bene in quale assemblea pubblica, in cui glielo sputò in faccia – sempre mediante megafono – quell’insulto: “criptoreazionario”. Nessuno a parte il Professore, a dire il vero, capì esattamente cosa volesse dire, ma siccome il Professore, all’udirlo, fece la faccia di uno che s’è sentito dare a mamma della poco seria, tutti dedussero che quello volesse dire, cioè aver la mamma poco seria, e solidarizzarono con lui.

Com’è come non è, però, dopo un par di mesi il Professore litigò a morte con l’ultima reincarnazione del Partito, o meglio con il suo gruppo dirigente, perché gli ex Piccì, diventati già Pidiessini, e poi Diessini, e ora infine, a forza di perdere lettere nella sigla, Piddini e basta, offrirono al Professore la tessera, sì, more solito, ma non il ruolo incontrastato di maitre a penser, ricoperto, nel nuovo organico, da un laureato in psicologia evolutiva uscito dalla sacrestia della parrocchia. L’onta fu grande e lo sdegno pure: il Professore se ne andò sbattendo forte la porta della sede, che già di suo non è messa bene: la porta rimase infatti incrinata, come i rapporti del Professore con gli ex compagni.

A questo punto, divenuto cane sciolto, il Professore si guardò intorno in cerca di un guinzaglio qualunque e vide il Giangi, che non era alla sua altezza come intellettuale, siamo d’accordo, ma era pur sempre uno che sapeva pronunciare “criptoreazionario” senza inceppare la lingua, e quindi qualche sacro testo lo masticava, almeno. Il Giangi, dal canto suo, a mostrarsi amico del Professore ci teneva, non fosse altro per dimostrare che lui era di Sinistra e i Piddini no, dal momento che scacciavano così le teste d’uovo. Insomma, divennero amici, e, dal quel momento in poi, si son divisi tavolino e caffè al bar di Clara.

Le loro continue confabulazioni non sono passate inosservate ai clienti del bar.

Ma cossa i se dise?” si chiede Clara ogni giorno, non tanto perché le interessi minimamente, ma perché non può sopportare che nel suo bar si parli di qualcosa che lei non sa.

Non ne ho la più pallida idea.” rispondo, perché, come è noto, non sono fra le simpatie del Professore, e fra quelle di Basti non ho intenzione di entrare.

Per fortuna da Clara passa, di tanto in tanto, Memo Tiozzo, che molla la bicicletta quel tanto che serve a prendersi un bianchetto al banco e salutare un po’ rudemente qualcuno che conosce, fra i quali ci sono io. L’altro giorno Memo entra, e sta giusto giusto per avvicinarsi a me, quando una voce dal fondo lo chiama:
“Memo! Carissimo Memo!” dice infatti il Professore, mentre il Giangi fa segno alla Clara di portare il bianchetto lì, al tavolo loro.

Memo fa una faccia stupita, poi si accosta più per seguire il bianchetto che non l’invito dei due. Ma i due sono tutti uno sbracciarsi, uno stringere di mani, un dare pacche sulle spalle, e poi un parlare, un parlare, un parlare che non si ferma più. Attacca uno, e poi segue l’altro, e poi ancora il primo, come una partita di ping pong, con Memo in mezzo, a seguire le parole che rimbalzano da un capo all’altro del tavolo. I due s’infervorano, e blandiscono, e cinguettano, e poi tornano ad infervorarsi. Alla fine, bevuto il bianchetto, Memo si alza, con un’aria un po’ intronata, mentre il Professore s’alza lui pure per stringergli la mano, e Giangi approva con un cenno di capo da padre nobile, come se si fosse siglata in quel dì un’intesa fatale.

Ma se pol saver cossa che i xé drio intrigar?” Chiedo a Memo, non appena quello torna in prossimità del bancone.

Ah – fa Memo – El Professor se vol candidar a Sindaco, ’sto giro. E a mi i me ga domandà se mi, che so’ un vecio compagno, so’ disposto a darghe na man, a farlo votar dai operai, perché lu xè l’unico che defendarà el proletariato…”

E ti, cossa ghe gastu dito?

Mi so sta sul vago, go dito che ghe pensarò…

Ma ti ga intension de votarli sul serio?”

Ma ti schersi? Quei do, che no i ga mai lavorà un giorno in vita sua e un proletario i lo ga visto giusto al cinema? Col casso che i voto!”

Mi ha salutato, ha preso la bici e, fischiettando, è andato via.

É un racconto di fantasia, non ritrae personaggi e situazioni reali. La Sinistra mica è presa così, in Italia.

gelato cioccolato

Uhmmmm, per prima cosa la panna. Montata, dolce. Soffice come una nuvola, s’apre, docile, appena la tocca il cucchiaino, che affonda, e affonda. Quando arriva in bocca è un attimo di paradiso.

Poi il cioccolato. Fondente. Purissimo. Corposo. Si scioglie sul palato in un brivido e si trasforma in una calda, lenta onda di morbido cacao amaro.

Infine le fragole. Succose, da mordere, a pezzettoni.

Parlano tanto di sesso. È perché non hanno mai provato un gelato dalla Clara.

sandali frate

E quando meno te lo aspetti, lo incontri. Stavolta davvero per caso. Sono mesi che ti affanni a dare una mano al Destino, e tendi agguati per incrociarlo; ma appena la togli, la mano, e decidi di lasciar perdere, ecco che il Destino ti serve l’occasione così, su di un piatto d’argento: perché il Destino non sarà cinico e baro, magari, ma un suo perverso senso dell’umorismo ce l’ha.

Dunque, dicevamo, dopo mesi di occhiate e occhieggi, uscite organizzate con la complicità di amici che si dileguano opportunamente all’ultimo momento per lasciarvi soli, complimenti, sorrisi, sospiri, illusioni, allusioni, delusioni, post scritti che tanto lui non ha letto, perché intenet non sa manco come si apre, sms a vuoto a cui risponde sempre più a singhiozzo e sempre più di malavoglia, e l’esaurimento di tutto il repertorio dei pretesti credibili e anche di quelli incredibili per vederlo così, senza impegno; quando finalmente hai deciso che basta, perché se la pazienza ha un limite, eh, insomma, deve averne uno anche la dignità, e non ci stai più a corrergli dietro in modo tanto indecoroso e smaccato, perché è chiaro che da parte sua l’entusiasmo iniziale, se mai c’è stato davvero, è bello e scomparso, o almeno s’è nascosto così bene che è assai improbabile faccia capolino all’improvviso dicendo: “Bubuséttete!”; ecco, dopo tutto questo, dicevamo, lo incontri, anzi, giri l’angolo di una calle e ti ci spatasci addosso come un moscerino sul parabreeeze, in modo così violento ed inatteso che quando ti rendi conto di chi hai urtato lui si sta già profondendo in scuse, ed anche tu.

E mentre lui ti aiuta a raccattare quello che è finito per terra, e tu pure ti affanni a raccogliere quello che è caduto a lui, non pensi, come fai di solito, che la sua conversazione è così spiritosa, e gli occhi tanto belli, e ha un bel sorriso ed è proprio caruccio così abbronzato, e con quella sua polo lì, che sui pantaloni color cachi cade giusta giusta; no, guardi per terra e noti, per la prima volta, che ai piedi ha degli orribili sandali da fratocchio.

Così si capisce che un’infatuazione è passata: finalmente ti accorgi che lui ha un gusto tremendo in fatto di scarpe.

Caterina Caselli, Assieme a te non ci sto più.

 

Frine

Non le hanno dedicato nemmeno una voce su Wikipedia come Dio comanda, appena un vago accenno. Ingratitudine spicciola, lasciatemelo dire. Perché Frine, la seducente Frine, meriterebbe ben di più che quattro righe di biografia su internet: oggi come oggi, anzi, soprattutto oggi, le si dovrebbe fare un monumento, rendere la sua vita oggetto di studio per legioni di fanciulle, anzi tirarne un depliant da dare in gentile ma obbligatorio omaggio per tutte le torme di sciamannate che sono andate su e giù per i voli di stato, in Sardegna e a Villa Certosa: tiè, leggi qua e fatti un’idea del mestiere e dell’etica che il tuo status comporta, perché se la professione è la più antica del mondo, proprio per questo chi la esercita, Sant’Iddio, dev’essere almeno consapevole della tradizione.

Frine non era una puttana, no. Era una escort. Di gran lusso. Delle sue origini si sa poco, e questo, in antichità vuol dire che certo non erano da andarne fieri. Per Aspasia si può ipotizzare alle spalle una famiglia ricca, o per lo meno ben ammanicata, forse persino imparentata alla lontana con quella dell’uomo che alfine la sposerà, Pericle, e questo spiega come sia stato possibile, per una donna così chiacchierata, convolare a nozze con un rampollo della meglio gioventù e della meglio Atene.

Frine no. Lei era una ragazzina che di nome vero faceva forse Glicera, sempre che anche questo non fosse un nick, dato che vuol dire “la dolce”. Se era un soprannome, sarebbe l’indizio che già il mestiere era suo quando, giovinetta giovinetta, mise piede ad Atene. Era profuga. Scappava da Tespie, piccola cittadina di provincia delle Beozia, distrutta in una delle sempiterne faide fra città della Grecia: i Tebani, Beoti, avevano messo a ferro e fuoco le case dei Tespiesi, Beoti anch’essi.

Una pensa di poterlo facilmente immaginare cosa voglia dire per una ragazzina, e sola, arrivare ad Atene scappando dalla campagna e da una guerra: entrare in punta di piedi in una città che era l’equivalente di una New York di oggi, con quattro stracci raccattati su alla bell’e meglio mentre tutto bruciava, e trovarsi di fronte gli Ateniesi, poi, che erano dei begli esempi di gente con la puzza sotto il naso a prescindere, e i Beoti li consideravano, appunto, beoti, quindi via a trattarli a pesci in faccia, allè.

Eppure Frine non me la vedo così, spaurita e titubante. Me la figuro invece snella come uno scugnizzo sveglio, scattante come un piccolo gatto nero dagli occhi scintillanti, che, nasino all’insù ed espressione cazzuta, se la guarda, quella Atene così grande e così snob e sorridendo pensa: “Adesso a noi due, città: vediamo chi la spunta!”

Bella non era bella: Frine vuol dire “rospetto”. Ma doveva avere un caratterino, la ragazza, ecco, un caratterino di quelli che come li incroci non puoi fare a meno di dire “Ah, be’!”. Di quelle che un uomo lo rivoltano come un calzino e, se non basta, lo rivoltano ancora; e se lui protesta, o fa anche solo l’anda di protestare, zac zac zac, gli tagliano i panni di dosso grazie ad una lingua tagliente come una spada.

Per andare a letto con lei c’era la coda. Pittori, artisti, filosofi, politici. I turni, come al supermercato. Perché Frine si faceva pagare, e profumatamente: in denaro contante, mica in ciondoli di bigiotteria. Ma non voleva avere amanti fissi, e neanche protettori. Donna d’affari, si amministrava da sola, e applicava anche, a seconda del cliente, tariffe differenziate: se le andavi a genio, potevi anche riuscire a scroccare una notte quasi gratis: il bello di essere imprenditrici di se stesse è soprattutto questo, che cosa fare lo decidi tu. Se qualcuno si lagnava per queste tariffe applicate a capriccio, era sempre Frine a rispondere. Un giorno, Demostene si incazzò di brutto, perché lui pagava, ah se pagava quelle ore di letto, e un altro, un bel giovanetto pittore e spiantato, invece no. E Frine, con un sorriso sarcastico, gli disse, senza una esitazione: “Ma ti sei visto quanto sei brutto e vecchio? E allora, paga!”

Dicono che Prassitele la volle come modella per le sue Veneri. Dicono che, portata in tribunale per immoralità, il suo avvocato, Iperide, scrisse sì una bella orazione di difesa, ma lei si guadagnò da sola l’assoluzione: si presentò davanti ai giudici e fece cadere lo scialle, scoprendo un seno. Tanto bastò a farla mandare assolta, ché la giuria era tutta maschile, e scommetto che alla sera, a casa di Frine, tre quarti dei giudici si presentarono per rivedere l’oggetto troppo frettolosamente occhieggiato. Doveva essere una stronza, ma una stronza da brivido, di quelle che non ne lasciano passare una, e, per giunta, hanno anche buona memoria a ricordarsele. Con gli uomini, nessuna pietà, mai, e per nessun motivo. Ne doveva aver subite tante di umiliazioni, quando non poteva difendersi, che, diventata ricchissima, le volle far pagare tutte. Del resto, era una donna d’affari, anche se di mali affari, e quindi i concetti di dare ed avere erano per lei sacri più degli dei. Anche con i suoi concittadini si regalò il lusso di una bella presa per il culo. Piangevano, i Tebani vinti per le loro belle mura abbattute, fin nell’atrio di casa sua, chiedendole un contributo anonimo, da figlia devota alla patria: i notabili della città spargevano calde, aristocratiche lacrime piene di dignità ed onore, con il sussiego che è proprio degli sconfitti imbecilli. Frine, dal suo palazzo ateniese, sgranò gli occhioni e disse: “Be’ che problema c’è? Le mura le ricostruisco io, tutte, a mie spese!” Costruire i bastioni di quel villaggio sperduto che si credeva una città, in fondo, le costava meno che ritinteggiare i muri di casa. Però aggiunse: “Ma sulle mura nuove ci scrivete: le pagò Frine!”

Ai Tebani venne uno stranguglione: loro, pieni di decoro, sarebbero stati costretti a passare tutti i giorni sotto ad una porta urbica con quel bel cartiglio, a ricordare che dovevano la nuova cinta non solo ad una donna, ma che la loro figlia più famosa all’estero era una puttana? Restarono senza mura, e Frine si tinteggiò casa ridendo del loro stupido orgoglio e della loro dignità da zotici perbenisti. Tanto quei contadini, al massimo, stavano rintanati nei loro campi a conversare con i maiali, e Frine, invece, a casa sua ospitava ogni sera il bel mondo, Prassitele, Demostene, ma persino Filippo e un giovane Alessandro, che si dice con lei amasse conversare.

Non dovevi però cercare di fregarla, Frine. Non perdonava. Faceva la prostituta, ma non per questo si dovevano permettere di trattarla da stupida puttana. Se ne accorse Prassitele, che era il suo amante forse più amato, perché doveva essere uno di quei begli intellettuali dolci, indecisi ed inconcludenti che alle donne di ingegno e di carattere fanno poi perdere la testa. Lei gli disse: “Regalami la tua statua più bella!”. E, in fondo, dopo averlo tenuto nel suo letto tanti anni senza presentargli mai un conto, non era neppure una richiesta esosa. Lui nicchiò, forse perché non voleva separarsi dal suo lavoro, forse perché davvero, da bravo intellettuale cacadubbi, non sapeva identificare la sua opera preferita. Lei risolse alla sua maniera: gli piombò in casa, annunciando trafelata che nello studio di lui era scoppiato un incendio. Lui corse, corse corse e senza riflettere andò a salvare una sola statua, subito, d’istinto. Quando venne fuori, Frine non disse niente, ma allungò la manina per intendere: “Posala là, che è mia”.

Secoli dopo la storia venne ripresa, pari pari, da Conan Doyle, per uno dei racconti di Sherlock Holmes, Uno scandalo in Boemia: quello che ha per protagonista un’altra bella donna di carattere, Irene Adler, l’unica femmina che fa perdere la testa persino ad Holmes. Si chiama Irene, ma è Frine rediviva, e pure se nella finzione in quel caso è Sherlock ad aver la meglio, si capisce che tanto la vincitrice è lei. Perché a Frine non si resiste, non c’è verso, e non c’è maniera. Dalla storia alla letteratura, alla fine la palma la prende lei, che non si atteggiò mai a vittima, non accettò il ruolo di puttana triste, o di mignotta sfruttata: non implorò favori, non fece sconti sui prezzi, o ricatti, o pietì buste regalate come carità, collanine ricordo. I suoi clienti erano potenti, ma lei, lei era una regina, e come tale pretese ed ottenne di venir sempre trattata. Sì, bisognerebbe farla leggere, la sua biografia, a tante aspiranti accompagnatrici che si vendono, ma come carne da macello. Dovrebbero imparare la sua lezione, le sue moderne epigone, e soprattutto il suo credo:la dignità non te la regala il mestiere, ma il carattere.

uomo sexy

Quando, per un periodo, siamo stati assieme, la considerazione che le amiche avevano di me era salita ai massimi storici: “Ma daiiiii! Esci con Massimiliano! Non ci posso credereeee!” squittivano in sincrono con le mani sotto al mento e l’occhio a palla per l’ammirazione, manco Aldo nelle réclame dei telefonini.

Perché girala come la vuoi girare, Massimiliano Rossetto è uno di quegli uomini che fanno voltare per strada. Mica succede solo a voi signori uomini, che quando incrociate una bella sventola, più o meno discretamente perdete le bave: i più naif proprio in senso letterale, aprono la bocca con tanto di rigagnolo che scende a lato, perdono la favella e sanno solo emettere suoni inarticolati, modello Homer Simpson davanti all’immagine di un hamburger; quelli più scaltri con un po’ di furbizia, voltandosi col finto pretesto di dover cercare le chiavi della macchina, il cellulare, insomma, qualcosa che s’è perso proprio esattamente nel momento in cui la leggiadra fanciulla passava, ma è un caso, eh. No, la stessa cosa capita anche a noi femminucce, anche se, ammaestrate da secoli di furbizie, lo facciam meno notare. Però ci sono uomini che quando li incroci non puoi fare a meno di voltarti, e Massimiliano è proprio l’apice della categoria, anzi manco l’apice, qualcosa di un pochino più su, diciamo che gli hanno dovuto costruire una nicchietta a parte, così se ne può star solo a vedersi scorrere ai piedi le legioni delle adepte.

Tanto per cominciare, è bello. Ma non quel bello volgare, tipo bicipite, tatuaggio, sgrugno da spogliarellista macho incrociato con uno Schwarzenegger o con un Rottweiler, che, quanto ad espressività, poi, è lo stesso. No, proprio bello bello bello. Un viso d’angelo sopra al corpo scattante e snello di un dio greco: capelli castani e soffici, né troppo lunghi, né troppo corti, né troppo chiari; carnagione brunita, perché è uno di quei biondi che al sole diventano neri, mica color gamberetto lessato troppo; occhi, e caspita, che dire degli occhi? Di un blu così profondo, e così blu, che s’è visto solo nei mari che si guadagnano la bandieretta ecologista. E li sa usare pure bene, quei begli occhioni, perché quando entri nel suo campo visivo, e ti ammolla una occhiata delle sue, dentro a quello sguardo ci mette già tutto: se gli piaci, ti fa capire che apprezza, e anche esattamente quanto: diciamo che ti spoglia, valuta il pacchetto, e poi ti riveste, tutto in uno, mentre tu, imbambolata come un’allocca, non riesci ad emettere un fiato e lasci fare.

Nel suo studio dentistico ci sta poco, anzi quasi mai: lo studio è attività di famiglia, ma lui, da quando l’ha preso in mano, si limita ad apparirvi saltuariamente, giusto per seguire un paio di clienti fissi dai tempi di papà, perché di mestiere cura il patrimonio immobiliare, immenso, che gli hanno lasciato i genitori ed una pletora di zii morti opportunamente senza eredi; ma basta che ci faccia una capatina, in studio, soprattutto se, per arrivarci, di ritorno da un’ora di scherma, o da una settimana in barca a vela o a fare immersioni, smonta dalla moto, toglie il casco, scuote i capelli e ammolla un paio di occhiate in giro, alla ‘ndo cojo cojo, perché tutta la popolazione femminile di età compresa fra i quindici ed i novantanove anni si ricordi improvvisamente di dover controllare una carie e s’assiepi a chiedere un appuntamento.

Di politica Massimiliano non s’è mai interessato, perché è roba noiosa e a lui la noia l’ammazza; si limita ad essere, per motivi di censo e di amicizie familiari, vagamente di destra, ed ospitare accanto alla poltrona del suo studio solo i santini dei candidati di quella parte lì, che vengono distribuiti alle pazienti corredati da un sorriso del dottore, il che contribuisce a far guadagnare all’effigiato, chiunque egli sia, un buon settanta per cento in più di voti femminili. Stavolta però, nell’imminenza delle elezioni, che ormai a Spinola si fanno vicine, il Trio ha deciso che bisogna proporre facce nuove, e già che sono nuove, debbono essere necessariamente carucce, quindi s’è presentato da Massimiliano per chiedergli disponibilità.

Massimiliano prima ha nicchiato, mettendo a far barriere una cortina di “Ma no, ma dai, ma io non sono il tipo…” però con un tono, stavolta, così poco convinto, che il Trio ha capito subito c’era agio di accordarsi. La politica, han detto all’unisono i tre, non è più quella di una volta, è molto più divertente e più scapricciata: han fatto balenare davanti ai suoi occhi scenari in cui i Consigli Comunali sono pochi, e molti di più le occasioni mondane, e i party stile Villa Certosa; e anche nelle occasioni ufficiali, han lasciato intendere, il contorno non è più di grigi burocrati di partito come un tempo, ma di gran belle figliole. Forse è stata questa promessa, o forse la considerazione che anche lui i quarantacinque li ha passati, oramai, e per non molto tempo ancora, nonostante la bellezza ed il fascino, potrà ottenere appuntamenti da ventenni solo in virtù dei suoi begli occhioni. Quindi ha accettato la candidatura, fissando il suo sguardo blu su un indefinito avvenire di potere politico e soddisfazioni comunali.

Di tutto questo non sapevo nulla, naturalmente, perché non ci sentiamo più di frequente, pur essendo restati si può dire amici; l’ho scoperto per caso in anteprima, ieri mattina. Camminavo per strada sovrappensiero, come mi capita spesso, e d’improvviso sento sul collo un alito caldo e nelle orecchie un soffio: “Ehi, ciao, Bomba Sexy, dove vai?”

Max! Ma che fai in giro a quest’ora? Niente studio?”

No, no – fa lui, schernendosi – è che sono andato a ritirare i manifesti in tipografia… sai mi candido, questa volta. Dimmi, dimmi, lo sai che ci tengo al tuo parere: che te ne pare?”

E mi mostra un manifestone con un suo bel primo piano a tutto campo, in cui gli occhi blu risaltano e sembrano persino più blu di quanto la Natura possa mai riuscire a fare, il viso è di un bello sfolgorante, l’aria clamorosamente figa che più figa non si può. C’è uno stemma piccino picciò sotto, dove non lo vede nessuno, e lo slogan si legge appena e si dimentica subito; sul santino che mi fa anche vedere non ci sono nemmeno due parole su cosa voglia fare, o cosa lo spinga in politica, solo il suo gran sorriso e il suo sguardo malandrino, che non dice “Votami!” quanto piuttosto un più esplicito: “Andiamo a letto?”

Sorrido: “Sarà sicuramente un successo.” pronostico senza difficoltà.

In maggioranza o all’opposizione, con lui in Consiglio alle sedute si potranno vendere i biglietti, e il pubblico femminile starà lì a seguire il dibattito senza fare un fiato, dovessero pure scassarsi i microfoni e non si sentisse un cippa di quello che vien detto. In pratica, come al cinema, quando c’è un film di Brad Pitt.

Francesco Guccini, Il Bello.

È una storia di fantasia, e non si fa riferimento a personaggi o fatti reali. Però Max è un figo da paura, ve lo assicuro.

finestra

Ci sono volte in cui la felicità ti arriva così, fra capo e collo, senza avvisare, come di solito fa la sfiga. Non c’è mica un motivo preciso, e tu lo sai che come è venuta se ne andrà, ma intanto è lì, ti sta accanto: non ne hai merito, è un dono gratis, forse è per questo che te la godi.

Ti capita, che sei da sola, davanti ad una finestra che s’apre sul tramonto. Un tramonto, poi, niente di che, fatto di tetti di condomini qualunque, costruiti su strade di un grigio assolutamente asfalto; non è un paesaggio memorabile, e non lo sarebbe perché, in ogni caso, lo vedi tutti i giorni; e anche il cielo non è un cielo particolarmente mozzafiato: non è rosso, non è blu, ci sono delle nuvolette nere, e sì, a voler essere pignoli qualche goccia, fa freschino, un brivido ti corre lungo la schiena, e ti spinge a stringerti sulle spalle una felpa. In sottofondo ci sono le voci di un telegiornale lontano, una specie di borborigmo che manco ti va di decifrare, perché sai già quello che dice e soprattutto quello che non dirà mai, ma non importa. È tutto normale, anzi banale, anzi persino irritante nella sua assoluta, precisa uniformità a tutte le altre sere della tua vita. Sei tu che sei diversa, perché guardi il mondo, il tuo solito mondo, ma con un sereno pacifico distacco, come se, pur essendone parte, te ne sentissi fuori: capace di goderne la bellezza e tralasciare finalmente i particolari sbagliati ed irritanti, di lasciarli scorrere via, come tante piccole gocciole d’acqua che non lasciano tracce su di te, se non una piacevole scia che passa. Ti sei buttata alle spalle tutto, e tutto sembra incredibilmente lontano: gli amici, i nemici, le preoccupazioni, le ansie, gli obblighi, persino i progetti futuri; il pc è chiuso sul tavolo, il cellulare abbandonato sopra ad un cuscino, e non ti frega se suona, o se non dovesse suonare più: non sei raggiungibile dagli amici, non sei raggiungibile dai parenti, e anche quel lui da cui vorresti tanto farti sempre trovare, adesso non sarebbe capace di scovarti, e a te va bene così: ci sei solo tu e quella finestra, il bicchiere che tieni fra le mani, la sera che sta per scendere ma si attarda, impercettibilmente, ancora, e la precisa sensazione che per un istante tutto sia assolutamente perfetto, come dev’essere, preciso lì. Da dire sì: “Attimo, fermati, sei bello!”, non fosse che non hai nemmeno voglia di parlare, perché sarebbe spezzare un incanto.

Così lui passa, e si ricomincia a vivere, dai.

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