Il giorno in cui sono diventata presbite

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Il giorno in cui sono diventata presbite me ne sono accorta così: perché non ci vedevo. Le lettere, quelle letterine che avevo sempre letto senza alcuna difficoltà, non le riuscivo più a distinguere, erano una poltiglia indecifrabile sulle pagine del libro o dell’Ipad.

Pare una cosa banale, ma è proprio così che ti accorgi di essere invecchiata: quando una cosa che hai sempre fatto prima, senza pensarci nemmeno, non ti riesce più. Forse succederà così anche con la morte: ce ne accorgeremo perché, all’improvviso, una cosa che abbiamo sempre fatto, senza pensarci, non ci riuscirà più: respirare.

La democrazia di Minzolini e la bulé

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10325280_10152475464928941_1829355269484776021_nNon avrei mai pensato di potermi intenerire per qualcosa scritto da Minzolini. Ma quando, spulciando fra gli emendamenti proposti alla riforma del Senato, ho trovato questo, proposto da lui, e così fondamentale, in cui chiede che il futuro Senato non si chiami più Senato, ma Bulé, giuro, mi sono commossa.

Ecco, ora si vede a cosa servono anni e anni al liceo classico: a dare questa incredibile fantasia onomastica e poietica, per cui se si deve cercare di abolire una cosa non si sa perché, lo si fa, ma riesumando un nome aulico, quello dell’antica assemblea deliberante di Atene.

Quindi via il Senato e facciamo la nuova Bulé, dove i delegati saranno, immagino, obbligati a legiferare ed approvare come minimo ammantati in chitoni, e tenere discorsi in greco antico.

Però, già che ci siamo, riesumiamo anche l’ostracismo, quella legge ateniese per cui si poteva mandare in esilio per dieci anni qualunque politico si avesse il sospetto stesse attentando allo stato e volesse farsi tiranno o aiutare un tiranno a prendere il potere.

Se revival dell’antico deve essere, almeno che lo sia in toto. Io un paio di nomi per gli ostraka, non per dire, ma in mente già ce li ho.

I campi estivi di don Filippo

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Il sole tramonta e don Filippo è in canonica, come ogni sera da quando è diventato parroco di Spinola, millemila anni fa. È lì, sul balcone, con il breviario in mano, e un dito che segna la pagina, preciso sputato a don Abbondio quando ce lo presenta la prima volta Manzoni. Non fosse che don Filippo, col don Abbondio di Manzoni, non ha nulla in comune, se non l’essere parroco in un paesino sperduto, e non avere più l’età in cui, da prete, il paesino sperduto è un trampolino di lancio per la carriera ecclesiastica. No, don Filippo non è don Abbondio, e quindi non legge il breviario facendo amene passeggiate per stradine fronte lago, anche perché Spinola non ha un lago e le stradine di campagna qua sono state asfaltate e ora sono direttrici provinciali di traffico, per altro tutte finanziate dai sindaci di Spinola che don Filippo ha contribuito a far eleggere negli anni; e non corre nemmeno il rischio di incontrare bravi che gli blocchino il passo, perché in paese nessuno oserebbe mai dar fastidio a lui, don Filippo, mentre cammina, e semmai a Spinola ci fosse un bravo in edizione post moderna state certi che sarebbe agli ordini più o meno diretti di don Filippo, e non certo contro di lui. Dunque don Filippo non legge il breviario e non cammina, ma scruta, dal balcone della sua canonica, mentre il sole scende e gli arrossa i tetti dell’oratorio e il campetto di calcio, vuoto.

«Ma che…!» e se fosse un laico aggiungerebbe “cazzo”, perché è proprio incazzato, e all’incazzatura già presente si aggiunge quindi la stizza di essere prete e non poter usare male parole, almeno a voce alta.

«Don Elisio!», tuona, chiamando il suo viceparroco, che arriva trafelato, come al solito, non perché corra davvero, ma perché don Elisio è trafelato di suo, sempre: non è una condizione fisica, la sua, ma uno stato dello spirito.

«Dove sono i ragazzini?» gli sputa in faccia appena il vice gli compare davanti.

Don Elisio sgrana gli occhi e spalanca la bocca, e questo, aggiunto al fatto che ha il respiro corto perché è trafelato ed agitato come sempre quando deve parlare con don Filippo, lo fa diventare simile simile al tizio dell’urlo di Munch, ma un pochino più spaventato.

«Qua-quali ragazzini?» riesce alla fine a balbettare, facendo appello a tutte le sue forze.

Don Filippo alza gli occhi al cielo come se in segreto e veloce dialogo con il Principale stesse chiedendogli per via diretta e senza indugi di fulminare tutto il mondo seduta stante e soprattutto quel cretino che gli han dato come aiuto: «I ragazzini, i ragazzini nostri! Quelli che vengono ai campi estivi dell’oratorio! Sono le sette di sera, dovrebbero essere ancora qua, e invece il campo è vuoto e c’è un silenzio di tomba! Dove sono?»

Don Elisio, che già è pallido di suo, si fa bianco come il cencio con cui il sagrestano pulisce il calice della comunione: «Don Filippo, non ci sono. Non abbiamo ragazzini iscritti alle attività estive, questa settimana, al pomeriggio. Giusto una decina alla mattina, quando l’animatore li porta in piscina comunale, ma al pomeriggio no.»

«Non abbiamo ragazzini?»

«No, neanche uno.»

«E dove vanno, al pomeriggio? Ciondolano per strada?»

«No, vanno quasi tutti ai campi estivi organizzati a Medrano, dal Comune.»

«A Medrano? Ma è a dieci chilometri da qui! E perché vanno là?»

Don Elisio raccoglie tutto il suo coraggio e risponde, in fretta in fretta prima di potersene pentire:

«Perché sono quasi gratis, don Filippo. I nostri, i genitori hanno detto che costano troppo.»

Don Elisio chiude gli occhi, attendendo l’urlo e la sfuriata, ma l’urlo non parte e la sfuriata non viene. Don Filippo, tramortito, lo guarda, come se non capisse.

«E preferiscono andare in un paese vicino, in una cosa gestita dal Comune, invece di lasciare i figli da noi?»

«Sì, don Filippo… vede noi chiediamo 50 euro a settimana più le spese… per molte famiglie non è un costo affrontabile…poi, al massimo, al pomeriggio li mettiamo a giocare a calcio in cortile, mentre a Medrano si sono organizzati con i laboratori di arte, disegno, ceramica con una cooperativa di giovani volenterosi, e quelli del circolo naturalistico che li portano nel bosco dell’oasi a riconoscere le piante e a fare le biciclettate…»

«E noi perché cazzo non facciamo i laboratori e le biciclettate?» Sì, ha detto cazzo, don Filippo, perché quando ci vuole ci vuole.

Don Elisio, ormai, ha sguinzagliato tutto il suo coraggio, e quindi gli risponde, alzando gli occhi al cielo: «Perché, don Filippo, per trovare gente che fa tutto questo bisogna pagarla, e lei non vuole! Non abbiamo volontari giovani, e quelli vecchi che si offrono gratis non so cosa fargli fare! C’è solo la signora Marcella, che come al solito fa il suo corso di scacchi, che i ragazzini non ci vanno neanche morti, anche perché ha ottant’anni, è mezza orba e ha un alito mefitico che come ti viene vicino per spiegarti la mossa muori asfissiato, oppure Sandro, che ha settant’anni ed è zoppo. Mica posso mandare lui a fare la biciclettata! E i genitori 50 euro a settimana per mandarli a giocare da soli a calcio nel cortile non li spendono più, no.»

Cala il silenzio, e con uno sguardo torvo Don Filippo congeda il suo vice, che si liquefà spossato dal suo ardire, e cerca rifugio in un angolo oscuro della sagrestia.

Roba da matti, pensa il vecchio parroco fra sé e sé, mentre nelle orecchie gli rimbomba il suono strano di quel cortile vuoto, senza grida di ragazzi che giocano, ma solo una tortora stanca e accaldata che ripete il suo tu-tu tu-tuuu. Roba da matti, questi genitori moderni, che preferiscono dare i figli i mano a chissà chi, al Comune, ad una cooperativa di giovani senza Dio, magari, che saranno pure ex drogati, perché quei comunisti di Medrano figurati chi sono andati a pigliare con tutte quelle balle del reinserimento sociale e via così! Se lo ricorda ben lui, due anni fa, quando in Comune un consigliere di minoranza voleva convincere l’assessore all’istruzione a fare una cosa simile anche a Spinola, dare in gestione il campo sportivo d’estate ad una cooperativa perché facessero “animazione”! Li ha fermati ben lui, don Filippo, quella manica di atei schifosi comunisti, andando direttamente dal Sindaco Taragnin a fare una piazzata e mobilitando poi il comitato genitori, perché si era scoperto, che uno degli animatori eri addirittura arabo, o slavo, adesso non se lo ricordava bene, ma insomma magari era anche musulmano, anzi, di certo, e figurarsi se si potevano lasciare i ragazzi in mano a quella gentaglia lì, che neanche si sa da dove viene. Così i ragazzi erano rimasti tutti in oratorio, che del resto quelle incoscienti delle mamme che lavorano mica li possono lasciare per strada, no? Che poi una volta, almeno, ai tempi suoi, le mamme non lavoravano e i figli se li tiravano su loro, e quindi anche se erano per strada erano più controllati lo stesso, mentre adesso con queste mamme moderne che non si sa mai dove sono perché devono “realizzarsi” invece di fare le brave donne di casa, vabbe’… e poi tutte quelle lagne per i soldi! La crisi, la crisi! La crisi c’è per tutti. Cosa credono, che a lui gli spazi dell’oratorio non costino? Cosa vorrebbero, venirci gratis, come se fossero roba loro?

E guarda, come un padre guarda il figliolo, il suo oratorio ristrutturato di fresco, che ha tutto, ma tutto tutto, cinque sale, compresa una conferenza con lo schermo gigante, e una per i banchetti delle comunioni, che viene affittata alle famiglie così non vanno a pagare il ristorante fuori per il rinfresco ma fanno tutto là, e la perpetua garantisce il catering, e poi il campo di calcio e di basket, e solo la piscina no, perché la piscina il Sindaco Taragnin ha detto che con tutta la buona volontà non la poteva far passare come variante d’opera, visto che la canonica era pur sempre una costruzione del ‘500 vincolata, e già a farla sventrare e ricostruire come avevano fatto era da denuncia.

Lo guarda, lo riguarda, il suo piccolo regno, che però è tanto vuoto, e per un attimo spinge lo sguardo fino a fuori del cancello, ed immagina tanti ragazzi, che vorrebbero venire a giocare in quel campo da calcio e da basket, e passerebbero pure sopra al fatto che non c’è la piscina. E pensa che sì, sarebbe giusto che potessero, perché tenere quegli spazi chiusi, senza nessuno, in fondo è proprio uno spreco, e anche un’ingiustizia.

E allora, colto da improvvisa ispirazione, prende in mano la cornetta, e compone un numero, un numero che ha solo lui, quello diretto del Sempre Sindaco Taragnin, e, appena quello gli risponde, dice: «Carlo? Ciao! Senti, mi è venuta un’idea, perché non è possibile che teniamo questo oratorio così vuoto solo perché oggi, con questa crisi, le famiglie non hanno più i soldi per poter pagare il campo estivo della parrocchia… sì, lo so che ho ragione, è una questione di carità cristiana… quindi ho trovato la soluzione: trova i fondi per pagare alle famiglie i 50 euro di iscrizione con un contributo comunale, va ben?»

Appunti di viaggio in treno

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La cosa più affascinante dei viaggi in treno sono le città per cui passi infinite volte e non scendi mai.

Gli edifici visti di culo, dai binari, sono meravigliosi. Sono muri piatti e brutti, di solito coperti di graffiti. Dall’altra parte sai che c’è la facciata, e l’hanno ripulita e tenuta in ordine. Ma il dietro no. il Dietro lo vedi solo dal treno. Ed è come sorprendere una donna elegante mentre si fuma una sigaretta di nascosto, seduta sul cesso e in vestaglia, la sera.

Adoro gli smartphone e i tablet in treno. Un tempo se prendevi appunti su un quaderno durante un viaggio ti guardavano come un pazzo. Te lo lasciavano passare solo se eri una attempata zitella inglese. Oggi tutto il vagone diteggia chattando, e tu passi inosservata. 

Un giorno scenderò a Polesella. Per vedere che c’è. Probabilmente niente, ma il niente ha infinite forme in cui essere declinato.

Io non viaggio, mi sposto: riflessioni di una pessima viaggiatrice.

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Non sono una grande viaggiatrice. Non può essere una grande viaggiatrice una che, tendenzialmente, si fa prendere dall’ansia anche se deve solo salire un autobus nuovo. Così io non viaggio. Al massimo, mi sposto.
Spostarsi è un concetto differente da viaggiare. Intanto si fa per un motivo. Perché devi andare a trovare qualcuno. Perché hai un lavoro da svolgere in un posto, una riunione, una conferenza. Per questo ti sposti e non viaggi, quando è così, perché se viaggiare vuole dire lasciarsi alle spalle ciò che si è, spostarsi è invece portarselo dietro. Ti porti dietro il tuo lavoro, i tuoi obblighi, i tuoi pensieri. Persino le tue abitudini inveterate, che semplicemente fai attecchire altrove per qualche giorno.
Io dunque mi sposto, e anche poco, e malvolentieri. Prima di farlo inanello rosari di fisime: è troppo caldo, è troppo freddo, è troppo lontano. Non ho compagnia, o quella che potrei avere non mi piace, o potrebbe non piacermi, o potrei non piacere io. Soffro il treno, la macchina, l’aereo; persino il teletrasporto, e poco conta che non l’abbiano ancora inventato: quando lo inventeranno mi farà mal di stomaco pure quello. Però poi mi sposto, perché il sono fatta così, e cioè testarda e carogna con tutti, e in primis con me stessa. Quindi non esiste che le mie fisime la vincano su di me: anche se non mi piace, alla fine mi muovo.
E poi, ecco, quando arrivo a destinazione succede una cosa strana. O meglio, non succede niente, perché ad essere strana sono io. Conosco i posti e le città con un metodo tutto particolare, tutto mio. Tanto per cominciare, inizio dai ristoranti. O almeno dai caffè e dalle pasticcerie. Devo individuarne una che mi piaccia, che faccia le cose del posto, che me le lasci assaggiare con calma e con gusto. Non si può capire un posto finché non si assaggia cosa mangiano, e non si appartiene ad una città finché non hai un caffè, una pasticceria, un ristorante che non senti un po’ tuo.
E poi cammino, a caso. Davanti ai monumenti, sì, ma anche no. Per le vie, per le piazze. Poco dentro ai musei, lo confesso. Non è che non mi piacciono, ma è che voglio vedere la città così, a caso. Come la vedono i suoi abitanti ogni giorno.
Mi piace guardare la gente che cammina per strada. Intercettare brandelli di conversazioni in dialetto. Seguire i ghirigori dei bambini nelle piazze. Studiare gli sguardi delle commesse nei negozi.
Io non viaggio, mi sposto. Mi porto dietro il mio bozzolo di abitudini, per cui sono sensibile e curiosa di quelle altrui. Le immagino fra quelle case, quei vicoli. Le spio. Intuisco storie, e quando non le intuisco le invento sulla base dei dati che raccolgo. Mi sposto, e, anche se per poco, voglio ricreare un mio piccolo bozzolo dove sono finita, ma che sia in sintonia con la città dove mi trovo, e quindi devo capirne il ritmo, il respiro. Ogni città ha il suo ritmo, come ogni essere umano ha la sua camminata. Peculiare. Unica.
Per questo non viaggio, perché io sono stanziale di natura, e dove mi fermo, anche se pochi giorni, metto radici. Voglio il mio bar, la mia pasticceria, il mio ristorante, il mio scorcio di paesaggio che solleva dalle malinconie, come se fossi a casa. E, trovatili, non mi vorrei muovere più, anche se sono lontana.
Non riesco a viaggiare, io. Riesco solo a trasferirmi, per un po’, altrove.

Fenomenologia della donna davanti all’armadio: la sidrome da oddio non ho niente da mettermi!

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Lo so, non lo capite mai. Voi uomini, intendo. E’ qualcosa al di fuori della vostra portata, un po’ come per noi donne comprendere perché diavolo, quando siete persi in macchina in mezzo ad una landa sperduta senza alcuna idea di dove andare, non potete semplicemente chiedere indicazioni a qualcuno. Ecco, per voi uomini vale, invece, quando ci vedere davanti all’armadio tirare fuori montagne e colline di vestiti, ammonticchiarli sopra il letto, provarli, riprovarli, osservarli, valutarli e poi esplodere nel nostro: «Non ho niente da mettere!» 

Ci sono cassetti rigurgitanti magliette, ante di armadi traboccanti di vestiti, pavimenti ricoperti di indumenti di ogni genere, letti, divani sommersi dai nostri capi che smentiscono l’affermazione, ma noi donne siamo lì, disperate, quasi piangenti, a gridare la nostra verità: non ci manca “un” vestito, ci manca “il” vestito.

“Il” vestito. Che non è un capo di abbigliamento, è più simile ad una idea platonica di “vestità”. E’ quello che noi abbiamo in testa, dalla nascita, ma anche da prima, perché non eravamo ancora ovulo fecondato e nemmeno embrione, che già eravamo donne e sapevamo della sua esistenza. E anche che avremmo passato una vita a cercarlo, inutilmente, come per tutti gli ideali. 

E’ lui, il perfetto, quello nato apposta per l’occasione che oggi dobbiamo affrontare. Quello che non è né troppo corto né troppo lungo, è elegante però non impegnativo, è chic ma comodo. Quello, lui, che miracolosamente non ti fa la pancia e nemmeno il sedere, ma altrettanto miracolosamente fa vedere che li hai, ed al posto giusto. Quello che non tira sul seno ma non te lo appiattisce come una tavola da stiro, epperò manco te lo rigurgita come se fossi una vacca sfasciata. Perché lui, il vestito giusto, questo maledetto, è quello che ti fa la linea di Audrey Hepburn ma con le curve di Angelina Jolie.

Noi lo sappiamo, che esiste. Come gli antichi cavalieri della tavola rotonda sapevano che esisteva il Sacro Graal. Lo cerchiamo con la stessa determinazione, e anche di più, perché, diciamocelo chiaro, Lancillotto si sarebbe sentito tremare i polsi di fronte ad una simile impresa: affrontare una decina di draghi incazzosi è niente rispetto ad un pomeriggio di shopping selvaggio in stagione di saldi.

Lui c’è. Da qualche parte. E’ nascosto in una vetrina che non abbiamo studiato a fondo, in uno scaffale oscuro dove una perfida commessa lo ha relegato. Spetta a noi scoprirlo, salvarlo da questo mondo che non lo capisce e non lo apprezza, perché siamo anime gemelle, noi e lui, e destinate dall’inizio dei secoli ad essere prima o poi unite. Ogni volta che compriamo un vestito, siamo certe che è lui; ma come nelle favole, bisogna baciarne tanti di ranocchi prima di trovare quello che si trasforma in principe, ed anche con gli abiti è così. Portati a casa ed indossati, quasi sempre si rivelano per ciò che sono: ranocchi e basta, perché le luci dei negozi sono raggi di incantesimi che fanno sembrare le cose ciò che non sono, e vestiti, lontano da esse, mostrano la loro forma reale. Cadono come sacchi sformati, segnano il sedere come fosse una mongolfiera, dilatano le cosciotte, incicciottisono le ginocchia, invece che una dea ti fanno sembrare una salsiccia. Così li seppelliamo nei fondi degli armadi, appendiamo alle grucce queste vestigia delle nostre delusioni, a pencolare neglette.

E noi siamo lì, davanti all’armadio, che le guardiamo, orfane del nostro principe azzurro e accerchiate da cenci. Ma mai disposte ad arrenderci. Come con il grande amore che non arriva, così con i vestiti. Prendiamo atto del fallimento, diciamo: «Non ho niente da mettermi.» e via, siamo pronte a ripartire.

Didone per esempio in radio

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Ciao, amici bolognesi e limitrofi.

In questo post di sfacciata autopromozione e delirio narcisistico, vi informo che alle 17,15 circa (minuto più, minuto meno) se vi va potrete ascoltarmi intervistata a Radio Città del Capo - Popolare Network, che parlo di Didone per esempio.

Siccome io adoro la radio ed è la prima volta che mi intervistano come autrice, sono felicissima e vado a godermi un po’ di delirio narcisistico in santa pace, tanto ve l’ho detto.

Se vi va ci risentiamo, nel senso letterale della cosa, alle 17,15 (minuto più, minuto meno).

E poi ci vediamo a Bologna, sabato 19, alla presentazione del libro presso la libreria Trame.

Ciao.

P.S. Sì, lo so, risulterò buffa perché ho la voce da paperetta, in radio e pure nella vita. Eccheccedevofa’? :)

Ciao @Winditalia , hai appena perso un cliente

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Siccome da giorni smadonno su Twitter con la Wind, (per inciso: quando vi rispondono con un tweet ilare che il vostro caso è in gestione, non fidatevi, dovete comunque smadonnare al 155 per non si sa quante volte) alla fine mandano a casa il tecnico, che ripristina il telefono. E anche, apparentemente, l’adsl, andando in centrale a rimettere a posto i doppini. Apparentemente, perché dura mezz’ora e dopo si blocca tutto. Per fortuna che ho sul cellulare il numero diretto del tecnico, quindi lo chiamo. Lui, gentilissimo, viene a casa, dicendomi che forse è il mio modem che non funziona. Così lo prova, ma il modem è a posto; poi inserisce nella presa del telefono il suo strumento misuratore e si rende conto che no, è proprio la linea ADSL della Wind che non va. Solo che lui non può fare l’intervento, anche se è lì, perché non ha l’autorizzazione della Wind, visto che il mio guasto risulta un problema di telefonia, non di ADSL.
Quindi devo richiamare il 155. Dove, dopo i soliti inganni di cui ho già parlato nei post precedenti per ottenere di parlare con un operatore, riesco a ottenere la linea.
La prima signorina mi dice che il mio guasto è un guasto di ADSL, per cui non si può fare nulla e se non aspettare che venga il tecnico, e quando le spiego che il tecnico e già venuto e se ne è andato via, chiude. Il secondo operatore mi dice che sì, il guasto è stato aperto per un problema di telefonia e di ADSL, ma siccome ora la telefonia funziona, io devo rifare tutta la trafila, cioè chiamare con un cellulare a mie spese, cercare di convincere l’altro operatore che risponderà ad aprire una pratica per un nuovo guasto (anche se è quello vecchio, che loro non hanno risolto) e aspettare un’altra settimana o più che mi mandino a casa un tecnico per la riparazione, sempre che sia in grado di ripararla, chissà.
A questo punto ho chiamato Telecom e ho disdetto l’abbonamento a Wind. Ora vado dal rivenditore e cerco di ricaricare la vecchia ciabattina della Vodafone, tanto per essere bipartisan.
Ciao, Wind. Io sono sempre a casa con una ADSL che ti pago e non funziona. Complimenti per come tratti i clienti, per la competenza dei tuoi call center e soprattutto per come hai gestito magnificamente la faccenda, perché i miei post su internet e i miei tweet gioveranno di sicuro alla tua reputazione. Salutami Fiorello e Panariello e tutta la parata di star che paghi per farti pubblicità. Spero che a loro non si rompa mai la ADSL. Perché potrebbero risultare molto meno sorridenti e convinti, nei tuoi spot.

Aggiornamento: dopo un pomeriggio di tweet furiosi mi ha chiamato l’assistenza tecnica della Wind, cioè un gentile signore che probabilmente è un ingegnere informatico, o comunque qualcuno che ne capisce. Ha promesso di parlare lui con il tecnico per venire a capo del casino, che probabilmente passa pure per un numero invertito con un altro e una ADSL che misteriosamente funziona solo a sprazzi. Vedremo. Io sono sempre senza connessione.

Il blog è bloccato ma Didone per esempio viene presentato a Bologna!

Sono ancora senza connessione internet. Oltre che ricordare la Wind nelle vostre preghiere, segnatevi, se vi interessa, questo appuntamento: sabato alle 18, cari Bolognesi e limitrofi interessati, sarò alla libreria Trame, in centro, a presentare il mio libro Didone, per esempio.
Sì, ok, è sabato e sarete tutti al mare o ai monti. Ma se per caso no, sapete dove trovarmi.
Bacioni a tutti. Ci risentiamo quando la Wind si decide a mandare il tecnico e farmi ripristinare la linea.

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Cara Wind Infostrada, ecco come tratti i tuoi clienti quando qualcosa non funziona.

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Capita che ci sia un temporale. Anche da me è capitato cinque giorni fa. Fulmini, saette, e l’elettricità che salta per pochi secondi in casa. Come tutti coloro che sono maniaci del computer, appena torna c’è la verifica degli apparecchi. Mac, iPad, iPhone. Per fortuna tutto va e nessun danno.
No, veramente un problema c’è: manca la connessione ad internet. Spengo e riaccendo il modem, e me la segnala presente. Tiro un sospiro di sollievo.
Però, però. Quando mi risiedo al Mac e tento di ricominciare a lavorare succede una cosa strana: mi compare una finestra arancione. Di infostrada-Wind, che mi dice che come nuovo abbonato devo completare la registrazione. Nuovo abbonato de che? Sono cliente della Wind da almeno dieci anni e la mia connessione funzionava fino a cinque secondi prima.
Comunque provo a completare la schermata. Mi chiedono numero di telefono fisso e casella email, e poi di accettare il contratto. Che però non si legge perché il PDF non si apre. Sarà quello che ho già sottoscritto? Sarà uno nuovo?
Provo a telefonare al 155 per avere delucidazioni. C’è il risponditore automatico: mi dice che se voglio avere notizie su tutti i servizi infostrada devo schiacciare 1, se invece ho bisogno di assistenza basta che rimanga in attesa. Rimango in attesa, perché avere notizie dei servizi non me ne frega una cippa. Prima cosa strana: se rimani in attesa, dopo cinque minuti ti risponde una voce registrata che ti dice che “l’apparecchio richiesto è già stato inviato al mio recapito.” Ignoro di quale cavolo di apparecchio si tratti, dato che io ho un mio modem e non ho mai avuto nessuna apparecchiatura da Wind. Ma niente, non c’è modo di aggirare la cosa. Telefono, ritelefono, e mi ritrovo sempre allo stesso punto. Intanto si sono fatte le 8 di sera e il call center non è più in funzione. Quindi chiudo tutto e aspetto fiduciosa la mattina seguente. Intanto mando un tweet alla Wind: mi rispondono di non preoccuparmi, perché il mio caso è in gestione e se ne occuperanno.
La mattina dopo la linea non c’è: il telefono funziona, ma internet no. Chiamo di nuovo il 155, e stavolta uso un trucco: quando mi dicono che posso pigiare uno o sentire tutti i servizi offerti dalla Wind, pigio. Così, dopo cinque o sei minuti di smanettamenti vari, riesco a parlare con un operatore.
Il primo è una signorina, che non capisce il problema. Le spiego che sono una vecchia abbonata e che mi è saltato il collegamento, ma lei si limita a dirmi che devo compilare il form e accettare il contratto. Le dico che non leggo il PDF e io non accetto una cosa che non ho nemmeno letto, per principio, ma lei mi assicura che è il contratto standard. Insomma, secondo lei mi devo fidare della sua parola, accettare e la linea magicamente mi sarà data. Per scrupolo, lo faccio, ma, ovviamente, la linea non ricompare.
Nuova telefonata (con trucchetto per parlare con l’operatore) e nuova signorina che risponde. Questa mi dice che devo solo aspettare qualche ora, e la linea tornerà in funzione, perché ha controllato la linea e non ci sono guasti. Cerco di spiegarle che mi sembra improbabile, ma non recepisce, e chiude la telefonata.
Torno alla carica, e stavolta, dopo i soliti maneggi, mi risponde un uomo. Gli spiego la questione, e il tono con cui mi risponde è quello con cui si parla ad una deficiente: del resto, sono una donna, posso capirci niente di connessioni internet? Mi dice di accendere e spegnere il modem e il pc, e quando gli spiego che ho già fatto tutto il possibile da casa e che il problema è sicuramente loro, mi dice scorbutico che devo chiamarlo da cellulare, perché devono verificare la linea. Gli rispondo che la sua collega mi ha detto di averlo già fatto poco prima. E qua casca l’asino, perché pare che la collega abbia detto una balla clamorosa: non ha verificato una cippa.
Richiamo da cellulare, ovviamente stavolta a spese mie, perché è gratuito solo dal fisso. Perdo i soliti cinque minuti per aggirare il risponditore automatico e arrivare ad un operatore. Anche questo è maschio e piuttosto scorbutico, e anche a questo devo rispiegare tutto da capo, convincendolo, inoltre, che non sono una donna scema che non sa seguire le istruzioni per connettersi a internet; quando ci riesco, finalmente fa il controllo,e ne viene fuori che è, come sostenevo io, la loro linea che è in tilt. Dice che lui non può fare nulla e mi deve passare i tecnici.
Resto in attesa, sempre pagando,diversi minuti. E mi risponde un tecnico, ma non quello giusto, perché si occupa del telefono, non dei problemi di ADSL. Quindi mi rimette in attesa per un altro tecnico, che non risponde.
Torno quindi a parlare con un operatore, stavolta una signorina, che per fortuna è gentile e mi ascolta, non dando per scontato che sia una povera deficiente. Mi dice che effettivamente la linea non funziona, ma lei non può fare altro che segnalare il guasto, anzi si stupisce che tutti gli operatori prima non lo abbiano già fatto. Compila la scheda e mi dice che ci vorranno tre/quattro giorni, ma per avere informazioni posso contattarli tramite Twitter o 155.
Sono passati 4 giorni. A casa non ho la linea per internet e mi collego grazie al mio iPad che ha dentro una scheda, per fortuna, di un’altro operatore. Al155 continuano a rispondermi che non sanno quando verrà il tecnico, e su Twitter il risponditore automatico mi dice solo che il mio caso è in gestione e verrò ricontattata. Quando e come a questo punto non so.
Se il blog non viene aggiornato, cari lettori, prendetevela con la Wind. E tenete presente la mia odissea quando sottoscrivete un abbonamento con loro. Quanto alle mie valutazioni, come cliente sono incazzata a morte, e come esperta di marketing direi che raramente ho visto un più clamoroso fail di comunicazione e di assistenza ai clienti.
Ciao, ci risentiamo quando mi ridaranno la linea. Anzi,a questo punto, se.

Venezia e la pioggia

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Quando piove a Venezia, ci si bagna. È una regola universale, che vale per ogni punto della città, perché, salvo rare eccezioni, gli antichi Veneziani si sono dimenticati di costruire sottoportici per riparare dalla pioggia. Ne hanno fatto sì, qualcuno, ma dentro i cortili dei fondaci, dove si stipavano le merci, e questo la dice lunga sul loro dna di commercianti medioevali, per cui la roba, le stoffe e le spezie si dovevano proteggere dall’acqua, mentre gli uomini no, si potevano anche inzuppare.
Venezia con la pioggia è dunque una esperienza tutta veneziana, dato che l’acqua, quando piove in questa maledetta città, è acqua più acqua che in nelle altre parti del mondo: è un’apoteosi di umidore. Non viene dal cielo, ma da qualunque parte: da sotto, da sopra, da destra e da sinistra. Cade dall’alto, da cieli di nuvole spesse che diventano grigie come il metallo e poi nere, e impietriscono in un attimo l’aria, ingoiandosi i raggi di luce come Scilla ingoiava i naufraghi incauti; risale dalle massicciate delle fondamenta, che trasudano fanghiglia sporca fra un interstizio e l’altro; gorgoglia nei canali con il plonf plonf delle gocce che piombano sferzanti, e poi sudano acqua gli intonaci e i muri, e il loro sudore rivola via nei campi trasformati in pozzanghere e per le calli. Non è pioggia, è un assedio.
La città sembra sciogliersi in quell’elemento che le dà vita, le guglie gotiche dilavano via, paiono scomparire e sfarsi, come i pinnacoli dei castelli di sabbia sulla spiaggia, il legno con cui e su cui è costruita si gonfia, le bricole, i pontili, le altane si enfiano e non si sa quale incantesimo impedisca loro di scoppiare come palloncini troppo pieni. Le leggi della fisica lo prevederebbero, forse, ma Venezia è una città che sfida tutte le leggi, le regole e i principi, compreso quello della capillarità, per cui l’acqua inzuppa tutto e tutti, ma con il magnifico equilibrio di chi conosce il punto di non ritorno, ci si spinge vicino vicino, lo lambisce, ma non lo supera mai. E quindi quando finisce la pioggia, l’acqua non scompare, ma si ritira, torna al suo posto come una mano che si è spinta in una carezza un po’ forzata, e lascia la città intatta, e i Veneziani bagnati.

Il bello della scuola in Italia

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Il bello della scuola Italia è che è una scuola che vive in una nazione creativa ed imprevedibile.

Per esempio, io sono in ferie, adesso, e non so se quando tornerò a scuola dovrò fare 36 o 24 ore di lezione obbligatorie, coprendo le supplenze dei colleghi assenti (e se non ci sono assenti, che si fa? ciondolo per i corridoi guardando i muri?), oppure 18 di lezione più altre 18 facoltative (a fare cosa non si sa): Se le 18 facoltative saranno comprensive di quelle che mi servono per correggere i compiti e le lezioni, ma le dovrò fare a scuola (dove non so, sempre ciondolando nei corridoi, presumo), oppure continuerò a svolgerle a casa come al solito, oppure le 18 richieste saranno ore aggiunte di lezione, e quindi mi ritroverò a correggere i compiti e preparare le lezioni come sempre a casa e per ancora più ore, e presumo lo dovrò fare di notte, a questo punto. Se la scuola sarà aperta fino a giugno, o fino a luglio, anche durante le vacanze di Natale e Pasqua, dalle 8 alle 14 come abbiamo votato l’anno scorso nel mio istituto o fino alle 22. Se, aumentando l’orario, sarò pagata di più o no e avrò il servizio mensa o i buoni pasto, se rinnoveranno finalmente il contratto bloccato da 7 anni, se avrò gli scatti di anzianità, se gli eventuali bonus mi saranno dati solo se il Preside decide che gli sto simpatica, o solo se accetto di fare un monte ore in più, o solo se accetto di fare la vicepreside o la vicaria (e comunque in questo caso, di vicepresidi e di vicarie ce ne possono essere al massimo una per scuola, quindi gli altri insegnanti boh).

In una nazione meno creativa ed imprevedibile queste cose me le dovrebbe chiarire in maniera ufficiale il Ministro dell’Istruzione, oppure il suo Sottosegretario che da giorni parla in tv e sui giornali. Ma siccome siamo una nazione creativa ed imprevedibile, questo non succede. Forse non perché il Ministro e il sottosegretario sono creativi e imprevedibili, però. L’impressione è che, in realtà, cosa vogliono e cosa propongano, di preciso non lo sappiano neanche loro.

Vita con Didone (Cronache di una neoscrittrice)

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Esce il libro, e tu ti senti come Cenerentola, perché in fondo una sconosciuta che apre un blog, ha successo sulla rete, la notano gli editori, e riesce poi a pubblicare un libro che parla di miti e personaggi antichi in una nazione dove molti son ancora conviti che “con la cultura non si mangia”, non solo è un po’ una favola ma anche un clamoroso win, diciamolo.

Esce il libro, e ti chiedono di andare in giro per l’Italia a presentarlo, tipo ad Ostuni. E tu allora capisci che i libri non si scrivono per i soldi, perché quelli non si fanno con i libri, si sa, e nemmeno per la gloria, perché in fondo di quella ce n’è poca, ma perché così ti invitano in posti fichissimi.

Esce il libro, e escono anche le prime recensioni, tipo quella su Intimità. Che lo leggeva mia nonna. Ed è subito Amarcord.

Esce il libro, e ti telefona l’editore per dirti che sta andando bene e che son tanto contenti di averti preso fra i loro autori. E tu gongoli, perché il narcisismo è quello che è per tutti, e figuriamoci per una neoscrittrice.

Esce il libro, e ti scrivono gli amici che non solo lo hanno letto d’un fiato loro, ma poi se lo sono visti sequestrare anche da figli/figlie/padri/madri/nonne, che hanno cominciato a leggerlo e non lo mollano più, tanto che ti dicono che ci dovresti mettere su l’avvertenza come sulle sigarette “Genera dipendenza”. E tu ridi.

Esce il libro, e ti stupisci perché su Facebook e Twitter ti scrive gente e ti contattano persone che non conosci e neppure conoscono il blog, e allora pensi “Oh, stai a vedere che funziona davvero!”

Esce il libro e  ti chiama in chat una ragazza che fa il liceo classico nelle Marche, e ti dice che ha comprato il tuo libro da poche ore e non riesce a staccarsi e smettere di leggerlo. E a te vengono i lacrimoni di commozione, non solo perché sta leggendo il libro tuo, ma perché di colpo ti ricordi come si leggevano i libri a sedici anni, quando ci si attacca alle pagine come il polpo allo scoglio, e non le si vuole lasciare più.

Esce il libro, e tu vai in libreria curiosa per vedere dove lo hanno messo, e con estrema tristezza non lo vedi sullo scaffale. Allora chiedi al commesso, fingendo di essere una cliente qualsiasi che lo cerca, ed il commesso risponde: «Ma no, è lì, sullo scaffale!» e tu torni a guardare meglio e vedi che c’è la tua piletta di libri, ma è coperta da un altro volume che qualcuno ha appoggiato davanti, e allora con grande nonchalance, dopo esserti accertata che il commesso non guardi, sposti il volume altrui e lasci in bella vista il tuo. Perché degli scrittori hai subito imparato una cosa: che sono un po’ perfidi.

Generazione di Telemachi

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Era uno che, invece di andare per il mondo, se ne stava a casa con mamma.

Era uno che se mamma non gli dava l’idea che magari, ecco, forse sarebbe stato il caso di andare a chiedere un po’ in giro dove era finito papà, non solo restava a casa, ma si faceva pure ammazzare dai Proci.

Era uno che se mamma non si inventava lei quella cosa della tela da tessere, avrebbe perso il trono prima ancora di salirci.

Era uno che se il padre non gli diceva ad un certo punto. “Cuccù, bellodemamma, guarda che so’ io!” col cazzo che capiva che quello straniero sospetto arrivato a Itaca era Ulisse.

Era uno che al massimo il padre gli dà l’incarico di nascondere le armi dei nemici mentre lui li ammazza, i nemici, da solo.

Ha detto Renzi che siamo la generazione di Telemaco.

Il problema è che Telemaco era un mona.

Le donne che lavorano e la madre dei cretini

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E’ inutile, succede sempre. Non appena su FB (ma anche al bar, solo che su Facebook è più evidente) si posta qualcosa sulla condizione della donna e sul problema delle carriere al femminile, arriva sempre il tizio che commenta dicendo che il mondo va male e le famiglie si sfasciano perché le donne non stanno più a casa ad occuparsi esclusivamente dei figli.

Che poi, sinceramente, a questi individui non sai neanche come rispondere, perché la prima reazione sarebbe chiedere in che cavolo di mondo hanno vissuto e sono cresciuti loro, dato che a casa mia da almeno due generazioni le donne lavorano, e nonostante questo si son tirate su famiglie, riuscite anche piuttosto benino. Quindi la correlazione donna che lavora/famiglia allo sbando dovrebbe essere ormai ampiamente smentita dall’esperienza comune di milioni di persone attraverso gli anni. Ma no, loro, tetragoni, ripropongono l’idea che se la famiglia va a rotoli è perché noi donne ci siamo messe in testa il capriccio di lavorare, che, sia ben inteso, è proprio un capriccio, perché è noto che con un solo stipendio, oggi, una famiglia la si tira su negli agi e nel lusso, e si sciala che è un piacere.

Quindi, che gli si dice? Niente, a sto punto. Inutile ribattere alla tetragone convinzioni dei tizi. Al limite, si può cercare di avere per loro umana comprensione: bisogna tener conto, infatti, che per loro la gestione della famiglia è davvero un problema. Per quel fatto che la madre dei cretini è sempre incinta.

La vacanza e il vuoto

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E poi all’improvviso, il lavoro finisce e sei in vacanza. Non ci sono più gli orari, non ci sono le scadenze, non ci sono le cose da consegnare in tempo scapicollandosi, le carte da compilare, gli appuntamenti scanditi come un percorso dei marines: il lavoro, puff, è sparito. C’è attorno a te quel meraviglioso senso di nulla, che è il vuoto delle infinite possibilità, ma come sempre il vuoto spaventa, perché il vuoto è una perdita di senso e il senso della nostra vita è anche un po’ lì, nelle cose che facciamo e in quelle che siamo costretti a fare, e quando ci mancano, all’improvviso, ci sentiamo spiazzati.

Si dissolve il lavoro e con lui ci dissolviamo anche noi, e nelle vacanze ci inventiamo un ‘identità che non è quella nostra davvero, ma che ci serve ad affrontare quel tempo in cui non possiamo essere i soliti che siamo. Riempiamo le vacanze di tante cose, allora, come uno stipetto da intasare di oggetti: sport, viaggi, amici, cene, passeggiate, passioni, amori. Quello che non abbiamo il tempo di fare lo facciamo tutto assieme, condensato in pochi giorni, durante in quali cerchiamo di non avere nemmeno un minuto libero, perché il vuoto non ci è amico, il vuoto è una vertigine, il vuoto ci spaventa.

E così nelle vacanze ci illudiamo di essere come veramente siamo, e invece siamo la nostra maschera da vacanza, quella che inventiamo per passare il tempo e gabbare il vuoto, che ci fa paura anche quando è riposante e ben disposto, e ce lo andiamo a cercare noi.

L’utilità del colpo di fulmine

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E’ il grande classico dell’amore. Quello che, dicono, se non lo hai mai provato ti sei perso tutto il divertimento. Chilometri di inchiostro e vagonate di romanzi rosa che si basano su di lui: il colpo di fulmine. L’apoteosi del sentimento, perché non si spiega e non si programma: capita. La base di tutte le favole che si rispettino, perché Cenerentola Biancaneve e la Bella addormentata si basano su di lui; e lasciamo stare che ad una più attenta analisi i principi delle fiabe son dei tipini che farebbero la goduria degli psichiatri, perché uno, a voler essere buoni, è un feticista delle scarpe e gli altri due baciano ragazze in coma e quindi si portano dietro un vago sospetto di necrofilia.

Ci crescono, noi ragazze, con il mito del colpo di fulmine. Quella cosa che tu lo guardi, lui guarda te e paffete, già progettate come sistemare la cucina in casa ed i nomi dei figli. Quella cosa delle anime gemelle e degli spiriti che si riconoscono in ogni momento, anche il meno opportuno, perché i colpi di fulmine sono peggio degli incidenti stradali: tu sei lì, che fai la tua vita, spalmi il pane sul burro, per dire, e ti arriva fra capo e collo un Werther che si innamora alla follia.

E piace, uh se ci piace. Perché siamo romantiche, ci dicono. Ma secondo me ci contiamo balle. E’ che il colpo di fulmine è, come espediente narrativo, facile. Non richiede spiegazioni, e neppure la creazione di una psicologia del personaggio: va da sè. I lettori più esigenti che sindacano spietati su ogni svolta della trama, sul colpo di fulmine non hanno niente da obiettare: capita e tu, scrittore, lo puoi far capitare a chi vuoi, come nella vita.

E anche nella vita è uguale: il colpo di fulmine è la scusa perfetta. Giustifica qualsiasi stupidaggine istintiva che facciamo. Un alibi comodo e meraviglioso: sei innamorata/o, che ci puoi fa’? Salti un sacco di passaggi, con il colpo di fulmine: non serve che stai lì a conoscerlo, a parlarci, l’uomo della vita, per verificare che lo sia, perché è bastato lo sguardo e il sorriso, e ciao, hai già capito tutto. E nessuno ti critica, perché il colpo di fulmine è insidancabile e socialmente accettato: nessuno può contestare che esista, e che talvolta funzioni pure, quindi stai in una botte di ferro, è come appellarsi al Quarto Emendamento, con la differenza che puoi farlo pure se non sei Americana.

No, non ci piace il colpo di fulmine perché siamo romantiche. Ci piace perché siamo pratiche e il colpo di fulmine è praticissimo. Come il poket di ombretti da tenere in borsetta quando dobbiamo rifarci il trucco, ecco.

Storia di un povero Cristo (a Padova)

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Salve, cari amici,

mi presento: sono un povero Cristo. Nel senso non generico, ma proprio di Cristo Gesù, confidenzialmente detto Il Crocifisso, per quella cosa che sono morto così, in croce, più di 2000 anni fa, in Palestina.

Non era mica una bella cosa, crepare così, vi assicuro. Era una pena immensa, feroce, tanto che i Romani la riservavano solo agli schiavi o a chi non aveva la cittadinanza. Per questo i miei primi seguaci manco mi volevano raffigurare così, crocifisso, ma lasciamo stare. Fatto sta che dopo, per i 2000 anni successivi, han deciso che crocifisso andavo bene. E così mi sono ritrovato crocifisso un po’ dappertutto, e, lasciatemelo dire, qualche volta anche in luoghi dove avrei preferito non stare: perché passi nelle chiese, ma mi hanno schiaffato ovunque, sulle bandiere, sui pennoni, dentro i Tribunali e sui patiboli. Ve lo immaginate, voi, come mi ci dovevo sentire io, a essere esposto dove si pronunciavano ed eseguivano condanne su altri poveri cristi che, colpevoli ed innocenti, si trovavano a provare la stessa paura e lo stesso sconforto che avevo provato io? A stare lì, appeso al muro, apparentemente a proteggere e sostenere gente che era uguale uguale ai Farisei che mi avevano mandato a morte? Ad essere esibito nei luoghi dove lo Stato esercitava il suo potere, io che avevo detto che Cesare e Dio erano due cose diverse e separate e bisognava tenerle tali?

Delle tante umiliazioni che ho dovuto sopportare per amor vostro, le peggiori le ho sopportate da morto, se ci pensate, e da chi si diceva mio seguace.

Ora è un periodo, diciamo qualche secolo, che sto più tranquillo e sereno, perché dacché hanno inventato questa cosa che lo Stato è laico, non mi sbattono più dove conviene a loro. Lo Stato fa lo Stato, e io posso fare quello che voglio io, che sarebbe confortare e proteggere quelli che credono in me e che mi cercano, e che, soprattutto, mi lo fanno senza costrizioni. Non sono più una bandiera che segna un confine, un simbolo che divide il di qua dal di là, il “noi” e “loro”: sono uno che accoglie chi vuole venire da lui, e chi non vuole pazienza.

Stavo tranquillo e sereno, dunque, finché stamattina non ho sentito la bella pensata del neosindaco di Padova, che ha detto che imporrà a tutte le scuole e tutti i locali pubblici di esporre l crocefisso , e a me, scusate, sono un po’ girati i santissimi. Primo perché nelle scuole e nei locali dello Stato quasi sempre ci sono già, anche se me ne sfugge il motivo, dato che chi crede in me non ha certo bisogno di vedermi attaccato al muro come promemoria, e chi non crede in me non è che vedendomi là appeso si converte.

Ma soprattutto mi son girati perché mi vuole appendere lì mica perché sono io, o perché si ricorda quello che ho detto. No, mi impone là di nuovo come una sorta di confine, di bandiera, “un simbolo della nostra civiltà”, come dicono; in breve un promemoria per ricordare a tutti quelli che non sono cittadini italiani che sono degli estranei, persino nei luoghi pubblici, che poi sono quelli di tutti.

Abbia pazienza, caro neosindaco di Padova, ma come vuole che a me una roba del genere faccia piacere? Lo sa perché io son finito crocifisso, invece che decapitato come il mio seguace Paolo? Perché, per i Romani, io non ero un cittadino del loro impero e quindi non avevo gli stessi diritti, compreso quello di morire condannato a morte sì, ma senza soffrire troppo e con un po’ di dignità: ero uno che era stato conquistato e dentro i confini dell’impero ci viveva, ma guardato con sospetto, perché avevo una religione, quella ebraica, che loro consideravano pericolosa e fonte di problemi, e la dignità potevo scordarmela.

Ora, cari amici, pensate un po’ voi come devo sentirmi, ad essere appeso al muro per ricordare, nelle menti di questi miei pretesi seguaci, ad altri poveri cristi come me che non sono cittadini, e che vivono sì nel territorio dello Stato italiano, ma non con gli stessi diritti, e anzi, guardati con sospetto perché sono diversi. Cioè, devo ricordarglielo io, che ero come loro, e che sono stato condannato a morire in croce perché, come loro, a me non riconoscevano neppure un po’ di umano rispetto.

Quindi fatemi un piacere: lasciatemene fuori. Lasciatemi fuori da queste beghe e ripicche meschine, e non usatemi come una clava per colpire od offendere persone a cui mi sento vicino, anche se magari non credono in me. Son morto, e male, in croce, soffrendo. Fatemi almeno la grazia di non essere usato per far soffrire ed umiliare altri disgraziati come me.

In fede,

Vostro Gesù Cristo.

Elogio della sardina sott’olio

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O tu, silenziosa amica che giaci nelle nostre dispense, a volte negletta, assieme alla tua compagna di sempre, la scatoletta di tonno, a te va il nostro plauso e il nostro elogio, e la nostra eterna riconoscenza.

Tu, tacita complice, che modesta ci sorridi dagli scaffali, ammantata d’alluminio: dimessa, nascosta, immersa nel tuo sudario d’olio, e ti infili nelle nostre borse della spesa quasi di sguincio, come un bene necessario e perciò spesso dato per scontato.

Tu che sempre sei amica dei pigri e dei single, e sgusci via dal vasetto per nobilitare i piatti più frettolosi: tu che con la tua sapidità improvvisa nobiliti le aglio e olio dell’ultimo minuto, ti fondi con la mozzarella sulle pizze, abbracci i formaggi più vari, elevi il panino con l’uovo a manicaretto.

Tu che sei democratica, perché ben disposta sia con chi di cucina ne sa che con chi non tocca pentola, e a tutti vieni in aiuto.

Tu che gli chef snobbano, che non ti ammanti di preziose impiattature, che ami le cose semplici, che non sei schizzinosa e ti accoppi in un po’ a caso, con quello che c’è in frigo, che salvi le cene improvvisate e sfami gli ospiti capitati a casa senza un avviso, ma poi sei in grado di far la tua figura nel bel mondo, quando ti stendi su letti di preziosa burrata, o su pani casarecci ancora caldi.

Tu che sei un sunto di ciò che è la vita vera, perché come quella sei bella e buona, ma piena talvolte di spine impreviste e celate, e però ti sciogli, poi, all’improvviso, per un abbraccio, di olio o di burro. Tu che sei femmina, perché condisci e consoli, ma sai anche dare una sferzata di gusto quando è necessario, e sei quindi materna ed imprevedibile, tutto assieme.

Tu che noi amiamo, anche se spesso ci scordiamo di dirtelo, come si fa con le persone e le cose che sono il perno della vita.

E così taciamo. Anche perché con la bocca piena, parlare è complicato, ecco.

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