I neo papà discriminati da Renzi

Tag

, , , , , , , ,

Ho un problema tecnico con il bonus di Renzi promesso alle neo mamme. Che non sta nel fatto che è l’ennesima promessa, e nemmeno che 80 euro al mese per un bebè sono una goccia nel mare.
È che non capisco perché il bonus lo ha promesso solo alle neo mamme.
Mi risultava che i figli si facessero in due, e quindi per ogni neo mamma ci sarà un neo papà. Che però non viene ritenuto responsabile del figlio, oppure non viene ritenuto abbastanza responsabile per dargli 80 euro per il figlio. Hai visto mai che se li vada a giocare alle corse, o li spenda per comprare le sigarette. Mentre la mamma no, la mamma è sempre le mamma: è santa, è brava, e poi il figlio è suo, il padre è uno spermatozoo che si è montato la testa.
Non avrei mai creduto di dovermi incazzare con Renzi per una faccenda ci così smaccata discriminazione. Nei confronti dei poveri uomini e papà, poi.

Agrippina Maggiore, la vedova che fece tremare Roma

Tag

, , , , , , , , , , , , , , ,

Che si dica qualcosa su lei se lo merita. Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, morì oggi, 18 ottobre del 33 a.C, esiliata su quello scoglio brullo e senza vita che doveva essere all’epoca l’isola di Ventotene.

La costante dell’esistenza di questa sfortunata principessa fu quella di sfiorare sempre la fortuna, senza riuscire alla fine a possederla mai. Era figlia di un generale, Agrippa, che era il migliore amico di Augusto, ed anche quello che, in pratica, gli costruì l’impero. Ottaviano aveva questo di buono, che sapeva scegliere con infallibile abilità amici e collaboratori: prendeva il meglio sulla piazza, e sapeva tenerseli poi vicini.

Agrippa gli restò vicino per anni, comandando le truppe, vincendo battaglie. Era un uomo schivo e concreto. Di lui ci si poteva fidare ad occhi chiusi. Augusto lo sapeva, e glielo riconobbe sempre. Tanto è vero che quando gli morì il nipote Marcello, che sperava di avere come erede, scelse di affidare al successione ad Agrippa. Per suggellare il patto, gli diede in moglie Giulia, fresca vedova di Marcello.

Giulia aveva neanche diciott’anni, un carattere vulcanico ed una bellezza prorompente: dall’avo Giulio Cesare aveva ereditato il fascino ed gusto per la trasgressione. Non poteva certo innamorarsi del vecchio Agrippa, che aveva l’età di suo padre e forse addirittura qualche anno di più. Ma lo amò come si amano gli uomini posati che sono in grado di proteggerti. Forse non gli fu sempre fedele, ma non lo offese mai: gli restò rispettosamente al fianco dandogli dei figli, fra cui Agrippina Maggiore.

Poi Agrippa morì, per una malattia banale: Agrippina Maggiore sfiorò per un attimo il ruolo di figlia dell’imperatore, e invece dovette contentarsi di restarne la nipote. Giulia invece, la bella Giulia, affascinante, testarda e un po’ sventata, si perse in un turbinio di mondanità mischiata alla politica, seguì le scalmane di qualche amante troppo ambizioso, entrò in conflitto con il padre e soprattutto con la matrigna Livia. Le avevano fatto sposare il figlio di Livia, Tiberio, che odiava. Al contrario di Agrippa non lo rispettò mai, anzi fece di tutto per esasperarlo, umiliarlo, tradirlo in pubblico oltre che in privato. Il padre Augusto non poté accettare questa questa ribellione palese, non tanto al marito, ma a quel clima perbenista che si voleva fosse la bandiera della corte. E Giulia, la bella Giulia, ironica, sventata, affascinante e bellissima, finì esiliata a Ventotene prima, rinchiusa dal marito Tiberio in una torre poi, e morì sola e disperata, forse suicida, forse fatta lentamente perire di fame.

Agrippina Maggiore si ritrovò così ad essere la figlia di una principessa scomoda e di un erede al trono imperiale morto troppo presto. Per fortuna aveva un punto d’appoggio certo e sicuro in tanta tempesta: il marito Germanico. Germanico era nipote di Tiberio, ma allo zio non assomigliava: era un uomo bello e solare, generale fortunatissimo e uomo affascinante. Augusto lo adorava, e pensava di nominarlo suo erede. Agrippina e Germanico erano una coppia di successo, non solo per la propaganda di regime, ma anche nella vita vera. Innamorati e giovani, erano genitori felici di alcuni deliziosi pargoletti, fra cui il piccolo Caligola, così soprannominato perché i militari agli ordini del padre erano abituati a vedere il frugoletto girare per gli accampamenti con addosso le calzature dei legionari ed un piccolo spadino.

Chi più fortunato di questi due giovani? Nessuno. L’impero li guardava felice ed ammirato: parevano la prova dell’esistenza degli dei. Ma da qualche parte ed in qualche recesso l’invidia covava segreta. Germanico viene inviato in missione in Asia. Al suo seguito ci sono due personaggi ambigui e strani: Gneo Calpurnio Pisone e la moglie Placinia, di cui due cose si sanno: che è una delle più care amiche dell’imperatrice Livia e che ha fama di essere una strega. Il malocchio pare infatti colpire la casa di Germanico: scritte di sangue sui muri, strani accadimenti. E poi, improvvisa, una febbre maligna, che colpisce il giovane generale, ma più che un morbo pare un avvelenamento. Germanico muore in pochi giorni, ma fa prima giurare alla moglie che lo vendicherà, portando a processo Placinia ed il marito.

Agrippina è figlia di militare, moglie di militare, e nipote di un imperatore. Torna a Roma determinata ad ottenere giustizia. Ma si accorge che non è così facile. Forze oscure remano contro e tentano di insabbiare lo scandalo. Difficile capire chi ci sia dietro, ma il sospetto è che Placinia non abbia agito da sola, abbia protezioni che arrivano fino alla reggia, e che addirittura l’avvelenamento non sia frutto di una sua antipatia personale, ma di un ordine preciso, dato molto in alto. Forse dagli stessi Livia e Tiberio, chissà.

Agrippina si ritrova sola. La sua lotta contro Placinia si protrae, pare anche avere successo, ma oramai si è trasformata in qualcosa di diverso: non è più questione di un processo, è questione di politica. Tiberio, novello imperatore, teme Agrippina, teme i suoi figli che sono simpatici al popolo, teme la sua fama di vedova sventurata e fedele alla memoria del marito. Teme, in una parola, che lei possa togliergli il potere. E’ uno scontro aperto, di quelli che non concedono l’onore delle armi e non prevedono prigionieri. Agrippina perde, e viene esiliata, sullo scoglio brullo di Ventotene, dove si lascerà morire di inedia, o forse di disperazione. E i suoi lamenti, come quelli di Giulia, si perderanno in quello del vento, che batte le coste di quell’isola sperduta, dove Roma ha spesso rinchiuso le donne che considerava pericolose, o anche solo troppo autonome.

Per altre informazioni sui personaggi della famiglia Giulio Claudia si rimanda a Mariangela Galatea Vaglio, Didone, per esempio (Ed. Castelvecchi Ultra) anche in ebook.

Il cretino dell’ebola

Caro amico,
se quando posti su Facebook o condividi sui vari social articoli deliranti in cui sedicenti medici liberiani avvisano che le notizie sull’epidemia di ebola in Africa sono false, ed i contagi avvengono perché in realtà il virus (che poi secondo te manco esiste, con buona pace del principio di non contraddizione) viene inoculato dalla Croce Rossa con delle iniezioni apposite, non ti lamentare se nei commenti ti danno del cretino.
È che è difficile trovare un’altra definizione.
E comunque sappi che è più facile guarire dall’ebola, purtroppo per te.

Alcune idee favolose per la #buonascuola di Renzi

Tag

, , , , , , , ,

Inglese: per ridurre le spese ed ottenere che i ragazzi dell’era Renzi possano finalmente imparare l’inglese che serve davvero, saranno abolite grammatica ed esercizi. L’ora di inglese si limiterà a coretti che gridano “Cool” ad ogni uscita del Premier Renzi, mentre lo stesso Premier commenterà alzando il pollice come Fonzie e dicendo “Oh yeahhh!”

Alternanza scuola-lavoro: la novità della riforma Renzi consiste nel fatto che le precedenti riforme la prevedevano per gli alunni, la riforma Renzi invece per i docenti: i docenti infatti la mattina staranno a scuola, in classe, e al pomeriggio lavoreranno sempre a scuola, a fare qualsiasi altra cosa, nella speranza di riuscire a conquistare la simpatia del Preside e potersi guadagnare così i sospirati 60 euro di aumento dopo tre anni. Durante la notte potranno invece lavorare a casa per preparare le lezioni del giorno successivo. Così il cerchio si chiuderà e l’alternanza scuola-lavoro sarà perfetta.

Licei: saranno ridotti a quattro anni. Anzi, anche a tre. Ma guardando meglio, di sicuro, con l’apporto degli esperti, si riuscirà a ridurli a due. Anche ad uno, volendo. E’ solo questione di organizzarsi un po’. Entrati a regime, i nuovi licei potrebbero addirittura prevedere un giorno solo di scuola: quello in cui ti consegnano l’attestato che hai frequentato il liceo e poi ti spediscono fuori a cercarti un’occupazione.

Precari: verranno assunti tutti e 150mila. Messi a consegnare il diploma alla fine dell’unico giorno di liceo ormai superstite e poi prontamente licenziati come personale in esubero.

Internet: data l’assenza o la scarsità di collegamenti wifi nelle scuole, la rete scolastica sarà creata sfruttando il genio italico che ci contraddistingue: fra un’aula e l’altra ci saranno bicchierini di carta collegati con lo spago da pacchi, attraverso i quali si potrà comunicare a fare lezioni persino senza Skype o altre diavolerie tecnologiche. Per il tablet, in omaggio alla grande tradizione autoctona degli antichi romani, si provvederà a dotare le classi di tavolette di cera. Che per altro sono pure riutilizzabili ed ecologiche, il che potrà conquistare le simpatie di Verdi e Grillini.

Materie inutili: nell’ottica del risparmio e dell’ottimizzazione delle risorse dovranno essere abolite tutte le materie inutili: Greco, Latino e Storia dell’Arte (siamo un paese dove non si rischia mai di incontrare un resto antico o un ‘opera d’arte); Geometria e Matematica (andiamo, suvvia, voi conoscete davvero qualcuno che campa calcolando l’area di un triangolo o con i logaritmi?); Geografia (ci sono i navigatori satellitari, eccheccaspita!); Storia (Chi era Napoleone? conoscete qualcuno che si sia mai posto davvero questa domanda?); Italiano (Ebbasta con questa cultura umanistica!).

Scuole aperte: le scuole saranno aperte fino alle 22, il sabato e la domenica e anche nei mesi di luglio ed agosto. Vi si potranno depositare i figli e andarli a riprendere quando si vuole. Dato che però non ci sarà personale a sufficienza per coprire la sorveglianza, né saranno garantiti, per motivi di tagli al budget, nè il riscaldamento d’inverno né l’aria condizionata d’estate, né tantomeno il servizio mensa, il genitore dovrà fare la massima attenzione nel recuperare il pargolo, verificando che si tratti proprio di quello suo, e lo dovrà lasciare a scuola con un kit di sopravvivenza, comprendente acqua, cibo, medicine, abiti di ricambio e carta igienica. Eventuali armi saranno da considerarsi facoltative e a carico della famiglia d’origine. Queste condizioni garantiranno una scuola di sopravvivenza gratuita e tempreranno una nuova generazione di italiani non bamboccioni, per giunta velocissimi nello scappare all’estero non appena gliene verrà data la possibilità.

La nebbia la domenica mattina

Tag

, , , , ,

La nebbia arriva così: zac zac zac e avvolge tutto. Come una gigantesca carta da pacchi, come un Christo velocissimo ed all’ennesima potenza, imballa ogni cosa: alberi, case, il paesaggio in blocco.

C’è sempre lo stupore della prima nebbia. Puoi esserci abituata quanto vuoi, ma ti sorprende. Quell’essere circondata da cose che non riconosci più e non senti più tue perché diverse ed indefinite. Il senso di spiazzamento che dà perdere i contorni ed i confini.

Non so se mi piace la nebbia, non l’ho mai capito. Mi affascina quel suo sfilacciarsi come lo zucchero filato, appiccicarsi alle cose e deformarle, renderle sfumate; il suo costringerti ad esercitare la memoria e la fantasia per ricostruire la mappa delle tue abitudini, fatta di strade note e di angoli conosciuti. Mi piace il suo pervadere tutto, per cui il dentro e il fuori si confondono nell’umidore ghiaccio di un’acqua che non è acqua, è vapore. Mi piacciono le gocce che fanno le equilibriste sulle ragnatele, sospese nel nulla.

Chi come me ama i contorni certi, si fa sempre sorprendere ed affascinare da ciò che certo non è, da ciò che non è conforme, da ciò che è imprevisto. Dalla nebbia, che è questo mare di possibilità, sospeso nel nulla, e spesso, come le possibilità, svanisce, subito subito, nel niente.

Didone sull’Espresso e in radio

Tag

, , , ,

Espresso-Didone (4)

Oh, son soddisfazioni. Sull’Espresso di questa settimana potete trovare la recensione di Didone, per esempio (sennò potete leggerla nella foto qua sopra).

E se ancora non siete soddisfatti perché ormai “didonisti” persi, questa sera, su Radio Ca’ Foscari, andrà in onda la mia intervista, sempre su Didone, i personaggi del mondo antico e molto altro. Il link per connettervi qui.

Se chiudete gli occhi, invece, e vi concentrate, potete facilmente immaginare il mio sorrisone di oggi.

Ciao. A presto. Bacioni.

Tucidide, la storia e il Tutto

Tag

, , , , , , , , ,

Ci sono tanti tipi di scrittori, nella letteratura. Ci sono quelli che ti piacciono perché sono dei compagnoni divertenti, come Erodoto, che quando incroci ti dispiace che siano morti da secoli, perché l’istinto sarebbe quello di prendere il telefono ed invitarli a prendere un caffè. Ci sono quelli che ti seducono perché affascinanti, intriganti, come Platone, e sogni di scappare con loro su di un’isola deserta per pendere dalle loro labbra per l’eternità. Poi ci sono quelli che odi e ami. Odi perché non hanno niente e non fanno niente per essere simpatici, o anche solamente abbordabili. Sono antipatici, respingenti, distaccati. Lo senti da ogni parola delle loro pagine che ti guardano con l’occhio severo di chi mormora “Non sei degno di me”. Li prenderesti a ceffoni, se potessi, perché pare che ci godano a farti diventare matta per seguirli, che le studino tutte per insinuare che non sei alla loro altezza. Il problema è che quando sei lì lì per scagliare il volume contro il muro mandandoli a remengo, ti fermi, perché ti rendi conto che per quanto insopportabili, odiosi e anche terribilmente stronzi, sono anche, in una sola parola, grandiosi. Ecco, Tucidide è così.

Ci sono pochi testi al mondo, a parer mio, che possano competere con la sua Guerra del Peloponneso. Certo, l’argomento aiuta. Lo scontro fra Sparta e Atene, dal punto di vista storico e propagandistico, ha l’impatto e la valenza di una Seconda Guerra Mondiale per il mondo contemporaneo. Non è uno scontro di soli eserciti, ma una battaglia di ideologie contrapposte, di modi alternativi di vedere ed organizzare il mondo. Da una parte Sparta, la città caserma, lo Stato chiuso alle influenze esterne, dove l’egualitarismo – però aristocratico – era la base della società, l’individuo era guardato con sospetto, il libero mercato e la moneta stessa demonizzati; dall’altra Atene, democratica, aperta, commerciale, una società di individui che amavano la libertà e però ne vivevano anche tutte le contraddizioni interne: sfavillante ed imperialista, innamorata dell’arte e della filosofia, era anche una polis spietatamente cinica nel preservare i suoi interessi meschini.

E’ un magma dove si fonde e si intreccia di tutto, la guerra del Peloponneso: scenari immensi che si estendono per l’intero il Mediterraneo, dalla Sardegna al Mar Nero, popoli che si incrociano ai Greci in un turbine variopinto: Persiani, Etruschi, Sicilioti, Traci. E in mezzo a questo marasma, a questo caos, a questo blob in grado di far impazzire chiunque, c’è lui, Tucidide. L’unico essere umano in grado di tenere le fila e di dipanare la trama di questa matassa ingarbugliata, complessa, schizofrenica. Lui, l’unico capace di raccontare gli eventi come se non fosse un essere umano, ma un Dio. Un Dio onnisciente ed onnipresente, che ricostruisce i retroscena più improbabili, segue i disegni più segreti, ricollega le mosse che si svolgono a migliaia di chilometri di distanza, svela i pensieri ed i discorsi dei protagonisti degli eventi. Lui, da solo, che dà ordine a ciò che pare non averlo, e affronta e vince il caotico brulicare del Tutto.

Io non so come diavolo abbia fatto. Non lo sa nessuno, e ce lo chiediamo da secoli. Ma Tucidide, chiuso nella sua stanzetta chissà dove, ad Atene, poi ad Anfipoli dove comandò le truppe, poi forse in esilio dove finì per le sue disfatte militari, riuscì a portare a termine un lavoro di ricerca e di ricostruzione così monumentale e complicato che oggi, pur con tutti i mezzi moderni, richiederebbe come minimo l’appoggio del Pentagono e di schiere di analisti militari e politici solo per collazionare e verificare i dati. Come ci sia riuscito lui da solo è un mistero, uno dei tanti che puntellano la sua vita. Di cui sappiamo in realtà pochissimo, e quel poco non è neppure tanto sicuro. Figlio di famiglia nobilissima e ricchissima (aveva miniere d’oro in Tracia ed era forse addirittura nipote di uno dei re locali), politico di un certo nome nella Atene democratica, generale incaricato di operazioni decisive durante la guerra, storico massimo di quegli eventi in quanto testimone diretto, resta però ammantato di un’aura di assoluta incertezza: non sappiamo esattamente cosa abbia fatto di preciso prima dello scoppio del conflitto, non è chiaro chi fossero i suoi referenti politici, non si sa esattamente cosa abbia causato l’esilio che lo cacciò dalla patria, né quando e se sia tornato; non siamo neppure certi di quando sia morto e come, tanto è vero che alcune ricostruzioni storiche moderne sospettano addirittura che sia stato vittima di un omicidio, il cui maggiore indiziato come colpevole sarebbe l’altro grande storico dell’antica Grecia, ovvero Senofonte. Da qualsiasi parte tu cerchi di avvicinarti a lui, Tucidide è impervio come un Everest, ed altrettanto pericoloso. Scrive in un greco meraviglioso e maledetto, che gli ha attirato gli strali di generazioni di studenti, a ragione; è freddo, distaccato e gelido, non concede niente al sentimento, racconta gli avvenimenti con la precisione scientifica con cui un anatomopatologo descrive una autopsia, seziona l’agire umano con il bisturi affilatissimo della sua razionalità.

Ma per gli dei, come racconta! Nella storia di Tucidide si viene risucchiati, ci si casca dentro e non se ne esce più. E’ come se improvvisamente ti si squadernasse davanti l’universo, tutto intero, e tu potessi assistere al Big Bang da un posto in prima fila. Gli eventi si accalcano gli uni sugli altri, con improvvisi e subitanei cambi di scenario e di personaggi: un attimo sei all’assedio di Corcyra, con gli eserciti che cercano un varco per prendere la città aiutati da traditori e quinte colonne, un attimo dopo al centro dell’assemblea di Atene, poi a Sparta, poi in Persia alla corte del Gran Re. Ci sono battaglie feroci, complotti, assassini, congiure, colpi di stato, politici corrotti, eroi, traditori che si vendono per due assi, missioni diplomatiche, abboccamenti segreti, trame oscure, epidemie devastanti. Dal punto di vista letterario, Tucidide copre tutto, da House of Card a Stephen King, e tutto smista ed organizza per inglobarlo in quel disegno complessivo che aveva lui nella sua testa e che noi intuiamo e seguiamo mentre lo dipana. Toglie il fiato, perché ti sembra impossibile che un essere umano, solo, sia riuscito a concepire e portare a termine un’opera di quella portata, e a scriverla come l’ha scritta, cioè meravigliosamente, tenendo il ritmo, alternando gli stili, trascinando il lettore sempre e solo dove vuole lui.

Io non so come sia morto Tucidide. Forse non lo voglio nemmeno sapere davvero. Se è scomparso prematuramente ed in maniera misteriosa, sospetto che sia perché il Destino ha stabilito che quel modo di sparire era in fondo il più adatto al suo personaggio.

Non poteva banalmente perire di vecchiaia nel suo letto, uno che ha giocato a fare Dio per tutta l’esistenza, peraltro riuscendoci benissimo. Doveva scomparire in un’aura indefinita ed indefinibile, lasciando noi mortali a interrogarci senza risposta: svanire assunto in cielo, proprio come un Dio.

Renzi e il gioco delle tre carte

Tag

, , , , , , , ,

Non essendo una grande esperta di economia, può darsi che mi sfuggano le sottili implicazioni delle meravigliose proposte renziane, che dovrebbero rivoltare il paese come un calzino.

Per esempio, a noi insegnanti promette di premiarci per i nostri “meriti”, che però non è chiaro in cosa consistano secondo lui. A leggere le proposte di riforma della scuola, ci si accorge infatti che si chiede ai docenti di prendere in pratica per tre anni una serie di incarichi extra che con l’insegnamento in classe di per sé non c’entrano nulla, ma risolvono semmai una serie di grane burocratiche all’interno della scuola, tipo organizzare gli orari dei consigli di classe, i collegi docenti, fare i vicepresidi, supplire gli assenti e altre amenità. Poi, alla fine dei tre anni, dopo esserti ammazzato di lavoro in più gratis e aver per questo sacrificato forzosamente il tempo che avresti potuto dedicare a correggere i compiti dei tuoi alunni e preparare lezioni, se stai simpatico al tuo Dirigente, può essere che ti meriti i famosi 60 euro di aumento, che comunque saranno meno di quello che ti sarebbe comunque spettato prima.

Stessa cosa per questa faccenda del TFR. Sarebbero già soldi tuoi, da ritirare quanto vai in pensione. Invece te li mettono in busta paga, sperando che così tu abbia l’impressione di essere più ricco e ricominci a spendere. Il problema è che non sei più ricco, e quei soldi che spendi ora ti verranno a mancare quando andrai in pensione, e sarà un dramma, visto che le pensioni con il contributivo saranno già miserelle di per sé.

Ora, lo ammetto, io, come ho confessato, non sono molto ferrata in economia. Ma a me sta roba più che un progetto economico serio di rilancio del Paese sembra il gioco delle tre carte al baracchino della fiera di paese. Ci manca solo l’annuncio a gran voce:  «Venghino, signori, venghino, più gente entra, più bestie si vedono!» Ma probabilmente Renzi lo farà. In inglese, ovviamente.

Filosofi presocratici e appunti persi del liceo

Tag

, , , , , , , , , , ,

Succede che, per insondabili motivi noti solo al nostro inconscio, si decida di mettere in ordine dopo secoli i vecchi libri di filosofia del liceo. Succede che detti libri conservino al loro interno perle di saggezza dimenticate, quali bigliettini scambiati con compagne di banco e di fila, biglietti del cinema di pellicole imbarazzantemente brutte che allora ci parvero capolavori assoluti, graffiti con maledizioni ataviche all’indirizzo di docenti di cui ora a stento si ricorda il nome. Succede anche che fra i reperti si ritrovino anche poesiole composte all’epoca, per ricordarsi le affermazioni dei filosofi presocratici.

E succede infine, che se una anni dopo ha un blog e non sa cosa postare la domenica mattina, riesumi dette poesiole e le pubblichi. Sì, ero scema fin da allora. Però, come metodo per ricordarsi quella faccenda complicata degli arché, i versiccioli son serviti. :)

Talete di Mileto

aveva un bel vigneto

e un dì ch’era ubriaco

nel pozzo giù cascò.

Svanitagli la ciucca

si disse: «Berrò l’acqua!»

E l’acqua d’ogni cosa

principio decretò.

Nel mare di Mileto

giù giù con lo scafandro

s’immerse Anassimandro

e quasi ci restò.

Venuto a stento fora,

mostrò il ciel col dito,

dicendo: «Alla malora! Principio è l’infinito!»

Ma ciò causò le pene

del buon Anassimene

che di quell’infinito

giammai trovava il fine.

Notando sì che al mondo

tutto muta e varia

si disse: «Per me è chiaro,

il gran principio è l’aria!»

Il Gatto Eterno di Facoltà

Tag

, , , , , , , , ,

Capita. Nella vita capita un po’ di tutto, alle volte, anche che ti chiedano un giorno di andare a farti intervistare alla Radio di Ca’ Foscari, la tua università.

Non c’è nulla che ti aiuti a misurare il tempo passato quanto tornare di botto, un pomeriggio, nei luoghi che ti hanno visto studente. E’ una strana cosa, il tempo, perché razionalmente sai che passa, e lo misuri in anni, giorni, minuti, con congegni via via più sofisticati e precisi: ma passa fuori, scorre sugli orologi e sugli schermi dei tuoi cellulari sempre più multifunzionali. Dentro alla tua testa, invece, sembra che non passi mai. Te ne accorgi quando cammini di nuovo su quelle pietre alle Zattere che hai calpestato mille volte, vent’anni prima, per raggiungere le aule di lezione, o gli amici per un panino al bar fra una lezione e l’altra. Lo sai che sono passati vent’anni, li hai contati tutti: ma quando ti incanali nel flusso di ragazzi ciancicati in jeans e scarpe da ginnastica che vagolano con aria stordita ed incerta fra le calli e le callette, trascinandosi dietro borse zeppe di tutto e di niente, sciarpe dai colori improbabili quanto le sfumature dei loro capelli, occhialoni fuori misura per visini ancora acerbi ed adolescenziali, te ne dimentichi, e nonostante i riflessi delle vetrine ti restituiscano l’immagine di ciò che sei ora, a te sembra di essere ancora quella lì, la ventenne imbranata persa fra le calli, e confusa fra le varie sedi ed i misteri degli orari di lezione.

Poi ci entri, nella biblioteca nuova di Facoltà, e per un momento resti a bocca aperta, perché ti sembra di essere capitata sulla plancia dell’Enterprise di Star Trek (il fatto che la paragoni all’Enterprise è già un sintomo che sei vecchia). La sala studio dei tempi tuoi te la ricordi bene: era composta di quattro panchette gettate a caso in un angolo chiuso con cartongesso di fortuna, alla fine di un vecchio corridoio scrostato. Attorno c’era tutto il caos di un cantiere aperto, perché l’università l’hai fatta lì, in un cantiere: con gli operai che smartellavano in sottofondo durante le lezioni, e le gru che spostavano su e giù per l’aria carichi di mattoni, proprio sopra la tua testa, quando ti prendevi una pausa nel cortile.

Ora invece c’è questo spazio open e molto chic, con tavoli di design simil scandinavo, scale aperte che portano ad un soppalco, e negli angoli divanetti in gomma con poltroncine che ti ricordano molto i puff fantozziani, ma a questo punto di astieni dal pensarlo, perché se oltre al Capitano Kirk citi anche Fantozzi appare evidente che sei un relitto del paleolitico, e rischi che ti imbrachino e spediscano al museo.

La fauna studentesca, almeno, non ti delude: ha un che di eterno, come tutti gli archetipi, e perciò di consolatorio. Li riconosci ad occhio i vari tipi: la ragazza studiosa con gli occhiali e la faccia a pochi centimetri dal monitor del pc, che sta facendo imprescindibili ricerche per la sua tesi di prossima discussione; le due studentesse bellocce e stordite, che hanno di fronte una pila di libri per qualche esame e li fissano perplesse, mentre sul loro volto è dipinta la domanda: «Ma che, li dobbiamo leggere tuttiii????». I tre ragazzi che la sanno lunga, e guardano la sala con quell’aria da uomini vissuti che si può avere solo a vent’anni.

Certo, rispetto ai tempi tuoi ci sono gli aggiornamenti tecnologici. La sala è un tripudio di macbook air tenuti con nonchalance sulle ginocchia per mostrare al mondo la mela trionfante sul dorso, di tablet appoggiati accanto ai libri, di smatphone attaccati ai polpastrelli come se fossero un naturale prolungamento delle dita. Mentre studiano i ventenni fanno sempre altro: chattano, feisbuccano, whatsappano, e per tutta la sala il rumore di sottofondo è il trillo muto di qualche congegno.

Poi entri nella sala della radio, che per te è una novità, perché ai tempi tuoi non esisteva una radio di facoltà, o ti ci saresti fiondata a lavorare, e conosci i ragazzi che la fanno, e il direttore che ti fa sentire un po’ meno vecchia perché almeno ha un’età più vicina alla tua, tanto che si ricorda anche lui le panche nel corridoio al posto dell’aula studio, e il cantiere aperto, i professori pazzi che svolgevano esami dadaisti con appelli decretati a caso da cogliere al volo, manco fossero un flash mob.

I ragazzi vi ascoltano incuriositi, quando evocate quel mondo che per loro deve essere distante quasi quanto la Itaca del tempi di Ulisse, tanto che trovare un punto di contatto fra quella che è la loro università a la tua ti pare quasi impossibile, una missione perduta. Finché non citi gli aneddoti relativi al Gatto di Facoltà, ovvero il micione ciccione e rossatro, grosso come un vitello e grasso come un porcellino prima di Natale, che per i quattro anni di corsi è stato il silenzioso compagno delle lezioni: quello che, indifferente a quale accademico tenesse concione, passeggiava indisturbato sulla cattedra e poi zompava addosso allo studente o alla studentessa che più gli andava a genio, e si accolava sui quaderni di appunti per farsi coccolare; quello che aspettava a capo della rampa di scale per farsi aprire la porta come una star, perché la facoltà era sua, e gli studenti, e i professori, erano solo variabili temporanee in transito, che si dovevano perciò assoggettare alla Sua Maestà.

Tu evochi la sua figura mitica, quasi totemica, convinta di citare un qualcosa ormai sparito nelle nebbie del tempo, come il Grande Spirito dei Sioux scomparso nelle Praterie dell’Aldilà. E invece i ragazzi ti guardano stupiti e dicono: «No, ma c’è ancora! E’ sempre lui, un po’ più spelacchiato, ma rossastro e ciccione!»

Così il patto fra le generazioni si stringe ancora, la storia diventa comune, si trova un punto di incontro fra l’esperienza tua di ventenne e quella di ventenni loro: in nome della divinità zoomorfa che è l’eterno custode di quei luoghi: il Gatto Rosso e Ciccione di Facoltà.

Il fascino di vivere di corsa: di gazzelle che corrono e fasi meditative

Tag

, , , , , , , ,

Affannata. Per una pigra come me, la sensazione è in parte nuova. Di solito io sono quella che cerca di vivere piano, di non sovrapporre gli impegni l’uno all’altro, di ritagliarsi il tempo per non fare nulla. Ho passato anni a sprezzare un po’ chi viveva di corsa, fra un appuntamento e l’altro: li ho guardati con il sorrisino di sufficienza che deriva dagli studi antichi e dalla frequentazione dei filosofi greci; il sorrisino di chi finge di essere saggio e si dice che lui di corsa no, perché tutto quell’affanno è solo un trucco per non pensare, per non affrontare i dilemmi della vita, mentre chi va piano non solo va sano, ma medita.

Adesso è un periodo invece che vivo di corsa, fra un impegno e l’altro, per la scuola, per il libro, per la promozione. Incastro appuntamenti con l’abilità di un solutore di puzzle, faccio l’equilibrista sul filo di minuti che non bastano mai. E io che di solito sono più lenta della tartaruga di Zenone, ho provato l’ebrezza di chi vive fra mille impegni. E ho capito il fascino che ha, e che è simile ad una droga. Per quanto sia stressante e sfiancante, vivere di corsa ti fa sentire vivo: parte di quell’umanità che fa e si muove, parte del flusso degli eventi.

Quando mediti in disparte ed affronti nel silenzio del tuo ozio i grandi dilemmi della vita hai forse il compiacimento intellettuale di essere superiore a chi si affanna. Ma quando ti butti e vai, anche se non hai più tempo per pensare e per respirare, senti che sei, anche se magari confusamente, e non sapresti dire cosa. Ha un fascino tutto suo fare e realizzare le cose senza porsi tante domande, perché nel momento della crisi è la risposta immediata che conta, non la riflessione teorica che si potrà fare poi. Deve essere l’istinto del cacciatore del paleolitico che è in noi sopito, e che riaffiora: vedi una gazzella, ti butti e la insegui, e quando la prendi, godi.

Adesso è un periodo così, quello in cui inseguo gazzelle. Datemi tempo, tornerò di sicuro nella fase meditativa e tranquilla, in cui penserò, trarrò conclusioni, disegnerò figure di animali sulle pareti della mia grotta, a caccia finita.

Ora vi lascio. Ho appena visto una gazzella che corre, e mi lancio per brincarla. Ciao.

Il complesso di Didone: com’è che i libri tosti diventano anche ebook

Tag

, , , , , , , , , ,

20140715-102356-37436769.jpg

Visto il grande successo del cartaceo, da oggi Didone, per esempio è anche un ebook. Lo potete trovare in vendita su Amazon (clicca qui) e sugli altri store on line in formato kindle.

Sta ragazza, la nostra Didone, ha stoffa e fa strada. Alla faccia di Enea. Ciao, eh.

P.S: Se poi volete su Amazon potete anche lasciare una recensione del libro. Ha già un sacco di stelline di gradimento, uniteci anche le vostre! Di nuovo ciao! :)

Cose che capitano in casa ai tempi di Renzi

Tag

, , , , , , ,

La mia lavatrice è un po’ che fa le bizze. Ci ha un’età, del resto. Ha cominciato andando a zonzo per il bagno e per l’antibagno, facendo un gran caos di rattatatatà, manco fosse una mitragliatrice. Oggi l’età l’ha fatta diventare incontinente, e pisciotta qua e là, come se si credesse improvvisamente un barboncino.
Così avrei deciso renzianamente di rottamarla, anzi di licenziarla in tronco, dato che l’articolo 18 non serve più. Ho solo paura che ora lei convochi contro di me i poteri forti. Per placarla, potrei cercare di convincerla che il suo sacrificio fa parte di un pacchetto di riforme intitolato “La buona casa”, che consentirà di trovare posto a millemila lavatrici giovani in pochi anni. Se ce la fo, bene. Sennò mi aspetto tremende ritorsioni, tipo un editoriale su Repubblica del mio scaldabagno.

La meravigliosa vita di George

Tag

, , , , , , , , ,

George Clooney: quello che nasce come ragazzotto decorativo in dimenticabilissimi telefilm degli anni ’80, e poi fa il botto e diventa il dottore sexy di ER, un serial di cui hanno visto qualche puntata tutti, compresi i sassi e gli ipocondriaci che hanno crisi isteriche solo a sentire nominare un ospedale.

George Clooney: quello che diventato una star mondiale della tv, tutti continuavano a prendere sottogamba, perché erano gli anni in cui a Hollywood le star della tv erano ancora un sottoprodotto di scarto, e il grande schermo la sola cosa che nel curriculum contasse davvero. E allora lui molla la fiction e si butta nel cinema, girando almeno una decina di film che dovrebbero essere pure di cassetta, ma sono quasi tutti dei fiaschi commerciali, anche perché sono da vedere solo per lui, George Clooney, appunto, che non recita poi nemmeno un granché, ma è decorativo.

Arrivato all’età in cui però essere solo decorativo è difficile, e tutti quindi lo danno per spacciato, no, lui svolta di nuovo: si mette a recitare con registi di culto, con tutta Hollywood che nemmeno capisce bene cosa ci vedano in lui, salvo il fatto che è simpatico e piacione, e con la sua fama, magari, riesce a portare in sala un po’ di quel pubblico di massa che loro si sognano. Non contento di far l’accalappia pubblico, ecco che diventa lui pure registra ed autore, e, pur girando e partecipando ogni tanto a qualche pellicola sbancabotteghino per far cassa e pagare i conti della megavilla sul lago di Como, sforna film impegnati e di denuncia, persino scritti benino, persino recitati e diretti più che decorosamente.

Nel frattempo alterna viaggi nei posti più sfigati del mondo come l’Africa e la Siria, per portare aiuti e soccorsi alle popolazioni devastate dalle guerre civile, ma anche cazzeggia, come deve fare un bravo divo americano straricco ma che non se la tira per nulla: scorrazza per l’Italia in moto, fa il fratello maggiore saggio ma non troppo delle celebrità in crisi, insegna a vivere a quel bamboccino di Brad Pitt, accasa finalmente la Roberts in cerca di moroso e figli, cambia fidanzate a ritmo di una ogni due anni, scelte sempre fra quelle bone che tutti vorrebbero avere: una teoria infinita di bariste di topless bar, campionesse di wrestling biondissime, e persino una Canalis, mollata precipitosamente, immagino, non appena si scopre che, al contrario delle foto del suo calendario, ogni tanto tenta di parlare.

George Clooney: quello che arrivato ai cinquant’anni di nuovo decide di svoltare. Congeda le fanciulle in fiore da sostituire con scadenza semestrale, che erano in effetti un po’ imbarazzanti da portare alle cene dell’Onu e a quelle alla Casa Bianca, e sceglie di sposarsi un’avvocata piena di charme, bella come una Jacqueline Kennedy, ma tosta come Michelle Obama, con l’aura democratica dell’eroina per aver difeso i diritti civili soprattutto di grandi perseguitati famosissimi come Assange. La moglie giusta per Washington più che per Hollywood, contando che è pure una profuga di lusso di origine libanese, e questo le dà il giusto tocco di apertura verso il Medio Oriente moderno e in ascesa, con cui gli States devono e vogliono dialogare. La compagna perfetta, insomma, per un divo che s’è stancato probabilmente di fare solo il divo e vuole diventare un Reagan di sinistra, perché le elezioni in California sono alle porte, e il Campidoglio è vicino, chissà.

George Clooney: quello che, in fin dei conti, non riesce mai davvero a starti antipatico, perché hai come il sospetto che sotto quell’aria paciosa e svagata da belloccio oramai attempato, ci sia sotto un cervello pianficatore che lavora senza sosta, non perde un colpo o dimentica un particolare. E che la migliore sceneggiatura che ha scritto non sia quella di un qualche suo film, ma la sua vita.

Didone a Treviso

Domani pomeriggio, se siete a spasso per la capitale della gioiosa marca, giusto verso le 18, che è quell’ora un po’ balenga perché è ancora troppo tardi per prendere un caffè ma troppo presto per il sacrosanto spritz, e quindi siete là che girellate senza una meta e senza impegni pressanti, fate una bella cosa: venite alla Feltrinelli e sentite me che presento Didone, per esempio.

Ci conto, ok? Ciao!

Gli idioti , il tempo e la poca pazienza

Tag

, , , , ,

Dev’essere l’età. Potrebbe essere la spiegazione più logica. Più vai avanti con gli anni, più gli anni davanti a te si assottigliano, il futuro che a venti sembrava infinito, a quaranta capisci già che nella migliore delle ipotesi è faccenda di decadi. Quindi ogni minuto che perdi ti infastidisce.

No, non ho più molta pazienza. Me ne accorgo ogni giorno, da piccoli segnali. Una volta ero più tollerante e comprensiva con i cretini, per esempio. Bonariamente, quando uno faceva una affermazione clamorosamente stupida, intervenivo con garbo, anche con leggerezza. Oggi vado giù di mannaia, dicendogli subito a brutto muso quello che penso di lui, e soprattutto della sua idea che non solo è completamente idiota, ma mi fa pure perdere tempo.

Non è che il mondo sia diventato più stupido di prima, o i cretini di più. Sono io che non ho più la pazienza di avere bonaria comprensione: ho i minuti contati, e se non i minuti gli anni, quindi non mi va di perdere tempo a discutere con te le tue teorie strampalate, di seguire i tuoi ragionamenti farlocchi.

Abbiamo poco tempo tutti, perché non sei più un bambino. Ma non sembri accorgertene, e continui con le tue farneticazioni idiote, i tuoi arabeschi privi di ogni logica. Smettila. Non hai più tempo da sprecare neanche tu. Te ne renderesti conto, se non fossi così cretino.

Gli alunni, quando non sono più alunni

Tag

, , , , , ,

Post ad alto tasso di commozione. Astenersi cinici.

Gli alunni, quando non sono più alunni, te li ritrovi davanti così, all’improvviso, grandi, perché a te pare che sia passato un anno, al massimo due, da quando li avevi in classe e li guardavi ogni mattina arrivare arruffati ed incerti e tentare di varcare la soglia fra l’infanzia e l’adolescenza, e invece ne sono passati dieci, di anni, e forse anche qualcuno di più. Così te li ritrovi lì, di fronte, adulti, perché sono venuti alla presentazione di un tuo libro, e li riconosci perché hanno lo stesso viso e gli stessi occhi di quando erano ragazzini, anche se i lineamenti non sono più proprio gli stessi.

Hanno sul volto le tracce di tutto quello che è passato dal momento lontano in cui erano “tuoi” e piccini: hanno scoperto mondi, hanno esplorato la vita, perché quando li avevi in classe erano ancora bambini, in fondo, e adesso sono giovani uomini e donne, che studiano, fanno, lavorano, arrivano accompagnati da morosi e morose, ti dicono che stanno per laurearsi, o che si sono laureati di già.

Gli alunni, quando non sono più alunni, ti commuovono, perché ti pare impossibile che dopo tanto tempo, che per loro è stato zeppo come sanno essere zeppi gli anni in cui da bambini si diventa ragazzi e poi giovani uomini e donne, si ricordino ancora di te, che sei stata una meteora incrociata di passaggio quando la loro vita doveva diventare ancora vita per davvero.

Gli alunni, quando non sono  più alunni e te li ritrovi davanti così, adulti, e simpatici, e e felici, e belli non sai nemmeno cosa dire loro; perché razionalmente lo sai che se sono così non dipende affatto da te, perché erano così di loro, fin da piccoli, e tu lo sapevi. Ma sono così belli, e simpatici, e felici che un po’ di orgoglio per quello che sono diventati ti prende lo stesso, e allora li abbracci, li baciotti, e te ne vai per il mondo, fiera come una regina.

Presentazione di Didone per esempio, a Padova, il 19 settembre, alle 18.

Segnatevi questa data: la presentazione di Didone per esempio è venerdì 19, alla Feltrinelli di Padova, alle ore 18. Se trovate dei volantini o delle locandine che dicono che è giovedì 18, purtroppo si tratta di un errore di stampa. La presentazione è venerdì.

Mi spiace se qualcuno andrà alla Feltrinelli il 18 e non troverà la presentazione. Si arrabbierà, giustamente. Posso solo assicuravi che ad essere arrabbiati per questo assurdo contrattempo saremo almeno in due.

Il selfie di Narciso

Tag

, , , , , , , , , , ,

Ma poi, in fondo, secoli e secoli di esegesi dotte, psicanalitiche, interpretazioni psicologiche, artistiche e letterarie, quando la storia del povero Narciso solo oggi si può inquadrare per quella che veramente fu: la vicenda drammatica di un selfie venuto male.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 7.296 follower