Cantami o divo: la storia antica nei cantautori italiani

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E’ uscito su Novencento.org un mio articolo sull’utilizzo della storia antica nei cantautori italiani del ‘900. Da Guccini a Capossela, passando per Vecchioni, Carmen Consoli, il rap di Caparezza.

Se vi interessa, cliccate sul link. Io mi sono divertita tantissimo a scrivere questo piccolo studio.

Prossimamente uscirà anche la parte dedicata all’uso della storia antica nei gialli e nei best seller.

Ciao!

Il gesto politico di pagare quanto dovuto a chi lavora

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Davide Faraone, che se non lo sapete è sottosegretario e si occupa di Istruzione, ha mandato nei giorni scorsi un comunicato stampa trionfale per annunciare una sua vittoria: è riuscito a far aggiungere al bilancio 64 milioni di euro per pagare le supplenze già effettuate dai docenti precari.

Il corsivo è mio. Chiarisco, se non fosse già abbastanza comprensibile. I 64 milioni servono a pagare gli stipendi di quei docenti precari che sono già andati nelle scuole a fare delle ore di supplenza.

Il sottosegretario Faraone gongola per questa cosa: “Si tratta – afferma Faraone – di un gesto politico di grande rilevanza. È un chiaro segnale che questo governo sta investendo molto nella scuola e non intende penalizzare chi, come i docenti e il personale ausiliario tecnico e amministrativo, lavora ogni giorno per il funzionamento dei nostri istituti”.

Cioè spiegatemi, perché non riesco a capire bene: lo straordinario segnale che il Governo Renzi ha intenzione di “investire nella scuola” è comprovato dal fatto che ha stanziato dei soldi per pagare gente che ha regolarmente lavorato e che quindi ha regolarmente diritto che gli sia versato il corrispettivo in denaro per una prestazione. Non gli sta facendo una carità. Sta semplicemente pagando un debito, per altro con molti mesi di ritardo.

Quando uno va al supermercato e paga il conto alla cassa per quanto compra, fa forse uno straordinario gesto politico di grande rilevanza? Quando si rivolge ad un avvocato, o a un commercialista, e questo gli presenta la parcella, saldare quanto dovuto è uno straordinario gesto politico di grande rilevanza? Quando uno assume un operaio nella sua azienda, pagargli regolarmente lo stipendio è un gesto politico di grande rilevanza? E quando in imprenditore porta a termine una commessa, se il cliente lo paga fa un gesto politico di grande rilevanza?
A questo punto, pare di capire, sì. Evidentemente viviamo in un paese dove pagare quanto dovuto a chi ha lavorato per te non è un obbligo, ma una gentile concessione, e anche una eccezione, tanto da dover essere segnalata con apposito comunicato stampa.

Proporrei a questo punto di sospendere per alcuni anni l’erogazione a Faraone di qualsiasi compenso per il lavoro che svolge. Poi, quando pare a noi, i soldi glieli diamo, per carità. Quando vorremo fare un gesto politico di grande rilevanza.

La macchinetta reloaded

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Ci sono quelli come me, che si affezionano alle cose. Se mai dovessi credere in una qualche religione, sarei sicuramente animista. Perché è inutile, io alle cose mi affeziono come fossero persone, le coccolo, non riesco a lasciarle andare via.

Per esempio, la mia macchinetta. Stiamo insieme da dodici anni. Sono una vita. ormai la conosco come fosse una di famiglia. Sento quando ha la giornata no, e il serbatoio mezzo vuoto, e allora rogna un po’ e sfiata, per ricordarmi che devo metterle la benzina. Odia il freddo quanto me, e infatti in inverno, se non la metto in garage alla sera, un pochino si incazza. Però è un tesoro, perché, per esempio, ha certe seconde lunghe lunghe che anche se sei praticamente ferma puoi ripartire senza cambiare, e anche la terza è comprensiva. Ha i suoi sediloni che sembrano un pulpito, e per chi è piccina come me è importante, perché guardi la strada con calma, dall’alto, come una regina. Ha un bagagliaio che tiene il mondo: ci ho fatto tre traslochi, in pratica, ed ora è inzeppato di libri e anche di un vocabolario. Perché un vocabolario? Non lo so, me lo hanno regalato, lo devo sempre portare a casa ma poi resta lì, hai visto mai che ti servisse il significato di una parola mentre sei ferma all’incrocio.

Quando mi hanno detto che forse non si sarebbe salvata, perché l’incidente l’aveva scassata di brutto, mi è venuto da piangere. E non era l’entità del danno, ma è che la macchinetta è una di casa. L’avevo vista quasi sventrata, con i vetri scoppiati e il paraurti arrampicato dentro il bagagliaio, e mi pareva che avessero sfasciato un po’ anche me. L’idea di doverla rottamare e consegnare allo sfasciacarrozze mi stringeva il cuore, non lo potevo sopportare.

Invece, il miracolo. Me l’hanno rimessa in sesto. Hanno trovato il portellone e i finestrini e  le frecce e tutto quello che era stato maciullato, e adesso, riverniciata un po’, non sembra neppure una che fino ad una settimana era un cartoccio.

Per cui stasera sono felice, perché la mia macchinetta è lì, in garage, al calduccio, a fare la nanna. E non me ne frega niente se il meccanico e il carrozziere sulle prime l’hanno guardata con sufficienza perché era vecchia, e di un modello così così, e il perito ha detto con una punta di disprezzo: «Sa, è una macchina senza valore, non come quelle che col tempo reggono la svalutazione..». Chissenefrega se lei non è di gran marca, e magari non è figa e non diventerà mai una vettura d’epoca, una sciccosa Mercedes, una apprezzata Golf.

Io le voglio bene perché è bellissima, ed è la macchinetta mia.

L’istinto

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L’istinto è quella cosa che ti dice di non fidarti di una persona. Non ci sono motivi apparenti, né particolari che stonano: ma l’istinto è lì che ti grida un testa no! no! no!
Comincia così di solito un braccio di ferro, perché tu non sai se seguire l’istinto: ti hanno insegnato che non bisogna lasciarsi guidare dalla superstizione,e poi è democratico e prima ancora cristiano dare una possibilità a tutti, e chiudersi a riccio è stupido, da ignoranti, e non è nemmeno logico, perché la logica non vede nulla che giustifichi l’istinto.
Così non segui l’istinto, anche se lui grida sempre più forte no! No! no!
E poi viene fuori che l’istinto ci aveva visto giusto. Ma mica perché è istinto. È che lui, che è più logico della nostra logica, aveva colto meglio le sfumature, analizzato i non detti, colto quei particolari che la logica superficiale aveva trascurato.
Bisogna seguire l’istinto, sempre. È la cosa più razionale che abbiamo, un vero Sherlock Holmes.

I pacifici celti di Bossi: Roma ladrona e la storia dell’antichità.

Le soddisfazioni nella vita sono anche pubblicare di nuovo articoli di storia su tematiche che avevi tralasciato per qualche anno. Grazie al prof. Antonio Brusa, ecco pubblicato su Historia Ludens un articolo che analizza la storia del mito celtico nella propaganda politica della Lega Nord, dagli anni ’90 ad oggi. Cioè prima delle cravatte su Salvini desnudo. Qui il link per leggerlo.
Ciao.

Accorpiamo le medie alle elementari? Non mi sembra questa grandiosa idea

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Il più grande problema della scuola in questi ultimi tempi sembra sia trovare il modo di ridurre di un anno il percorso formativo. A quanto dichiarano i nostri illuminati governanti è il fatto che i nostri giovani arrivino al diploma a 19 anni che ci frega sul mercato internazionale del lavoro. Personalmente mi viene difficile pensare che, se i nostri giovani si diplomassero 18enni avrebbero la coda di aziende straniere che viene ad assumerli, e che le industrie nostre dicano “Ah sì, guarda, sei bravissimo, peccato che hai già 19 anni, perché se ne avevi 18 ti prendevo subito con contratto a tempo indeterminato.” Ma io sono una professoressa, per cui magari certe dinamiche del mercato del lavoro mi sfuggono, eh.

Quello che invece non mi sfugge è che ridurre di un anno il percorso scolastico sarebbe per lo Stato un bel guadagno: taglio di cattedre e aule dove mettere i ragazzi, costi più contenuti nella gestione. Un risparmio notevole, l’ultimo fatto sulla pelle della scuola, perché non ci vuole un grande esperto di didattica ad immaginare che fare studiare un anno in meno i ragazzi comporterà ovviamente una riduzione del programma o un suo annacquamento. Ma tanto la maggioranza delle persone è comunque convinta che la scuola non serva a nulla e gli insegnanti, tutti, in blocco, stiano in classe a chiacchierare di politica e prendere il caffè, quindi chissenefrega.

Posto quindi che bisogna tagliare un anno, bisogna decidere dove. E qua si sono sbizzaritti: si è pensato di far entrare i ragazzi alle elementari a cinque anni, ma sono insorte le maestre della materna, dicendo i bambini a quell’età sono troppo piccoli per poter affrontare la scuola(mi astengo dal commentare, io ho iniziato la prima a cinque anni e non ne ho riportato traumi, anche se ero in classe con bambini di sei anni e quell’età un anno è un mondo, quindi in classi in cui tutti avessero cinque anni i problemi dovrebbero essere minori ancora, ma sono le maestre le esperte di didattica di quella fascia di età, per cui mi inchino). Hanno provato a proporre di ridurre a quattro anni il liceo, ma qua persino i tribunali hanno dato torto.

Ora la nuova idea, partorita da Berlinguer, è di fondere  e quindi mettere insieme elementari e medie, ovviamente riducendo il tutto di un anno. Cosa abbia in testa Berlinguer dall’articolo non è ben chiaro, perché parla di un riordino complessivo del ciclo della primaria dai 3 ai 16 anni, quindi non sarebbero solo le medie toccate, ma anche il biennio delle superiori. Chiarisce che non vuole toccare la scuola materna per la sua funzione importantissima di “prescuola”, ma non dice esattamente come intenda accorpare elementari e medie, per giunta tagliando un anno dell’una o dell’altra, a questo punto.

Già accorpare così due scuole che però hanno notevoli diversità è una bella grana. Alle elementari, infatti, il personale docente è formato da maestre, tanto per cominciare, alle medie da professori. La formazione dei due gruppi è diversa, e diversa è la didattica: le maestre hanno studiato per avere a che fare con alunni più piccoli e hanno una formazione più generale, il professore è un tecnico di una materia specifica ed è abituato ad interagire con alunni più grandi di età, il che cambia completamente sia l’approccio sia la didattica. Se uniamo i due segmenti, o si lasciano le maestre ad occuparsi degli alunni più piccoli (ma allora non si fonde nulla, semplicemente si accorpano due cose organizzate in modo diverso, il che, peraltro, già avviene negli istituti comprensivi), oppure si deve pensare ad una struttura in cui la “maestra di italiano” possa seguire una classe dalla prima alla attuale terza media, e vabbe’. Però il povero professore di italiano che fa? Non è pensabile che lo si metta ad occuparsi di una prima elementare o di una terza elementare, e non per lui, ma per i suoi alunni: il professore di italiano non è abituato ad interagire con bambini così piccoli, e non ha gli strumenti e la preparazione didattica per farlo. Alle volte potrebbe anche non averne neppure la vocazione, perché ha scelto di andare ad insegnare una materia specifica ad alunni più grandi, e per imparare le tecniche per destreggiarsi con bambini più piccolini gli ci potrebbero volere anni, posto che gli riesca. Sulla pelle di quei piccini che intanto gli capitano in classe, ovviamente. Quindi una riorganizzazione di questo tipo è semplicemente impensabile.

Si pongono poi anche problemi tecnico burocratici e persino economici. Maestri e professori hanno un contratto diverso, e una diversa retribuzione. Se entriamo tutti a far parte della stessa struttura dovrebbero pagarci uguale, il che per esempio per i professori rappresenterebbe un aumento di stipendio, che forse però le casse dello Stato in questo momento non sono in grado di mettere a bilancio, ma vorrebbe anche dire una revisione completa del contratto delle due categorie, e anche una riorganizzazione totale delle scuole medie e anche dei primi due anni delle superiori: l’unica possibilità per rivedere infatti l’organizzazione generale sarebbe quella di creare un secondo ciclo di 4 anni dopo le elementari, in cui insegnano i professori delle ex medie. Ma questo avrà un impatto notevole anche sulla logistica: vuol dire che in pratica le scuole superiori verranno “smembrate”: il biennio passa alle ex medie, con conseguente perdita di tutte le materie di indirizzo specifiche, o la loro forte riduzione. In pratica i ragazzi fino a 15 anni fanno tutti la stessa scuola, poi negli ultimi 3 seguiranno l’indirizzo scelto specifico. A parte la falcidia di cattedre di noi insegnanti, bisognerà però affrontare il problema che i ragazzi usciranno sì a 18 anni ma sapendo molto meno di quanto sapevano prima del loro settore specifico, perché avranno studiato le materie di indirizzo solo per 3.

Altre strade per una riorganizzazione simile non ne vedo, e questa ha alcuni punti che mi lasciano piuttosto perplessa, non tanto per il rischio di perdere posti di lavoro per noi docenti, ma per il rischio di fornire alla fine un servizio molto più ridotto agli alunni, che si ritroverebbero a studiare le loro materie di indirizzo per meno tempo. Se il problema è che già adesso escono impreparati al mondo del lavoro, non si vede come questa organizzazione dovrebbe riuscire a prepararli meglio o di più.

Inoltre se impostata così non sarebbe, come dice Berlinguer, fondere medie con elementari, ma piuttosto fondere medie con il biennio di superiori (cosa che almeno avrebbe il vantaggio di unificare insegnanti che hanno per lo meno la stessa formazione di base e si occupano di fasce di età affini con una didattica simile). Se invece si pensa di accorparci semplicemente alle elementari, mi vengono i brividi, perché io, e molti altri colleghi, non siamo semplicemente formati per tenere classi di ragazzini di 8 o 10 anni, e quello in realtà non è il mestiere per cui siamo stati assunti. Quindi, molto probabilmente, se passasse questo migreremmo subito alle superiori. Dato che l’abilitazione per insegnare ai più grandi ce l’abbiamo, mentre le competenze per insegnare ai più piccoli no, e sono cose che non si improvvisano se si vuole fare seriamente il proprio lavoro.

Prove, indizi e voti

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Sì, certo, non è una prova una foto che ti mostra a cena con dei mafiosi. Sì certo, non è una prova, che abbiano il tuo numero di telefono, e ti chiamino e tu risponda loro indicandoli con nomignoli affettuosi. Sì, certo, non è una prova se questi poi tra loro affermano di averti in pugno, e di poterti far fare quello che vogliono.

Non è una prova che tu sia coinvolto in qualcosa di penalmente rilevante, certo, no.

Ma è la prova che frequenti gente schifosa, d’abitudine.

E se sei un politico e lo sai, è la prova che è meglio che non ti voti.

Ma se sei un politico e non lo sai nemmeno, e non ti è neppure mai venuto il sospetto che fosse meglio non aver niente a che spartire con certa gente, è il caso che non ti voti più nessuno, perché è la prova che sei abbastanza scemo, credimi.

Perché maltrattate il povero Omero così?

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Spiegatemi, perché da sola non ci arrivo. Avete un poema, vecchiotto, ok, ma che funziona da una cosa tipo 2000 e passa anni, ha una trama perfetta, un orologino di colpi di scena e di personaggi che si intersecano fra loro come un balletto sincronizzato. E siccome decidete di farne una riduzione televisiva, invece di prenderlo com’è, dando solo un’aggiustatina ai dialoghi, magari, no, lo prendete, lo stravolgete, ci aggiungete particolari a cavolo che ingarbugliano tutto senza portare un briciolo di senso in più, tipo principesse troiane che sono arrivate a Itaca prima di Ulisse, mentre lui no, suoi soldati che stanno nell’isola beati, non si capisce tornati a casa come, e una regina che si lascia smanacciare dal primo aedo di passaggio.

Insomma un garbuglio, un pateracchio, che non bastano a riscattare un protagonista passabilmente figo e una Penelope che pare uscita dalla pubblicità di Chanel.

Spiegatemi, perché da sola non ci arrivo: il povero vecchio Omero, che gli antichi accusavano di essere pieno di incongruenze, è riuscito a scrivere una sceneggiatura che sta in piedi assai meglio della vostra, mentre voi, cari i miei scribacchini, questa robaccia qua, che è più sfracasciata di una telenovela d’accatto. Perché non usate la sua trama originale, santi numi? Cos’è? Avete paura che vi pianti una causa legale per il copyright?

Grillo, la politica e l’one man show

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Adesso che è lì, solo, a meditare dopo aver deciso che è stanco e si ritira, a me Beppe Grillo fa un po’ di tenerezza. Ha passato gli ultimi anni a gridare vaffanculi alla politica, ai politicanti di mestiere, ad inondare di insulti i partiti e quei vecchi dinosauri d’apparato che allignavano per anni nelle segreterie, gestendo il lavorio quotidiano dell’organizzazione. Li ha disprezzati, vilipesi, assieme alle cervellotiche procedure dei congressi, delle tessere, delle mozioni, agli elefantiaci dibattiti interni e bilancini fra proposte di correnti diverse e di spifferi vari.

Son convinta che ci credeva, che la sua rabbia era sincera. E’ quella che prende abitualmente chi sta fuori dalla politica e la vede arenarsi in quelle che sembrano questioni di lana caprina avulse dalla realtà. Pensi, quando sei fuori, che basti dare una spallata, far cadere tutto, perché tutte quelle lentezze sono solo imbrogli e furbizie di chi vuole tenersi il potere e far finta di essere necessario.

Poi però ci entri, in politica, anche solo per fare il consigliere di quartiere. E ti accorgi che no. Che quelle procedure elefantiache e spesso gonfiate sono però necessarie. Perché garantiscono la democrazia, permettono un dibattito in cui si sentono poi davvero tutte le campane. Che per ogni assemblea, compresa quella del pianerottolo, ci vogliono un segretario, un presidente, e qualcuno che presenta le mozioni e gli altri che controllano che il voto si svolga regolarmente. Che per scrivere una mozione, o una delibera, fosse solo per decidere in quale giorno si lavano le scale a turno, ci vuole capacità di mediazione degna dell’ONU, e poi anche abilità tecnica e preparazione giuridica, perché scrivere è scrivere, e scrivere una cazzata è un attimo.

Ti accorgi che dare le spallate non è così semplice e così immediato, soprattutto perché le spallate servono a poco, persino se riescono. Bisogna invece saper giocare di sponda ed accordarsi, proporre 50 per ottenere il 10 che davvero interessa a te, mediare, smussare, talvolta rinunciare a quello che non si può avere ora ma che magari si riuscirà ad avere in seguito, stringere la mano a gente che non ti piace tanto ma è utile, o necessaria. La politica è l’arte della pazienza, non è una gara dei cento metri, è una maratona.

Grillo non è un politico, è un mattatore che va sul palco ed è abituato ad organizzarsi lo spettacolo da solo. E’ lui che scrive i copioni, è lui che si presenta sul proscenio e doma il pubblico. Trascina il popolo, sì. Ma finita la performance basta, il suo compito è finito. E in politica non è così. Quando hai finito lo spettacolo, comincia il tutto. Ed è lì che ti ci vuole dietro la struttura che lavora alle tue spalle, fatta di gente un po’ grigia e nascosta, ma fondamentale: Grillo è il comico che va sul palco, ma il partito è il palco, è il teatro, è la struttura, è quello che resta prima e dopo lo spettacolo, ed organizza i festival, le stagioni e le tourné. E’ una macchina e funziona solo se ci sono compiti ben precisi e distinti, e ognuno fa magari una cosa sola, ma bene.

Ai Grillini, se vogliono sopravvivere e far politica, banalmente, ci vuole un partito. Una struttura, una organizzazione stabile. Ci vogliono tecnici che lavorino costantemente e preparino i materiali, formino le competenze. A tempo pieno e pagati, perché tutto il lavorio dietro le quinte non lo puoi fare quando hai due minuti liberi per collegarti ad un sito e impapocchiare qualcosa alla bell’e meglio, fra il cambio del pannolino del pupo e la cena di lavoro con il capo. La politica è una cosa seria, se la vuoi far bene, non può essere un hobby da ritagli di tempo libero.

I Grillini, è fatale, diventeranno un po’ meno grillini, se vogliono provare a far politica bene, da adulti. Grillo resterà probabilmente Grillo, perché tutto questo non fa per lui. A lui piace il palco, e l’invettiva. E gli riescono benissimo. Ma quella non è politica, è il suo show.

Non aveva capito la differenza. Ora forse sì. Per quello s’è stancato.

Mina e il problema del politically correct

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Il problema è che Mina è così. Da quando la conosco, cioè da tanto. Fin da ragazzina, alle feste, fra amici. Ogni volta che si parlava di qualcosa, lei doveva essere per forza l’intellettuale “contro”. Bastava però che il “contro” fosse qualcosa di tendenzialmente inutile. Voglio dire, mai che fosse contro qualcosa di serio, tipo la pena di morte, o lo sfruttamento sul lavoro.
No, Mina è quella che quando ti scappa di dire in pubblico: “Mamma mia che palle la De Filippi!” Lei ti attacca un pippone scandalizzato, spiegandoti che sei due palle tu, altro che la De Filippi, o il Grande Fratello. Perché la De Filippi, il Grande Fratello, e naturalmente quel povero ragazzo di Corona ora ingiustamente recluso, sono quelli che del nostro tempo hanno capito tutto, dei geni, dei veri eroi, e tu, tu che li disprezzi, sei invece un povero saccente sfigato intelletualino di campagna, senza la capacità di capire il vero sentiment del mondo in cui vive. E dice proprio sentiment, per giunta, poi.
Mina è così. Tesse le lodi di ogni libro di Fabio Volo e di Moccia, a prescindere: perché sì, certo che sono scritti da schifo, ma vendono, e tu che difendi Proust, ammettilo, Proust ha mai venduto un cazzo?
È inarrestabile, quando comincia, Mina. Non prende nemmeno fiato, tanto s’infervora a rovesciarti addosso gragnole di insulti, a te, verme, che non hai capito che la Rivoluzione Francese l’ha spiegata perfettamente Lady Oscar, e una intervista di Barbara D’Urso vale più di venti volumi di Enzo Biagi, che poi è anche morto, il vecchio bacucco, e quindi non conta comunque più.
E via, continua, a sciorinare questa neo cultura dove solo chi vende ha diritto di essere considerato, perché è un vincente, e qualsiasi cretino decerebrato diventi per venti minuti un idiolo viene automaticamente annoverato fra i fenomeni ed i miti, e se non sei d’accorto sei un povero scemo invidioso, stupido, gretto, fuori dal mondo, e te lo dice in faccia sputandoti addosso insulti, perché un’altra delle cose che Mina odia è quella ipocrisia del politically correct, ovviamente, e lei, che ipocrita non è, ovviamente se ne strafrega.
Il problema di Mina è che è così. Da sempre. Probabilmente perché, a causa di quel politically correct che disprezza, non ha mai trovato qualcuno che la guarda in faccia e le dice: “Taci, oca!”

Se la Cristoforetti è brutta, voi siete scemi (ed è peggio)

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Auguro a codesti signori che la prossima volta che posteranno sul loro profilo di fb uno status in cui annunciano, chessò, di aver avuto una qualche lode o un successo sul lavoro (Nell’improbabile caso che tizi del genere sappiano fare qualcosa), subito qualcuno commenti in bella vista: “ah! ma ti hanno promosso perché lo sanno tutti che vai a letto con il tuo capo!” Oppure: “be’ ti hanno preso perché qualcuno doveva pure pulire la sala a fine riunione!” O meglio ancora: “Sei brutto, e sappiamo tutti che ce l’hai anche piccolo e nessuna ti vuole.”
Così, mica per cattiveria. Per par condicio.

Ex che fanno una brutta fine

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Giulia sorbe il caffè gettando uno sguardo annoiato sul bar: “Hai visto i risultati delle elezioni?” Chiede.
“Sì. – faccio io – ma non ho voglia di commentare.”
“Manco io, tranquilla. Sai invece chi era intervistato ieri in tv, a commentarle? *******, te lo ricordi? Non ci sei uscita per un periodo assieme?”
“Sì, secoli fa… Non lo vedo da anni.”
“Non ti sei persa niente. Si è ridotto malissimo.”
“Ingrassato? Invecchiato? Diventato calvo?”
Giulia sospira: “Peggio. Diventato renziano.”
“Uh, poveretto, che brutta fine!”
E addentiamo un bignè.

È un racconto di fantasia, non si fa riferimento ad ex morosi reali e per questo post non è stato maltrattato nessun renziano.

Didone, l’abolizione del classico, la presentazione di libri e gli ex alunni che si commuovono

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Insomma, è inutile negarlo: il groppo in gola c’è. Perché la soddisfazione di scrivere un libro che parla di storia antica e riesce a vendere è già di per sé tanta (compresa quella di fare marameo a tanti che dicono che l’antichità è roba vecchia e non interessa più a nessuno): ma se poi ad organizzare una serata di presentazione per il tuo libro è il tuo vecchio liceo, be’ la soddisfazione cede il posto alla commozione vera e propria.

Le abbiamo sempre fatte, queste cose, al Liceo Elena Corner: quando ero studente mi ricordo le serate di teatro, con il gruppo studentesco che metteva in scena ogni anno una commedia o una tragedia greca, ed organizzava festival e convegni sulla tradizione classica. Ma, ovviamente, da studente non pensi mai che un giorno sul palco ci sarai tu, e che saranno proprio i ragazzi del gruppo di teatro e leggere dei passi del tuo libro.

Ti stupisce perché poi sono proprio come eri tu quando eri studente: entusiasta del mondo antico, e curiosa, ed interessata ad imparare perché quei Greci e Romani così distanti nel tempo erano invece riusciti ad insegnarteli come qualcosa di vicino e di simile a te, da cui imparare per il presente.

C’è una grande aria di polemica, in questi giorni, sull’utilità del Liceo Classico, che molti considerano un posto dove si insegnano cose inutili e non spendibili nella vita di tutti i giorni. Io invece quando ricordo i miei anni al liceo ricordo discussioni contemporaneissime sui problemi ed i limiti della democrazia diretta ad Atene, il ruolo della propaganda politica nei tragici greci, i ragionamenti sul peso delle donne nella società, sulla pace, sulla guerra, sull’economia dell’impero o il problema della sostenibilità del welfare nella polis. Tutti argomenti di stringente attualità che noi studiavamo attraverso i classici, e scoprendo con stupore che sono classici proprio per questo: perché tu li leggi e non parlano di cose vecchie e valide solo per il mondo di millemila anni fa, ma si pongono gli stessi identici problemi di oggi e cercano soluzioni come le cercheresti tu.

Ecco, per me il classico è stato questa roba qua, non una serie di ore in cui si compitavano frasi astruse in lingue morte. Mi ha insegnato a vedere le cose da più prospettive, a confrontarmi con mondi diversi, a cogliere quel filo rosso che lega le epoche storiche e i problemi, a pensare in prospettiva, non solo appiattita sul presente e sull’ultima emergenza che ci si para davanti convinti che sia la prima volta che qualcosa di simile capita al mondo.

Non ho imparato a conoscere l’antichità, nel mio liceo, ho imparato a ragionare sulla vita, com’era allora e com’è oggi. Per questo mi sono commossa quando sono salita sul palco e ho presentato il mio libro: mi pareva di restituire un po’ di quello che mi era stato dato dalla mia scuola. Che è stata al di là di ogni possibile retorica un’ottima scuola: efficace, moderna, adatta a prepararci ad affrontare il mondo. Come erano moderni, svegli ed adatti ad affrontare il mondo i ragazzi che hanno partecipato allo spettacolo, hanno recitato, fatto domande, interagito con me e con gli altri relatori. E che, esattamente come i miei compagni di classe, andranno poi a frequentare le facoltà più disparate, non solo quelle umanistiche: economia, ingegneria, legge, matematica.

Quindi, ecco, la finisco qua, ancora con la lacrimuccia che è commozione, ma anche gratitudine. E’ bello sentire che hai fatto parte di una scuola che era più che un edificio, ma una comunità, e che quella comunità c’è ancora e continua a formare altri. Non per quella balla che è la scuola per la classe dirigente o altre stupidaggini simili: quello è folklore superato. Perché insegna a pensare, a ragionare, a interrogarsi sul presente e sul futuro.

E di questi tempi, credetemi, non ne possiamo proprio fare a meno, no.

La ceretta di Angela Merkel

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Ecco, per dire, signora Moretti, io ho come l’impressione che se un giornalista, per quanto scalcagnato, si trovasse a poter intervistare una vera donna di potere, tipo la Merkel, non credo che le chiederebbe quante volte va dal parrucchiere o dall’estetista. E non solo perché la Merkel magari non è proprio una bellezza sfolgorante, ma proprio perché, checché si pensi di lei, se hai davanti una politica tosta davvero e sveglia, come la Merkel, tutto ti viene da domandarle, salvo qualche cretinata tipo quante volte al mese si fa la ceretta o la messa in piega, perché di argomenti più interessanti te ne vengono in mente millemila.
Quindi, signora Moretti, se a lei invece un giornalista non trova di meglio che farle domande su cose che riguardano il trucco, o l’acconciatura, credo che ci debba meditare un po’ sopra.
Così, a naso, eh.

L’educazione sessuale cristiana e la ristrutturazione edilizia

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Girava ieri su Facebook un post preso da Famiglia Cristiana, in cui il giornale diffondeva un preciso e circostanziato decalogo ai genitori, per spiegare loro come difendere i figli dai gravi pericoli che possono correre a scuola. Quali, vi chiederete voi. Forse il bullismo? O i pericoli fisici di crolli, dato che le strutture scolastiche sono quelle che sono e i genitori dovrebbero vigilare se tutti i controlli sono stati fatti e gli edifici sono a norma? Nooooo! L’educazione all’affettività, un terribile cavallo di Troia sotto il cui nome apparentemente inoffensivo – o meglio, reso inoffensivo con diplomazia, perché a chiamarla educazione sessuale e basta il genitore italico va nel panico – si cela, secondo Famiglia Cristiana, la terribile ideologia gender. I ragazzini, i nostri figli, rischiano dunque di sentir parlare in classe di omosessualità e di rifiuto dell’omofobia, e questo non è certo cristianamente accettabile, perché, come si sa, tutti gli studi dimostrano che se partecipi in classe ad un dibattito sull’omosessualità e rifletti sull’assurdità della discriminazione omofoba,  poi finisce che diventi un po’ gay anche tu,  o peggio ti metti in testa strane idee, tipo che magari tutti hanno il santo diritto di amare chi vogliono; ed è ancora più scientificamente provato che il vero uomo non solo deve puzzà, ma non deve neppure prendere in considerazione che al mondo esistano orientamenti sessuali diversi dal suo.

Quindi Famiglia Cristiana invitava i genitori non solo a sorvegliare, ma anche a darsi attivamente da fare per bloccare ogni iniziativa, interrogando ogni giorno i pargoli su quanto venisse detto a scuola, inviando lettere ed esposti al Tar (e anche alle Nazioni Unite, presumo) se vengono proposte conferenze sul tema, tenendo i figli a casa per evitare che possano partecipare a questa attività, nel caso non si sia riusciti a farle annullare.

Mentre leggevo le dettagliate e cristianissime istruzioni date ai genitori da Famiglia Cristiana per evitare che i figli possano pensare che essere omosessuali è una cosa normale, come al solito avevo la tv in sottofondo, e, anche lì, come al solito, era su uno di quel canali del digitale terrestre dove passano tutto il giorno programmi in cui si ristrutturano le case. Ho alzato gli occhi, e c’erano i due conduttori dello Show, due fratelli, uno architetto e l’altro agente immobiliare, che stavano ristrutturando l’abitazione di due signori simpaticissimi, omosessuali, sposati e con tre bambini. Una famiglia normalissima, in cui i due babbi discutevano felici del colore da dare alle pareti nella camera dei bimbi, mentre i bimbi medesimi, due gemellini biondi e una pupetta mora, trotterellavano giocando e frignacchiavano per farsi prendere in braccio. L’altra famiglia della puntata era costituita da due signore, anche loro omosessuali e sposatissime, che avevano la passione per la motocicletta e cercavano una casa con doppio garage.

Mi è venuto da ridere al pensiero dei genitori cristianissimi che terranno i figli a casa per evitare che possano assistere ad una conferenza a scuola sull’omosessualità, e poi magari li lasceranno allegramente a guardare la tv, ignari che vedranno là dei felicissimi esempi di famiglie gay perfettamente normali ed integrate.

Dove non arriverà la scuola, a causa della sorveglianza stretta dei genitori, può darsi che arrivi la ristrutturazione edilizia.

Galatea, gli incidenti in macchina e l’Italia in cui serve sempre conoscere qualcuno

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Quindi, c’è la pioggia, e tu già smadonni perché è un muro d’acqua che non si vede da qua a là. Stai andando per giunta a fare una visita di controllo che ogni volta che la devi fare ti dà sempre un po’ angoscia, perché sì, di solito è solo un proforma, ma hai visto mai. Quindi piove, piove, piove, che Dio la manda e forse, vista la quantità, anche tutti gli altri numi di religioni dimenticate. Sulle strisce la signora col passeggino, anche lei fradicia e spazientita per la pioggia, si butta letteralmente in mezzo alla strada, senza guardare, e tu inchiodi di brutto, incrociando le dita che le gomme invernali appena messe su facciano il loro dovere, perché ti sembra impossibile non centrare il pupo. Invece ce la fai, il passeggino è salvo e la signora passa, tu ti congratuli con te stessa e BAAAAANNGGGGG! Senti il colpo, il crash dei vetri rotti dello sportello dietro che va in frantumi e realizzi che il Suvvone da duecento tonnellate che stava dietro a te ti è arrivato tutto addosso e ti ha ridotto la macchina ad una polpetta.

Quindi via, tre quarti d’ora per cercare di compilare il modulo della cnostatazione, che è peggio di un test d’intelligenza perché ha una valanga di voci, è scritto in piccolissimo, e poi a te fa male la testa e il collo perché hai preso una capocciata. Che sul momento dici è niente, ma poi quando torni a casa, ti rendi conto che il collo ti fa un male cane e non riesci a girarlo più. Allora via, il vicino che ti accompagna al PS, dove passi tre ore in attesa, con la ilare compagnia di un ragazzotto pieno di piercing che alterna gli sms alle bestemmie ed agli insulti a mezza bocca conto i “cani dei Rom che rubano” e  contro i “negri di merda” che passano prima di lui al triage.

Quindi ti riempiono di antidolorifici e ti dimettono, all’una di notte, in mezzo al niente perché l’ospedale è in un posto sperduto e dimenticato da Dio e anche dalla congrega di tutte le altre divinità dismesse; cerchi di chiamare un taxi, ma scopri che nel paesello dell’ospedale i taxi non fanno servizio notturno, e quelli di Mestre non accettano chiamate a quell’ora per venire fino a lì, e l’unico consiglio che ti sa dare l’infermiere all’accettazione è “Prenda il bus”, che però di notte non passa. Quindi recuperi il solito vicino, a cui dovrai fare un monumento, che si alza dal letto e viene a recuperarti.

E mentre ti porta a casa infreddolita e anche un po’ singhiozzante perché alla fine tutta la tensione della giornata in qualche modo la devi sfogare, pensi che sì, Italia è quella nazione di gente meravigliosa che se hai bisogno di aiuto si alza all’una di notte dal letto per venirti a recuperare in un Pronto Soccorso. ma è anche quella maledetta nazione del cazzo dove se sei sola, all’una di notte, e dolorante perché appena dimessa da un pronto soccorso, o hai un amico o un parente da chiamare, o sei fottuta.

Cometa Buffa

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Vorrei esternare la massima solidarietà a Mario Buffa, il giornalista del Tg4 che ieri ha fatto un servizio sulla sonda Rosetta che è finalmente atterrata sulla cometa.

Il prode cronista ha giustamente rilevato che la “missione” tanto lodata di questo maledetto affare (dicesi sonda spaziale, ma sempre affare, al massimo, per Buffa può essere) può eccitare al massimo qualche scienziato, categoria formata da gente notoriamente bislacca, che si entusiasma per cose senza senso, mentre si sa che le persone sane di mente, tipo i giornalisti del Tg4, si entusiasmano per cose ben più logiche, come una dichiarazione di Berlusconi o una pacca sulla spalle di Emilio Fede. La sonda, pardon, l’affare, invece è maligna, cattiva, e instumento del dimonio, perché toglie alle comete tutta la poesia: ha mostrato al mondo che una cometa è un sasso, anche se navigante nel cosmo, mentre la gente normale come i giornalisti del Tg4 preferiva pensarle come… veramente non è ben chiaro come, dal servizio, ma certo come una roba molto poetica e poco cosmica, che appare nel cielo non per un fenomeno fisico, ma solo quando nasce qualche messia.

Sì, lo so, vado contro corrente, perché al povero Buffa (un nome, una garanzia) han detto di tutto, questi alfieri del razionalismo d’accatto, dicendogli che il suo servizio era medioevale, oscurantista, di una ignoranza scientifica pari solo al suo pressappochismo, una vergogna che in un paese moderno ma anche solo avanzato non sarebbe stata mandato in onda neppure nella rubrica “castronerie”, figuriamoci in un telegiornale nazionale.

Io invece sono solidale con il povero Buffa, lo vorrei abbracciare, e persino tenergli la manina, per questa sua innocente convinzione che le comete non siano oggetti cosmici ma qualcosa di simile alle leggende, o agli elfi. Lo dobbiamo in qualche modo proteggere il povero Buffa. Non oso pensare che trauma subirà, infatti, quando gli diranno che Babbo Natale non esiste e non c’è nessuna pentola piena di monete d’oro ai piedi dell’arcobaleno.

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