Didone, l’abolizione del classico, la presentazione di libri e gli ex alunni che si commuovono

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Insomma, è inutile negarlo: il groppo in gola c’è. Perché la soddisfazione di scrivere un libro che parla di storia antica e riesce a vendere è già di per sé tanta (compresa quella di fare marameo a tanti che dicono che l’antichità è roba vecchia e non interessa più a nessuno): ma se poi ad organizzare una serata di presentazione per il tuo libro è il tuo vecchio liceo, be’ la soddisfazione cede il posto alla commozione vera e propria.

Le abbiamo sempre fatte, queste cose, al Liceo Elena Corner: quando ero studente mi ricordo le serate di teatro, con il gruppo studentesco che metteva in scena ogni anno una commedia o una tragedia greca, ed organizzava festival e convegni sulla tradizione classica. Ma, ovviamente, da studente non pensi mai che un giorno sul palco ci sarai tu, e che saranno proprio i ragazzi del gruppo di teatro e leggere dei passi del tuo libro.

Ti stupisce perché poi sono proprio come eri tu quando eri studente: entusiasta del mondo antico, e curiosa, ed interessata ad imparare perché quei Greci e Romani così distanti nel tempo erano invece riusciti ad insegnarteli come qualcosa di vicino e di simile a te, da cui imparare per il presente.

C’è una grande aria di polemica, in questi giorni, sull’utilità del Liceo Classico, che molti considerano un posto dove si insegnano cose inutili e non spendibili nella vita di tutti i giorni. Io invece quando ricordo i miei anni al liceo ricordo discussioni contemporaneissime sui problemi ed i limiti della democrazia diretta ad Atene, il ruolo della propaganda politica nei tragici greci, i ragionamenti sul peso delle donne nella società, sulla pace, sulla guerra, sull’economia dell’impero o il problema della sostenibilità del welfare nella polis. Tutti argomenti di stringente attualità che noi studiavamo attraverso i classici, e scoprendo con stupore che sono classici proprio per questo: perché tu li leggi e non parlano di cose vecchie e valide solo per il mondo di millemila anni fa, ma si pongono gli stessi identici problemi di oggi e cercano soluzioni come le cercheresti tu.

Ecco, per me il classico è stato questa roba qua, non una serie di ore in cui si compitavano frasi astruse in lingue morte. Mi ha insegnato a vedere le cose da più prospettive, a confrontarmi con mondi diversi, a cogliere quel filo rosso che lega le epoche storiche e i problemi, a pensare in prospettiva, non solo appiattita sul presente e sull’ultima emergenza che ci si para davanti convinti che sia la prima volta che qualcosa di simile capita al mondo.

Non ho imparato a conoscere l’antichità, nel mio liceo, ho imparato a ragionare sulla vita, com’era allora e com’è oggi. Per questo mi sono commossa quando sono salita sul palco e ho presentato il mio libro: mi pareva di restituire un po’ di quello che mi era stato dato dalla mia scuola. Che è stata al di là di ogni possibile retorica un’ottima scuola: efficace, moderna, adatta a prepararci ad affrontare il mondo. Come erano moderni, svegli ed adatti ad affrontare il mondo i ragazzi che hanno partecipato allo spettacolo, hanno recitato, fatto domande, interagito con me e con gli altri relatori. E che, esattamente come i miei compagni di classe, andranno poi a frequentare le facoltà più disparate, non solo quelle umanistiche: economia, ingegneria, legge, matematica.

Quindi, ecco, la finisco qua, ancora con la lacrimuccia che è commozione, ma anche gratitudine. E’ bello sentire che hai fatto parte di una scuola che era più che un edificio, ma una comunità, e che quella comunità c’è ancora e continua a formare altri. Non per quella balla che è la scuola per la classe dirigente o altre stupidaggini simili: quello è folklore superato. Perché insegna a pensare, a ragionare, a interrogarsi sul presente e sul futuro.

E di questi tempi, credetemi, non ne possiamo proprio fare a meno, no.

La ceretta di Angela Merkel

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Ecco, per dire, signora Moretti, io ho come l’impressione che se un giornalista, per quanto scalcagnato, si trovasse a poter intervistare una vera donna di potere, tipo la Merkel, non credo che le chiederebbe quante volte va dal parrucchiere o dall’estetista. E non solo perché la Merkel magari non è proprio una bellezza sfolgorante, ma proprio perché, checché si pensi di lei, se hai davanti una politica tosta davvero e sveglia, come la Merkel, tutto ti viene da domandarle, salvo qualche cretinata tipo quante volte al mese si fa la ceretta o la messa in piega, perché di argomenti più interessanti te ne vengono in mente millemila.
Quindi, signora Moretti, se a lei invece un giornalista non trova di meglio che farle domande su cose che riguardano il trucco, o l’acconciatura, credo che ci debba meditare un po’ sopra.
Così, a naso, eh.

L’educazione sessuale cristiana e la ristrutturazione edilizia

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Girava ieri su Facebook un post preso da Famiglia Cristiana, in cui il giornale diffondeva un preciso e circostanziato decalogo ai genitori, per spiegare loro come difendere i figli dai gravi pericoli che possono correre a scuola. Quali, vi chiederete voi. Forse il bullismo? O i pericoli fisici di crolli, dato che le strutture scolastiche sono quelle che sono e i genitori dovrebbero vigilare se tutti i controlli sono stati fatti e gli edifici sono a norma? Nooooo! L’educazione all’affettività, un terribile cavallo di Troia sotto il cui nome apparentemente inoffensivo – o meglio, reso inoffensivo con diplomazia, perché a chiamarla educazione sessuale e basta il genitore italico va nel panico – si cela, secondo Famiglia Cristiana, la terribile ideologia gender. I ragazzini, i nostri figli, rischiano dunque di sentir parlare in classe di omosessualità e di rifiuto dell’omofobia, e questo non è certo cristianamente accettabile, perché, come si sa, tutti gli studi dimostrano che se partecipi in classe ad un dibattito sull’omosessualità e rifletti sull’assurdità della discriminazione omofoba,  poi finisce che diventi un po’ gay anche tu,  o peggio ti metti in testa strane idee, tipo che magari tutti hanno il santo diritto di amare chi vogliono; ed è ancora più scientificamente provato che il vero uomo non solo deve puzzà, ma non deve neppure prendere in considerazione che al mondo esistano orientamenti sessuali diversi dal suo.

Quindi Famiglia Cristiana invitava i genitori non solo a sorvegliare, ma anche a darsi attivamente da fare per bloccare ogni iniziativa, interrogando ogni giorno i pargoli su quanto venisse detto a scuola, inviando lettere ed esposti al Tar (e anche alle Nazioni Unite, presumo) se vengono proposte conferenze sul tema, tenendo i figli a casa per evitare che possano partecipare a questa attività, nel caso non si sia riusciti a farle annullare.

Mentre leggevo le dettagliate e cristianissime istruzioni date ai genitori da Famiglia Cristiana per evitare che i figli possano pensare che essere omosessuali è una cosa normale, come al solito avevo la tv in sottofondo, e, anche lì, come al solito, era su uno di quel canali del digitale terrestre dove passano tutto il giorno programmi in cui si ristrutturano le case. Ho alzato gli occhi, e c’erano i due conduttori dello Show, due fratelli, uno architetto e l’altro agente immobiliare, che stavano ristrutturando l’abitazione di due signori simpaticissimi, omosessuali, sposati e con tre bambini. Una famiglia normalissima, in cui i due babbi discutevano felici del colore da dare alle pareti nella camera dei bimbi, mentre i bimbi medesimi, due gemellini biondi e una pupetta mora, trotterellavano giocando e frignacchiavano per farsi prendere in braccio. L’altra famiglia della puntata era costituita da due signore, anche loro omosessuali e sposatissime, che avevano la passione per la motocicletta e cercavano una casa con doppio garage.

Mi è venuto da ridere al pensiero dei genitori cristianissimi che terranno i figli a casa per evitare che possano assistere ad una conferenza a scuola sull’omosessualità, e poi magari li lasceranno allegramente a guardare la tv, ignari che vedranno là dei felicissimi esempi di famiglie gay perfettamente normali ed integrate.

Dove non arriverà la scuola, a causa della sorveglianza stretta dei genitori, può darsi che arrivi la ristrutturazione edilizia.

Galatea, gli incidenti in macchina e l’Italia in cui serve sempre conoscere qualcuno

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Quindi, c’è la pioggia, e tu già smadonni perché è un muro d’acqua che non si vede da qua a là. Stai andando per giunta a fare una visita di controllo che ogni volta che la devi fare ti dà sempre un po’ angoscia, perché sì, di solito è solo un proforma, ma hai visto mai. Quindi piove, piove, piove, che Dio la manda e forse, vista la quantità, anche tutti gli altri numi di religioni dimenticate. Sulle strisce la signora col passeggino, anche lei fradicia e spazientita per la pioggia, si butta letteralmente in mezzo alla strada, senza guardare, e tu inchiodi di brutto, incrociando le dita che le gomme invernali appena messe su facciano il loro dovere, perché ti sembra impossibile non centrare il pupo. Invece ce la fai, il passeggino è salvo e la signora passa, tu ti congratuli con te stessa e BAAAAANNGGGGG! Senti il colpo, il crash dei vetri rotti dello sportello dietro che va in frantumi e realizzi che il Suvvone da duecento tonnellate che stava dietro a te ti è arrivato tutto addosso e ti ha ridotto la macchina ad una polpetta.

Quindi via, tre quarti d’ora per cercare di compilare il modulo della cnostatazione, che è peggio di un test d’intelligenza perché ha una valanga di voci, è scritto in piccolissimo, e poi a te fa male la testa e il collo perché hai preso una capocciata. Che sul momento dici è niente, ma poi quando torni a casa, ti rendi conto che il collo ti fa un male cane e non riesci a girarlo più. Allora via, il vicino che ti accompagna al PS, dove passi tre ore in attesa, con la ilare compagnia di un ragazzotto pieno di piercing che alterna gli sms alle bestemmie ed agli insulti a mezza bocca conto i “cani dei Rom che rubano” e  contro i “negri di merda” che passano prima di lui al triage.

Quindi ti riempiono di antidolorifici e ti dimettono, all’una di notte, in mezzo al niente perché l’ospedale è in un posto sperduto e dimenticato da Dio e anche dalla congrega di tutte le altre divinità dismesse; cerchi di chiamare un taxi, ma scopri che nel paesello dell’ospedale i taxi non fanno servizio notturno, e quelli di Mestre non accettano chiamate a quell’ora per venire fino a lì, e l’unico consiglio che ti sa dare l’infermiere all’accettazione è “Prenda il bus”, che però di notte non passa. Quindi recuperi il solito vicino, a cui dovrai fare un monumento, che si alza dal letto e viene a recuperarti.

E mentre ti porta a casa infreddolita e anche un po’ singhiozzante perché alla fine tutta la tensione della giornata in qualche modo la devi sfogare, pensi che sì, Italia è quella nazione di gente meravigliosa che se hai bisogno di aiuto si alza all’una di notte dal letto per venirti a recuperare in un Pronto Soccorso. ma è anche quella maledetta nazione del cazzo dove se sei sola, all’una di notte, e dolorante perché appena dimessa da un pronto soccorso, o hai un amico o un parente da chiamare, o sei fottuta.

Cometa Buffa

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Vorrei esternare la massima solidarietà a Mario Buffa, il giornalista del Tg4 che ieri ha fatto un servizio sulla sonda Rosetta che è finalmente atterrata sulla cometa.

Il prode cronista ha giustamente rilevato che la “missione” tanto lodata di questo maledetto affare (dicesi sonda spaziale, ma sempre affare, al massimo, per Buffa può essere) può eccitare al massimo qualche scienziato, categoria formata da gente notoriamente bislacca, che si entusiasma per cose senza senso, mentre si sa che le persone sane di mente, tipo i giornalisti del Tg4, si entusiasmano per cose ben più logiche, come una dichiarazione di Berlusconi o una pacca sulla spalle di Emilio Fede. La sonda, pardon, l’affare, invece è maligna, cattiva, e instumento del dimonio, perché toglie alle comete tutta la poesia: ha mostrato al mondo che una cometa è un sasso, anche se navigante nel cosmo, mentre la gente normale come i giornalisti del Tg4 preferiva pensarle come… veramente non è ben chiaro come, dal servizio, ma certo come una roba molto poetica e poco cosmica, che appare nel cielo non per un fenomeno fisico, ma solo quando nasce qualche messia.

Sì, lo so, vado contro corrente, perché al povero Buffa (un nome, una garanzia) han detto di tutto, questi alfieri del razionalismo d’accatto, dicendogli che il suo servizio era medioevale, oscurantista, di una ignoranza scientifica pari solo al suo pressappochismo, una vergogna che in un paese moderno ma anche solo avanzato non sarebbe stata mandato in onda neppure nella rubrica “castronerie”, figuriamoci in un telegiornale nazionale.

Io invece sono solidale con il povero Buffa, lo vorrei abbracciare, e persino tenergli la manina, per questa sua innocente convinzione che le comete non siano oggetti cosmici ma qualcosa di simile alle leggende, o agli elfi. Lo dobbiamo in qualche modo proteggere il povero Buffa. Non oso pensare che trauma subirà, infatti, quando gli diranno che Babbo Natale non esiste e non c’è nessuna pentola piena di monete d’oro ai piedi dell’arcobaleno.

Esempi di logica italiana: scioperi e riforme

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Quindi, ricapitolando: non è giusto fare sciopero prima di un ponte, perché, santa polenta, è ovvio che lo fai per allungare le ferie. Anche perché la maggioranza degli italiani, a quanto pare, peraltro, è tenacemente convinta che se un lavoratore fa sciopero sia come se si prende una giornata di ferie, e quindi che venga pagato lo stesso. Quindi che vergogna fare sciopero prima di un ponte! E, detto per inciso, anche fare uno sciopero lontano da un ponte o da un weekend, perché, che diamine, poi i bus non funzionano, le scuole sono chiuse, tutto si blocca e ci sono un sacco di disagi per chi non fa sciopero. Insomma, fare sciopero è una rottura di scatole per tutti, anche per chi fa sciopero. Non si capisce perché si ostinino a fare sciopero. E’ proprio perché sono comunisti scemi, eh.

La riforma della scuola, invece, è giusto che la discutano tutti, anche quelli che non hanno assolutamente idea di come sia fatta una scuola, perché l’ultima volta che ci hanno messo piede era trent’anni fa. Tutti, beninteso, tranne che i sindacalisti, che magari sono quelli che invece meglio conoscono le leggi attuali e le normative in vigore, e, bene o male, sono rappresentativi di una larga fetta di loro associati. Ma i sindacalisti no, con loro non bisogna discuterla, perché sono cattivi, e bisogna anche non discuterla troppo con i professori, la riforma della scuola, perché è chiaro che i professori, essendo parte in causa, mica possono essere obiettivi. Così è meglio che la riforma la pensi un consulente aziendale e la discuta non si sa bene chi. E’ una questione di obiettività.

E voi mi direte: ma non fa mica ridere, questo post. No, non fa ridere, avete ragione. Ma mica non fa più tanto ridere solo il mio post, in Italia, ormai.

Le cose di cui non abbiamo bisogno

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Questo pomeriggio sono uscita a fare una passeggiata e mi sono comprata un piumino. No, non pensate ad uno di quelli fichissimi che poi finiscono nelle inchieste di report. Era un piumino che manco è piumino davvero, imbottito probabilmente con la plastica che avanza dai pacchi, e costava manco 30 euro. Però l’ho visto lì appeso in vetrina, col suo bel color turchese brillante in un mondo tanto grigio, e io, che avevo una giornata no, me lo sono comprato.
Non ne avevo bisogno, ne sono consapevole. Ho un armadio pieno di cappotti, e giacche, e imbottiti da poter agevolmente affrontare un paio di glaciazioni. I miei amici ecologisti, e felicemente decresciuti per scelta ideologica diranno che l’ho fatto perché sono ormai preda del consumismo, e magari hanno ragione. Però io ero giù, con quella giornata umida, impregnata di pioggia, le nuvole sopra il capo, il freddo nelle ossa, la tristezza che mi si chiudeva sopra come una cappa nera. E allora il piumino verde smeraldo mi è sembrato il mio piccolo lusso personale, una coccola di cui necessitavo.
E quindi sì, potete sgridarmi perché compro cose inutili. Ma via, siate comprensivi: alle volte, in certe giornate, si ha bisogno delle cose di cui non si ha bisogno.

Signorini Chi?

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Di tutta la polemica sulle foto del Ministro Madia che mangia il gelato pubblicate da Signorini un aspetto secondo me non è stato sufficientemente indagato: perché continuiamo a mettere nella stessa frase le parole Signorini e giornalismo?

Anticipazioni: filosofi antichi, guazzabugli storici e prossimi libri di Galatea

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La cosa bella, quando decidi che scriverai il prossimo libro sui filosofi greci, è che cominci a leggere le fonti che parlano della loro vita. E in un battibaleno ti ritrovi in un turbine di notizie e di fatti che non sapevi o non ricordavi più. Un turbine fatto di re persiani e lidi che tentano di ingraziarsi i filosofi greci, di filosofi greci che non vedono l’ora di entrare nelle grazie dei potenti stranieri , di matematici che fanno i consulenti militari, di tiranni locali che intrigano con i primi geografi per farsi fare mappe per convincere Spartani e Ateniesi ad attaccare la Persia, di oscuri filosofi come Eraclito che danno apertamente del cialtrone a colleghi come Pitagora e ancora più apertamente appoggiano i loro amici per mandarli al potere, di rivolte ioniche, di pitagorici fanatici che tentano golpe in città magnogreche, di atleti famosi che diventano capipopolo e sposano figlie di Pitagora per fare le scarpe a principi spartani, di scalpellini spiantati come Socrate che non solo diventano capisaldi del pensiero occidentale ma vengono persino sospettati di essere i Ghost writer di Euripide.
E insomma io non so se poi da questo guazzabuglio ne riesco a trarre fuori un libro. Però non mi sono mai divertita tanto, ecco.

Galatea e Didone, per esempio a #BMTA2014

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Per chi la volesse vedere, ecco i video completi del mio intervento alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum. Ringrazio Cinzia Dal Maso e Pierangelo Buongiorno, miei favolosi compagni d’avventura.

Il tempo corre e non s’arresta un’ora

Ci sono momenti nella vita in cui le circostanze ti portano a riflettere sulla fugacità del tempo su come tutti passi velocemente e torni poi eguale, su quanto sia fuggevole questa nostra esistenza, e su come i mesi scorrano veloci, veloci, veloci e non vi sia modo di fermali.
Di solito accadono quando sei al supermercato e ti accorgi che stanno mettendo in vendita i panettoni.

Galatea a Paestum

Sono arrivata a Paestum, prendendo l’aereo per la coda, perché mi ero persa il gate di imbarco. Sì, lo so, ci mettono i numeri a posta per non perderli, direte voi, però poi i numeri li distribuiscono a casaccio perché dal12 in poi sono al piano in cui arrivi, e dall’1 all’11 sono al piano di sotto, e tu lo scopri quando senti l’altoparlante che ti chiama perché ormai le hostess ti hanno dato per dispersa.
Comunque l’ho preso, l’aereo, e sono riuscita pure a trovarmi davanti in coda la nonna che gridava al nipotini: “Non toccare il cartello, no! Che c’è l’ebola!”
I nipotini, va detto a loro onore, l’hanno guardata sospirando.
Quindi sono a Paestum, alla Borsa Mediterranea del turismo archeologico, e ho già fatto il dibattito con gli archeoblogger, e ora non ho capito se andiamo ad una cena azera oppure a farci una pizza tutti assieme. Comunque sia, domani alle tre parlo di donne e mondo antico assieme ad Eva Cantarella e Galatea Ranzi e Cinzia Dal Maso. Che se siete da queste parti, un saltino ce lo farei. Non fosse altro perché trovare un evento in cui ci sono ben due Galatee sul palco è una cosa unica.
Ora scappo, che ci ho la cena azera. Anche se spero la pizza.
Ciao.

La prevaligia

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La prevaligia è quella cosa che noi ansiosi prepariamo sul letto il pomeriggio prima di partire. Stendiamo in ordine perfetto tutto quello che ci serve, più quella trentina di cose in più perché non si sa mai, e spuntiamo tutto sulla lista delle cose da non dimenticare che abbiamo messo di lato.
Poi cominciamo a modificare e cambiare, perché gli abbinamenti non ci convincono, o meglio ce ne convincono più altri che sono venuti in mente dopo, e le cose che non si possono dimenticare si rivelano in pratica l’equivalente di un trasloco.
Così disfiamo e rifacciamo, e intanto aggiungiamo e togliamo cose, finché il letto diventa ordinato come un campo di battaglia dopo la fuga dell’esercito, nella camera pare essersi abbattuto un tornado, i cassetti sembrano devastati da una torma di folletti maligni, e la lista delle cose che non si devono dimenticare è un campo minato di cancellature e spuntature sovrapposte, che nemmeno un esperto di decrittazione riuscirebbe a decifrare.
A questo punto la prevaligia è finita. Si mette via tutto e si comincia a preparare la valigia vera.

L’incredibile figaggine della radio (e di Bologna)

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Bologna mi ha adottato. Non chiedetemi perché, sono quegli amori che scoppiano senza ragione, per pura affinità elettiva. A Goethe capitava con le Carlotte, a me, tanto per cominciare, con la cucina bolognese: non sono molto romantica di carattere, ma mi commuovo davanti alla poesia dei tortellini.

Si vede che Bologna sta cosa la sente, e mi ricambia. infatti il libro a Bologna ha venduto un botto, e così, fra le altre cose, mi han fatto interviste nelle due radio storiche della città, Radio Città del Capo a giugno e Radio Fujiko ieri.

Comincio a pensare che un buon motivo per scrivere libri è che poi ti invitano a parlarne alla radio, perché la radio, specie se poi è in diretta, è una figata pazzesca. Fa molto anni ’80, mi rendo conto, dire “figata pazzesca”. Ma io in fondo sono abbastanza anni ’80, e poi non trovo altro termine per rendere l’idea. Già sei in radio e ti mettono le cuffie e poi c’è il microfonone appeso in cui devi parlare. No, no, figata è il termine giusto.

Poi c’è Bologna che è Bologna. Così prima di passare in radio, l’amico che ti fa da cicerone ti può portare su, sui colli, a vedere la città che si stende ai tuoi piedi, al tramonto. Con quelle pennellate di rosso e giallo che colpiscono le torri medievali e le fanno parere lame di fuoco, ma non fuoco infernale, o bellicoso, un fuoco inquietante di guerra e distruzione: trasformano il mattone in qualcosa che sembra il riverbero di un camino, anzi di un focolare. Quello in cui ribolle la pentola del brodo per scaldare i tortellini ed i bolliti, perché Bologna è così, sensuale e concreta, lussuriosa e bonacciona. Del resto è una città che ha inventato la mortadella, quindi tutto torna.

E alla fine della serata, come coccola finale, ti portano pure a mangiare da Vito, che è la trattoria per antonomasia, quella, per chiarire, dove un cuoco di masterchef con la puzza sotto al naso, gli abbinamenti fighetti e la mistica dell’alga giapponese in abbinata con la spuma di fungo in dose omeopatica, lo prendono a calci appena si affaccia, e continuano a calciarlo ancora di più se si azzarda a sedere. Che ha il menù fotocopiato e uguale nei secoli, il cameriere spiccio, e quei quattro piatti seri e tosti fatti per gente che vuol mangiare, per cui le porzioni sono consequenzialmente da camionisti.

Tu sei lì, che ridi e scherzi, e ti abbuffi di tagliatelle e passatelli in brodo («I passatelli sono tassativamente in brodo!» ti informa immediatamente il cameriere, ed il tono è di quelli che fa capire che se li vuoi magiare in qualche altra maniera, fai meglio ad alzarti ed andare via, sciagurato!), e ti diverti e pensi che, finché ci sono gli amici, e le trattorie, e le città che mettono allegria,  la vita è bella, ma bella bella, ma bella bella bella, così bella alle volte che non ti vengono per descriverla altri aggettivi.

Ah, dimenticavo. Poi esci nel caldo di una serata che è di ottobre ma pare fine agosto, e scopri che la macchina l’avevate passeggiata in via Paolo Fabbri, 42. E che sulla serranda del negozio davanti a cui sta, una mano anonima di writer ha trascritto:

Gli eroi su Kawasaki coi maglioni colorati
van scialando sulle strade bionde e fretta,
personalmente austero vesto in blu perchè odio il nero
e ho paura anche d’ andare in bicicletta:
scartato alla leva del jet-set,
non piango, ma compro le Clark,
se devo emigrare in America,
come mio nonno, prendo il tram!

E pensi che tutto ha un senso. Profondo, bolognese. Che forse indagherai meglio, non appena avrai digerito quei meravigliosi passatelli.

I neo papà discriminati da Renzi

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Ho un problema tecnico con il bonus di Renzi promesso alle neo mamme. Che non sta nel fatto che è l’ennesima promessa, e nemmeno che 80 euro al mese per un bebè sono una goccia nel mare.
È che non capisco perché il bonus lo ha promesso solo alle neo mamme.
Mi risultava che i figli si facessero in due, e quindi per ogni neo mamma ci sarà un neo papà. Che però non viene ritenuto responsabile del figlio, oppure non viene ritenuto abbastanza responsabile per dargli 80 euro per il figlio. Hai visto mai che se li vada a giocare alle corse, o li spenda per comprare le sigarette. Mentre la mamma no, la mamma è sempre le mamma: è santa, è brava, e poi il figlio è suo, il padre è uno spermatozoo che si è montato la testa.
Non avrei mai creduto di dovermi incazzare con Renzi per una faccenda ci così smaccata discriminazione. Nei confronti dei poveri uomini e papà, poi.

Agrippina Maggiore, la vedova che fece tremare Roma

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Che si dica qualcosa su lei se lo merita. Agrippina Maggiore, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, morì oggi, 18 ottobre del 33 a.C, esiliata su quello scoglio brullo e senza vita che doveva essere all’epoca l’isola di Ventotene.

La costante dell’esistenza di questa sfortunata principessa fu quella di sfiorare sempre la fortuna, senza riuscire alla fine a possederla mai. Era figlia di un generale, Agrippa, che era il migliore amico di Augusto, ed anche quello che, in pratica, gli costruì l’impero. Ottaviano aveva questo di buono, che sapeva scegliere con infallibile abilità amici e collaboratori: prendeva il meglio sulla piazza, e sapeva tenerseli poi vicini.

Agrippa gli restò vicino per anni, comandando le truppe, vincendo battaglie. Era un uomo schivo e concreto. Di lui ci si poteva fidare ad occhi chiusi. Augusto lo sapeva, e glielo riconobbe sempre. Tanto è vero che quando gli morì il nipote Marcello, che sperava di avere come erede, scelse di affidare al successione ad Agrippa. Per suggellare il patto, gli diede in moglie Giulia, fresca vedova di Marcello.

Giulia aveva neanche diciott’anni, un carattere vulcanico ed una bellezza prorompente: dall’avo Giulio Cesare aveva ereditato il fascino ed gusto per la trasgressione. Non poteva certo innamorarsi del vecchio Agrippa, che aveva l’età di suo padre e forse addirittura qualche anno di più. Ma lo amò come si amano gli uomini posati che sono in grado di proteggerti. Forse non gli fu sempre fedele, ma non lo offese mai: gli restò rispettosamente al fianco dandogli dei figli, fra cui Agrippina Maggiore.

Poi Agrippa morì, per una malattia banale: Agrippina Maggiore sfiorò per un attimo il ruolo di figlia dell’imperatore, e invece dovette contentarsi di restarne la nipote. Giulia invece, la bella Giulia, affascinante, testarda e un po’ sventata, si perse in un turbinio di mondanità mischiata alla politica, seguì le scalmane di qualche amante troppo ambizioso, entrò in conflitto con il padre e soprattutto con la matrigna Livia. Le avevano fatto sposare il figlio di Livia, Tiberio, che odiava. Al contrario di Agrippa non lo rispettò mai, anzi fece di tutto per esasperarlo, umiliarlo, tradirlo in pubblico oltre che in privato. Il padre Augusto non poté accettare questa questa ribellione palese, non tanto al marito, ma a quel clima perbenista che si voleva fosse la bandiera della corte. E Giulia, la bella Giulia, ironica, sventata, affascinante e bellissima, finì esiliata a Ventotene prima, rinchiusa dal marito Tiberio in una torre poi, e morì sola e disperata, forse suicida, forse fatta lentamente perire di fame.

Agrippina Maggiore si ritrovò così ad essere la figlia di una principessa scomoda e di un erede al trono imperiale morto troppo presto. Per fortuna aveva un punto d’appoggio certo e sicuro in tanta tempesta: il marito Germanico. Germanico era nipote di Tiberio, ma allo zio non assomigliava: era un uomo bello e solare, generale fortunatissimo e uomo affascinante. Augusto lo adorava, e pensava di nominarlo suo erede. Agrippina e Germanico erano una coppia di successo, non solo per la propaganda di regime, ma anche nella vita vera. Innamorati e giovani, erano genitori felici di alcuni deliziosi pargoletti, fra cui il piccolo Caligola, così soprannominato perché i militari agli ordini del padre erano abituati a vedere il frugoletto girare per gli accampamenti con addosso le calzature dei legionari ed un piccolo spadino.

Chi più fortunato di questi due giovani? Nessuno. L’impero li guardava felice ed ammirato: parevano la prova dell’esistenza degli dei. Ma da qualche parte ed in qualche recesso l’invidia covava segreta. Germanico viene inviato in missione in Asia. Al suo seguito ci sono due personaggi ambigui e strani: Gneo Calpurnio Pisone e la moglie Placinia, di cui due cose si sanno: che è una delle più care amiche dell’imperatrice Livia e che ha fama di essere una strega. Il malocchio pare infatti colpire la casa di Germanico: scritte di sangue sui muri, strani accadimenti. E poi, improvvisa, una febbre maligna, che colpisce il giovane generale, ma più che un morbo pare un avvelenamento. Germanico muore in pochi giorni, ma fa prima giurare alla moglie che lo vendicherà, portando a processo Placinia ed il marito.

Agrippina è figlia di militare, moglie di militare, e nipote di un imperatore. Torna a Roma determinata ad ottenere giustizia. Ma si accorge che non è così facile. Forze oscure remano contro e tentano di insabbiare lo scandalo. Difficile capire chi ci sia dietro, ma il sospetto è che Placinia non abbia agito da sola, abbia protezioni che arrivano fino alla reggia, e che addirittura l’avvelenamento non sia frutto di una sua antipatia personale, ma di un ordine preciso, dato molto in alto. Forse dagli stessi Livia e Tiberio, chissà.

Agrippina si ritrova sola. La sua lotta contro Placinia si protrae, pare anche avere successo, ma oramai si è trasformata in qualcosa di diverso: non è più questione di un processo, è questione di politica. Tiberio, novello imperatore, teme Agrippina, teme i suoi figli che sono simpatici al popolo, teme la sua fama di vedova sventurata e fedele alla memoria del marito. Teme, in una parola, che lei possa togliergli il potere. E’ uno scontro aperto, di quelli che non concedono l’onore delle armi e non prevedono prigionieri. Agrippina perde, e viene esiliata, sullo scoglio brullo di Ventotene, dove si lascerà morire di inedia, o forse di disperazione. E i suoi lamenti, come quelli di Giulia, si perderanno in quello del vento, che batte le coste di quell’isola sperduta, dove Roma ha spesso rinchiuso le donne che considerava pericolose, o anche solo troppo autonome.

Per altre informazioni sui personaggi della famiglia Giulio Claudia si rimanda a Mariangela Galatea Vaglio, Didone, per esempio (Ed. Castelvecchi Ultra) anche in ebook.

Il cretino dell’ebola

Caro amico,
se quando posti su Facebook o condividi sui vari social articoli deliranti in cui sedicenti medici liberiani avvisano che le notizie sull’epidemia di ebola in Africa sono false, ed i contagi avvengono perché in realtà il virus (che poi secondo te manco esiste, con buona pace del principio di non contraddizione) viene inoculato dalla Croce Rossa con delle iniezioni apposite, non ti lamentare se nei commenti ti danno del cretino.
È che è difficile trovare un’altra definizione.
E comunque sappi che è più facile guarire dall’ebola, purtroppo per te.

Alcune idee favolose per la #buonascuola di Renzi

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Inglese: per ridurre le spese ed ottenere che i ragazzi dell’era Renzi possano finalmente imparare l’inglese che serve davvero, saranno abolite grammatica ed esercizi. L’ora di inglese si limiterà a coretti che gridano “Cool” ad ogni uscita del Premier Renzi, mentre lo stesso Premier commenterà alzando il pollice come Fonzie e dicendo “Oh yeahhh!”

Alternanza scuola-lavoro: la novità della riforma Renzi consiste nel fatto che le precedenti riforme la prevedevano per gli alunni, la riforma Renzi invece per i docenti: i docenti infatti la mattina staranno a scuola, in classe, e al pomeriggio lavoreranno sempre a scuola, a fare qualsiasi altra cosa, nella speranza di riuscire a conquistare la simpatia del Preside e potersi guadagnare così i sospirati 60 euro di aumento dopo tre anni. Durante la notte potranno invece lavorare a casa per preparare le lezioni del giorno successivo. Così il cerchio si chiuderà e l’alternanza scuola-lavoro sarà perfetta.

Licei: saranno ridotti a quattro anni. Anzi, anche a tre. Ma guardando meglio, di sicuro, con l’apporto degli esperti, si riuscirà a ridurli a due. Anche ad uno, volendo. E’ solo questione di organizzarsi un po’. Entrati a regime, i nuovi licei potrebbero addirittura prevedere un giorno solo di scuola: quello in cui ti consegnano l’attestato che hai frequentato il liceo e poi ti spediscono fuori a cercarti un’occupazione.

Precari: verranno assunti tutti e 150mila. Messi a consegnare il diploma alla fine dell’unico giorno di liceo ormai superstite e poi prontamente licenziati come personale in esubero.

Internet: data l’assenza o la scarsità di collegamenti wifi nelle scuole, la rete scolastica sarà creata sfruttando il genio italico che ci contraddistingue: fra un’aula e l’altra ci saranno bicchierini di carta collegati con lo spago da pacchi, attraverso i quali si potrà comunicare a fare lezioni persino senza Skype o altre diavolerie tecnologiche. Per il tablet, in omaggio alla grande tradizione autoctona degli antichi romani, si provvederà a dotare le classi di tavolette di cera. Che per altro sono pure riutilizzabili ed ecologiche, il che potrà conquistare le simpatie di Verdi e Grillini.

Materie inutili: nell’ottica del risparmio e dell’ottimizzazione delle risorse dovranno essere abolite tutte le materie inutili: Greco, Latino e Storia dell’Arte (siamo un paese dove non si rischia mai di incontrare un resto antico o un ‘opera d’arte); Geometria e Matematica (andiamo, suvvia, voi conoscete davvero qualcuno che campa calcolando l’area di un triangolo o con i logaritmi?); Geografia (ci sono i navigatori satellitari, eccheccaspita!); Storia (Chi era Napoleone? conoscete qualcuno che si sia mai posto davvero questa domanda?); Italiano (Ebbasta con questa cultura umanistica!).

Scuole aperte: le scuole saranno aperte fino alle 22, il sabato e la domenica e anche nei mesi di luglio ed agosto. Vi si potranno depositare i figli e andarli a riprendere quando si vuole. Dato che però non ci sarà personale a sufficienza per coprire la sorveglianza, né saranno garantiti, per motivi di tagli al budget, nè il riscaldamento d’inverno né l’aria condizionata d’estate, né tantomeno il servizio mensa, il genitore dovrà fare la massima attenzione nel recuperare il pargolo, verificando che si tratti proprio di quello suo, e lo dovrà lasciare a scuola con un kit di sopravvivenza, comprendente acqua, cibo, medicine, abiti di ricambio e carta igienica. Eventuali armi saranno da considerarsi facoltative e a carico della famiglia d’origine. Queste condizioni garantiranno una scuola di sopravvivenza gratuita e tempreranno una nuova generazione di italiani non bamboccioni, per giunta velocissimi nello scappare all’estero non appena gliene verrà data la possibilità.

La nebbia la domenica mattina

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La nebbia arriva così: zac zac zac e avvolge tutto. Come una gigantesca carta da pacchi, come un Christo velocissimo ed all’ennesima potenza, imballa ogni cosa: alberi, case, il paesaggio in blocco.

C’è sempre lo stupore della prima nebbia. Puoi esserci abituata quanto vuoi, ma ti sorprende. Quell’essere circondata da cose che non riconosci più e non senti più tue perché diverse ed indefinite. Il senso di spiazzamento che dà perdere i contorni ed i confini.

Non so se mi piace la nebbia, non l’ho mai capito. Mi affascina quel suo sfilacciarsi come lo zucchero filato, appiccicarsi alle cose e deformarle, renderle sfumate; il suo costringerti ad esercitare la memoria e la fantasia per ricostruire la mappa delle tue abitudini, fatta di strade note e di angoli conosciuti. Mi piace il suo pervadere tutto, per cui il dentro e il fuori si confondono nell’umidore ghiaccio di un’acqua che non è acqua, è vapore. Mi piacciono le gocce che fanno le equilibriste sulle ragnatele, sospese nel nulla.

Chi come me ama i contorni certi, si fa sempre sorprendere ed affascinare da ciò che certo non è, da ciò che non è conforme, da ciò che è imprevisto. Dalla nebbia, che è questo mare di possibilità, sospeso nel nulla, e spesso, come le possibilità, svanisce, subito subito, nel niente.

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