La dea di Ostuni, ovvero madri preistoriche e civiltà

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Immaginatevi la scena: davanti agli occhi, una distesa di erbe basse e verdastre, quasi una savana, che corre di fronte al blu del mare. Fra i cespugli, le mandrie, che vagano qua è là allo stato semibrado. Dall’alto del pianoro, loro, i nomadi, hanno costruito le capanne di paglia e pietre a secco, appoggiate allo sperone di roccia che domina ogni cosa. Vive lì, quella piccola tribù di Paleolitici, godendo alla sera del fresco vento che carezza le alture, e trovando riparo negli anfratti naturali della grotta. Lì c’è lei, Delia, che è alta, slanciata, ha quasi ventun anni e aspetta il suo bambino. Forse è il primo, chissà. È felice Delia, perché in quegli anni della lontana preistoria la vita è semplice ed abbastanza tranquilla, e quell’angolo di Puglia è un piccolo angolo di Paradiso. Guarda il mare, si carezza il ventre, si informa dalle donne del villaggio di cosa la aspetta come madre, del parto. Ma al parto non ci arriverà mai: poco prima, qualche settimana, Delia muore, per qualche motivo a noi non noto, assieme al suo bambino ancora non nato.
Immaginatevi, immaginiamo il dolore di quel piccolo villaggio di quella comunità di pochi per cui ogni perdita, oltre che un lutto, era una vera e propria menomazione. Il pianto e la sofferenza per quella vita stroncata così giovane e per quella che neppure aveva visto la luce. Così, fra i singhiozzi, l’hanno ricomposta, come se dormisse, con la mano sul ventre a proteggere per sempre il suo bambino, e in testa, come gioiello, le hanno posto una cuffietta fatta di conchiglie intrecciate, quella che portavano in capo le dee madri, che non l’avevano protetta dalla morte forse per il desiderio di trasformarla in una di loro.
Per anni, per secoli, la sua tomba divenne per il villaggio un luogo di culto, perché per i paleolitici la dea madre incinta, dalle poppe grandi ed il ventre prominente, era la Signora del tutto. E lei, Delia, morta proprio mentre il suo corpo era così, arrotondato e riempito dalla maternità, sembrava il simbolo perfetto dell’umano che si fa divino.
Il divino è una strana cosa: quando tocca un luogo è come se lo pervadesse: si appiccica ai muri e alle pietre come l’umidità, ci si avvinghia. Millenni dopo la morte di Delia l’ombra della Dea Madre era rimasta in quei luoghi. Uomini diversi, dopo che la tribù era scomparsa, sapevano ancora da racconti confusi che in quell’antro la Dea era stata potente, ed andava onorata. Così trasformarono la grotta in un sacello di Demetra, la dea delle messi e della vegetazione. E poi persino il vescovo, che proprio accanto alla grotta si fece una villa, continuò a rispettare il fascino arcano di quella spelonca, con una cappella dedicata alla Vergine e Madre, un’altra dea sovrapposta alle colleghe più antiche.
Nessuno, in quei ventimila anni trascorsi, sapeva di Delia. Le sue ossa erano rimaste imprigionate nella grotta, sotto le rocce che il tempo aveva atto cadere su di lei. Fu scoperta nel 1991, ancora rannicchiata e con il braccio curvato a proteggere ciò che restava del suo bimbo mai nato, sepolta dove i suoi compagni l’avevano deposta, fra pianti e grida, ventimila anni prima, in quella che nei secoli era divenuta S.Maria di Agnano, ad Ostuni. Nel suo sonno eterno ha visto farsi e disfarsi le civiltà, avvicendarsi le religioni, nascere e morire mondi. Il poco che sappiamo di lei, e il nulla che lei sa di noi si fonde in quella grotta che guarda la pianura e il mare, dove la più antica madre del mondo ci osserva, ancora oggi, con il distacco di chi, anche se solo per caso, è diventata dea.

Didone ad Ostuni

Questa sera ad Ostuni, alle 21, presento Didone, per esempio.
Nel frattempo sono a spasso per le vie di Ostuni. Che è una meraviglia del creato.
Fate una buona azione: aiutatemi a far diventare Didone per esempio un best seller vendutissimo, che manco Dan Brown. Così mi compro casa qua.

Ciao.

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Il sole ventenne

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Ogni giorno. L’ho osservato per due mesi, ormai. Salvo rare eccezioni, il sole fa così, quest’estate: non si fa vedere per tutto il giorno, mandandoci vagonate di nuvole, e cieli grigetti, bizzosi e freddini. Poi alle cinque, meglio cinque e mezza, finalmente fa capolino, carezza i tetti, bacia chi va a prendere l’aperitivo, fa ciao ciao alla pianura e poi tramonta con grandi spruzzate di rosso qua e là, come se volesse un red carpet per una serata speciale altrove.

E’ una estate strana, questa con il sole part time, che arriva tardi, si ferma poco, compare e scompare velocemente come un ventenne che passa dai genitori un attimo per poi scomparire risucchiato dalle vacanze con gli amici o la discoteca. E noi, come i genitori apprensivi, siamo lì che spiamo le sue mosse, lo attendiamo, ci preoccupiamo di dove possa mai essere finito, con chi, e se mai tornerà. Mandasse almeno un sms, disgraziato, invece di farci tanto impensierire. Ma niente, quando torna a farsi vedere è proprio come i ventenni con i genitori, ti guarda un po’ stupito un po’ sbruffone, con quell’aria a metà fra il “Che cazzo vuoi?” e il “Ma non sarai mica così scemo da esserti preoccupato?”.

E noi qui, patetici, pieni di ansie, a chiederci se non è meglio che gli regaliamo un telefonino nuovo e una ricarica prepagata, che almeno con quella chiama, si fa sentire, almeno avverte, chissà.

Non abbiamo il wifi, parlate tra di voi. Considerazioni sul digital divide e sull’arretratezza mentale dell’Italia

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Dedico questo post al cartello “Non abbiamo un wifi, parlate fra di voi” che ho visto comparire in numerosi esercizi commerciali, ed anche postare su internet come se si trattasse di una esilarante battuta.

Premetto: io di solito quando vado fuori e sono in compagnia è raro che tiri fuori il cellulare per chattare o messaggiare, o anche per telefonare, perché trovo una forma di maleducazione, quando si è a tavola con altri, isolarsi. Se però c’è una molla che potrebbe spingermi a tirare fuori lo smartphone ed ostentatamente usarlo in un bar o in un ristorante, anche consumando l’intera scheda personale, è proprio un cartello come quello, che secondo me, oltre ad essere abbastanza stupido, è anche il sintomo del pauroso arretramento culturale del nostro paese.

Caro gestore che appendi il cartello, io rispetto la tua decisione di non fornire ai tuoi possibili clienti il wifi gratis, che è un costo aggiuntivo per te e forse, magari a ragione, giudichi che non ti porti un incremento di entrate tale da giustificare l’investimento. E’ una tua scelta imprenditoriale, non metto bocca su questo. Ma per informarmi della tua decisione basta che tu appenda un cartello con su scritto “no wifi zone”, per avvertirmi che, se voglio connettermi alla rete mentre sono da te, dovrò farlo a spese mie. Se invece ci aggiungi la postilla, invadi, e in maniera maleducata, quello spazio di autoderminazione e di libertà personale che mi devi, non come cliente ma come essere umano. Il tuo cartello, lasciatelo dire, così formulato è insopportabilmente moralista e lede la mia privacy. Prima di tutto, vorrei capire: ma chi sei tu, per decidere con chi e quando devo parlare? E soprattutto con quali mezzi?

Tanto per cominciare, io potrei anche entrare nel tuo bar o ristorante da sola, e quindi usare la rete per chiacchierare con qualcuno così da passare il tempo di un pranzo o di una cena in maniera più divertente che guardando il muro, o la tv che, per qualche misterioso motivo, tieni accesa sempre, o ascoltare l’orribile musica di sottofondo che mi propini. Invece, se non ho nessuno fisicamente vicino con cui parlare, secondo te dovrei starmene zitta in un angolo a trangugiare il mio tramezzino/cappuccino/insalatona/pastaalpesto, perché non posso usare lo smartphone, oppure dovrei, chessò, importunare i vicini di tavolo per scambiare forzatamente con loro due parole?

Se inoltre sei così tanto convinto che debbano esserci dentro al tuo locale solo conversazioni fra persone fisicamente presenti, mi spieghi perché non hai anche un cartello che avverte che lì dentro schermo impedisce le chiamate tramite cellulari? Perché secondo te, se io chatto con un mio amico sullo smartphone sono da considerare un’asociale, ma se rompo l’anima all’intero ristorante chiamando lo stesso amico al cellulare e parlando con lui a voce alta, no, sono normalissima?

Il cartello così formulato non dice nulla di me, ma dice, purtroppo, molto di te. Devi avere una mentalità parecchio vecchia, di quelle che pensano che chi usa la rete sia un povero nerd sfigatissimo, incapace di avere rapporti sociali, non una persona normalissima che usa la rete, appunto, per creare e curare i rapporti sociali. Sei di quelli che ancora pensano la rete come una diavoleria che usano in pochi, una manica di ingegneri informatici complessati e bruttarelli, oppure la ritieni solo un giochetto da ragazzini maleducati, che stanno su Facebook a postare stupidaggini? E ancora, credi che davvero i rapporti on line siano diversi da quelli off line, meno reali? Credi davvero che parlare dal vivo, con un collega magari noiosissimo che si interessa solo del campionato di calcio e mi risponde a brancichi nelle pause in cui mastica un tramezzino sia una esperienza molto più appagante e stimolante che stare invece mezz’ora in chat a parlare con un amico intelligente che magari però lavora dall’altra parte del mondo? E soprattutto perché parlare con l’amico dall’altra parte del mondo dovrebbe essere meno “reale” e più giusto che sorbirmi un buzzurro solo perché seduto accanto a me?

Quindi guarda, caro gestore, del tuo moralismo un tanto al chilo e della tua visione ristretta posso fare a meno. Non darmi nessuna connessione e tienti anche preziosi manicaretti del tuo ristorante/bar. Io piuttosto mi siedo sugli scalini della piazza e chatto con i miei amici quanto mi pare, perché se proprio ho bisogno di un predicatore scassamaroni che mi dica come vivere la mia vita entro almeno in una Chiesa, e non vado a cercare un esercente intronato, ecco.

Lauren Bacall, la regina di Hollywood

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Io me la voglio ricordare così: bellissima, di quella bellezza che hanno solo le regine, la gonna lunga eppure sensuale, la sigaretta fra le dita, lo sguardo obliquo a fissare non tanto il suo interlocutore, ma qualcosa che è sempre un po’ più in là. Io me la voglio ricordare così, Laureen Bacall, quella che per me resta in assoluto la più bella, la più fascinosa, la più donna fra tutte le dive di Hollywood.
Ci sono attrici che incarnano sogni, e sono l’emblema dell’innocente eterna giovinezza, come Audrey Hepburn, o di una burrosa ma tragica sventatezza, come la Monroe, ma solo una riusciva ad incarnare l’idea di Donna con la D maiuscola, o meglio della Beltà, detta così, all’antica, perché in lei, che pure era modernissima, c’era qualcosa di archetipo, e perciò di senza tempo.
Era altera ma non algida, perfetta ma mai distaccata, sensuale ma non volgare, elegante ma non fredda. Nello scintillio del suo sguardo ironico ci indovinavi una intelligenza così tagliente da non aver neppure bisogno di venire esibita, e che nessuno, nemmeno nei maschilisti anni della Hollywood rampante, osò mai mettere in dubbio.
Fu la moglie di un mito, senza però mai farsi mettere in ombra da lui. E anche quel ruolo di moglie, seppure tanto più giovane, lo visse in maniera atipica, da pari a pari, senza farsi risucchiare nell’archetipo del trofeo, o poi in quello di vedova custode.
Aveva carattere, aveva stile: anzi, non “aveva” qualcosa, ma “era” qualcuno. Al di là persino della sua bellezza, a farne una leggenda sarebbe bastato il barluginare del suo sorriso beffardo sulle labbra, o la voce roca. Perché era talmente perfetta da potersi permettere quello che poche belle donne si concedono, ovvero di prendere il giro il mondo intero ed uscirne vincitrice, con tocco di classe leggera e malignamente sopraffina. Era ironica, Laureen Bacall, e spiazzante per questo, come una svisatura in una melodia che pensi di conoscere, e invece no. La sua suprema ironia, unita alla classe, le consentì di essere, per altro, anche una bravissima attrice, in grado di spaziare, come poche altre, dal ruolo di dark lady a quello di protagonista di drammi e commedie leggere, dai set di Hollywood ai palcoscenici dei teatri, sempre con la stessa invidiabile misura, sempre con lo stesso inarrivabile stile. Le consentì anche di rimanere, senza un filo di lifting o una puntura di botulino, bellissima, fino alla vecchiaia, che portò con la classe con cui aveva sempre indossato i suoi completi eleganti ed i suoi paltò da gran signora.
E io me la voglio ricordare così, Laureen Bacall, in quella scena di Come sposare un milionario, in cui lei, per pagare i costi di vestiti e gioielli che non si può permettere, vende un mobile della casa che ha affittato, assieme alle sue due amiche, pur sapendo che non è suo. Me la voglio ricordare così, perché in quella scena è così magnificamente a suo agio da poter recitare senza una sbavatura e con tempi comici perfetti  la parte di una piccola truffatrice ed arrampicatrice sociale, ed essere al tempo stesso regale come mai nessuna regina vera fu.

Quelli che ad agosto sui social

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Ci sono quelli che postano in continuazione fotomontaggi con citazioni appioppate a caso a qualunque personaggio famoso, con il risultato che Einstein pronuncia frasi sulla bionditudine e Marylin Monroe aforismi sulla fisica quantistica.

Ci sono quelli che “Complotto!” per qualsiasi cosa, quindi se per due minuti a casa sul rubinetto non arriva l’acqua non può essere un banale guasto al tubo, ma deve per forza essere una sottile mossa del Bilderberg per aumentare la tensione internazionale.

Ci sono quelli che la kolpa è della K$sta, sempre e comunque, e K$sta è chiunque abbia un lavoro diverso dal loro, o faccia il loro stesso lavoro ma con maggior successo, e indovinate perché.

Ci sono quelli che invocano la Trojka, o il ritorno alla sovranità nazionale e alla lira. Di solito entrambe, però a giorni alterni o un’ora sì e una no.

Ci sono quelli mai visti e sentiti prima, che però in chat ti mandano messaggi per pubblicizzare l’ultimo articolo di Giulietto Chiesa, perché non puoi davvero davvero non leggerlo sennò cadi nella disinformazione di regime, oppure il loro post che parla di autoaffermazione grazie alle parole di Gesù.

Ci sono quelli che, a proprie spese, e senza alcun editing, hanno pubblicato un romanzo fondamentale purtroppo letto per ora solo da due persone (moglie e uno dei figli, di solito) e hanno deciso che la terza devi essere proprio tu.

Ci sono quelli che sono fanatici della diete salutiste o eticamente corrette e ti annunciano sfighe, malattie invalidanti di ogni tipo, morte, distruzione e cavallette se non la smetterai di mangiare tutto quello che loro hanno deciso che non devi.

Ci sono quelli che condividono le bufale senza nemmeno rendersene conto, e quando glielo fai notare s’incazzano pure e citano “il Lercio.it” come autorevole fonte cui fare riferimento.

Ci sono quelli che Renzi è un dio, oppure Grillo è un dio, e non riescono a capire che tu sei da quel dì felicemente atea.

E’ brutta, sta crisi. Perché una volta, ad agosto, tutta sta gente era in vacanza, e adesso invece sta su Facebook a postare, eh.

La vera storia del patto del Nazareno, oh yeahhhh!

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Quindi, in pratica, la storia del famoso “patto del Nazareno” sarebbe questa: che Renzi e Berlusconi hanno fatto un patto per le riforme, ma quando chiedi a Renzi di pubblicare il testo che hanno sottoscritto o in base al quale l’accordo è stato stipulato, ti risponde che il testo non c’è, perché il patto sta nelle riforme stesse che il patto serviva ad impostare.

Sarebbe un bel caso di hysteron proteron da studiare, questo di un patto che non c’è prima, ma comunque influenza quanto viene dopo di lui, non fosse che hysteron e proteron sono due parolacce greche che formano una figura retorica arcigna, e non sono per niente giovani e smart, per cui non fanno parte della logica renziana. Del resto partire con un piano ben chiaro in testa e preciso è una cosa da vecchi barbogi, e quindi poco adatto a questa generazione che vuole una Italia young&free.

Se ne deduce quindi che Renzi e Berlusconi si sono incontrati, e Renzi ha detto a Berlusconi: «Ohi, Silvio, noi si fa le riforme stavolta, ci state voi?»

«Cribbio, sì! » Ha risposto Silvio. Poi si son dati una manata sulla spalla felici e contenti e scambiati un «Gimmi five!», senza nemmeno soffermarsi un attimo a stabilire quali riforme e come.

Ne consegue quindi che la politica del Governo non è renziana, ma è dadaista, perché in Parlamento Renzi presenta leggi che per Silvio sono una vera sorpresa, e anzi il massimo divertimento dei vari capigruppo consiste, la mattina, nello scoprire che cosa la sera prima si siano inventati i Renzi Boys nel loro Dream Team, o War Room, o comunque vogliate chiamare un vecchio gruppo di lavoro se lo volete far sembrare moderno. Poi si vota così, a casaccio, perché, non essendoci un patto scritto da rispettare, tutto è molto easy, e molto cool, perché in sostanza non è più nemmeno politica, è un happy hour, oh yeaaah.

I vecchietti delle spiagge digitali

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I due anziani sono a mollo nell’acqua, vicino alla battigia, perché per la maggioranza degli italiani in spiaggia alla fine il bagno in mare non è una nuotata al largo, ma un galleggiamento pigro, in stile uomo in ammollo. E del resto, settant’anni lei, qualcosa di più lui, entrambi hanno l’età per aver vissuto appieno l’epopea di Carosello.

«Eh, no se trova più el posto fisso, ‘desso, par sti giovani…» dice lei.

«Eh, no, no’l se trova più. Bisogna che i se lo inventa, i giovani, el posto. Butarse su internet par trovar i schei par partir. E po’ bisogna far ‘na startàp.» spiega lui.

E lei annuisce, convinta.

Poi dicono il digital divide, ecco.

L’estate precaria

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La spiaggia, quest’anno, è in sordina, perché il tempo è quello che è. Difficile riuscire a restare un giorno intero, e persino quando si è lì, al sole, godendo lo sprazzo di luce che regalano le nuvole, si è sempre guardinghi, a scrutare l’orizzonte per cogliere i presagi di un incipiente temporale. Così si vive al momento, con gli asciugamani pronti ad essere arrotolati e rimessi in borsa, e le passeggiate che si fanno più corte per l’ansia di poter tornare indietro in fretta, mentre i bagnini non tolgono nemmeno la maglia e spiano, dalla loro torretta, non tanto il mare ma il cielo.

Si coglie l’attimo di sole quando arriva, e per quanto dura, e la spiaggia è fatta di sdraio vuote e di ombrelloni che nemmeno vengono aperti, di bagni fatti in fretta fra un piovasco e l’altro, di vaporetti che si riempiono per esodi improvvisi alle prime gocce di pioggia, di ritorni a casa sotto il temporale.

E’ un’estate incerta in cui non si sa quello che verrà dopo, ma nemmeno quello che succede nel durante, sospesa in una primavera non finita ed un autunno che scalpita per arrivare. Non riesci a mettere via le preoccupazioni dell’anno passato, perché lo senti ancora là, e senti già il fiato sul collo di quelle del futuro.

E’ un’estate precaria, e come tutti i precari non conosce stacco: fluisce da qui a là, ma senza raggiungere nulla, e forse senza scopo. Non è una pausa, è un loop. E forse per questo è l’estate più adatta al Paese.

Risposte impossibili, ovvero cosa ti dicono ai call center quando segnali un guasto all’adsl

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Questo post riporta le risposte reali che mi sono state date dai call center di una grande compagnia telefonica quando per diversi giorni ho tentato di segnalare un guasto sulla linea.

Segnalazione del guasto a maggioranza

«Buongiorno, la mia linea telefonica e adsl non va. C’è stato un temporale ieri sera e sono saltate le linee telefoniche in tutto il quartiere.»

«No, signora, è impossibile, lei è l’unica che ha chiamato per segnalarlo.»

«Allora faccio la segnalazione e aprite il guasto?»

tu-tu-tu-tu-tu…..

Se non si supera lo sbarramemento del 4% non si viene ascoltati, evidentemente.

La linea come la Madonna di Lourdes: ogni tanto appare.

«Pronto, buongiorno. Sono senza telefono e adsl da ieri sera. Vorrei segnalare il guasto.»

«No, signora, non vale la pena: non si preoccupi, aspetti qualche ora e torna da sola.»

Il controllo fantasma.

«Buongiorno, scusi è la terza volta che telefono. Sono senza adsl da ieri sera. Può controllare se la linea è attiva o ci sono problemi?»

Aspetta die secondi, poi risponde: «Sì, signora, ho fatto i controlli e la linea è attiva.»

«Scusi, come ha fatto a fare i controlli? Dovrebbe chiedermi di staccare il telefono e il modem…»

Tu-tu-tu-tu-tu….

Il filtro

«Pronto, buongiorno, telefono perché ho problemi con l’adsl, non ho la linea.»

«No, signora, la linea c’è. Probabilmente ha problemi perché non ha i filtri per l’adsl sulle prese del telefono.»

«Guardi che ho i filtri.»

«Su tutte le prese?»

«Sì, su tutte, da anni.»

Meno male che non mi ha detto che era ora di pulirli.

Il modem

«Buongiorno, sto telefonando da ieri per segnalare che l’adsl di casa non funziona. Manca la linea.»

«Signora, provi a spegnere e riaccendere il modem.»

«Lo sto spegnendo e riaccendendo da ieri sera, ma non c’è linea.»

«No, guardi, il suo modem è spento perché non lo vedo in linea.»

«Non lo vede in linea perché non c’è linea.»

Tu-tu-tu-tu-tu…

Scusa, mi presti un modem?

«Buongiorno, ho sempre il problema che non ho l’adsl da giorni.»

«Signora, è il suo modem che non funziona perché non riesce ad agganciare la linea. Non ne ha uno di scorta per controllare se c’è la linea?»

«No, mi dispiace, non ho un modem di scorta…»

«Non se lo può far prestare da un vicino?»

Il modem 2

«Sì, ma guardi che è venuto il vostro tecnico, ha inserito i suoi strumenti di controllo e ha verificato che manca proprio la linea.

«Allora le invio un altro modem nostro, nuovo.»

«Ma se non c’è la linea non mi serve un modem nuovo, perché non si può agganciare comunque.»

«Ah, allora le mando di nuovo il tecnico.»

«Eh, magari.»

Il modem 3: il computer di scorta.

«Buongiorno, signora, abbiamo parlato con il tecnico. In effetti non c’è la linea. Però prima bisogna riconfigurare il suo modem.»

«Scusi, il vostro tecnico ha detto che non c’è la linea, a cosa serve riconfigurare il modem?»

«No, ma bisogna riconfigurare la rete perché il suo computer non vede la rete.»

«No, il mio computer vede la rete, e anche il modem, ma non può connettersi perché non c’è la linea…»

«Vabbe’, però riconfiguriamo il modem. Ha un cavo giallo da inserire nel pc e collegarlo al modem?»

«Il cavo ethernet? Sì, certo, ma io ho un Macbook air, quindi non può connettersi con ethernet, si riconfigura via wifi.»

«Eh ma non si può riconfigurare un modem via wifi. Non ha un altro computer da cui connettersi?»

«Non posso chiederlo in prestito ad un vicino.»

Lei non è un tecnico.

«Buongiorno, signora, sono dell’assistenza tecnica, mi spieghi che problema ha…»

«Non ho la linea adsl da giorni. Sono già venuti i tecnici, ma non è un problema di casa, basta che li mandiate nella cabina perché è un problema di doppini.»

(risatina)

«No, signora, guardi non può essere una cosa del genere. Faccio ora un controllo, sicura che il modem sia acceso… ora proviamo a rifare tutta la procedura… »

Venti minuti dopo: «Sì , effettivamente è un problema ai doppini in cabina.»

Il gioco dell’oca

«Buongiorno, signora, sono il tecnico. Le confermo che ora ha la linea telefonica di nuovo.»

«Grazie, ma sono ancora senza adsl.»

«E’ impossibile. Comunque io sono stato autorizzato solo a ripristinare la linea telefonica, non l’adsl.»

«Ma ho l’abbonamento comprensivo di entrambe e ho segnalato che non funzionavano tutte e due.»

«Sì, ma qua hanno segnato solo il problema alla telefonia. Effettivamente qua non c’è linea adsl.»

«E allora come faccio?»

«Deve richiamare l’assistenza e aprire un guasto per l’adsl.»

Chiamo l’assitenza.

«Pronto? buongiorno, la mia adsl continua a non funzionare, potete aprire un altro guasto e mandare il tecnico?»

«No, signora, non possiamo aprire un altro guasto perché il precedente che riguardava telefonia e adsl non è ancora chiuso.»

«E quando sarà chiuso, allora?»

«Quando sarà riparata l’adsl.»

Non fa una grinza.

Scuole di partito che mancano terribilmente

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Qual è deputati 2Qual è. Scritto con l’apostrofo. E già questo, con tutto che lo scriveva Pirandello e lo difende Saviano, è errore da penna blu. Ma è pure confuso, mi sa, con “quale” aggettivo interrogativo. Non ho nemmeno indagato per capire di che gruppo siano questi parlamentari qua, o, esattamente, per cosa stiano protestando. Quello che so di certo è una volta, e lo rimpiango, prima di mandarli in Parlamento, almeno gli facevano fare una scuola di partito. Mentre adesso, temo che li eleggano anche se non hanno fatto nemmeno la scuola elementare.

Renzi e il Fato

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E quindi niente, Matteo, nun ce la si fa. La crescita, la crescita, mannaggia alla morte, non arriva, e i tuoi ministri, no, mica tutti, solo uno, che però è anche l’unico che ha una certa età e di conti ne capisce, in quel corteo di fanciulli entusiasti, ninfette procaci e madonne preraffaellite, ha detto che la crisi non si supera, la ripresa è meno di quel che si sperava, il che nel linguaggio degli economisti vuol dire che mancano soldi, e tanti anche, che da qualche parte bisognerà pur trovare.

E tu stai lì, Matteo, con le ciglia aggrottate e il broncetto sulle labbra, scocciato non tanto con il Ministro, ma forse più ancora con il Destino, perché l’Italia è il tuo giocattolo, quello che sognavi da tanto tempo di avere, ma ora che ce l’hai tra le mani è come una di quelle costruzioni del Lego che sono tanto belle nella fotografia sulla scatola, e poi quando le apri ti trovi duemila pezzi da montare sparpagliati qua e là, e le istruzioni sembrano facili e invece no, perché i maledetti non s’incastrano, quindi invece della villa con piscina ti viene fuori si e no un architrave monca senza capo né coda.

E allora stai lì, Matteo, stai lì e stai lì, a pensare che non è giusto, perché tu c’hai il governo più figo che si è visto da anni, e le Ministre più fighe, e i boys tuoi sodali più fighi, e con tutto questo agglomerato di figaggine che hai costruito a torno a te e di cui sei il centro, non è possibile che non se ne venga a capo, che il Fato non ti secondi, che la Fortuna non ti premi. E deduci quindi che da qualche parte il Fato e la Fortuna qualcosa devono aver sbagliato, loro, beninteso, perché ad aver sbagliato non puoi essere certo tu.

E quindi guardi e scruti, con il broncetto, ma attentamente, perché tu sei il più figo dell’universo, e ci mancherebbe che non ne vieni a capo per capire chi ce l’ha con te, fra il Fato, il Destino e la Fortuna.

Perché mica ti fanno fesso, oh.

Il giorno in cui sono diventata presbite

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Il giorno in cui sono diventata presbite me ne sono accorta così: perché non ci vedevo. Le lettere, quelle letterine che avevo sempre letto senza alcuna difficoltà, non le riuscivo più a distinguere, erano una poltiglia indecifrabile sulle pagine del libro o dell’Ipad.

Pare una cosa banale, ma è proprio così che ti accorgi di essere invecchiata: quando una cosa che hai sempre fatto prima, senza pensarci nemmeno, non ti riesce più. Forse succederà così anche con la morte: ce ne accorgeremo perché, all’improvviso, una cosa che abbiamo sempre fatto, senza pensarci, non ci riuscirà più: respirare.

La democrazia di Minzolini e la bulé

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10325280_10152475464928941_1829355269484776021_nNon avrei mai pensato di potermi intenerire per qualcosa scritto da Minzolini. Ma quando, spulciando fra gli emendamenti proposti alla riforma del Senato, ho trovato questo, proposto da lui, e così fondamentale, in cui chiede che il futuro Senato non si chiami più Senato, ma Bulé, giuro, mi sono commossa.

Ecco, ora si vede a cosa servono anni e anni al liceo classico: a dare questa incredibile fantasia onomastica e poietica, per cui se si deve cercare di abolire una cosa non si sa perché, lo si fa, ma riesumando un nome aulico, quello dell’antica assemblea deliberante di Atene.

Quindi via il Senato e facciamo la nuova Bulé, dove i delegati saranno, immagino, obbligati a legiferare ed approvare come minimo ammantati in chitoni, e tenere discorsi in greco antico.

Però, già che ci siamo, riesumiamo anche l’ostracismo, quella legge ateniese per cui si poteva mandare in esilio per dieci anni qualunque politico si avesse il sospetto stesse attentando allo stato e volesse farsi tiranno o aiutare un tiranno a prendere il potere.

Se revival dell’antico deve essere, almeno che lo sia in toto. Io un paio di nomi per gli ostraka, non per dire, ma in mente già ce li ho.

I campi estivi di don Filippo

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Il sole tramonta e don Filippo è in canonica, come ogni sera da quando è diventato parroco di Spinola, millemila anni fa. È lì, sul balcone, con il breviario in mano, e un dito che segna la pagina, preciso sputato a don Abbondio quando ce lo presenta la prima volta Manzoni. Non fosse che don Filippo, col don Abbondio di Manzoni, non ha nulla in comune, se non l’essere parroco in un paesino sperduto, e non avere più l’età in cui, da prete, il paesino sperduto è un trampolino di lancio per la carriera ecclesiastica. No, don Filippo non è don Abbondio, e quindi non legge il breviario facendo amene passeggiate per stradine fronte lago, anche perché Spinola non ha un lago e le stradine di campagna qua sono state asfaltate e ora sono direttrici provinciali di traffico, per altro tutte finanziate dai sindaci di Spinola che don Filippo ha contribuito a far eleggere negli anni; e non corre nemmeno il rischio di incontrare bravi che gli blocchino il passo, perché in paese nessuno oserebbe mai dar fastidio a lui, don Filippo, mentre cammina, e semmai a Spinola ci fosse un bravo in edizione post moderna state certi che sarebbe agli ordini più o meno diretti di don Filippo, e non certo contro di lui. Dunque don Filippo non legge il breviario e non cammina, ma scruta, dal balcone della sua canonica, mentre il sole scende e gli arrossa i tetti dell’oratorio e il campetto di calcio, vuoto.

«Ma che…!» e se fosse un laico aggiungerebbe “cazzo”, perché è proprio incazzato, e all’incazzatura già presente si aggiunge quindi la stizza di essere prete e non poter usare male parole, almeno a voce alta.

«Don Elisio!», tuona, chiamando il suo viceparroco, che arriva trafelato, come al solito, non perché corra davvero, ma perché don Elisio è trafelato di suo, sempre: non è una condizione fisica, la sua, ma uno stato dello spirito.

«Dove sono i ragazzini?» gli sputa in faccia appena il vice gli compare davanti.

Don Elisio sgrana gli occhi e spalanca la bocca, e questo, aggiunto al fatto che ha il respiro corto perché è trafelato ed agitato come sempre quando deve parlare con don Filippo, lo fa diventare simile simile al tizio dell’urlo di Munch, ma un pochino più spaventato.

«Qua-quali ragazzini?» riesce alla fine a balbettare, facendo appello a tutte le sue forze.

Don Filippo alza gli occhi al cielo come se in segreto e veloce dialogo con il Principale stesse chiedendogli per via diretta e senza indugi di fulminare tutto il mondo seduta stante e soprattutto quel cretino che gli han dato come aiuto: «I ragazzini, i ragazzini nostri! Quelli che vengono ai campi estivi dell’oratorio! Sono le sette di sera, dovrebbero essere ancora qua, e invece il campo è vuoto e c’è un silenzio di tomba! Dove sono?»

Don Elisio, che già è pallido di suo, si fa bianco come il cencio con cui il sagrestano pulisce il calice della comunione: «Don Filippo, non ci sono. Non abbiamo ragazzini iscritti alle attività estive, questa settimana, al pomeriggio. Giusto una decina alla mattina, quando l’animatore li porta in piscina comunale, ma al pomeriggio no.»

«Non abbiamo ragazzini?»

«No, neanche uno.»

«E dove vanno, al pomeriggio? Ciondolano per strada?»

«No, vanno quasi tutti ai campi estivi organizzati a Medrano, dal Comune.»

«A Medrano? Ma è a dieci chilometri da qui! E perché vanno là?»

Don Elisio raccoglie tutto il suo coraggio e risponde, in fretta in fretta prima di potersene pentire:

«Perché sono quasi gratis, don Filippo. I nostri, i genitori hanno detto che costano troppo.»

Don Elisio chiude gli occhi, attendendo l’urlo e la sfuriata, ma l’urlo non parte e la sfuriata non viene. Don Filippo, tramortito, lo guarda, come se non capisse.

«E preferiscono andare in un paese vicino, in una cosa gestita dal Comune, invece di lasciare i figli da noi?»

«Sì, don Filippo… vede noi chiediamo 50 euro a settimana più le spese… per molte famiglie non è un costo affrontabile…poi, al massimo, al pomeriggio li mettiamo a giocare a calcio in cortile, mentre a Medrano si sono organizzati con i laboratori di arte, disegno, ceramica con una cooperativa di giovani volenterosi, e quelli del circolo naturalistico che li portano nel bosco dell’oasi a riconoscere le piante e a fare le biciclettate…»

«E noi perché cazzo non facciamo i laboratori e le biciclettate?» Sì, ha detto cazzo, don Filippo, perché quando ci vuole ci vuole.

Don Elisio, ormai, ha sguinzagliato tutto il suo coraggio, e quindi gli risponde, alzando gli occhi al cielo: «Perché, don Filippo, per trovare gente che fa tutto questo bisogna pagarla, e lei non vuole! Non abbiamo volontari giovani, e quelli vecchi che si offrono gratis non so cosa fargli fare! C’è solo la signora Marcella, che come al solito fa il suo corso di scacchi, che i ragazzini non ci vanno neanche morti, anche perché ha ottant’anni, è mezza orba e ha un alito mefitico che come ti viene vicino per spiegarti la mossa muori asfissiato, oppure Sandro, che ha settant’anni ed è zoppo. Mica posso mandare lui a fare la biciclettata! E i genitori 50 euro a settimana per mandarli a giocare da soli a calcio nel cortile non li spendono più, no.»

Cala il silenzio, e con uno sguardo torvo Don Filippo congeda il suo vice, che si liquefà spossato dal suo ardire, e cerca rifugio in un angolo oscuro della sagrestia.

Roba da matti, pensa il vecchio parroco fra sé e sé, mentre nelle orecchie gli rimbomba il suono strano di quel cortile vuoto, senza grida di ragazzi che giocano, ma solo una tortora stanca e accaldata che ripete il suo tu-tu tu-tuuu. Roba da matti, questi genitori moderni, che preferiscono dare i figli i mano a chissà chi, al Comune, ad una cooperativa di giovani senza Dio, magari, che saranno pure ex drogati, perché quei comunisti di Medrano figurati chi sono andati a pigliare con tutte quelle balle del reinserimento sociale e via così! Se lo ricorda ben lui, due anni fa, quando in Comune un consigliere di minoranza voleva convincere l’assessore all’istruzione a fare una cosa simile anche a Spinola, dare in gestione il campo sportivo d’estate ad una cooperativa perché facessero “animazione”! Li ha fermati ben lui, don Filippo, quella manica di atei schifosi comunisti, andando direttamente dal Sindaco Taragnin a fare una piazzata e mobilitando poi il comitato genitori, perché si era scoperto, che uno degli animatori eri addirittura arabo, o slavo, adesso non se lo ricordava bene, ma insomma magari era anche musulmano, anzi, di certo, e figurarsi se si potevano lasciare i ragazzi in mano a quella gentaglia lì, che neanche si sa da dove viene. Così i ragazzi erano rimasti tutti in oratorio, che del resto quelle incoscienti delle mamme che lavorano mica li possono lasciare per strada, no? Che poi una volta, almeno, ai tempi suoi, le mamme non lavoravano e i figli se li tiravano su loro, e quindi anche se erano per strada erano più controllati lo stesso, mentre adesso con queste mamme moderne che non si sa mai dove sono perché devono “realizzarsi” invece di fare le brave donne di casa, vabbe’… e poi tutte quelle lagne per i soldi! La crisi, la crisi! La crisi c’è per tutti. Cosa credono, che a lui gli spazi dell’oratorio non costino? Cosa vorrebbero, venirci gratis, come se fossero roba loro?

E guarda, come un padre guarda il figliolo, il suo oratorio ristrutturato di fresco, che ha tutto, ma tutto tutto, cinque sale, compresa una conferenza con lo schermo gigante, e una per i banchetti delle comunioni, che viene affittata alle famiglie così non vanno a pagare il ristorante fuori per il rinfresco ma fanno tutto là, e la perpetua garantisce il catering, e poi il campo di calcio e di basket, e solo la piscina no, perché la piscina il Sindaco Taragnin ha detto che con tutta la buona volontà non la poteva far passare come variante d’opera, visto che la canonica era pur sempre una costruzione del ‘500 vincolata, e già a farla sventrare e ricostruire come avevano fatto era da denuncia.

Lo guarda, lo riguarda, il suo piccolo regno, che però è tanto vuoto, e per un attimo spinge lo sguardo fino a fuori del cancello, ed immagina tanti ragazzi, che vorrebbero venire a giocare in quel campo da calcio e da basket, e passerebbero pure sopra al fatto che non c’è la piscina. E pensa che sì, sarebbe giusto che potessero, perché tenere quegli spazi chiusi, senza nessuno, in fondo è proprio uno spreco, e anche un’ingiustizia.

E allora, colto da improvvisa ispirazione, prende in mano la cornetta, e compone un numero, un numero che ha solo lui, quello diretto del Sempre Sindaco Taragnin, e, appena quello gli risponde, dice: «Carlo? Ciao! Senti, mi è venuta un’idea, perché non è possibile che teniamo questo oratorio così vuoto solo perché oggi, con questa crisi, le famiglie non hanno più i soldi per poter pagare il campo estivo della parrocchia… sì, lo so che ho ragione, è una questione di carità cristiana… quindi ho trovato la soluzione: trova i fondi per pagare alle famiglie i 50 euro di iscrizione con un contributo comunale, va ben?»

Appunti di viaggio in treno

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La cosa più affascinante dei viaggi in treno sono le città per cui passi infinite volte e non scendi mai.

Gli edifici visti di culo, dai binari, sono meravigliosi. Sono muri piatti e brutti, di solito coperti di graffiti. Dall’altra parte sai che c’è la facciata, e l’hanno ripulita e tenuta in ordine. Ma il dietro no. il Dietro lo vedi solo dal treno. Ed è come sorprendere una donna elegante mentre si fuma una sigaretta di nascosto, seduta sul cesso e in vestaglia, la sera.

Adoro gli smartphone e i tablet in treno. Un tempo se prendevi appunti su un quaderno durante un viaggio ti guardavano come un pazzo. Te lo lasciavano passare solo se eri una attempata zitella inglese. Oggi tutto il vagone diteggia chattando, e tu passi inosservata. 

Un giorno scenderò a Polesella. Per vedere che c’è. Probabilmente niente, ma il niente ha infinite forme in cui essere declinato.

Io non viaggio, mi sposto: riflessioni di una pessima viaggiatrice.

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Non sono una grande viaggiatrice. Non può essere una grande viaggiatrice una che, tendenzialmente, si fa prendere dall’ansia anche se deve solo salire un autobus nuovo. Così io non viaggio. Al massimo, mi sposto.
Spostarsi è un concetto differente da viaggiare. Intanto si fa per un motivo. Perché devi andare a trovare qualcuno. Perché hai un lavoro da svolgere in un posto, una riunione, una conferenza. Per questo ti sposti e non viaggi, quando è così, perché se viaggiare vuole dire lasciarsi alle spalle ciò che si è, spostarsi è invece portarselo dietro. Ti porti dietro il tuo lavoro, i tuoi obblighi, i tuoi pensieri. Persino le tue abitudini inveterate, che semplicemente fai attecchire altrove per qualche giorno.
Io dunque mi sposto, e anche poco, e malvolentieri. Prima di farlo inanello rosari di fisime: è troppo caldo, è troppo freddo, è troppo lontano. Non ho compagnia, o quella che potrei avere non mi piace, o potrebbe non piacermi, o potrei non piacere io. Soffro il treno, la macchina, l’aereo; persino il teletrasporto, e poco conta che non l’abbiano ancora inventato: quando lo inventeranno mi farà mal di stomaco pure quello. Però poi mi sposto, perché il sono fatta così, e cioè testarda e carogna con tutti, e in primis con me stessa. Quindi non esiste che le mie fisime la vincano su di me: anche se non mi piace, alla fine mi muovo.
E poi, ecco, quando arrivo a destinazione succede una cosa strana. O meglio, non succede niente, perché ad essere strana sono io. Conosco i posti e le città con un metodo tutto particolare, tutto mio. Tanto per cominciare, inizio dai ristoranti. O almeno dai caffè e dalle pasticcerie. Devo individuarne una che mi piaccia, che faccia le cose del posto, che me le lasci assaggiare con calma e con gusto. Non si può capire un posto finché non si assaggia cosa mangiano, e non si appartiene ad una città finché non hai un caffè, una pasticceria, un ristorante che non senti un po’ tuo.
E poi cammino, a caso. Davanti ai monumenti, sì, ma anche no. Per le vie, per le piazze. Poco dentro ai musei, lo confesso. Non è che non mi piacciono, ma è che voglio vedere la città così, a caso. Come la vedono i suoi abitanti ogni giorno.
Mi piace guardare la gente che cammina per strada. Intercettare brandelli di conversazioni in dialetto. Seguire i ghirigori dei bambini nelle piazze. Studiare gli sguardi delle commesse nei negozi.
Io non viaggio, mi sposto. Mi porto dietro il mio bozzolo di abitudini, per cui sono sensibile e curiosa di quelle altrui. Le immagino fra quelle case, quei vicoli. Le spio. Intuisco storie, e quando non le intuisco le invento sulla base dei dati che raccolgo. Mi sposto, e, anche se per poco, voglio ricreare un mio piccolo bozzolo dove sono finita, ma che sia in sintonia con la città dove mi trovo, e quindi devo capirne il ritmo, il respiro. Ogni città ha il suo ritmo, come ogni essere umano ha la sua camminata. Peculiare. Unica.
Per questo non viaggio, perché io sono stanziale di natura, e dove mi fermo, anche se pochi giorni, metto radici. Voglio il mio bar, la mia pasticceria, il mio ristorante, il mio scorcio di paesaggio che solleva dalle malinconie, come se fossi a casa. E, trovatili, non mi vorrei muovere più, anche se sono lontana.
Non riesco a viaggiare, io. Riesco solo a trasferirmi, per un po’, altrove.

Fenomenologia della donna davanti all’armadio: la sidrome da oddio non ho niente da mettermi!

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Lo so, non lo capite mai. Voi uomini, intendo. E’ qualcosa al di fuori della vostra portata, un po’ come per noi donne comprendere perché diavolo, quando siete persi in macchina in mezzo ad una landa sperduta senza alcuna idea di dove andare, non potete semplicemente chiedere indicazioni a qualcuno. Ecco, per voi uomini vale, invece, quando ci vedere davanti all’armadio tirare fuori montagne e colline di vestiti, ammonticchiarli sopra il letto, provarli, riprovarli, osservarli, valutarli e poi esplodere nel nostro: «Non ho niente da mettere!» 

Ci sono cassetti rigurgitanti magliette, ante di armadi traboccanti di vestiti, pavimenti ricoperti di indumenti di ogni genere, letti, divani sommersi dai nostri capi che smentiscono l’affermazione, ma noi donne siamo lì, disperate, quasi piangenti, a gridare la nostra verità: non ci manca “un” vestito, ci manca “il” vestito.

“Il” vestito. Che non è un capo di abbigliamento, è più simile ad una idea platonica di “vestità”. E’ quello che noi abbiamo in testa, dalla nascita, ma anche da prima, perché non eravamo ancora ovulo fecondato e nemmeno embrione, che già eravamo donne e sapevamo della sua esistenza. E anche che avremmo passato una vita a cercarlo, inutilmente, come per tutti gli ideali. 

E’ lui, il perfetto, quello nato apposta per l’occasione che oggi dobbiamo affrontare. Quello che non è né troppo corto né troppo lungo, è elegante però non impegnativo, è chic ma comodo. Quello, lui, che miracolosamente non ti fa la pancia e nemmeno il sedere, ma altrettanto miracolosamente fa vedere che li hai, ed al posto giusto. Quello che non tira sul seno ma non te lo appiattisce come una tavola da stiro, epperò manco te lo rigurgita come se fossi una vacca sfasciata. Perché lui, il vestito giusto, questo maledetto, è quello che ti fa la linea di Audrey Hepburn ma con le curve di Angelina Jolie.

Noi lo sappiamo, che esiste. Come gli antichi cavalieri della tavola rotonda sapevano che esisteva il Sacro Graal. Lo cerchiamo con la stessa determinazione, e anche di più, perché, diciamocelo chiaro, Lancillotto si sarebbe sentito tremare i polsi di fronte ad una simile impresa: affrontare una decina di draghi incazzosi è niente rispetto ad un pomeriggio di shopping selvaggio in stagione di saldi.

Lui c’è. Da qualche parte. E’ nascosto in una vetrina che non abbiamo studiato a fondo, in uno scaffale oscuro dove una perfida commessa lo ha relegato. Spetta a noi scoprirlo, salvarlo da questo mondo che non lo capisce e non lo apprezza, perché siamo anime gemelle, noi e lui, e destinate dall’inizio dei secoli ad essere prima o poi unite. Ogni volta che compriamo un vestito, siamo certe che è lui; ma come nelle favole, bisogna baciarne tanti di ranocchi prima di trovare quello che si trasforma in principe, ed anche con gli abiti è così. Portati a casa ed indossati, quasi sempre si rivelano per ciò che sono: ranocchi e basta, perché le luci dei negozi sono raggi di incantesimi che fanno sembrare le cose ciò che non sono, e vestiti, lontano da esse, mostrano la loro forma reale. Cadono come sacchi sformati, segnano il sedere come fosse una mongolfiera, dilatano le cosciotte, incicciottisono le ginocchia, invece che una dea ti fanno sembrare una salsiccia. Così li seppelliamo nei fondi degli armadi, appendiamo alle grucce queste vestigia delle nostre delusioni, a pencolare neglette.

E noi siamo lì, davanti all’armadio, che le guardiamo, orfane del nostro principe azzurro e accerchiate da cenci. Ma mai disposte ad arrenderci. Come con il grande amore che non arriva, così con i vestiti. Prendiamo atto del fallimento, diciamo: «Non ho niente da mettermi.» e via, siamo pronte a ripartire.

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