Roma capoccia

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E’ che Roma è Roma, c’è poco da fare. E voi direte: bella scoperta, anche New York è New York. Sì, ok, va bene, ma Roma è proprio Roma. Cioè tu ci arrivi, ogni volta, e ha quella strana cosa che è proprio come te l’immagini, e anche no. Perché la conosci, e poi l’hai vista ovunque, nelle foto, nei documentari, nei film, poi specialmente adesso, che c’è ancora in giro quello di Sorrentino. E quindi quando arrivi sai benissimo cosa ti aspetta e cosa ti aspetti. E invece, ‘sta bastarda cosa fa? Tu arrivi, e lei ti toglie il fiato.

E’ che Roma è Roma, ed è proprio così, bastarda. La vedi, ma non vedi lei, vedi la sua luce. Esci dall’antro di Termini e sei alla sua mercè, disarmato. Ha una luce tutta sua, Roma, che non si vede in nessun altro posto del mondo. E’ una luce d’oro che vira verso il seppia: fa un po’ tinta da foto sovraesposta degli anni ’70, il giallino della polaroid sbiadita. Solo che è lì, vera, ed è solo sua.

Ti abbraccia, Roma, con la sua luce bionda ed il suo marmo ambrato, i mattoni cotti, le colonne antiche, gli edifici moderni, i casermoni, le casette, i palazzi rinascimentali, i sampietrini sconnessi, le auto che si immettono a cazzo, il caos, il traffico. E’ una valanga di tutto che ti arriva addosso, ma con una nota di indolente pigrizia: Roma non ti travolge come una metropoli perché si fa troppa fatica. E’ una matrona nobilissima ma un po’ in sovrappeso, che sorride e qualche volta rutta, bonaria e ruffiana quando le serve, a tratti scostante. Non decade, sta. E’ uno di quei posti dove vedi scorrere la storia del mondo, il luogo ideale dove sedersi, non a caso in riva al fiume, ed attendere che passino i famosi cadaveri dei nemici. Perché a Roma passa tutto, il tempo, la storia, gli uomini e gli imperi.

E’ un posto dove puoi svoltare mille cantoni e trovarti sempre in luoghi diversi: in cui ogni borgata ed ogni quartiere fa caso a sé e tutte fanno paese. E’ una città fatta di borghi in cui la mattina si scende da casa per prendere il caffè al bar all’angolo e il gestore ti saluta e ti conosce, ogni condominio ha la sua portinaia o la vicina edotta sui fatti di tutti, il macellaio ti mette via le fettine e il formaggiaio la mozzarella, e c’è sempre tempo per una chiacchiera sul marciapiede.

Ci sono giardini chiusi e parchi aperti, tenuti tutti con quella indolenza un po’ trascurata che li rende umani, perché Roma gode dell’essere imperfetta ed è questo a farla così meravigliosa. E’ così bella che se non avesse difetti non la si riuscirebbe a sopportare. E invece lei ce li ha, se li coccola, se ne vanta, te li sbatte in faccia con una fastidiosa alterigia, e per questo sopravvive, perché la perfezione non è di questo mondo, e lei, invece, incredibilmente, sì.

E’ un riassunto del mondo, non il suo capo o il suo ombelico: semplicemente la sua essenza. Non si può odiarla perché non si può odiare quello che siamo, e Roma è quello. Noi.

Morte alla crisi: Spinola e il consulente di immagine funeraria

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A Spinola le pompe funebri Sbrissolon sono un’istituzione: dai tempi della fondazione del paese non c’è stato uno degli abitanti che una volta morto non sia stato sepolto dagli Sbrissolon, tanto che se uno morisse e non ci fosse Sbrissolon ad occuparsi del funerale, in paese resterebbe il dubbio che il defunto non sia poi tanto morto davvero.

Ermenegildo Sbrissolon, il patriarca di famiglia, è quanto di più distate all’immagine di un becchino ci possa essere: tarchiatello e rubicondo, è bianco e rosso in viso come il ritratto della salute, e diventa rosso e basta dopo qualche giro di bianchetti al bar. Quando è in pausa dal lavoro, è un omino ridanciano ed allegro, con una propensione per le barzellette, che racconta malissimo, però, perché non riesce mai a finirne una: si interrompe sempre a mezzo, soffocato da una risata chioccia che gli fa sobbalzare le guanciotte e chiudere gli occhietti porcini. Gli basta però varcare la soglia delle sue pompe funebri per trasformarsi: un sipario gli cala sul volto, le guanciotte perdono i colori rubizzi, la bocca si stringe in una fessura neutra e sottile, gli occhi si velano di silenziosa compassatezza, persino il fisico paffutello si sgonfia e si ricompone, come se di fronte alla morte bisognasse essere più magri, per rispetto. E lì emerge l’Ermeneglido professionista, che è proprio un professionista in tutto per tutto. Più che un becchino, lui si considera un consulente di immagine mortuaria: cura ogni aspetto della dipartita come il wedding planner cura quelli del matrimonio. Vedere un funerale abborracciato, mal organizzato, sciatto, lo fa soffrire. Quando qualcuno muore, a Spinola, e lo chiama, Ermenegildo arriva come un angelo custode, cala dall’alto, prende in mano la situazione e risolve qualsiasi contrattempo. E’ lui che accoglie e contratta con gli addetti dell’ambulanza e con i medici legali, è lui che, in men che non si dica, organizza il trasporto di salme ovunque queste si trovino, anche all’altro capo del globo, è lui che a qualsiasi ora del giorno o delle notte avvenga il triste evento, è in grado di comunicare subito con gli uffici preposti e reperire immediatamente il loculo o la tomba desiderata, quella più comoda per la famiglia, nel cimitero più vicino. Fosse morto a Spinola, per dire, Gesù Cristo non avrebbe dovuto andare in prestito di una tomba in fretta e furia: Ermenegildo gliene averebbe trovata una di suo gusto, attaccata a Nazaret, in men che non si dica, e anche già omologata per l’eventuale resurrezione.

E’ un uomo che ama il suo lavoro, l’Ermenegildo. Le sue pompe funebri sono le più aggiornate della provincia. Una intera palazzina con show room, in cui, passando di sala in sala, lui guida i clienti e mostra loro le ultime novità del settore: la collezione di bare ultimo grido, in tutte le possibili essenze arboree, le urne cinerarie, e poi ogni genere di ammennicolo adatto ad abbellire. Ha intere pareti di capoccette di angeli piangenti, madonne in preghiera, gesucristi in ogni possibile posa, manciate di papigiovanni, grandinate di padripii, croci dorate, metallizzate, variopinte, greche, latine, francescane, arabescate o semplici; vasi, vasetti, ampolle, anfore, tralci di vite in bronzo, serti di rose in marmo, cornici e cornicette. E interi cassetti pieni di trine, pizzi, cuscinetti, poggiapiedi, poggiatesta, sete per il riempimento, balze per il decoro, passamanerie e nastrini. Uno dei suoi crucci è che i clienti, quasi tutti, arrivano da lui in un momento così triste e così confuso da non poter apprezzare fino in fondo quella meravigliosa scelta; ma lui non demorde, e, pur nei limiti della buona creanza, consiglia e spinge per orientarli verso il prodotto migliore, la nuance di tessuto che più si addice al caro estinto, la bara dallo stile più moderno.

Ma è una lotta: persino nel suo settore la crisi morde e si fa sentire: «Ghe xé talmente pochi schei che la zente fa parfin fadiga a morir, de sti tempi!» dice sconsolato, e scuote la testa, perché se già in tempi normali un funerale abborracciato lo faceva soffrire, figuriamoci oggi, quando gli tocca vendere ai parenti sete di qualità scadente e bare di qualche anno fa perché costano meno.

Ma è lì che la sua professionalità si è fatta riconoscere. Addolorato per la contrazione dei consumi funerari, Ermenegildo ha deciso che non poteva assistere senza far nulla a questo sfacelo, e così da qualche giorno, sulla vetrina del suo showroom campeggia la scritta: “Funerali chiavi in mano: 1200 euro tutto compreso! La qualità che potete permettervi!”. E per chi entra, un kit già pronto, in due o tre varianti, con bara, foderine coordinate, trasporto, addobbo fiori e candele, loculo o tomba a terra, che addirittura si può acquistare come una carta prepagata, per quei vecchietti soli che non vogliono lasciare a parenti lontani e incompetenti la scocciatura di organizzare il funerale.

Ha avuto un boom di clienti, con la sua trovata, l’Ermenegildo.

La sera esce stremato, si avvia verso la sua macchina che apre con il suo portachiavi a forma di bara, si deterge i sudori e poi, appena esce dal cortile dello showroom, ritrova la sua aria rubizza e gioviale, le guance si riaccendono, il fisico si incicciottisce un po’, e va al bar a prendersi il campari e raccontare male le sue solite barzellette interrotte dai ridacchiamenti, contento perché lui, il consulente di immagine funeraria, ha dimostrato che ne sa una più del diavolo, o per lo meno più della crisi e persino della morte.

Questo è un racconto, non fa riferimento a eventi, impresari di pompe funebri o funerali reali. Però il portachiavi a forma di bara, dovesse interessare a qualcuno, esiste e lotta assieme a noi.

La mia prima lettrice, ovvero come gli amici sconfiggono la peggior paura di uno scrittore

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Questo post è di ringraziamento alla mia migliore amica, Anna. Che non è solo la mia migliore amica, ma è proprio in assoluto e in generale la migliore amica che chiunque possa mai avere, e per una di quelle incomprensibili ed inaspettate botte di culo che alle volte capitano nella vita è diventata proprio la migliore amica mia.
Si capisce che è la mia migliore amica, anzi la migliore amica che chiunque possa avere, perché, incurante del fatto che il mio libro sia ancora nel limbo dei libri, e cioè in quel confine incerto in cui non è ancora stampato, non è ancora nelle librerie e persino il titolo, “Didone, per esempio”, sia ancora un po’ provvisorio, be’, Anna non si è fatta scoraggiare, è andata in libreria e ne ha ordinato in anteprima una copia. Permettendomi così di poter sconfiggere il peggior incubo di uno scrittore. Perché ora, comunque vada e qualsiasi cosa succeda, nessuno mi potrà dire che sono un autore che non non è riuscito a vendere nemmeno una copia.
Una l’ho venduta.
Grazie, Annuccia, ti voglio bene.

Alfano, l’immigrazione e la danza della pioggia

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Alfano è preoccupato. Pare che i prossimi sei mesi saranno un periodo caldo per gli sbarchi dei clandestini, e ciò sarà dovuto al fatto che è previsto bel tempo fino ad ottobre.

Par di capire quindi che la politica del Governo sull’immigrazione fosse limitata a sperare nella pioggia.

Come scegliere le scarpe con i tacchi

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L’uomo delle consegne è lì, in un angolo del negozio di scarpe, perché la commessa non ha tempo per firmargli la bolla, dato che il negozio è pieno di clienti. Così guarda, in giro, e guarda anche me, che sono davanti allo specchio e sto provando un paio di scarpe, poco convinta.
“Ti faccio provare queste – dice la commessa – Quelle erano un tacco otto, queste sono un tacco dodici.”
“Ok ” dico io, e zompetto sui tacchi in prova verso le specchio, perplessa. Valuto, guardo, poi incrocio lo sguardo dell’uomo delle consegne, che, senza rendersene conto, sta facendo sì, sì sì col capo.
“Le compro” dico io.
Quando si tratta di scarpe col tacco, bisogna sempre fidarsi del parere degli esperti. Gli uomini.

Compleanni

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I compleanni sono sempre così, sul limite. Sono giorni da festeggiare con la malinconia in agguato, e quasi la depressione, ma è una depressione che nasce dal malinteso. Ci lamentiamo, uh quanto ci lamentiamo, di questi anni che passano, che ci lasciano i segni, i lividi, e soprattutto le rughe. Ci lagnano di non essere più giovani, o di non esserlo più abbastanza, come se quell’essere giovani fosse di per sè un valore, dimenticando quanto odiassimo esserlo, quando lo eravamo davvero, perché la gioventù, anche se nessuno lo dice, è anche una gran rottura di balle, un’ansia continua di non essere ancora niente e di non sapere se si riuscirà mai ad essere qualcosa, un mare di incertezze più che di possibilità, perché le possibilità e le occasioni si riconoscono a posteriori, e quando invece ti si presentano ti sembrano solo parte di quella fluida confusione che è la vita.
Festeggiamo i compleanni e non sappiamo neppure come mai: per tener fede ad un’abitudine, ad una convenzione sociale; festeggiamo con l’amaro in bocca, pensando al tempo che non abbiamo più e ad un futuro che è ormai più breve, anche se solo di un anno. Li festeggiamo, malvolentieri, perché interpretiamo il tempo che abbiamo come quello che ci viene sottratto. E invece bisogna festeggiarli perché l’unico tempo davvero nostro non è quello che abbiamo davanti e non ci appartiene ancora, ma quello che abbiamo dietro di noi, ed è l’unico che ci appartiene già.

Essere stupidi non è un’attenuante

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Sì, fanno ridere, ridere da morire, i bislacchi separatisti veneti che vociavano al telefono di comprare armi dagli albanesi (che poi avrebbero espulso, una volta fondato il loro Stato) e si costruivano nel garage di casa un tanko con un trattore dismesso. Fanno ridere perché già di per sè noi Veneti un po’ ridere lo facciamo di nostro, soprattutto con l’accento che ci ritroviamo, del tutto inadatto a rendere credibile qualsiasi concione rivoluzionaria.
A Venezia, l’altra volta che s’erano arrampicati sul campanile, li avevano soprannominati “Brigata Mona”, e anche adesso si fa fatica a prenderli sul serio e a considerarli un pericolo reale.
Però sta cosa che dicono che è assurdo preoccuparsi per loro, a me non torna del tutto. Perché certo, erano pressappochisti e naïf, ma pur sempre progettavano di andare in giro armati di un cannone e di pistole, e le pistole ed i cannoni possono sempre far danni e ammazzare qualcuno, soprattutto in mano a dei mona. E questo essere mona, non lo vedrei affatto, come certi fan capire, come una prova che sono inoffensivi, anzi.
Del resto neanche la Mambro, Fioravanti o Moretti erano poi questi gran geni, eh.

La primavera dentro.

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Ci sono i primi caldi. E il sole che fa finalmente capolino, e ci abbraccia. Ci sono i gelati e gli aperitivi che si possono di nuovo prendere all’aperto, i colori che esplodono sui rami degli alberi, le vetrine allegre del centro, i vestitini leggeri che escono dagli armadi, le calze che volano via. C’è quest’aria di dolce far niente che ti piglia a tradimento e ti spinge a crogiolarti al sole come una lucertola. C’è la luce, e persino quando non c’è la luce e piove c’è una pioggia che è più leggera e sorridente. C’è la primavera, fuori. Ma soprattutto c’è la primavera, dentro.

L’amico separato, ovvero lagnoman

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Una lagna. Un eterno piagnisteo. Praticamente la versione moderna di Giobbe, ma senza nemmeno avere il fascino di essere un Patriarca scelto da Dio. Da quando si è separato Fabio è insopportabile. Intendiamoci, Giulia ed io, con il nostro spirito da crocerossine che corrono in aiuto agli amici in difficoltà, lo abbiamo ampiamente sopportato. Per il primo anno. Per il secondo. Al terzo, dopo aver offerto spalle su cui piangere, suggerito e persino inventato nuovi insulti per la moglie che lo aveva piantato, dato aiuto logistico per trovare la nuova casa, arredarla, insegnargli a cucinare, e per di più avergli presentato dietro sua richiesta tutte le amiche/conoscenti/passanti che parevano aver suscitato in lui un qualche interesse, ora abbiamo deciso che no, non si regge più.

Passi la sua malinconia e l’aria da cane perennemente bastonato, che comunque aveva anche prima della separazione, perché Fabio è uno di quegli uomini convinti che il mondo esista per congiurare contro di loro a prescindere, e senza sosta. Ma quello che non si regge sono le sue continue giaculatorie sulle donne, basate sul modello ogni erba un fascio, per cui se una gli ha detto no, o non si è innamorata follemente di lui dopo cinque minuti di conversazione (ed onestamente, dopo cinque minuti di conversazione Fabio non ispira passioni travolgenti, ma al massimo una fortissima voglia di prendere il primo treno per qualsiasi destinazione purché sufficientemente lontana da lui), immediatamente tutte le donne diventano in blocco stronze, stupide, cretine, incapaci di apprezzare gli uomini veri, affascinate solo da miliardari o tronisti, in cerca di sistemazione, di matrimonio, o almeno di un amante ricco.

L’altra sera, all’ennesima cena di Giulia, era là, affossato presso il caminetto, con in mano un bicchiere e l’aria da relitto spiaggiatoper le troppe tempeste, che sciorinava il suo solito piagnisteo per l’amore introvabile.

«Ecco – diceva, dopo avermi brincato come vittima prescelta a divenire la confidente della serata – sono fatte tutte così, le donne: tu le inviti, ma se non hai il macchinone, un sostanzioso conto in banca, non sei un quarantenne palestrato e abbronzato e fighissimo, non ti calcolano nemmeno, non ti calcolano. Anzi, se le inviti ti guardano come se fossi un verme…»

«Be’ ma dai, non tutte… certo, se tu ti intestardisci a provarci con le  venticinquenni strafighe che fanno le cubiste, magari ti mandano a stendere, sì…» commento io guardando lui, che ha l’aria spelacchiata non perché è calvo, ma proprio perché di suo sembra sempre uscito dalla centrifuga malmessa di una lavatrice, trasuda tristezza da ogni poro, e per giunta, oltre ad essere di un bruttino senza appello, è pure noioso come la morte, perché se non si lagna per la cattiveria femminile parla solo di problemi di lavoro, ed il suo, revisore contabile, non è proprio dei più entusiasmanti.

«Eh ma no, tutte! Sono tutte così, non c’è speranza! Non ne ho mai trovato una di diversa!» scuote la testa, convintissimo, come se il mondo fosse popolato di modelle ventenni pronte per la copertina di Vougue, e quella fosse la sola tipologia femminile presente sulla terra, o per lo meno attorno a lui. Al che io vorrei sbottare di brutto, o almeno saltargli alla giugulare, facendogli presente che, dato il suo modo di porsi, non solo le venticinquenni, ma persino le novantenni in coma vegetativo lo scanserebbero come la peste;  Giulia, però, che è stata prudentemente a distanza di sicurezza fino ad adesso per non sorbirsi le sue lagne, pensando che gli schizzi di sangue le rovinerebbero il tappeto, interviene, con la sua voce flautata:

«Fabio, Tesoro, il problema non è che le donne sono tutte stronze, il problema è che a te piacciono così: belle, giovani e giustamente stronze, perché di sicuro se sono belle e giovani non si vanno a mettere con uno come te. Quindi piantala di lamentarti di tutto il genere femminile, bisogna anche prendere coscienza dei propri limiti: è come se io dicessi che tutti gli uomini sono stronzi perché Brad Pitt non mi chiede si sposarlo.»

Fabio la guarda, tramortito, poi mette sulla faccia una espressione da cane bastonato però ferito a morte, cioè appena appena più triste di quella che ha sulla faccia d’abitudine, si alza, sempre con il bicchiere in mano perché un aperitivo gratis non si lascia mai, nemmeno se si è ricevuta una offesa mortale, e si sposta verso il capannello dei maschi, per ascoltarli mentre parlano di calcio e sospirare, dato che la sua squadra (che novità) perde sempre per colpa di una congiura arbitrale.

«Dici che l’ha capita?» chiedo.

«Ma quando mai!Domani sarà di nuovo a provarci con la cubista del Tahiti.»

«Forse l’abbiamo giudicata troppo male, la moglie.»

«Mi sa di sì. E comunque buttaci un occhio, che sta divorando gli stuzzichini di tutti a sbafo. Non gli tocca l’appetito, l’infelicità.»

Brevi e circoncisi

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No, dai, siamo seri: non è stata una gaffe quella del deputato Cinquestelle che ha annunciato che il suo intervento in sarebbe stato “breve e circonciso”. Si trattava di una sottile, premeditata e geniale strategia suggerita da Grillo e Casaleggio per smentire di essere antisemiti.

Briciole di eroismo

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Ci sono lotte silenziose e tenaci, portate avanti ogni giorno, con determinazione assoluta, da eroine improvvisate, che non mollano, non si arrendono, non cedono all’ineluttabilità del destino nonostante i loro sforzi sembrino vani, e il mondo non li riconosca, non li apprezzi, in qualche modo persino li dileggi.

E’ nostro dovere di persone civili, uomini e donne, non dimenticarci di queste guerriere dimenticate.

Dedichiamo un pensiero a tutte le casalinghe che combattono contro le briciole sul parquet.

La vita in coda

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Sono poche cose che rivelano l’umanità per quello che è quanto una coda. Non importa dove si formi, o per quale attesa, la coda è il momento in cui l’universo si ricrea in tutte le sue possibili varianti, e un nuovo microcosmo nasce, e contiene il tutto. È una umanità affannata, quella che è in coda: una umanità che, come nella vita, si innervosisce non per ciò che succede ma per quello che potrebbe o dovrebbe succedere. Come nella vita, quando si è in coda si pensa sempre che ci sarebbe qualcosa di meglio da fare, un modo più proficuo per passare il tempo, che la coda ci sottragga il tempo e le possibilità e ci inchiodi in un vuoto vuoto, senza senso.
Appena si forma la coda emergono le personalità: il furbo che vuole passare prima, il lamentoso che si lagna per ipotetici soprusi di cui è vittima in tutte le code dalla nascita, il rassegnato che sospira e se ne fa una ragione facendo appello a qualche fede o a qualche filosofia. C’è il prepotente che sbraita anche se a torto, e più ha torto e più vuole che gli altri in coda gli diano ragione, e le pecore, nella coda, subito gliela danno, anzi, si profondono a trovare nuovi argomenti per sostenere la sua teoria. Ci sono quelli che fanno valere i loro presunti diritti di precedenza, quelli che pur avendo precedenze reali ed esigibili tacciono, quelli che passano la coda a fare altro, come nella vita: gli ottimizzatori che ottimizzano, e perciò intanto leggono, studiano, scrivono, telefonano; i socializzatori che vivono la coda e la vita come una occasione per fare nuove conoscenze. Si snodano, le code, come si snodano i giorni, con gli imprevisti imprevedibili che accadono con precisione tedesca, e la prevedibilità che rimane come un rumore sordo, di fondo, cui non si sfugge. E la coda sì, è come la vita, ti capita mentre vorresti fare altro.

 

La Crimea e Riccardo Fogli

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Di tutta la faccenda della Crimea non so se sia più inquietante che Putin si ritenga autorizzato ad invadere un paese solo perché gli abitanti sono in maggioranza Russi, o che si possa fare un referendum spacciato per democratico mentre truppe nazionaliste autoproclamatisi ufficiali controllano i seggi per le votazioni, o che per festeggiare il risultato i Russi di Crimea abbiano invitato Riccardo Fogli a fare un concerto.
Ma la terza ha buone possibilità di vincere, secondo me.

L’influenza e la primavera

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C’è qualcosa di profondamente ingiusto e sbagliato nel prendersi l’influenza mentre fuori arriva la primavera. Ti senti fuori fase, non per la febbre e i microbi, ma proprio come se avessi sbagliato il ritmo. Come chi batte le mani fuori tempo quando suonano una canzone. Là fuori c’è il sole ed il primo caldo, e tu sei lì accoccolata sul divano con la coperta e i brividi. Dovresti assaporare il primo gelato della stagione e invece no, ti tocca una tazza di tachipirina calda. Le influenze e le bronchiti devono venire di inverno, quando fuori c’è freddo e buio e stare rannicchiati a letto è l’unica soluzione possibile anche per chi sta bene; devono venire quando ad avere la febbre non ti perdi niente. Quando vengono adesso, mentre fuori esplode il sole e danza la primavera sono un’ingiustizia immane, una cattiveria gratuita. Almeno finché non inventano la tachipirina on the rocks.

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