Cose che capitano in casa ai tempi di Renzi

Tag

, , , , , , ,

La mia lavatrice è un po’ che fa le bizze. Ci ha un’età, del resto. Ha cominciato andando a zonzo per il bagno e per l’antibagno, facendo un gran caos di rattatatatà, manco fosse una mitragliatrice. Oggi l’età l’ha fatta diventare incontinente, e pisciotta qua e là, come se si credesse improvvisamente un barboncino.
Così avrei deciso renzianamente di rottamarla, anzi di licenziarla in tronco, dato che l’articolo 18 non serve più. Ho solo paura che ora lei convochi contro di me i poteri forti. Per placarla, potrei cercare di convincerla che il suo sacrificio fa parte di un pacchetto di riforme intitolato “La buona casa”, che consentirà di trovare posto a millemila lavatrici giovani in pochi anni. Se ce la fo, bene. Sennò mi aspetto tremende ritorsioni, tipo un editoriale su Repubblica del mio scaldabagno.

La meravigliosa vita di George

Tag

, , , , , , , , ,

George Clooney: quello che nasce come ragazzotto decorativo in dimenticabilissimi telefilm degli anni ’80, e poi fa il botto e diventa il dottore sexy di ER, un serial di cui hanno visto qualche puntata tutti, compresi i sassi e gli ipocondriaci che hanno crisi isteriche solo a sentire nominare un ospedale.

George Clooney: quello che diventato una star mondiale della tv, tutti continuavano a prendere sottogamba, perché erano gli anni in cui a Hollywood le star della tv erano ancora un sottoprodotto di scarto, e il grande schermo la sola cosa che nel curriculum contasse davvero. E allora lui molla la fiction e si butta nel cinema, girando almeno una decina di film che dovrebbero essere pure di cassetta, ma sono quasi tutti dei fiaschi commerciali, anche perché sono da vedere solo per lui, George Clooney, appunto, che non recita poi nemmeno un granché, ma è decorativo.

Arrivato all’età in cui però essere solo decorativo è difficile, e tutti quindi lo danno per spacciato, no, lui svolta di nuovo: si mette a recitare con registi di culto, con tutta Hollywood che nemmeno capisce bene cosa ci vedano in lui, salvo il fatto che è simpatico e piacione, e con la sua fama, magari, riesce a portare in sala un po’ di quel pubblico di massa che loro si sognano. Non contento di far l’accalappia pubblico, ecco che diventa lui pure registra ed autore, e, pur girando e partecipando ogni tanto a qualche pellicola sbancabotteghino per far cassa e pagare i conti della megavilla sul lago di Como, sforna film impegnati e di denuncia, persino scritti benino, persino recitati e diretti più che decorosamente.

Nel frattempo alterna viaggi nei posti più sfigati del mondo come l’Africa e la Siria, per portare aiuti e soccorsi alle popolazioni devastate dalle guerre civile, ma anche cazzeggia, come deve fare un bravo divo americano straricco ma che non se la tira per nulla: scorrazza per l’Italia in moto, fa il fratello maggiore saggio ma non troppo delle celebrità in crisi, insegna a vivere a quel bamboccino di Brad Pitt, accasa finalmente la Roberts in cerca di moroso e figli, cambia fidanzate a ritmo di una ogni due anni, scelte sempre fra quelle bone che tutti vorrebbero avere: una teoria infinita di bariste di topless bar, campionesse di wrestling biondissime, e persino una Canalis, mollata precipitosamente, immagino, non appena si scopre che, al contrario delle foto del suo calendario, ogni tanto tenta di parlare.

George Clooney: quello che arrivato ai cinquant’anni di nuovo decide di svoltare. Congeda le fanciulle in fiore da sostituire con scadenza semestrale, che erano in effetti un po’ imbarazzanti da portare alle cene dell’Onu e a quelle alla Casa Bianca, e sceglie di sposarsi un’avvocata piena di charme, bella come una Jacqueline Kennedy, ma tosta come Michelle Obama, con l’aura democratica dell’eroina per aver difeso i diritti civili soprattutto di grandi perseguitati famosissimi come Assange. La moglie giusta per Washington più che per Hollywood, contando che è pure una profuga di lusso di origine libanese, e questo le dà il giusto tocco di apertura verso il Medio Oriente moderno e in ascesa, con cui gli States devono e vogliono dialogare. La compagna perfetta, insomma, per un divo che s’è stancato probabilmente di fare solo il divo e vuole diventare un Reagan di sinistra, perché le elezioni in California sono alle porte, e il Campidoglio è vicino, chissà.

George Clooney: quello che, in fin dei conti, non riesce mai davvero a starti antipatico, perché hai come il sospetto che sotto quell’aria paciosa e svagata da belloccio oramai attempato, ci sia sotto un cervello pianficatore che lavora senza sosta, non perde un colpo o dimentica un particolare. E che la migliore sceneggiatura che ha scritto non sia quella di un qualche suo film, ma la sua vita.

Didone a Treviso

Domani pomeriggio, se siete a spasso per la capitale della gioiosa marca, giusto verso le 18, che è quell’ora un po’ balenga perché è ancora troppo tardi per prendere un caffè ma troppo presto per il sacrosanto spritz, e quindi siete là che girellate senza una meta e senza impegni pressanti, fate una bella cosa: venite alla Feltrinelli e sentite me che presento Didone, per esempio.

Ci conto, ok? Ciao!

Gli idioti , il tempo e la poca pazienza

Tag

, , , , ,

Dev’essere l’età. Potrebbe essere la spiegazione più logica. Più vai avanti con gli anni, più gli anni davanti a te si assottigliano, il futuro che a venti sembrava infinito, a quaranta capisci già che nella migliore delle ipotesi è faccenda di decadi. Quindi ogni minuto che perdi ti infastidisce.

No, non ho più molta pazienza. Me ne accorgo ogni giorno, da piccoli segnali. Una volta ero più tollerante e comprensiva con i cretini, per esempio. Bonariamente, quando uno faceva una affermazione clamorosamente stupida, intervenivo con garbo, anche con leggerezza. Oggi vado giù di mannaia, dicendogli subito a brutto muso quello che penso di lui, e soprattutto della sua idea che non solo è completamente idiota, ma mi fa pure perdere tempo.

Non è che il mondo sia diventato più stupido di prima, o i cretini di più. Sono io che non ho più la pazienza di avere bonaria comprensione: ho i minuti contati, e se non i minuti gli anni, quindi non mi va di perdere tempo a discutere con te le tue teorie strampalate, di seguire i tuoi ragionamenti farlocchi.

Abbiamo poco tempo tutti, perché non sei più un bambino. Ma non sembri accorgertene, e continui con le tue farneticazioni idiote, i tuoi arabeschi privi di ogni logica. Smettila. Non hai più tempo da sprecare neanche tu. Te ne renderesti conto, se non fossi così cretino.

Gli alunni, quando non sono più alunni

Tag

, , , , , ,

Post ad alto tasso di commozione. Astenersi cinici.

Gli alunni, quando non sono più alunni, te li ritrovi davanti così, all’improvviso, grandi, perché a te pare che sia passato un anno, al massimo due, da quando li avevi in classe e li guardavi ogni mattina arrivare arruffati ed incerti e tentare di varcare la soglia fra l’infanzia e l’adolescenza, e invece ne sono passati dieci, di anni, e forse anche qualcuno di più. Così te li ritrovi lì, di fronte, adulti, perché sono venuti alla presentazione di un tuo libro, e li riconosci perché hanno lo stesso viso e gli stessi occhi di quando erano ragazzini, anche se i lineamenti non sono più proprio gli stessi.

Hanno sul volto le tracce di tutto quello che è passato dal momento lontano in cui erano “tuoi” e piccini: hanno scoperto mondi, hanno esplorato la vita, perché quando li avevi in classe erano ancora bambini, in fondo, e adesso sono giovani uomini e donne, che studiano, fanno, lavorano, arrivano accompagnati da morosi e morose, ti dicono che stanno per laurearsi, o che si sono laureati di già.

Gli alunni, quando non sono più alunni, ti commuovono, perché ti pare impossibile che dopo tanto tempo, che per loro è stato zeppo come sanno essere zeppi gli anni in cui da bambini si diventa ragazzi e poi giovani uomini e donne, si ricordino ancora di te, che sei stata una meteora incrociata di passaggio quando la loro vita doveva diventare ancora vita per davvero.

Gli alunni, quando non sono  più alunni e te li ritrovi davanti così, adulti, e simpatici, e e felici, e belli non sai nemmeno cosa dire loro; perché razionalmente lo sai che se sono così non dipende affatto da te, perché erano così di loro, fin da piccoli, e tu lo sapevi. Ma sono così belli, e simpatici, e felici che un po’ di orgoglio per quello che sono diventati ti prende lo stesso, e allora li abbracci, li baciotti, e te ne vai per il mondo, fiera come una regina.

Presentazione di Didone per esempio, a Padova, il 19 settembre, alle 18.

Segnatevi questa data: la presentazione di Didone per esempio è venerdì 19, alla Feltrinelli di Padova, alle ore 18. Se trovate dei volantini o delle locandine che dicono che è giovedì 18, purtroppo si tratta di un errore di stampa. La presentazione è venerdì.

Mi spiace se qualcuno andrà alla Feltrinelli il 18 e non troverà la presentazione. Si arrabbierà, giustamente. Posso solo assicuravi che ad essere arrabbiati per questo assurdo contrattempo saremo almeno in due.

Il selfie di Narciso

Tag

, , , , , , , , , , ,

Ma poi, in fondo, secoli e secoli di esegesi dotte, psicanalitiche, interpretazioni psicologiche, artistiche e letterarie, quando la storia del povero Narciso solo oggi si può inquadrare per quella che veramente fu: la vicenda drammatica di un selfie venuto male.

Il vecchietto che fa segnali nel parcheggio

Tag

, , , , , , , ,

Il vecchietto che fa segnali nel parcheggio è lì, da sempre. Probabilmente quando Annibale è sceso dalle Alpi e ha dovuto fare manovra con gli elefanti, il vecchietto c’era già e dava indicazioni. La sua occupazione, infatti, è quella: dare indicazioni per uscire dal parcheggio. Indicazioni del tutto superflue, perché il parcheggio è una piazza d’armi, e riuscirebbe ad uscire senza problemi persino un tir in retromarcia sprovvisto di servosterzo. Ma il vecchietto è assolutamente convinto del suo imprescindibile ruolo di datore di indicazioni e segnali. Soprattutto se ad uscire dal parcheggio, poi, sei tu, che sei una donna. Nell’universo del vecchietto le donne non guidano, se guidano lo fanno male, se anche non lo fanno male comunque non sanno parcheggiare. Per cui lui si piazza dietro di te e comincia a sbracciarsi facendo segnali strani manco dovesse far atterrare un caccia su una portaerei. Basta che tu inforchi la retro e lui entra in fibrillazione, si sgola, ti chiama, agita le mani per dire: «Frena! Frena!» anche se sei a quindici metri abbondanti da qualsiasi possibile ostacolo. Poi si piazza dietro di te, esattamente dietro di te, cioè nell’unico posto dove è sicuro che lo tiri sotto se ti azzardi a muoverti di solo mezzo centimetro, e ti fa cenno di muoverti, piano. Cosa che tu fai, non perché ti fidi delle sue indicazioni, ma perché temi di mandarlo al creatore. Quindi lui indietreggia come una lumaca, tu, smadonnando tutto lo smadonnabile, ti contorci per non stirarlo sull’asfalto e, dopo aver sudato sette camicie e aver trascorso quasi un’ora per uscire da un posto in cui di solito esci in tre secondi e trenta netti, lui ti viene accanto al finestrino, sorridente, ti fa un cenno con il capo che vuol dire: «Eh, ha visto, tutto bene, meno male che c’ero qua io!» e sale sull’auto della moglie, che è venuta a recuperarlo.

Perché il vecchietto, ovviamente non ha nemmeno la patente.

La matematica di Galatea, ovvero come si capisce a quarant’anni il teorema di Pitagora (finalmente).

Tag

, , , , , , , , ,

pitagora 2

Questa roba qua. Lo sapete che cos’è questa roba qua? Vi do un indizio: non è un disegnino per una coperta patchwork, né un quadro di Kandiskij o Mirò venuto male. E’ una dimostrazione matematica. Per essere precisi, è la dimostrazione del teorema di Pitagora, teorema che noi tutti imbranati in matematica conosciamo perché ci fece passare parecchi brutti momenti alle medie, e anche dopo, per quella storia del quadrato costruito sull’ipotenusa la cui area era equivalente alla somma di quelli costruiti sui cateti.

Perché? Nella maggior parte dei casi e degli alunni, la risposta è boh. Nel senso che si impara la formula, spesso correlata dal disegno fatto alla lavagna, e si crede per fede, o perché lo ha detto il prof.

A me capitò così, per esempio. La professoressa di matematica, alla medie, che già non mi aveva in gran simpatia perché mi considerava una scassaballe incredibile, una mattina fece il disegno di un triangolo rettangolo alla lavagna,  con i suoi bei quadrati costruiti su ipotenusa e cateti, ed enunciò il teorema. Io guardai il disegno e chiesi: «Perché?». Risposta: «Perché è evidente.»

A me non sembrava così evidente. O meglio, sì, era evidente per quella figura, perché contando i quadratini dei quadrati costruiti sui cateti e sommandoli, effettivamente si otteneva un risultato equivalente all’area di quello costruito sull’ipotenusa. Ma non capivo perché si potesse essere sicuri che valesse per tutti i triangoli rettangoli del mondo, dell’universo, per tutti i triangoli rettangoli possibili ed immaginabili. Questa cosa qua, che valesse per tutti, sempre, non mi era per nulla evidente, ed era quello che le stavo chiedendo di spiegarmi. E’ matematica, quindi è logica: se si afferma qualcosa, ragionavo nella mia mente di dodicenne, da qualche parte qualcuno lo avrà dimostrato.

Non mi rispose. Per i successivi anni di medie si diede per scontato che il teorema di Pitagora funzionasse, ma nessuno si degnò di spiegarci perché. Io risolsi centinaia di problemi applicandolo, il maledetto teorema di Pitagora, in maniera scrupolosamente corretta, perché poi, alla fin fine, ero una ragazzina ordinata e studiosa. Ma lo trovavo mortalmente noioso, come tutta la matematica, che si riduceva a questo: imparare a memoria una formula astrusa ed applicarla infinite volte a problemi simili, ma sostanzialmente tutti uguali.

Odiavo la matematica, e indovinate perché: era una cosa pallossissima e senza creatività, uno sbadiglio. Non ci trovavo nemmeno tutta questa logica, a dire il vero: perché nei compiti di grammatica, vivaddio, c’erano le regole, ma per analizzare la frase e decidere se una cosa fosse complemento oggetto o di specificazione, predicato verbale o nominale, un attimo di ragionamento dovevi farlo. Nei problemi di matematica no: c’erano i dati, c’erano le formule campate in aria e calate da chissà dove, tu identificavi il caso, applicavi la formula, facevi i calcoli e via, problema risolto, si passava al successivo.

Mi sono iscritta al liceo classico perché di matematica ce n’era poca. Non mi interessava, volevo solo incontrarla il meno possibile sul mio cammino. A parte un’insegnante, che purtroppo si fermò con noi un anno solo (ed era laureata in matematica pura), tutti gli altri che incontrai insegnavano la materia come la professoressa delle medie: formula dettata sul quaderno, diluvio di problemi tutti uguali da risolvere, sbadigli infiniti. La matematica ridotta ad un insieme di conti della serva e di casi specifici abbastanza idioti: vasche da riempire con l’acqua, aree di cortili da calcolare. E mai una spiegazione logica sul perché, per calcolare quel diluvio di cose inutili, si fosse escogitato quella formula specifica. Credere per fede e imparare a memoria, perché ai professori le domande non erano gradite, e chi le faceva veniva subito tacciato di non capire nulla, e di essere negato per la matematica, appunto, dato che non riusciva a comprenderla da sé. Che è come dire ad uno che è stupido e non è portato per il greco perché, messo davanti all’improvviso ad un passo di Tucidide, non lo traduce così, all’impronta, e senza vocabolario.

Sta cosa del teorema di Pitagora me la sono trascinata per anni. Noi umanisti, in fondo, ci soffriamo ad ammettere che spesso abbiamo scelto lettere perché la matematica non era cosa per noi; gran parte della superiorità con cui da secoli bullizziamo i vil meccanici è perché non siamo mai riusciti a capire come la vil meccanica funzioni; disprezziamo l’uva che non siamo riusciti a cogliere, ma siamo cordialmente ricambiati dal sonoro disprezzo dei “matematici” e “scientifici”, che invece non perdono mai occasione per accreditarsi come gli unici a possedere il patrimonio della logica, mentre noi umanisti siamo buoni solo a giocare con le parole, a capire le cose no.

Così stamattina, su Fb, ho fatto outing, e, taggando i miei contatti “matematici” di formazione o di mestiere, ho chiesto, molto umilmente, se qualcuno mi spiegava, finalmente, il perché del teorema di Pitagora. In capo a tre minuti, gli amici sono corsi in aiuto. Chi mi ha spiegato che la dimostrazione è valida per tutti i triangoli per via dei teoremi di Talete, chi mi ha dato la giustificazione in base alla somma degli angoli interni del triangolo. E infine Maurizio Codogno, che mi ha linkato un suo post sull’argomento, dove c’era la magnifica figura di dimostrazione che ho messo in capo a questo articolo.

Tre minuti netti. Ne sarebbero bastati altrettanti (o meno) di spiegazione da parte della mia professoressa, alle medie, trent’anni fa. Perché se sono arrivata a capirla oggi, la dimostrazione, che sono vecchia e arrugginita e non mi ricordo tre quarti delle cose che sapevo allora, a dodici anni l’avrei afferrata in due minuti e mezzo, forse anche uno.

Qualche giorno fa si discettava qua (per l’ennesima volta) sul fatto che le ore di greco e latino sono inutili, e bisognerebbe aumentare invece quelle di matematica e di scienze. Io, come molti classicisti, difendevo il latino e il greco perché aiutano ad imparare a ragionare. Sapete perché? Perché a me sono latino e greco che hanno insegnato la logica, la matematica no. Visto che era insegnata, dalle elementari in su, come vi ho raccontato: regole da imparare a memoria ed applicare senza reali spiegazioni. Forse anche perché gli insegnanti di greco e di latino sono quasi sempre laureati in greco e latino, mentre quelli di matematica sono laureati in decine di discipline diverse ed hanno loro stessi della matematica una conoscenza teorica non dico scarsa, ma molto finalizzata ai loro studi, per cui dei teoremi interessano loro le implicazioni pratiche, e quelle logiche no.

Sarò stata sfigata io, non dubito. Ma molti dei miei amici e conoscenti confermeranno l’esperienza: chi è bravo in matematica molto spesso lo è per talento innato, perché la capisce di suo. Se non fai parte degli eletti, resti al livello in cui ti annoi applicando formule la cui origine e le cui implicazioni non sono assolutamente chiare. E, alla fine, la odi.

Quindi io sono assolutamente d’accordo ad aumentare le ore di matematica e di scienze nelle scuole, soprattutto medie, per carità. Però non è che solo aumentando l’orario si otterranno grandi risultati. Ci vogliono anche insegnanti che la sappiano spiegare bene, o forse che la sappiano spiegare e basta, facendo capire quanto è bella ed interessante.

Adesso vi saluto: ho deciso che vado a studiare Talete ed Euclide. Sono ganzissimi, mi sa.

Bambini presidenziali

Tag

, , , ,

Io me lo ricordo, il piccolo Gravisca.

In classe averlo era una jattura. Non che fosse odioso, anzi. Il piccolo Gravisca era simpaticissimo, in fondo. Sempre in primo banco, compagnone con i compagni, interessato con i professori. Se spesso a scuola il problema è convincere i ragazzini a partecipare, con lui, semmai, era il contrario: il piccolo Gravisca era un partecipatore nato, non facevi tempo ad arrivare in classe, firmare il registro, cominciare la lezione, che via, lui era là che sventolava la mano, si dimenava per farsi chiamare, produceva domande a ritmo di un operaio in catena di montaggio. Ecco, le domande, semmai, erano il problema: perché sebbene non fosse stupido, il piccolo Gravisca, al netto della buona volontà, non era propriamente geniale, quindi le sue domande ed i suoi interventi nove volte su dieci non c’entravano un cippa con il discorso, e quella decima volta restante non è detto che fossero granché. Ma il piccolo Gravisca, della scuola, pur non essendo un genio, aveva capito una cosa fondamentale: che spesso non serve essere intelligenti, basta essere furbi. Così aveva imparato che con il 90% dei colleghi le domande fuori tema e fuori contesto erano più che sufficienti, perché comunque facevano scena, così quando c’era da discutere sui suoi voti, in consiglio di classe, anche se tu dicevi:”Sì, vabbe’ partecipa ma non capisce niente!”, c’era sempre chi interveniva in suo favore con l’argomento: «Vabbe’ ma è tanto interessato, partecipa, è bravo, bisogna premiarlo.»

Anche con i compagni, il Gravisca era un furbo matricolato. A forza di pacche sulle spalle, sorrisoni, battutone, barzellette, riusciva sempre ad essere il capogruppo: fin dalle elementari, se c’era una elezione a capoclasse, portatore di cancellino, portavoce per il concorso di Vattellappesca, il posto era suo. Non si contano le volte che alle premiazioni è salito lui sul palco a ritirare un premio per un lavoro  in cui non aveva fatto nulla, anche perché neppure faceva parte del gruppo in questione. Ma quando c’era da mietere allori, era peggio di Mussolini nei campi di grano: sempre a farsi fotografare vicino alla mietitrice. Per il resto, il nulla. Temi banali e vuoti, scritti in un italiano sciattino e precario; compiti di inglese imbarazzanti, ad un passo dall’uanagana e l’ammerigano di Sordi; prove di matematica raccogliticce, con soluzioni scopiazzate dai compagni più bravi ma applicate senza il brillio dell’intuito. Un sei che diventava sette per via delle intercessioni degli altri professori, conquistati dal suo fascino, che a me costantemente sfuggiva; voto che lui poi magnificava con i compagni e a casa con una tale parlantina da convincere tutti, non appena le pagelle venivano ritirate e sparivano le prove materiali, che era passato ogni anno con la media del nove in tutto.

Un bluff, insomma, il piccolo Gravisca, ma un bluff che nessuno, per qualche misterioso motivo, si prendeva mai veramente la pena di smascherare, convinti tutti che in fondo fosse inoffensivo e bonario, e non avrebbe mai potuto fare grandi danni nella vita. E quando io invece dicevo che no, era pericoloso, perché sono questi tizi qua che bisogna stangare, perché bisogna che qualcuno gli insegni una buona volta che qualche risultato serio bisogna produrlo, prima o poi, tutti che mi guardavano come se fossi una strega cattiva.

E si chiamava pure Matteo, il piccolo Gravisca. Così, per la cronaca.

Salvate il liceo classico: è l’unica scuola veramente moderna

Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Ieri sono stata tutto il giorno ad un corso di formazione per insegnanti. Di solito li odio, i corsi di formazione per insegnanti, perché in tanti anni che me ne propinano, ne avrò trovato giusto uno o due che fossero decenti, e tutti gli altri erano una marea di fuffa inutilizzabile, quando non devastante come un tzunami. Questo, invece, va detto, era molto interessante e anche ben organizzato, e avrebbe dovuto illustrarci le potenzialità del cooperative learning, cioè una tecnica che può essere usata per insegnare a scuola ai ragazzi, ma anche sfruttata  in un ufficio o in una azienda a creare dei gruppi di lavoro efficienti. 

Già dal nome, così inglese, si capiva che il cooperative learning è una cosa molto moderna e cool, come direbbero i renziani e tutti i nuovisti in servizio permanente e stabile, mica una di quelle robe vecchissime da scuola arcaica, mediovale, tipo quegli assurdi licei dove ancora insegnano greco e latino, per dirne una, va’, e contro cui i profeti dell’oggi tuonano, perché non insegnano più nulla di utile di spendibile sul mercato.

Non fosse che il docente (simpatico e giovane e molto smart) quando ha rotto il ghiaccio con il primo esercizio per aiutarci a capire come ci si possa immedesimare nel punto di vista dell’altro e comprendere come, per raggiungere un risultato, si debba spesso mediare fra punti di vista e convinzioni diverse, ci ha detto che saremmo stati divisi a coppie: dato un argomento su cui dibattere (nel nostro caso se fosse meglio per l’alunno lo studio individuale o di gruppo), la prima coppia avrebbe dovuto  perorare l’idea che lo studio individuale sia migliore, la seconda quella che il meglio sia invece lo studio di gruppo. Quindi, una volta esaurita la prima “manche”, ci saremmo scambiati i ruoli: chi aveva sostenuto la bontà dello studio di gruppo avrebbe dovuto invece difendere lo studio individuale, e viceversa.

Io per un momento sono rimasta lì, imparpagliata a guardare il foglio, non perché avessi problemi a trovare motivazioni per sostenere la tesi del dibattito, ma perché a me sembrava strano, ma strano forte, che un esercizio del genere fosse proposto come una straordinaria e modernissima trovata. Il primo a fare di un esercizio simile la base del suo insegnamento, infatti, non è proprio, a quanto ricordo, qualcuno di molto moderno né di recentissimo, perché bisogna risalire all’epoca dei sofisti di V secolo a.C., cioè di Gorgia da Leontini. Era lui che, dandosi gran manate sulla coscia nell’agorà di Atene, sfidava il suo pubblico a dargli un argomento, per quanto bislacco e indifendibile, e lo stupiva poi rivoltando in una seconda manche tutte le tesi d’appoggio che aveva scrupolosamente difeso pochi attimi prima. L’esercizio retorico della controversia, in cui prima devi sostenere in un’orazione A con argomenti stringenti e poi devi sostenere poco dopo il suo contrario, smontando e rimontando ogni volta i processi logici e le strutture solide che ti pare di essere riuscito a costruire, è stato alla base di tutte le scuole di retorica antiche, medievali ed umanistiche cioè di quella bella tradizione di studi il cui ultimo frutto è il nostro liceo classico. Sì, quello inutile dove tutti vi pregano di non mandare i figli.

Finita l’esercitazione della controversia, il nostro docente ha chiarito che la base del successo, a scuola ma in un qualsiasi gruppo di lavoro, è quello della divisione precisa dei compiti e soprattutto della chiarezza degli obiettivi da raggiungere, perché, ha detto, “come diceva Seneca, nessun vento è buono per il marinaio che non sa dove andare”.

Cioè, prima Gorgia e dopo Seneca: i fondamenti di questa tecnica modernissima, in pratica, stanno nella impostazione retorica di un ateniese del V secolo a.C.  e di un romano del I d.C. Per tacere di tutti gli spunti che il docente non ha esplicitato, ma che ad orecchio, per me che vengo dal mondo classico, erano riecheggiamenti di intuizioni didattiche di Quintiliano e Cicerone, per non parlare di Agostino e altri, anche se le citazioni sulle slide erano attribuite a didatti moderni, quasi sempre inglesi o americani, che dai classici dovevano aver scopiazzato a man bassa (anche se in questi casi non si dice scopiazzato: si dice che si erano ispirati, ecco).

A questo punto, alla fine del corso di formazione, a me è venuto un dubbio più che fondato. Se invece di costringere gli insegnanti o manager che non hanno fatto il classico a fare costosissimi corsi di formazione “dopo”, mandassimo invece i ragazzini a frequentare il povero e tanto bistrattato liceo classico, dove si leggono Gorgia, Seneca, Agostino, Quintiliano, Cicerone, Tucidide, Tacito e un sacco di altri autori che, evidentemente, di cose utili anche per il nostro mondo moderno ne hanno pensate parecchie?

Per carità, è una idea peregrina, eh. Sennò possiamo continuare con l’andazzo già impostato: lo facciamo morire, il liceo classico, perché è vecchio, inutile, pieno di materie noiose e senza senso. Poi facciamo frequentare a tutti, spendendo una montagna di quattrini, i corsi di formazione ed aggiornamento, citando a man bassa testi di Americani ed Inglesi, che ci ripropongono le loro geniali ed innnovative intuizioni scopiazz… pardon, ispirate dai grandi classici del pensiero.

Com’era quella famosa battuta? Ce lo meritiamo, Alberto Sordi, ecco.

Socrate, il re dei troll

Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Lo dice anche Platone, e se lo ammette lui, che era il suo allievo prediletto e fedelissimo, c’è da credergli. Socrate era un mostro. Brutto di una bruttezza brutta che, ad incrociarlo per strada, faceva spavento. Grasso, basso, calvo, tarosso, con il ventre prominente, le gambette tozze ed arcuate: un nano da giardino obeso, un Babbo Natale mal riassunto, insomma, un vero insulto per una civiltà che ha prodotto i Bronzi di Riace e teorizzato proprio in quegli anni che il bello fosse il buono. Peggio di così ha fatto solo Hitler, che propugnava la bellezza della razza ariana e poi era un tappo gracilino dai ridicoli baffetti nerastri.

E passi la bruttezza: quello che ti colpiva in lui è che, oltre che brutto, Socrate era soprattutto un ossessionante scassamaroni. Te lo vedevi lì, seduto ad uno degli angoli dell’agorà, pacioso e apparentemente tranquillo come i tanti perdigiorno che passavano il tempo in non meglio identificate attività sulla piazza, e non gli davi due soldi; anzi, glieli davi, magari, perché si comprasse al bar un aperitivo. E invece era in attesa e in agguato, come un predatore sul ramo, perché Socrate un mestiere, anzi una vocazione ce l’aveva, e sviluppatissima. Non era un perdigiorno, era un acchiappagonzi. Se ne arrivavano da lui tronfi, con quella convinzione tetragona di essere inattaccabili che è il vero marchio del cretino, e iniziavano sicuri a parlare. Che diamine, erano intelligenti, loro, e ricchi, e persino belli, figurarsi se non sarebbero riusciti a polverizzare con due battute quello zotico orripilante, quella fetecchia che per qualche bizzarro motivo attirava nugoli di giovani accanto a sé, ma solo perché si sa, i giovani, in qualsiasi civiltà ed epoca, si fanno infinocchiare dai fenomeni da baraccone senza talento, si chiamino Socrate o Beatles, per dire.

Così, dicevamo, arrivavano là e iniziavano a pontificare. Era una civiltà, quella greca, che, oltre al bello uguale al buono, aveva anche inventato di recente la retorica, cioè l’arte del bel parlare, di sedurre le folle con i discorsi ben torniti, con le catene di parole che ti assoggettano e ti portano dove vogliono loro. Erano i re della piazza, i retori di Atene, capaci di rivoltare un uomo come un calzino, terremotargli le convenzioni più salde, ribaltargli addosso i luoghi comuni, e convincerlo a fare e votare ciò che fino a pochi istanti prima aveva giurato e spergiurato che non avrebbe fatto e votato mai. Erano bravi, i retori, ma erano bravi a parole: questo era la loro somma abilità e questo il loro limite, perché finché ti tenevano nel campo delle parole incastrate fra loro, tessute come arazzi preziosi sotto il naso dell’ascoltatore, non li si batteva mai, vincevano a mani basse, set, game e partita. Ma Socrate, ai loro discorsi, non reagiva come il l’uomo comune, che si faceva schiacciare da quella magnificenza di damasco prezioso. No, Socrate si comportava come la massaia che va al mercato per comprare il tappeto per il lavello, e quindi guarda sì il colore e il disegno, ma soprattutto la bontà della stoffa: lo gira, lo rimena, lo palpa, chiede al venditore di che materiale è fatto, controlla se i nodi della trama tengono, nota con occhio implacabile se qua e là c’è una falla o un’usura. Socrate era una massaia tignosa. E loro, i retori, abili venditori di fumo, davanti a lui si trovavano disarmati, perché ogni volta che provavano ad usarne una, delle loro parole ben acchittate, si trovavano lui che, con sguardo candido e sadico al tempo stesso, chiedeva: «E che vuol dire? Mi sai definire questa cosa? Me la sai spiegare meglio?»

No, non la sapevano spiegare. Se ne rendevano conto lì per lì, e soltanto quando Socrate gli poneva l’apparente ingenua domanda. Perché, come molti ancora oggi, si sciacquavano la bocca con alti concetti come il Bene, il Male, la Gloria e la Virtù, tutti corredati della maiuscola d’obbligo; ma erano stati sempre così presi a trasformarli in parola con la maiuscola che non s’erano mai presi la briga di riflettere cosa volessero dire di preciso, quelle robe lì che citavano in continuazione. Abituati a vincere a mani basse game, set e partita, ponfavano invece giù come pugili suonati, per knockout tecnico, mentre Socrate, sempre più implacabile, li randellava di domande, senza tregua, senza lasciar loro respiro.

Così quel satiro pacioso e grassoccio cui nessuno avrebbe dato una dracma, se non per offrirgli un aperitivo, si trasformava in un gigante, in un eroe, agli occhi dei giovani che stavano lì sulla piazza, e seguivano lo scontro come seguivano le corse dei cavalli o gli incontri di lotta ai giochi olimpici, e lo scontro si trasformava da discussione a lotta epica fra l’apparenza e la sostanza, fra l’abilità fine a se stessa e la logica, fra la Techne, come dicevano i Greci, ed il Logos.

Dei dell’Olimpo, che batoste che si prendevano, i retori. Dure da digerire, poi, perché pubbliche, e ancor più dure da gestire sul piano politico, perché il guaio di Socrate è che, in una città in cui tutti facevano politica, ecco, lui no. Non lo potevi incastrare dandogli del democratico o del filoligarca, non si ricordava una volta in cui avesse espresso una chiara critica contro il governo in carica o un elogio in suo favore. Niente, cittadino modello, obbediva alle leggi, andava in guerra quando glielo chiedevano, tornava a casa quando lo richiamavano, non bofonchiava e non protestava, non inneggiava alla rivoluzione e non presentava emendamenti in assemblea. Stava lì, sull’agorà, apparentemente a non fare nulla se non seguire con i suoi discorsi con l’implacabile filo logico del ragionamento, che lo portava a confrontarsi ed incastrare gente di tutti gli schieramenti, e far franare a tutti le loro più tetragone convinzioni. Avesse avuto internet, all’epoca, sarebbe stato il re dei Troll, il commentatore che si azzecca al moralizzatore di turno e commento dopo commento gli fa perdere la calma ed il senno.

Ma non c’era internet, allora, e quindi quel fastidiosissimo Socrate non lo poterono fermare con un semplice ban. Ricorsero ad un ban più definitivo e radicale, la cicuta, che gli fecero bere condannandolo a morte con l’accusa di aver introdotto nuovi dei nella città. Era una scusa, perché degli dei vecchi e nuovi Atene se ne sbatteva, ormai: la colpa di Socrate era di aver minato la fede nelle parole vuote che formavano gli slogan della propaganda, nell’aver insegnato a smontare le frasi retoriche e perfette cercandone il significato vero, nel aver preteso che tutti usassero la logica per radiografare le fregnacce che venivano loro propinate come verità assolute. Quando si definisce Socrate come un martire del pensiero, la frase suona ridicola, ed anche un po’ usurata, perché tanti dopo di lui sono stati etichettati così, magari anche a torto. E invece per lui la definizione è adatta, anzi è l’unica calzante: perché la sua colpa, la sua colpa somma, è stata proprio questa, di voler pensare, pensare, pensare. Continuamente, senza riconoscere steccati e limiti a quell’esercizio di critica e di verifica delle fondamenta che vengono date per scontate e invece così scontate non sono. Pensare, pensare, pensare, senza tregua, senza accettare mai una pausa o una fine. Pensare, pensare, pensare. È questo che non ti perdonano, eh.

Il nome giusto per Renzi

Tag

, , , , ,

Quindi, in pratica cioè è chiaro, no, che uno dice: «Il 29 sulla riforma della scuola aspettatevi macelli!», e quando poi gli chiedono: «Ma dacce qualche anticipazione, no?» quello gli risponde: «No, no, il 29 o niente, ma preparatevi, perché saranno i fuochi d’artificio, una roba bim-bum-bam!» e tutti dicono «Ganzoooo! Aspettiamo il 29, allora, eh!»

E poi arriva il 29, e tutti gli chiedono: «Embe’ allora? E’ il grande giorno, ‘sta riforma?» e lui risponde: «Ah, be’, no, dài, ragazzi, mica vi posso fare la riforma così, su due piedi, che è pure una cosa complicata, ce devo pensa’ bene, il 29 era così pe’ dire, mo chiamiamo tutti, ne discutiamo per qualche mese…»

Che se lo fai fra amici al bar, gli amici sbuffano e ti chiamano cazzaro.

E invece no, il nome giusto è Renzi.

Didone in Val di Ledro

Ah, dimenticavo: se stasera, putacaso, verso le 20.30 siete in Trentino, dalle parti di Bezzecca e della Val di Ledro, e non sapete cosa fare di preciso, in biblioteca a Bezzecca ci sono io che presento Didone, per esempio. Dopo essermi scofanata in tre giorni tutto il mangiabile in Val Di Ledro, ovviamente.
Ciao, ci si vede.

IMG_2608.JPG

Il karma e il parcheggio in pizzeria

Tag

, , , , , , , , , ,

Ciao, idiota con il maglioncino annodato sulle spalle che hai bloccato con la tua macchinetta tirata a lucido fighetta e scicchettosa la mia povera scassata utilitaria sgrausa nel parcheggio della pizzeria, e quando ti ho fatto chiamare per spostarla, perché mi si stavano pure freddando le pizze per colpa tua, mi hai guardato con aria di sufficienza come dire “Ecchecazzo, manco mi fa mangiare la pizza in pace, questa pezzente che nemmeno resta in pizzeria ma si porta i cartoni a casa!”
Nella prossima vita, il tuo karma ti porterà di nuovo a parcheggiare la macchina dietro alla mia. Ma io avrò un suv cingolato, e nessuna forma di civile educazione a spingermi ad avvertirti prima di passare sopra alla tua macchinetta come una schiacciasassi, fino a ridurla ad un cartoccio irriconoscibile di lamiere.
Vediamo se ti resterà sulla faccia il tuo sorrisino, allora.

Facce da Sky Priority, ovvero fauna da aeroporto

Tag

, , , , , , , ,

Siccome sono di quelle che nella vita al massimo prendono la corriera, e anche con una certa ansia da non so che, quando sono arrivata in aeroporto l’altro giorno, per andare in Puglia, mi si è aperto davanti un mondo quasi sconosciuto: gli aeroporti, come diceva non mi ricordo più chi e mi scoccia controllare, sono dei non-luoghi, frequentati, come tutti gli habitat di nicchia, da una fauna peculiare, anche se non esclusiva: diciamo una fauna non nativa, ma adattiva, nel senso che come metti piede in un aeroporto ti trasformi in un esemplare di fauna specifica da volo, anche se non lo sai.

Io, per esempio, faccio parte della categoria “stordita da viaggio”, nella variante “fantozziana doc”, anche perché conto in materia una esperienza pluriennale e continua, essendo mediamente stordita anche quando non viaggio, e quindi 24 ore su 24 persino da ferma. La stordita da viaggio si perde e si incasina. A prescindere. Voi le date un corridoio dritto e senza uscite, in cui è impossibile sbagliare l’entrata o l’uscita, ma lei ci riesce. Risale contromano il flusso, si infila per sbaglio nella coda delle toilette convinta che sia il check in, sbaraglia gli apparati di controllo riuscendo a salire sull’aereo senza aver passato le fasi di transito, scopre meravigliata, dopo aver letto cinquanta volte le istruzioni e aver comprato flaconcini appositi per tutto,  di aver ficcato in valigia una serie di bottigliette assolutamente non consentite, di fogge così inconsulte e dal contenuto talmente improbabile che persino gli addetti al controllo alla fine si arrendono e le concedono di imbarcarle, mossi a pietà di fronte a tale scemenza concentrata che si è presentata giuliva ai loro occhi, anche perché una cretina simile, diciamolo, non potrebbe mai essere una terrorista, perché manifestamente incapace di concepire un piano adatto persino a dirottare un triciclo.

Poi c’è la famiglia esausta. In coda c’è sempre la famiglia esausta, composta da padre, madre, e un numero variabile di figli, ma sempre superiore a tre. Se uno guarda le famiglie in aeroporto dovrebbe desumere che in Italia non c’è mai stata una crisi delle nascite, oppure che tutte le famiglie numerose decidono di viaggiare solo in aereo, non so. Comunque i figli sono sempre tanti, e tutti solitamente nella fascia di età in cui riescono benissimo a rompere le scatole, ma sono troppo piccoli per venire controllati, diciamo dagli zero ai cinque anni. L’organizzazione del nucleo famigliare prevede che i genitori di solito collassino sulla prima sedia disponibile, il padre millantando l’esigenza di connettersi subito tramite cellulare o tablet per scaricare qualche imprescindibile mail di lavoro  (il fatto che di mestiere faccia il portinaio di un ufficio chiuso a Ladispoli è del tutto ininfluente, voi non sapete quante mail, mentre sono in vacanza, i condomini mandino al portinaio!); la madre, invece, si schianta con l’aria affranta di una madonna pellegrina, con sul volto stampato l’annuncio: “Io li ho messi al mondo, ho espletato il mio dovere riproduttivo nei confronti della specie, ora sono cazzi vostri”. I figli, nel frattempo, con organizzazione degna di truppe d’assalto, colonizzano l’aeroporto: i piccoli perlustrano il pavimento, gattonano fino al banco del check in, si arrampicano sulle gambe di hostess e passeggeri, mentre i più grandi attaccano i cordoli di sicurezza, li smontano, ci passano sotto, attaccano alle spalle gli steward pretendendo di essere portati a cavacecio, usano il passeggino come ariete di sfondamento mirando alle caviglie degli altri passeggeri. Nessuno ha il coraggio di dire nulla ai piccoli barbari, tanto meno i genitori in catalessi, finché, non si sente un un perentorio “Fermi! Non si può!” detto in tono tonitruante dall’unica che abbia il coraggio ed il polso per intervenire: la signora delle pulizie.

Infine c’è, e l’ho scoperto solo ora, la coda della Sky Priority, che è un mondo a sé nell’universo dell’aeroporto. Nel mio caso era costituita da cinque persone, impettite davanti al banco del check in con la stessa spocchia del pubblico di un esclusivo torneo di polo a Montecarlo. C’era un manager in giacca e cravatta, con una valigetta ventiquattrore al polso, gli auricolari alle orecchie, impegnato a rispondere ad una telefonata da cui come minimo doveva dipendere la sorte del mondo, vista l’espressione di torva concentrazione che aveva; il fatto che parlasse apparentemente solo di alcune scatole di scarpe disperse da non so che corriere era sicuramente perché comunicazioni di tale importanza si svolgono in codice; poi un industrialotto in jeans e camicia fighissima, dall’aria finto scanzonata, che però valutava ad occhio tutto l’aeroporto metro quadrato per metro quadrato, e decideva che lui lo avrebbe fatto funzionare meglio alla metà dei costi. Infine c’era la famigliola ricca, costituita da padre cinquantacinquenne con faccia da avvocato cinquantacinquenne, blazer blu, capello brizzolato, abbronzatura da barca a vela in Sardegna, occhio ceruleo passabilmente schifato dal marasma di peones della coda non priority, cui purtroppo doveva stare accanto; vicino a lui la moglie bionda, magra, di vent’anni più giovane, inguainata in completo di firma e avvinghiata alla sua Luisvuittòn come se temesse che da qualche angolo una barbona dell’aere acchittata dietro un’ala gliela potesse strappare via, ed infine il figlio, un ragazzino tredicenne con gli occhiali e di una bruttezza tale che gli si sarebbe potuto pronosticare una vita da nerd sfigato, non fosse che indossava, come il padre, un blazer blu, il che spingvae invece a pronosticargli una sorte ben peggiore, quella da Amministratore Delegato.

I benefici della Sky priority, ho scoperto, sono fenomenali: consentono infatti di stare nella fila separata, che viene fatta passare esattamente tre secondi e mezzo prima dell’altra, e di arrivare quindi con ben tre secondi e mezzo di anticipo sul pulmino che porta all’aereo. E aspettare lì tre secondi e mezzo in più, perché tanto il pulmino non parte finché non è salito anche l’ultimo dei peones dell’altra fila. Però in quei tre secondi e mezzo puoi sentirti un ricco privilegiato mentre gli altri sono feccia. Il che giustifica appieno il costo del servizio, suppongo.

La dea di Ostuni, ovvero madri preistoriche e civiltà

Tag

, , , , , , , ,

Immaginatevi la scena: davanti agli occhi, una distesa di erbe basse e verdastre, quasi una savana, che corre di fronte al blu del mare. Fra i cespugli, le mandrie, che vagano qua è là allo stato semibrado. Dall’alto del pianoro, loro, i nomadi, hanno costruito le capanne di paglia e pietre a secco, appoggiate allo sperone di roccia che domina ogni cosa. Vive lì, quella piccola tribù di Paleolitici, godendo alla sera del fresco vento che carezza le alture, e trovando riparo negli anfratti naturali della grotta. Lì c’è lei, Delia, che è alta, slanciata, ha quasi ventun anni e aspetta il suo bambino. Forse è il primo, chissà. È felice Delia, perché in quegli anni della lontana preistoria la vita è semplice ed abbastanza tranquilla, e quell’angolo di Puglia è un piccolo angolo di Paradiso. Guarda il mare, si carezza il ventre, si informa dalle donne del villaggio di cosa la aspetta come madre, del parto. Ma al parto non ci arriverà mai: poco prima, qualche settimana, Delia muore, per qualche motivo a noi non noto, assieme al suo bambino ancora non nato.
Immaginatevi, immaginiamo il dolore di quel piccolo villaggio di quella comunità di pochi per cui ogni perdita, oltre che un lutto, era una vera e propria menomazione. Il pianto e la sofferenza per quella vita stroncata così giovane e per quella che neppure aveva visto la luce. Così, fra i singhiozzi, l’hanno ricomposta, come se dormisse, con la mano sul ventre a proteggere per sempre il suo bambino, e in testa, come gioiello, le hanno posto una cuffietta fatta di conchiglie intrecciate, quella che portavano in capo le dee madri, che non l’avevano protetta dalla morte forse per il desiderio di trasformarla in una di loro.
Per anni, per secoli, la sua tomba divenne per il villaggio un luogo di culto, perché per i paleolitici la dea madre incinta, dalle poppe grandi ed il ventre prominente, era la Signora del tutto. E lei, Delia, morta proprio mentre il suo corpo era così, arrotondato e riempito dalla maternità, sembrava il simbolo perfetto dell’umano che si fa divino.
Il divino è una strana cosa: quando tocca un luogo è come se lo pervadesse: si appiccica ai muri e alle pietre come l’umidità, ci si avvinghia. Millenni dopo la morte di Delia l’ombra della Dea Madre era rimasta in quei luoghi. Uomini diversi, dopo che la tribù era scomparsa, sapevano ancora da racconti confusi che in quell’antro la Dea era stata potente, ed andava onorata. Così trasformarono la grotta in un sacello di Demetra, la dea delle messi e della vegetazione. E poi persino il vescovo, che proprio accanto alla grotta si fece una villa, continuò a rispettare il fascino arcano di quella spelonca, con una cappella dedicata alla Vergine e Madre, un’altra dea sovrapposta alle colleghe più antiche.
Nessuno, in quei ventimila anni trascorsi, sapeva di Delia. Le sue ossa erano rimaste imprigionate nella grotta, sotto le rocce che il tempo aveva atto cadere su di lei. Fu scoperta nel 1991, ancora rannicchiata e con il braccio curvato a proteggere ciò che restava del suo bimbo mai nato, sepolta dove i suoi compagni l’avevano deposta, fra pianti e grida, ventimila anni prima, in quella che nei secoli era divenuta S.Maria di Agnano, ad Ostuni. Nel suo sonno eterno ha visto farsi e disfarsi le civiltà, avvicendarsi le religioni, nascere e morire mondi. Il poco che sappiamo di lei, e il nulla che lei sa di noi si fonde in quella grotta che guarda la pianura e il mare, dove la più antica madre del mondo ci osserva, ancora oggi, con il distacco di chi, anche se solo per caso, è diventata dea.

Didone ad Ostuni

Questa sera ad Ostuni, alle 21, presento Didone, per esempio.
Nel frattempo sono a spasso per le vie di Ostuni. Che è una meraviglia del creato.
Fate una buona azione: aiutatemi a far diventare Didone per esempio un best seller vendutissimo, che manco Dan Brown. Così mi compro casa qua.

Ciao.

IMG_2429-1.JPG

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 7.164 follower